mercoledì 29 febbraio 2012

Se lo scrittore è un ghost writer

Ebbene, era deciso, sarei stata la sua ombra, il suo doppio, il suo fantasma, mi sarei insinuata nei meandri della sua anima. "Ghost writer!".

Non mi ci sarei persa, né avrei perso la mia anima, e sarebbe stato il più bel romanzo del mondo, tragico e forte - non la leggenda insipida concepita dagli agenti pubblicitari, ma un romanzo vero, e un vero romanzo.


Dopotutto, tentavo di convincermi, tra ghost writer e scrittore, dove si situava la differenza? 


Un romanziere inventa i suoi personaggi, gli dà vita, li immagina differenti da lui, e differenti gli uni dagli altri, cerca le loro voci, il loro respiro, si lascia possedere da loro fino a scoprirli, a conti fatti, nelle loro stesse differenze, ed è il miracolo della letteratura, tanti volti di se stesso.


Non era quello che ogni "negro" doveva tentare, cioé cancellarsi, lasciare passare l'altro attraverso se stesso, dargli vita, trovare la sua voce?


In fondo, ogni scrittore era un ghost writer a modo suo...

(Michel Le Bris, La bellezza del mondo, Fazi editore)

martedì 28 febbraio 2012

Saramago e il silenzio da cui nascono le parole

Quanto è importante usare con parsimonia le parole. E usarle con la giusta sobrietà, che per la pagina scritta vuol dire, per esempio, anche contenere quell'epidemia di maiuscole che alle parole fa tanto male.

Su tutto questo ci ha ben consigliato il grande scrittore Josè Saramago, suggerendoci, a mali estremi, la cura definitiva del silenzio.

Il silenzio, per sua definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, analizza, osserva, pondera e valuta. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è la terra scura e fertile, l'humus dell'essere, la muta melodia sotto la luce solare. Su di esso cadono le parole. Tutte le parole. Parole buone e parole cattive. Il grano e la zizzania. Però solo il grano dà il pane.

Così dice Saramago e sono assolutamente d'accordo. In genere le cose si dicono meglio per sottrazione, non per accumulo.

Le parole sono seme che cade nel solco arato del silenzio. Ed è vero: se sono buone parole da esse cresce il grano che dà il pane.

Aggiungo: anche dopo, il silenzio serve, perchè è il lievito delle parole.

Non ci sarebbe discorso, senza il silenzio. Così come non ci sarebbe musica senza le pause.

lunedì 27 febbraio 2012

Quanta Africa nella bellezza dell'America

In verità, si viaggia per viaggiare, o per aver viaggiato - e quanti mondi nascono, al ritorno, nelle parole pronunciate, nelle immagini mostrate?

Che libro, La bellezza del mondo dello scrittore bretone Michel Le Bris (Fazi editore), un libro per viaggiare lontano e per perdersi, un libro che è un continente di carta e anche più, un libro che davvero riesce a trasmettere quel brivido che forse davvero solo la bellezza del mondo.

Quella bellezza che dà il titolo a questa storia (molto) romanzata di due straordinari personaggi che hanno segnato l'immaginario americano del primo Novecento.

Lui, Martin Johnson, da ragazzo compagno d'avventure di Jack London, l'uomo che apre la strada ai grandi documentari sui viaggi e sulla natura (una storia che, per dire, arriva a National Geographic).

Lei, Osa, la ragazza venuta dalla provincia americana, quella delle torte di mele e delle feste del Ringraziamento, ma anche di un'epopea della Frontiera che non appartiene a un tempo troppo distante, Osa che a New York diventa una delle più acclamate femmes fatales, Osa che è seduzione e avventura e che nel 1933 ispirerà l'eroina del film King Kong.

E la loro è davvero la storia di una "bellezza" scoperta, attraversata, raccontata, la bellezza di un'Africa che in questi anni non è più solo la terra incognita, la terra oscura e selvaggia dei primi esploratori, che piuttosto sta diventando suggestione culturale, progetto buono anche per Hollywood, moda per un Occidente frastornato dalla Grande Guerra.

