giovedì 24 gennaio 2013

Se l'editoria-fai-da-te rischia di essere un vicolo cieco

Diciamo che può funzionare per qualcuno, ma che è meglio non farsi illusioni, per la stragrande maggioranza sarà più un vicolo cieco che una scorciatoia.

E' decisamente interessante il paginone centrale che, a firma di Stefania Parmeggiani, Repubblica ha dedicato all'editoria fai-da-te, o come sembra più nobile dire, al self-publishing. Fenomeno in crescita anche in Italia, col suo ampio esercito di autori di thriller, gialli, fantasy, romanzi erotici e quant'altro, ma dove certo non è tutto oro quello che luccica: tanto che mi pare di scorgere qualche sarcasmo nel titolo dell'articolo centrale, Best seller fatto in casa.

E dunque diciamo pure che l'Italia non è gli Stati Uniti, dove un'Amanda Hocking con il self-publishing ha guadagnato la bellezza di due milioni di dollari e  alcuni grandi autori hanno già abbandonato i loro editori, allettati da royalty del 70 per cento; e non è nemmeno la Spagna, dove pare che l'editore tradizionale abbia cominciato a pescare tra gli autori fai-da-te.

 Però se c'è chi ce la fa, anche negli altri paesi, la realtà complessiva è un'altra, come scrive Stefania Parmeggiani:

In America l'84 per cento degli autori si divide il 28 per cento dei download, il che significa che se un esordiente scendesse in strada cercando di vendere il libro fotocopiato ai passanti (più o meno quello che Moccia sostiene di avere fatto ai suoi esordi) guadagnerebbe di più.

O forse ciò che si chiede all'autore non è di essere un bravo autore, ma di fare ben altro, anche le cose che dovrebbe fare l'editore di cui, per scelta o per necessità, è privo: per esempio far conoscere il libro.

Perché è facile andare in rete, assai più difficile fare in modo che qualcuno se ne accorga. Forse più che a scrivere bisognerebbe essere bravi ad autopromuoversi sui social netowork e sui blog. Non so se mi piace.


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