domenica 10 giugno 2018

Kaiser e la grande truffa del calcio

Non parlo tanto spesso di calcio in questo blog - benché sia una delle poche passioni che mi porto dietro, quasi senza vergogna, da quando ero bambino, resistente a tutte le tentazioni e mortificazioni. Non ne parlo spesso, ma questa volta faccio un'eccezione. E non perché a giorni comincia il Mondiale - mi intriga assai poco, Italia o non Italia.

No, mi piace di parlare di questo libro perché c'è il calcio, ma con il calcio, anzi direi grazie al calcio, parla di molte altre cose. Perché è scritto bene, senza sfoggiare la scrittura compiaciuta e sovraccarica che è di molti oggi. Perché fa ragionare su diverse cose, senza presunzione, piuttosto con una divertita leggerezza. O più semplicemente, perché è una storia magnifica. Una storia, perdipiù, che uno sarebbe tentato di catalogare come inventata di sana pianta - complimenti per l'inventiva - se non si sapesse, già dalla quarta di copertina, che si ispira a vicende davvero accadute: a ulteriore dimostrazione che la realtà è più splendidamente fantasiosa di ogni fantasia.

Ma andiamo per ordine. Per dire che Kaiser di Marco Patrone, uscito per Arkadia (casa editrice sarda che ne azzecca davvero di titoli felici), gira intorno alla storia pazzesca di quello che sui campi del calcio era detto davvero Kaiser. No, non era Franz Beckenbauer, il mitico capitano della Germania, ma tale Carlos Henrique Raposo, brasiliano dei tempi in cui sembrava che tutti i brasiliani nascessero per indossare la maglia della nazionale verdeoro. Secondo la storia che è diventata anch'essa a suo modo mito, il più grande truffatore nella storia del calcio.

Uno, insomma, che non era né Socrates né Zico, tantomeno un onesto lavoratore del calcio, anche per gli standard brasiliani. Non aveva i piedi buoni, ma sfoggiava altre doti: sorriso e faccia tosta, prima di tutto. Capacità di vendersi e di vendere ad altri secondo le opportunità, i bisogni, i desideri più o meno confessabili.

Che personaggio, Raposo: si accreditava come calciatore vero, strappava contratti con tutte le squadre più importanti del campionato brasiliano, senza in realtà mai giocare una vera partita. Una carriera di infortuni procurati e spacciati, di breve comparsate, di discorsi negli spogliatoi e ai bordi campo, di giocate, poche, aggiustate da compagni di squadra per vari motivi complici e conniventi.... Erano tempi, certo, in cui non c'era Internet e dal Sudamerica arrivavano suole comprate a caro prezzo, soprattutto dai club italiani che si accontentavano di qualche immagine in cassetta.

Storia incredibile, certo, che ritrovate anche su Wikipedia, ma che nel libro di Marco Patrone cresce e si fa buona letteratura, narrazione intrigante, punto di vista originale. Perché questa è anche una storia della nostra provincia e di un giornalista che fa sua questa vicenda riprendendola dopo tanti anni, vai a sapere perché, forse solo per riscattarsi dalla routine dei giorni di cronista.

Gioco che si fa più complesso, no? Il calciatore che è menzogna e il giornalista che della verità fa il suo mestiere: e tutto torna, alla fine, o forse no. Perché davvero, chi si è fatto male in questa storia?

1 commento:

  1. la definizione che ritengo più azzeccata, del calcio. è quella di Ormezzano : "uno spettacolo per gonzi" :)

    RispondiElimina