venerdì 8 marzo 2013

Il bambino prodigio e il dono della poesia

Era il 1995 e la piccola meravigliosa casa editrice Giuntina pubblicava il primo racconto di una autrice sconosciuta in Italia. Si chiama Irène Némirovsky e ancora era da venire il successo di Suite francese, ancora l'Adelphi non aveva cominciato la pubblicazione di tutti i suoi libri.

Non è il caso di stupirsi: la Giuntina aveva già in catalogo autori come Elie Wiesel, Franz Werfel e Abraham Yehoshua, per dirne solo alcuni. E casomai ci sarebbe da ribadire, ancora un volta, il ruolo insostituibile di case editrici così, sul terreno della scoperta e della qualità. Saremmo tutti più poveri senza di loro.

Ma questo è un discorso che non ho voglia di fare ora. Per la testa ho ancora le parole di questo libriccino, pubblicato con il titolo Un bambino prodigio. Non so nemmeno da quanto tempo lo avessi in casa, perché l'ho acquistato e perché dopo tanto mi sono deciso a leggerlo. Ma quante cose, dentro questa cinquantina di pagine.

Un ragazzino con il dono della poesia e del canto, tesoro che scopre di possedere in una delle più sordide taverne di un porto del  Mar Nero. La capacità di parlare al cuore e il peso di un tempo che passa troppo alla svelta. Il bambino prodigio che non è più un bambino prodigio. Le ferite dell'anima curate dalla bellezza della natura e dalle ore consegnate alla lettura. Il genio artistico che non si sa davvero come è che nasce e com'è che si perde. La dissipazione dei talenti...

Aveva solo 24 anni Irène Némirovsky quando pubblicava questo gioiellino. Mi sa che lo rileggerò presto.

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