mercoledì 6 maggio 2015



Jean: C'è una differenza tra di noi.
Julie: Perché tu sei un uomo e io una donna? Che differenza c'è?
Jean: La differenza, tra un uomo e una donna.

Trovata su una bancarella, acquistata e riletta in un'ora di treno, durante la quale mi si sono ridestati alcuni vaghi ricordi di una remota lettura liceale. Non so se da studente ne fossi rimasto colpito come ora: è presumibile di no, e non solo per il pregiudizio che accompagna i titoli imposti. Piuttosto, a quell'età, è chiaro, non ci si fa ancora a spaziare sulle distese della desolazione umana. E' bella per questo, quell'età.

E ora eccomi di nuovo tra le mani la Signorina Julie di August Strindberg (Adelphi). Un'opera che non sembra vero che sia potuta venire fuori dalla Svezia puritana della seconda metà dell'Ottocento.

La notte di San Giovanni, festa, ebbrezza, sensi più liberi del solito. Attrazioni e rimorsi, provocazioni e sopraffazioni. Eros e opportunismo. La spietata guerra tra i sessi e le gerarchie della società: la signorina Julie e il domestico Jean. Passioni, vibrazioni, parole che sono un fiume in piena verso una livida alba. Tutto in una notte, come il titolo di un film. Tutto in un atto.

Vertigini e convinzioni che vanno a pezzi. "Le mie anime - scrisse Strindberg nella prefazione - sono mescolanze di stadi culturali passati e presenti, brani di libri e di giornali, pezzetti d'uomini, lembi di abiti da festa ridotti a stracci, così come le anime stesse sono rattoppate".

Ora capisco un po' di più cosa intendesse. 

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