lunedì 18 aprile 2016

La bellezza che affiora nel romanzo che non ti convince

Mi è piaciuto o no? Mi ha deluso oppure mi ha convinto?

Ci sono anche i libri che ti lasciano così, in questa sospensione del giudizio, in questa incertezza che poi per certi versi è anche salutare, perché con la domanda che rimane per aria anche il senso di quella lettura non viene archiviato una volta per tutte.


L'amore, un estate di William Trevor (Guanda edizioni) per me è stato uno di questi libri.

E certo, già porsi domande del genere non è il massimo. Eppure, a pensarci e ripensarci, ne sono sicuro: anche in queste pagine trovo del bello. Come no.

Per esempio: questa Irlanda di almeno mezzo secolo fa, pascoli e pub, chiacchiere e moralismo all'ennesima potenza; questa relazione che non si sa se c'è, se inizia, se terminerà prima di iniziare, in una nube di incertezza, di indeterminazione, che spesso è come va davvero la vita; questo senso di attesa di qualcosa che dovrà pur succedere e non succede mai: e certo spesso la vita è anche questo, un'attesa che non si scioglie, qualcosa che si attende all'orizzonte del nostro Deserto dei Tartari, e quasi sempre è solo un miraggio.

E poi questo giovane senz'arte né parte, che ora tenta di fare il fotografo e ora non crede più né a se stesso né alla fotografia.

Ma soprattutto la casa dove abita, una bella vecchia casa che fa tanto campagna inglese (anche se siamo in Irlanda), questa casa che era dei suoi genitori e che ora, dopo la loro morte, si trova a vendere, vendendo con essa anche le sue radici, il suo passato, le testimonianze e gli affetti.

Magari la bellezza di un libro si trova dove non si cerca, nella direzione opposta e contraria alla quale sembra portarti.

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