venerdì 1 novembre 2013

Una persona che muore è come il personaggio di un libro


Il concerto sta per finire. E ci voleva davvero, un bel concerto. Con che occhi che ora mi guardo intorno. Mi piacerebbe perfino attaccare discorso con qualcuno. Chiacchierare, bere qualcosa, chiacchierare ancora. Non lo farò, mi conosco. O forse sì, chissà.

Quello che so è che domani mattina partirò per il mare. Mi attende una settimana scarsa di ferie che penso di essermi meritato.

Saranno le prime vacanze in cui dovrò fare a meno delle telefonate di mia madre, di quegli squilli che mi coglievano sempre nei momenti meno opportuni.

E lo so che succederà. Sarà magari quando rientrerò nella camera di albergo per fare la doccia e prepararmi per la cena, oppure più tardi, quando uscirò per una passeggiata-boccata d’aria-gelato.

Sarò presto di ritorno, in ogni caso, perché in vacanza non ho mai fatto le ore piccole, mi piace tirare tardi solo con i miei amici, nella mia città, nel mio quartiere, nel mio locale, vai a capire perché, e insomma, sarò di ritorno presto e poi non mi rimarrà altro che un libro, o un po’ di televisione per non perdere l’abitudine.

Solo un attimo prima di spegnere la luce del comodino mi folgorerà un pensiero: «Mia madre oggi non ha telefonato». E qualcosa cambierà, nell’andamento lento di una sera di vacanza.

Lo so, il tempo delle sorprese sarà ancora inevitabilmente lungo. Succederà anche la prossima primavera, quando mi ritroverò con le cesoie davanti alle sue ortensie e la vorrò accanto per sciogliere un dubbio che da solo non ho mai risolto: che faccio, poto?

È così, la morte è in primo luogo una fuga di gesti, di abitudini, di situazioni. Per questo ce ne accorgiamo poco a poco. Una persona che ti lascia è più o meno come il personaggio di un libro: il libro finisce, ma non è che il personaggio ci muoia dentro una volta che giriamo l’ultima pagina.

(da  Paolo Ciampi, Una domenica come le altre, Mauro Pagliai editore)

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