venerdì 3 gennaio 2014

La parola che restituisce vita a Katherine

Pensava a Cechov. Aveva identificato il proprio destino con quello di lui, che ebbe la sua stessa malattia, errò come lei tra le camere d'albergo, scrisse racconti che invidiava, e giunse, anch'egli, ad amare la vita dopo essere uscito dall'incubo della morte. Avrebbe voluto parlargli: in una stanza un po' oscura, tardi nella serata.

Ecco, solo un piccolo assaggio di un libro che è un gioiello, un goiello ancora più bello perché scovato per caso su una bancarella su cui avevo posato uno sguardo distratto. Vita breve di Katherine Mansfield, opera di Pietro Citati di parecchi anni fa, oggi sostanzialmente dimenticata.

Titolo umile, che induce alla sottovalutazione. Cosa sarà se non una biografia di questa scrittrice neozelandese che all'inizio del Novecento ci ha regalato alcuni dei racconti più belli dell'intero secolo?

E no, questa non è una biografia, così come non è un saggio critico, non è nemmeno un romanzo. Forse è solo l'ennesima conferma della potenza della parola, così incredibilmente capace di evocare la vita. Fosse anche il volto di questa giovane donna dai capelli bruni e dagli immensi occhi neri. Fosse anche il suo enigma e perfino la meraviglia di una possibile felicità conquistata nel quartier generale di un corpo presidiato dalla malattia.

E si legge, questo libro di poche pagine e molte suggestioni, si legge così come promette la quarta di copertina di una vecchia edizione della Rizzoli:

Nessuno che abbia cominciato questo libro potrà più abbandonarlo; e passerà insonne la notte chiedendosi chi sia mai stata Katherine Mansfield.

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