E allora non c'è solo il Kenia dei leoni e dei rinoceronti, c'è prima di tutto New York, la New York dei ruggenti Anni Venti, proibizionismo e jazz, gangster e donne decise a dare scandalo.

E poi le cose stavano mutando. L'Afica cominciava a essere alla moda. Non si parlava di uno stile jungle? Dieci anni prima nessuno immaginava che i negri di Harlem avrebbero conquistato Broadway. I tempi cambiavano.

Altre giungle, di luce e grattacieli. Altre distanze. Altri pericoli. Un anelito di libertà e bellezza che non cambia.

domenica 26 febbraio 2012

Quale vita dietro il Don Chisciotte

Dove finisce la vita e dove comincia la fantasia che genera un capolavoro?

A questo ho pensato leggendo la vita di Miguel de Cervantes su uno degli ultimi numeri di Storica.

Miguel de Cervantes, uno dei grandissimi della letteratura di ogni tempo, autore di quel Don Chisciotte che forse in Italia non è letto come si dovrebbe.

Miguel de Cervantes: che vita. Vagabondo che vive di espedienti da ragazzino a Siviglia. Una rissa a Madrid che lo condanna al taglio della mano destra, sentenza a cui si sottrae con la fuga, una delle tante. La decisione di arruolarsi nell'esercito spagnolo e la battaglia di Lepanto in cui chiederà di schierarsi in prima linea, una pallottola di archibugio che lo ferisce al petto e un'altra che gli paralizza la mano salvata in precedenza.

Altre battaglie, in lungo e in largo per il Mediterraneo. Fino a quando si congeda e si predispone a un'altra vita, solo che la nave che lo riporta in Spagna viene catturata dai pirati Berberi e lui portato schiavo ad Algeri (una vicenda che per forza di cose a me ricorda Filippo Pananti, ma questa è un'altra storia).

Anni di schiavitù, poi il ritorno a casa, senza che anche allora manchino guai e prigioni.

E poi si dice il Don Chisciotte, frutto del genio di un grandissimo scrittore. Quanto di Miguel c'è nel nostro cavaliere di carta?


sabato 25 febbraio 2012

Un grande romanzo sul senso della colpa

L'avevo cominciato prendendolo un po' sottogamba, Espiazione di Ian McEwan - come capita con un libro che ti trovi in casa senza sapere bene perchè. E non senza qualche diffidenza, sarà che l'ambientazione in una residenza dell'aristocrazia rurale britannica non è certo nuova.

Ma poi che pagine che sono queste. Anche se non pretendono di essere facili e scorrevoli come un torrentello di parole.

Espiazione è un grande romanzo sulla colpa, anzi, sul senso della colpa. Sui grandi interrogativi della morale fuori da ogni grande visione morale, perché in gioco qui c'è semplicemente il modo di stare al mondo, di relazionarci agli altri.

Semplicemente: si fa per dire. Perché la colpa è anche questo: segno, cicatrice. Ciò che rimane quando gli eventi sono alle spalle.

E forse la cosa che fa più impressione è proprio questo. Quanto rimane nel passare del tempo. La forza delle conseguenze che discendono anche da un singolo gesto, da una debolezza o da uno smarrimento.

La colpa di una ragazzina di 13 anni che scarica la colpa su una persona innocente. E'accusato che per tutta la vita ne sarà segnato. Però anche l'accusatore che non se ne libererà più. Tanto che la narrazione scandisce un percorso di espiazione di un'anziana: un tempo era proprio lei quella ragazzina.

Alla fine chiudi questo libro e mettendolo via già sei alla prese con la malinconia del lettore, che sa fin troppo bene che anche questa volta i fili di questa storia, i suoi personaggi, svaniranno dalla sua memoria.

Però ecco, sono sicuro che l'emozione di questa lettura rimarrà anche quando di questo libro mi rammenterò poco o niente.

