lunedì 15 dicembre 2014

Il matematico che amava la bellezza dei numeri

La sola difesa della mia vita, o di chiunque sia stato matematico nello stesso mio senso, è dunque questa: ho aggiunto qualcosa al sapere e ho aiutato altri ad aumentarlo ancora....

Che libro sorprendente che è Apologia di un matematico di Godfrey H. Hardy (Garzanti), confessione-riflessione scritta sul limitare della vita da una delle grandi menti del Novecento. Un libro in cui non troverete teoremi e dimostrazioni, tanto meno pagine cosparse di quei simboli che impongono la fuga immediata del lettore non specialista. Troverete humour, logica, malinconia. Troverete interrogativi potenti che riguardano la vita e che non solo la letteratura è chiamata a evocare e sfidare.

Non a caso Graham Greene, quando si ritrovò a recensirlo, affermò che assieme ai Taccuini di Henry James si trattava della descrizione più riuscita di cosa significa essere un "artista creativo". Anche ad utilizzare non note, versi, pennelli. Piuttosto le sequenze dei numeri.

C'è il senso della bellezza, in questo libro, perché anche un teorema può essere bello, come una poesia. C'è la battaglia contro l'inutilità, che è l'inutilità che spesso e volentieri viene attribuita alla matematica ma che investe inevitabilmente anche il senso del proprio passaggio nel mondo. C'è l'Inghilterra vittoriana, popolata da personaggi come Bertrand Russell, e c'è il mondo delle università inglesi, in effetti un mondo a parte. C'è la disperata consapevolezza del tempo che passa e che mina inesorabilmente le capacità intellettuali - la matematica esige menti giovani e raccontare piuttosto che dimostrare è già declino. E ci sono le considerazioni e le eccentricità di un uomo le cui ultime parole, in effetti, sono un atto di amore per il cricket, la sua vera grande passione.

Da leggere, questo libro. Non importa se si odia la matematica. Può riuscire addirittura nel miracolo di farcela considerare un po' più amica, nel cammino della nostra vita.

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