mercoledì 29 gennaio 2014

Raimondo Ricci e il giornalismo al servizio della memoria

Ecco, allora il senso vero di questo libro. Dare forza alle parole quando le forze del corpo sono sempre più ridotte. 
Lasciare traccia.
E non per sé ma per chi ancora può agire.

Devo ringraziare due colleghi come Domenico Guarino e Andrea Marotta per avermi voluto insieme a loro nella presentazione di Io, Raimondo Ricci, Memorie da un altro pianeta (Sagep edizioni), il libro in cui hanno raccolto l'ultima testimonianza di uno straordinario protagonista del Novecento. Raimondo Ricci, appunto: un uomo che, dopo essere scampato alle rappresaglie dei nazisti e a Mauthausen, ha vissuto molti anni ancora impegnando per intero la vita che gli era stata restituita. Come presidente nazionale dell'Anpi e non solo.

Ringraziarli, è ovvio, non tanto per la mia presenza, che certo non ha aggiunto nulla. Ma per avermi permesso di entrare in contatto con la figura di Raimondo Ricci e con la straordinaria lezione che ci ha dato: sul coraggio necessario, sulla coerenza che è una medicina per tante ferite, sulla bellezza che, a coltivarla, è il peggiore smacco per gli assassini.

Ringraziarli, soprattutto, per la prova di buon giornalismo che hanno dato. Penso a un giornalismo che sa andare oltre la notizia del giorno, senza appiattirsi solo sul presente. Che sa dare spessore, profondità, tempo al suo lavoro, facendosi carico anche della responsabilità della memoria. Un giornalismo responsabile, rispetto al dovere della testimonianza e a ciò che dovrà comunque rimanere quando anche l'ultimo testimone non ci sarà più. Sembra retorica. Però basta aprire una di queste pagine senza fronzoli, di Raimondo Ricci e su Raimondo Ricci, per comprendere che è questa la sostanza di una professione che appartiene al tempo.



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