lunedì 29 agosto 2016

Se un libro mi aiuta a credere a Re Artù e ai suoi cavalieri

La lettura di questo libro vi farà trascorrere piacevolmente il tempo, ma regolatevi a vostro talento quanto al prestarvi fede e al credere tutto ciò che esso contiene.

Così scriveva nel 1485 William Caxton, primo tipografo di Inghilterra, all'atto di dare le stampe La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, opera di ser Malory che avrebbe definitivamente consacrato il nome e il mito del sovrano dei britanni, di cui tanto si era già parlato nei versi dei bardi, nelle cronache dei monaci e nelle storie dei trovatori francesi.  

Diceva già tutto, William Caxton. Ovvero: vai a sapere se erano vere le imprese di Re Artù, ma in fondo si trattava di cosa meno rilevante rispetto alla possibilità di trascorrere piacevolmente il tempo sprofondandosi nella lettura; ciascuno poi era libero di crederci o non crederci, però in fondo, a pensarci bene, perché non crederci? Le parole non hanno forse il potere di creare mondi?

Quanti studiosi nei secoli si sono affannati a cercare la verità dietro o sotto il mito, provando a individuare quel personaggio storico, quel luogo, quella circostanza. E di tanto in tanto ecco la scoperta, la rivelazione, l'inevitabile bufala.

Io questo libro me lo sono portato in Galles, uno dei luoghi in cui la storia - incerta - più si intreccia con il mito - potente - del sovrano giusto e coraggioso e dei suoi cavalieri. Mi sono lasciato accompagnare dai saggi consigli di Merlino, dai sortilegi di Fata Morgana, dalle giostre dei cavalieri e dall'amore infelice di Lancillotto e Ginevra. E guardandomi intorno, respirando l'aria del Galles, ho sentito che quelli erano i posti, che quelle storie in qualche modo avevano lasciato un segno su quei boschi, quei laghi, quelle scogliere a picco sul mare.

Vero, falso? Che importa. L'immaginazione di Ser Malory - avventuriero che scrisse gran parte della sua opera in galera e non si sa se sia scampato al patibolo - è la magia della letteratura: creare e ricreare il mondo. Fare in modo che tutti noi, almeno per qualche tempo, ci si possa credere.

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