sabato 3 agosto 2013

Aspettando i Mondiali di ciclismo con la "prima corsa"

Facevano capannello davanti ai chioschi, i fiorentini. Qualcuno, già che c'era, proseguiva la discussione per l'aperitivo – anzi, per l'ora del vermutte, come si diceva. Non mancava mai chi era disposto anche ad accapigliarsi, per l'uno o per l'altro partito: chi dei velocipedi non ne voleva affatto sapere e chi con essi accoglieva la nuova epoca. 

Certo, non erano discussioni che si facevano nelle fiaschetterie dei popolani, davanti a un bicchiere di vino andante e magari a un mazzo di carte. Se qualcuno avesse vaticinato che un giorno proprio in posti così si sarebbe fatto notte a parlare delle imprese sulle due ruote lo avrebbero preso per matto. La parola sport si era appena insinuata nel vocabolario dei fiorentini: ed era una parola forestiera, come forestiere – e bislacche – erano le pratiche cui essa si riferiva. 


Ma la buona società ne parlava, come no, nemmeno fosse il ballo delle debuttanti, il ricevimento a corte. Se ne discuteva all'uscita dei ministeri e seduti a un caffè come Doney, dove le signore in carrozza si fermavano a prendere il gelato e due uova in tegame venivano servite nientemeno come déjeuner a la fourchette. Se ne parlava nello spaccio di liquori che i fratelli Giacosa avevano aperto nel 1860 davanti a palazzo Strozzi, buon posto per osservare chi passava e per chiacchierare delle cose del giorno.


Almeno era materia nuova su cui accalorarsi.


(Paolo Ciampi, La prima corsa, Mauro Pagliai editore)

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