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giovedì 17 maggio 2012

Anche il silenzio ha la sua storia

C'è il silenzio che si rassegna all'inesprimibile e il silenzio delle emozioni che hanno la meglio sulla ragione; il silenzio della devozione e il silenzio del piacere; il silenzio che comunica più di ogni altra parola e il silenzio che è solo assenza di parola.

Quanti silenzi che ci sono da quando l'uomo è uomo.... ma anche quanta storia che c'è nei silenzi dell'uomo. E se volete saperne di più, se la storia del silenzio vi intriga, magari perchè nemmeno sospettavate che il silenzio avesse una storia, ecco un buon consiglio di lettura: La lingua degli dei. Il silenzio dall'Antichità al Rinascimento di Roberto Mancini (Angelo Colla editore) è davvero un bel libro, che merita strappare all'attenzione esclusiva degli specialisti.

E che storia singolare, inattesa, che scorre sotto i nostri occhi. Le Sacre Scritture in cui la divinità parla e ascolta mediante il silenzio e le assemblee della democrazia ateniese che tramite il silenzio disciplinano l'abuso della parola. Gli affari della politica e la cura delle anime. Ma anche le regole e i luoghi del silenzio. I monasteri dove il silenzio apre la strada a Dio e la corte di Bisanzio dove il silenzio è attributo di potere.

Una lettura sorprendente, una lettura salutare, in tempi in cui il silenzio è diventato bene raro sia per le vie dello spirito che per le istituzioni della politica.

E in questo tempo di parole che avvolgono tutto, di parole abbondanti, inflazionate, superflue, non è male tornare ai molti significati del silenzio, a ciò che il silenzio è stato nella nostra storia. 
 


 

martedì 6 marzo 2012

Quanta letteratura con gli Americani a Firenze

Ci sono mostre di pittura che sono assai di più di una successione di opere, che ci raccontano un'epoca, una storia, un ambiente di cultura. Mostre che, per quanto mi riguarda, diventano parole, libri, suggestioni, pagine già lette o che forse un giorno leggerò.

Americani a Firenze, inaugurata nei giorni scorsi a Firenze è senz'altro una di queste. Per me, soprattutto per me che non sono un esperto di pittura, assai di più di un'occasione per ammirare i quadri di John Singer Sargent e di altri artisti assai meno conosciuti.

E' come se attraverso quei quadri si potesse sfogliare un libro - splendidamente illustrato, questo sì - che racconta la storia di quanti, a cavallo tra Ottocento e Novecento, lasciarono il Nuovo Mondo inseguendo sogni e ispirazioni nel Vecchio Continente. A Parigi, Londra, Roma, certo. Ma anche a Firenze, soprattutto a Firenze, culla del Rinascimento, esplosione di libertà e possibilità che ben si confaceva all'America dell'ottimismo.

E c'era Henry James che scriveva Il carteggio Aspern in una villa incastonata nella collina di Bellosguardo e ambientava a Firenze un pezzo importante delle vicende di Isabel Archer, la giovane americana di Ritratto di Signora. C'era Edith Wharton che alloggiava in un hotel fiorentino e non si stancava mai di frequentare i ricevimenti della buona società. C'era Edward Morgan Forster, che a dire il vero era inglese, ma che con Camera con vista rappresenterà più di ogni altro questo mondo di anglo-americani fiorentinizzati...

Quante pagine, quante storie che raccontano i quadri di Americani a Firenze. La luce mediterranea dei giardini all'italiana - rose, limoni, sempreverdi, statue baciate dal sole - diventerà presto la luce atlantica di Long Island e delle case del New England.

Ma è come se quel ponte tra la mia città e quell'altro continente - il Nuovo Mondo - da allora sia rimasto sempre aperto. Con la forza della cultura a medicare e compensare altre ferite.

domenica 22 maggio 2011

Ricordando Enrica, la ragazza di Ferrara

E’ strano, ci sono nomi che sembrano fatti apposta per coglierti di sorpresa, per evocarti l’esatto contrario di quello a cui si riferiscono. Ferrara è uno di questi. Lo pronunci ad alta voce ed esce fuori un suono che ha un che di duro, di implacabile. E’ una ruota dentata in movimento, una carta vetrata usata con energia, la scintilla che si sprigiona dal metallo. 

Poi pensi alla città, alle sensazioni che ti desta, all’immaginario che la sua storia e le sue persone hanno sedimentato. Ferrara indolente e gaudente. Ferrara e le meraviglie del Rinascimento. Ferrara e le nebbie che arrivano dalla Padania e la nascondono come un bambino sotto le coperte rimboccate. I contorni sfumati e i giardini segreti, i trilli delle biciclette e il pane come solo qui sanno fare.

Ferrara mite e tollerante nei secoli. La città che più di tutte, in Italia, è inconcepibile senza l’impronta che le ha lasciato la sua comunità ebraica.

E’ una storia, questa, che affonda le sue radici nel passato remoto, fino a epoche su cui gli esperti ancora si accapigliano, ma che irrompe alla luce del sole nel Quattrocento, quando sono i duchi di Este a governare dispensando sicurezza e prosperità. Ferrara spalanca le sue porte agli ebrei in fuga dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Germania, da Napoli e da Roma. E la vita di questi profughi si intreccia con quella di una città che con essi cresce e si arricchisce. Spuntano come funghi forni, laboratori artigiani, stamperie.
Sinagoghe, scuole e cimiteri trovano posto all’interno delle mura dai mattoni rossi. Diverse famiglie costruiscono cospicue fortune. Generazione dopo generazione nascono e si consolidano legami che nemmeno la fine degli Estensi, il passaggio allo Stato della Chiesa e la vergogna del ghetto riusciranno a spezzare.

Ancora a cavallo tra Ottocento e Novecento a Ferrara la comunità ebraica conta un migliaio di  anime - pensate, oggi si sono ridotte a poche decine -  e soprattutto è una comunità viva, presente, attiva, a dispetto di tante antiche tradizioni che si stanno stingendo.

E’ in questa città che nasce Enrica.

Ferrara, certo, la accoglierà solo per un tratto di vita. Quando arriverà il momento di spiccare il volo, di giocarsi le carte che ha in mano, l’arrivederci sarà in realtà un congedo definitivo. Eppure qualcosa mi suggerisce che è proprio qui, e non altrove, che si doveva salutare questa nascita.

Sarà perché alla fine le pagine si confondono, perché rimandi e corrispondenze rilegano un altro libro, e quello che viene fuori è molto molto simile a un racconto di Giorgio Bassani.

Per un attimo ritorno al Giardino dei Finzi Contini, magari così come è stato tradotto in immagini da Vittorio De Sica. E non c’è ragione; ma già intuisco che l’esistenza di Enrica sarà impastata dei medesimi ingredienti: dolcezza e desideri inespressi; dolore rarefatto, trattenuto, per quanto si è già perso e senso di una tragedia incombente.

(da Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina editore)