Succede, succede proprio con i grandi libri.

venerdì 24 febbraio 2012

Elizabeth non aveva paura degli specchi

Mi è sempre piaciuta la figura di Elizabeth Von Arnim, scrittrice che riuscì a vivere la sua vita in un'epoca in cui la donna avrebbe dovuto seppellirsi tra le mura di casa, magari concedersi solo qualche tè tra amiche, qualche pranzo in società con il marito.

Donna libera, indipendente, capace di vivere con ironia le varie vicende, di affermarsi in un panorama letterario tutto al maschile, di sottrarsi al peso dei pregiudizi.

Anche ai pregiudizi che è più difficile superare, quelli che noi stessi coltiviamo nei nostri confronti.

Quei pregiudizi che per esempio ci impediscono di accettare il tempo che passa, di sentire che noi stesso siamo il tempo. Che stiamo scivolando via nel fiume e niente ci lascerà fermi su una sponda.

A 70 anni Elizabeth scrisse nel suo diario:

Adesso sono davvero una donna anziana, e non devo dimenticarlo. Ci si abitua talmente ad essere giovani che si finisce per credere che sarà per sempre. Mi devo ricordare che non è così, e mi aiuteranno gli specchi.

Mi aiuteranno gli specchi, che belle queste parole. Quegli stessi specchi a cui prima o poi viene da sottrarsi. Gli specchi che a volte ci inducono perfino a barare.

E lei, Elizabeth, la donna che molto ha vissuto, tra divorzi e amanti, la bella Elizabeth, con questa splendida lezione di vita.

giovedì 23 febbraio 2012

Bill Bryson e le domande senza risposta

Potete leggerlo in diversi modi, Breve storia di (quasi) tutto di Bill Bryson. Mortificandovi per quanto finora non avete mai osare sapere oppure lasciandovi semplicemente scuotere dalle molteplici brezze della curiosità, delle digressioni, delle domande (quasi) tutte con risposta.

Bill Bryson, si sa, è uno scrittore viaggiatore molto conosciuto per il modo con cui ci ha raccontato le sue peregrinazioni nelle città europee o sulle montagne americane, con una leggerezza che non fa a pugni con l'intelligenza.

Questa volta ci prende per mano e ci conduce in un viaggio di tutt'altro tipo, attraverso i segreti del nostro mondo, che poi quasi sempre sono segreti perché non proviamo a porci le domande giuste.

Certo, lo zampino ce lo mette anche la scienza. E questo ce lo dice anche Bryson, che a proposito delle sue letture scientifiche giovanili, meglio dei suoi tentativi di lettura, ci dice:  

Era come se, con sobrietà, volesse mantenere il segreto su tutte le cose interessanti rendendole incomprensibili.

E se lo dice un uomo di cultura anglosassone, figurarsi cosa si dovrebbe dire in Italia.

Però poi lui parte per questo viaggio che usa la scienza per raccontare il nostro mondo e la nostra vita. E quante cose che si imparano, con piacere, per di più.

Alla fine però il motivo di maggiore meraviglia non è la capacità dell'uomo di scoprire e di trovare risposte. Ma l'esatto contrario, come ci spiega Bryson:

E come mai, diciamocelo, questi scienziati che sembrano sapere quasi tutto non sono ancora in grado di prevedere un terremoto e neanche di dirci se per andare alle corse di mercoledì prossimo dovremo portarci l’ombrello?

E' bello coltivare anche la meraviglia per quanto non si sa, non si sa ancora.

mercoledì 22 febbraio 2012

Quando la Borsa di Amsterdam fallì per i tulipani

E dunque, non sapevo che la prima Borsa del mondo è stata quella aperta ad Amsterdam nel 1609, tanto meno sapevo che di lì a poco anche quella prima Borsa fece crack, come spesso capita alle Borse. Nè che a rovinare gli speculatori allora non furono i derivati e i titoli spazzatura, ma i tulipani, visto che a quei tempi si poteva tentare di speculare anche sugli innocentissimi bulbi.

