venerdì 9 maggio 2014

Era San Pietroburgo, anzi Leningrado, l'inverno del 1941...

San Pietroburgo, che allora chiamare San Pietroburgo era un insulto e presumibilmente anche un reato, San Pietroburgo che allora era orgogliosamente, tenacemente Leningrado. Oppure, familiarmente, Piter. Inverno 1941, una città che è l'estrema trincea opposta ai nazisti. L'assedio che sarà una delle pagine più terribili e cruente di un secolo, il Novecento, che in questo non ha certo scherzato.

E' questa l'ambientazione di uno splendido romanzo su cui ho posato gli occhi solo grazie al suggerimento di un amico - e davvero, quanto è prezioso il passaparola per le nostre letture. La città dei ladri di David Benioff, lo stesso autore della Venticinquesima ora, il libro da cui è stato tratto il film di Spike Lee.

Con questa ambientazione, che cosa vi aspettereste? Solo macerie e corpi straziati, solo dolore o retorica, immagino. E invece quante cose, che ci sono dentro queste pagine. La storia di due ragazzi, amici in tempo di guerra, ma anche molto di più. Humour, emozione, implacabile suspense fino all'ultimo rigo. Una scrittura che lascia parlare la storia, mai sopra le righe, ma sempre capace di arrivare al cuore.

Vaffanculo a Mosca. La sensazione diffusa a Piter era che se doveva esserci un assedio, era meglio che fosse capitato a noi, perché saremmo sopravvissuti a qualsiasi cosa, mentre quei porci della capitale, senza la loro razione settimanale di storione, si sarebbero arresi al primo Oberstleutnant. "Sono peggio dei francesi" diceva sempre Oleg, anche se perfino a lui sembrava un'esagerazione.

Ecco, appena un saggio di scrittura. E ancora rimpiango di essermi lasciato alle spalle un personaggio come Kolja, affabulatore, venditore di fumo, artista della parola e poeta della vita. E ancora stento a credere di aver finito questo formidabile romanzo picaresco, proprio così, picaresco, però ambientato non nella Spagna di Don Chisciotte, ma nella Leningrado del 1941.

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