lunedì 16 giugno 2014

L'uomo che raccontò il ghetto di Varsavia e non fu creduto

Il testo in sè sono solo poche pagine e verrebbe da dire: si possono leggere in poco, non fosse che pagine così non finiscono più di essere lette, non cessano di aggrapparsi al cuore e di affondare nella nostra carne viva le loro domande senza risposta. In tutta la letteratura della Shoah troviamo poco di altrettanto sconvolgente come Yossl Rakover si rivolge a Dio, l'estremo messaggio che un combattente del ghetto di Varsavia affida a chi verrà, mentre il cerchio della morte si stringe intorno a lui.

Sono parole di sgomento e di fede nonostante tutto, parole per cercare di dare un senso al Dio che si è nascosto - Credo nel Dio d'Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti.

Eppure, del libro pubblicato ad Adeplhi, mi sembrano ancora più straordinarie le pagine - assai più abbondanti - con cui Paul Bodde ricostruisce la storia di questa opera. Perché di opera si tratta e non di testimonianza delle ultime ore della disperata resistenza di Varsavia. Un'opera che ha sempre avuto un suo autore, Zvi Kolitz, ebreo lituano che ai tempi della Shoah non era nemmeno in Europa, ma combatteva in Palestina. E che non ha fatto nulla per nascondersi, anzi. Solo che il mondo non gli ha mai creduto, convinto che pagine così non potessero arrivare che dall'inferno di Varsavia, essere testimonainza autentica.

Ci ha provato in molti modi, il buon Zvi Kolitz, che questo testo pubblicò in Argentina nel 1946 per poi trasferirsi a New York, dove ha continuato a scrivere e, tra le altre cose, è diventato buon amico di Isaac Singer. Però non ci è stato nulla da fare, non poteva che essere un millantatore.

Come perdonarglielo? Sarebbe un precedente pericoloso! Così facendo, non ci vuole nulla poi per sostenere che anche Auschwitz è un'invenzione, e via di questo passo....

Eppure era andata proprio così. Come si narra che un giorno il rabbino di Praga avesse creato il Golem dall'argilla, così Zvi Kolitz con le parole aveva dato vita - vita autonoma - a Yossl Rakover.

Un giorno sarebbe arrivata una testa come
Emmanuel Lévinas a dire di questo testo che era  "vero come solo la finzione può esserlo". Soprattutto sarebbe arrivato Paul Bodde, a trovare l'originale, stampato su una rivista oggi introvabile, conservata all'istituto ebraico di Buenos Aires che negli anni Novanta fu distrutto da un terribile attentato neonazista.

Verità e finzione che si inseguono e sovrappongono ancora una volta. Quel testo che si diceva spuntato tra le macerie e le ossa di Varsavia ed è finito sepolto tra le macerie e le ossa di Buenos Aires.

 

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