martedì 8 ottobre 2013

Gli scali del Levante, nel mare che è di tutti

Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so


Inizia così Gli scali del Levante di Amin Maalouf, come una storia raccontata quasi per caso, per le pretese della curiosità e dell'insistenza, come una storia che, si dice, non appartiene ad altri.

E invece no, non ci vuole molto per capire che questa non è solo la storia di chi confessa la sua storia, è storia di tutti noi, è storia che riflette ciò che siamo o che dovremmo essere e che forse potremmo anche essere.

Storia immaginaria dell'ultimo discendente della dinastia ottomana, storia di un secolo che è fin troppo facile definire breve, storia che si affaccia su un mare di cui sembra di catturare perfino l'odore delle spezie trasportate nei secoli dalle navi mercantili.

Il Mediterraneo, mare nostro fin dal suo nome, mare che sta in mezzo, mare che dovrebbe unire e invece spesso ha diviso. E poi il Medio Oriente, crogiuolo di popoli e di religioni, civiltà che si dividono e che però non possono fare a meno l'una nell'altra. E nel cammino di una tragedia che arriva fino a noi, le vicende di questo uomo, eroe per caso e allo stesso tempo scarto,  uomo ponte, uomo che non sa coltivare pregiudizi e risentimenti, lui islamico che sposa un'ebrea nei giorni dell'ira.

Sarà per questo che finirà per anni in una clinica per malati mentali. Sarà per questo che mi piace, quest'uomo da cui mi farei accompagnare al cospetto del mare, per ponderare insieme su ciò che è più duraturo delle nostre follie.

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