giovedì 10 gennaio 2013

Storia di Hannah, che non è Emma Bovary

Scrivo questa storia perché le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perché quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire.

Non fatevi sviare dal titolo: Michael mio è un libro dove Michael c'è poco, e quando c'è non è molto più di una possibilità. A esserci, in qualche modo, è Hannah.

Non accontentatevi di confronti troppo facili: perché Hannah non è un'Emma Bovary prelevata dal nord della Francia e trapiantata nella Gerusalemme di un altro secolo.

E poi, dopo aver riconosciuto che questo libro comincia e si conclude dentro la testa di Hannah, nel bisogno di una vita che si possa fare racconto, di una vita che in questo modo sappia trovare alibi e riscatto, ecco, dopo aver riconosciuto tutto questo, non fidatevi: perché Hannah non è Hannah.

Hannah è il suo silenzio. Hannah è un cimitero di emozioni e desideri. Hannah è ciò che gli altri pretendono che sia. Hannah è l'impossibilità di un sentimento pieno, di un'aspettativa realizzata.

E' ciò che non è, ben oltre questa storia di un matrimonio fallito.

E Gerusalemme sa essere perfino autentica in queste pagine. Autentica ma anche luogo letterario perfetto, come lo è stata Parigi alla fine di un secolo (di diversi secoli) o New York in altri tempi, per raccontare questa storia di distanze e frasi spezzate. Il luogo ideale per la scrittura di Amos Oz.



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