domenica 6 ottobre 2013

In Grecia, ospitalità prima di chiedere il nome

Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell'Odissea, e forse la più notevole è l'ospitalità verso gli stranieri; più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo.

L'arrivo a un villaggio o a un cascinale non è molto diverso da quello di Telemaco al palazzo di Nestore a Pilo e di Menelao a Sparta - così vicino, a volo d'uccello, a Vathia - o dello stesso Odisseo, guidato dalla figlia del re alla reggia di Alcinoo. 

Non esiste descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Odisseo travestito quando entra nella capanna del porcaio Eumeo a Itaca. 

C'è ancora la stessa accettazione senza domande, l'attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome: la figlia che gli versa l'acqua sulle mani e gli offre un panno pulito, la tavola prima apparecchiata e poi presentata all'ospite, la premurosa offerta di vino e cibo, lo scambio di identità e di autobiografie, il letto preparato nella parte migliore della casa - la più fresca o la più calda a seconda delle stagioni - le preghiere all'ospite perché si trattenga a suo piacimento, e infine, alla sua partenza, i doni, sia pure soltanto di una manciata di noci o di mele, di un garofano o di un mazzetto di basilico; e la cura con cui gli si indica la via, accompagnandolo per un tratto e augurandogli buona fortuna. 

(Patrick Leigh Fermor, Mani. Viaggi nel Peleponneso, Adelphi)

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