lunedì 24 febbraio 2014

L'indimenticabile montanaro venuto dall'Abruzzo

Nick Molise era convinto che ogni mattone che aveva posato, ogni pietra che aveva modellato, ogni marciapiede o muro o caminetto che aveva costruito, ogni lastra tombale che aveva ideato appartenessero alla posterità. Aveva una passione tremenda per il lavoro: e con uno sguardo amaro seguiva il sole, il quale, a suo parere, si muoveva troppo rapidamente nel cielo. Terminare un lavoro lo riempiva di una profonda tristezza. Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.

Potete metterci la mano sul fuoco: Nick Molise è uno dei grandi personaggi che la letteratura americana del Novecento ci ha portato in dono. E pensare che non ne è stata affatto avara. Eppure c'è anche lui, insieme al grande Gatsby di Fitzgerald, al Philip Marlowe di Chandler o al Robert Jordan del vecchio Hem. Anche lui tra gli indimenticabili, questo vecchio montanaro venuto dall'Abruzzo, consumato dall'alcol e dalla fatica, ignorante, insopportabile padre padrone, da prendere o lasciare.

E John Fante, già grande per molti altri libri, lo sarebbe anche solo per Nick Molise - e in ogni caso per le pagine del suo ultimo capolavoro, La confraternita dell'uva

Giudice insindacabile in famiglia, certo. Smodato e rissoso fuori, certo. Per molti versi lo stereotipo dell'immigrato italiano. Eppure quanta umanità, in Nick Molise. L'uomo orgoglioso delle sue mani con cui - anche lui - ha costruito un pezzo di America. L'uomo da non prendere mai a modello, ma che per certi versi ha saputo lui prendere la vita per il verso giusto. Magari assieme ai suoi vecchi amici - la confraternita di altri personaggi ugualmente rissosi e insopportabili. Magari sollevando fino all'ultimo un bicchiere di vino, solo per non essere da meno, solo per sentirsi vivo.
 

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