venerdì 3 novembre 2017

Quando la storia correva più veloce delle bici

Le biciclette, anche quelle famose, non vanno messe nei musei per farne poi la storia. 
Verniciamole di azzurro e adopriamole fino alla fine. Se ce le rubano, pazienza.
Le biciclette sono fatte per correre. Se stanno ferme, muoiono.

Vale anche per la bicicletta che fu del grande Girardengo, incredibilmente appoggiata al muro del corridoio di casa. Figurarsi se non vale per una biciclettina rossa, che un padre promette al suo bambino, promessa che è molto più della promessa di un regalo, se fatta nell'agosto del 1943. Sono fatte per correre, le biciclette, sono leggerezza, speranza, futuro. Parole - anzi, sentimenti - che a volte stanno a pennello anche per le idee e per ciò che possono mettere in movimento.

E allora ecco che le due ruote attraversano di corsa il Novecento cercando un traguardo che sta dalle parti dei nostri giorni. Ecco che a correre si mette anche la storia, almeno per una tappa che è la più bella, o che tale dovrebbe essere, la Cima Coppi verso cui andare in fuga, per un mondo più libero, più giusto: e che non siano solo parole.

Ciclismo e politica, sono queste le due passioni, profondamente intrecciate nello splendido libro di Franco Quercioli, insieme fin dal titolo, La speranza correva a sinistra. Cronaca familiare di maestri e biciclette, che poi è un titolo che per mette insieme Vasco Pratolini e le imprese narrate sulla rosea Gazzetta.

Franco Quercioli è quel bambino, che abita a Firenze e tifa Coppi, nella città che è di Bartali. Col padre si emozia alle cronache del Tour, con gli amici si spinge in collina per seguire il passaggio del Giro, al mare gioca con le palline dei ciclisti come anch'io ho fatto in tempo a giocare - non so se usi più.

Gli anni passano, Franco cresce, studia, si sposa, diventa maestro elementare. Tutto questo in una Firenze, che è quella di Don Milani e Padre Balducci, dove inizia a soffiare forte - soprattutto dopo l'alluvione del 1966 - il vento del cambiamento.

Le cose andavano così. La storia passava di lì e noi c'eravamo dentro. 

Sono gli anni di Eddie Merckx e Felice Gimondi, ma il Sessantotto incalza, la storia sembra andare più veloce dei ciclisti, è quella la corsa da vincere. Tra rivoluzioni agognate e vittorie nella vita di ogni giorno - come quando si comincia a fare il doposcuola, gran cosa - è facile distrarsi.

Ma poi tutto gira altrettanto facilmente: una volta si chiamava riflusso, come l'onda che torna indietro. Quante cose appassiscono e muoiono. I morti ammazzati dal terrorismo e le morti - quella di Enrico Berlinguer su tutti - che chiamano a un funerale che non è solo di un uomo.

E arriva un giorno in cui Franco - che nel frattempo è diventato un sindacalista - salta il convegno al quale doveva parlare, per chiudersi in camera di albergo, davanti alla tv: c'è la tappa decisiva del Giro di Italia.

Il mio tradimento fu consumato senza rimorsi. La politica si scioglieva come neve al sole e se ne andava da un'altra parte.

Magari quel giorno nemmeno se ne rende conto, eppure è una cosa così che dà il segno di un'epoca al tramonto, più di un evento che finisce sui giornali.

Tutto cambia e per certi versi tutto rimane com'era. Il ciclismo riprende a correre più veloce della storia. Rimane Firenze, la mia Firenze riscoperta attraverso Franco: e curioso che un editore come Ediciclo, che tante volte mi ha fatto viaggiare lontano, ora mi porti così vicino.

Rimangono quella biciclettina rossa e quei sogni di bambino. Rimane quel babbo - il suo ricordo - che a un figlio ha trasmesso la sua passione. Buone radici, comunque possibilità di futuro.  
 









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