mercoledì 30 ottobre 2013

Se riscrivere un classico non è sacrilegio

Sacrilegio o lavoro sacrosanto perché i classici non smettano di parlarci? Intrigante il dibattito che in queste settimane è stato alimentato da più parti - anche con il servizio di apertura del Venerdì di Repubblica - a proposito della riscrittura dei classici in una lingua più vicina ai nostri tempi, la nostra lingua.
Cosa che diversi editori hanno cominciato a fare, anche con operazioni decisamente ambiziose, basta pensare al Decamerone affidato da Rcs ad Aldo Busi.

Il dilemma non è da poco. Difendere con rigore il testo originale, condannandolo però nei confini della riserva indiana dei pochi specialisti? O permettere che sia liberamente reinterpretato, consegnandolo a una più vasta platea di lettori ma con il rischio di tradirlo?

Ovviamente il dilemma esiste anche perché gli aut-aut in fondo ci piacciono e che pure ci semplificano la vita. Non capisco perché le due cose non possano coesistere, anche nella stessa edizione.

Ma se proprio, sono convinto che anche alle grandi opere debba essere permesso di mettersi in movimento. Di cambiare, come cambia incessantemente la nostra lingua. La penso insomma come Lara Crinò, sul Venerdì:

Dare ai classici nuova vita, nella consapevolezza che un classico, come diceva Calvino, non è solo "il libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire", ma anche quello capace di sopportare trasformazioni, riscritture.

Magari sfuggendo così alla maledizione dei 24 solo 24 lettori. E conquistandone di altri, anche fuori dei recinti dell'obbligo scolastico. 

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