mercoledì 10 dicembre 2014

Il traduttore che scomparve nel nulla

Non venne fucilato un traditore: venne fucilato un uomo per trasformarlo in traditore.

Probabilmente successe anche questo, durante la guerra di Spagna, perché nelle guerre, soprattutto nelle guerre civili, succede davvero di tutto. Gli uomini sono spazzati via, mica solo dal fuoco sulla linea di fronte. Succede di tutto: tradimenti e spari alla schiena, ammazzamenti per paura e per noia, esecuzioni sommarie e fosse comuni.

Succede anche questo: che un inerme uomo di lettere finisca nel bel mezzo di uno dei conflitti più spietati del Novecento; che scelga da che parte stare - senz'altro la parte giusta - e paghi la sua scelta per mano non del nemico ma dei suoi. Chissà per quale trama, quale equivoco, quale manovra obliqua e inconfessabile.

Questa è la storia di José Robles Pazos, amico del grande John Dos Passos e di altri scrittori americani, repubblicano, rapito una notte di dicembre 1936 dai servizi segreti sovietici e sparito per sempre. Inghiottito in una voragine di buio e di silenzio, come molti altri che in quegli anni non si trovarono solo sotto il tiro delle armi fasciste. Volontari internazionali, anarchici, comunisti dissidenti che dovettero anche guardarsi le spalle.

A raccontare questa storia di "uno sconfitto tra gli sconfitti"  è Ignacio Martìnez de Pisòn in Morte di un traduttore (Guanda), libro forse non esaltante, saggio scrupoloso più che narrazione ad alta tensione emotiva, ma che è al merito di gettare un filo di luce su vicende che si vorrebbero consegnate all'oblio.

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