venerdì 24 gennaio 2014

Viaggiando per isole in cui non andremo mai

Prima di tutto è un libro che è un piacere avere sotto gli occhi e sentirlo sotto le dita. Guardarlo, aprirlo a caso, sfogliarlo, puntare il dito su un nome o inseguire un margine che è anche una distanza. Allo stesso mondo degli atlanti su cui molti di noi sognavano da ragazzini. Erano semplicemente belli. E non c'era niente di meglio - a parte forse tuffare le dita nella Nutella - che trascorrere i pomeriggi ad attraversare continenti e confini. Soppesavo i colori e le loro tonalità, toccavo con i polpastrelli i nomi che evocavano i miei altrove. Non ho mai viaggiato tanto lontano.

Ecco, è bello di quella stessa bellezza l'Atlante delle isole remote di Judith Schalansky, pubblicato in Italia da Bompiani. Bello di una bellezza che sembra appartenere ad altri tempi - i  miei, che non sono quelli di un "nativo digitale" con le sue Google maps - ma anche semplicemente fuori del tempo.

Sono cinqunata isole del mondo, così lontane dal corpo dello Stato a cui appartengono che quasi sempre rimangono fuori dalle cartine, non solo dalle rotte. Sono le Sant'Elena disperse nell'oceano. Le isole di Pasqua che in genere non hanno la fortuna di essere rammentate come l'isola di Pasqua.

L'Atlante accende su di loro un fascio di luce. Le mette al centro delle sue mappe: ed è la madrepatria che scompare alla vista. Queste isole sono altrettanti improbabili centri del mondo. E il plurale suono già male, ma rende l'idea.

Sarà necessario andarci, un giorno? Perlomeno coltivarne il desiderio?

Perfino io che ne parlo e che le ho studiate, queste isole non le vedrò mai: ho deciso che esse sono remote, e remote resteranno.

Così afferma l'autrice, e mi piace. Anche se niente mi toglierà dalla mente che molte volte ci sono stato e molte altre volte ci tornerò. Sfogliando questo atlante sul mio comodino.

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