mercoledì 11 febbraio 2015

Se il titolo del libro fa la differenza



"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI". Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei.

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura.

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere.

E io concordo.

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