giovedì 20 novembre 2014

Due grandi scrittori nel dolore della Grande Guerra

Due grandi scrittori molti diversi, accomunati dallo stesso destino nell'inferno della Grande Guerra. Non come soldati, ma come padri: entrambi saluteranno un figlio che dal fronte non tornerà più.

E dunque, da una parte c'è Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, l'investigatore che è lucidità, ragione, rigorosa deduzione capace di scartare tutto ciò che non è logico. Sconvolto dal dolore, alla morte del figlio Kinsley, si tuffò nello spiritismo: la negazione privata della morte, come qualcuno l'ha definita. Doveva esserci un modo per comunicare ancora col figlio perduto. Fece di tutto per crederci, lui che a Londra contribuì addirittura a fondare una chiesta spiritista.

Dall'altra c'è Rudyard Kipling, altro grandissimo della letteratura, che ci evoca profumi e misteri d'oriente, leggende, folletti che compaiono all'improvviso per spingere bambini in altre epoche. Forse anche lui fu tentato dallo spiritismo. Però non andò molto oltre su questa strada. Piuttosto trascorse il resto della sua vita a curare la memoria pubblica dei morti sui campi di battaglia. Dei moltissimi, tra cui anche suo figlio. Si impegnò nella Commonwealth War Graves Commission e fu lui a scegliere la frase biblica all'ingresso di molti cimiteri di guerra: Il loro nome vorrà in eterno - in effetti tremenda illusione anche questa.

Leggo le loro vicende nel bel libro di Jay Winter edito da Il Mulino, Il lutto e la memoria. E fanno riflettere, come no. Tra le altre cose, anche sulle incommensurabili distanze che separano la vita dentro i libri dalla vita fuori. 

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