Non lo sapevo e ho appreso tutto questo grazie a quella splendida rivista che è Storica. Ed è su di essa che mi sono imbattuto anche sulle parole di Jossé de la Vega, mercante ebreo olandese, poeta e filantropo, che nel 1688 scrisse Confusione delle confusioni, dedicato proprio al mondo degli affari. Da Storica recupero tre splendide citazioni:

Non consigliare a nessuno di comprare o vendere azioni. Poiché formulare previsioni è una forma di stregoneria, è meglio di non vantarsi di fare il consulente finanziario.

Il profitto del mercato azionario è come il tesoro dei folletti: un momento è cenere; un altro momento è carbone; un momento sono diamanti; un altro momento ancora sono ciotoli.

Ma soprattutto:


Accetta sia i tuoi profitti sia le tue perdite. E' preferibile incamerare ciò che ti arriva fra le mani nei momenti favorevoli che sperare che la buona sorte e le circostanze favorevoli durino a lungo.

Che poi, curiosamente, mi ricordo quello che andava ripetendo un monaco buddista giapponese nel tredicesimo secolo, Nichiren Daishonin:

Soffri per quel che c'è da soffrire e gioisci per quello c'è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita...

Come dire che dai disastri dell'economia si possono ricavare buone parole per la cura delle nostre vite. 



martedì 21 febbraio 2012

Il poeta che divenne tale grazie agli insetti

Un giorno mi imbattei in un mio simile. No, non un visitatore, un professore o qualcosa del genere, lavorava al museo.... Era così distratto o privo di pregiudizi che mi trattava come un adulto. Era uno di quegli angeli custodi che ogni tanto apparivano nella mia infanzia e mi sfioravano le ali.


Così racconta Tomas Transtromer, il più grande poeta vivente scandinavo e Nobel per la letteratura 2011, in I ricordi mi guardano (Iperborea), piccolo delizioso libretto in prosa in cui racconta della sua adolescenza.

Pagine in cui scopriamo che il grande poeta non è nato con la poesia, no. O che almeno non è diventato tale grazie a quello che consideriamo poesia.

Non le letture di Ovidio, Shakespeare o quant'altri hanno fatto sì che Tomas Transtromer diventasse Tomas Transtromer, ma forse proprio quello sconosciuto incontrato in un museo della scienza, frequentato per una di quelle impetuose passioni da ragazzino che forse possono celare una vocazione, o forse no.

Un professore o qualcosa del genere. Una persona che con il ragazzino condivide la stessa passione per le scienze naturali. Anzi, per l'entomologia.

Forse diventerà uno scienziato, quel ragazzino. O forse... forse qualcos'altro, perché se la poesia ha a che vedere con la bellezza, è proprio questo che gli portano in dono gli insetti.

Senza rendermene conto feci molte esperienze di bellezza. Mi muovevo nel grande mistero. Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi.

E' proprio in quel momento che nasce un poeta che forse avrebbe potuto diventare uno scienziato.

Con quel professore, con quegli insetti.

lunedì 20 febbraio 2012

Gli anni Ottanta, una radio e i Rolling Stones


Erano i tempi in cui assieme a Eugenio Finardi, che chissà perché piaceva tanto, si cantava se una radio è libera ma libera veramente piace anche di più perché libera la mente. E qualcuno non si limitava a canticchiarla allo specchio, o improvvisando tre accordi alla chitarra, qualcuno ci provava davvero, a fare una radio, chi l'avrebbe mai detto.

Oppure no, erano i tempi in cui tanta gente aveva fatto indigestione di cortei e assemblee, e come darle torto, così aveva disoccupato le strade dai sogni, tirato giù qualche poster dalle pareti, abbandonato l'eskimo in fondo all'armadio, e c'era chi aveva acquistato un biglietto per la California, chi aveva fantasticato su un pullmino per l'Afghanistan, chi si era rassegnato alla panchina sotto casa.

Oppure no, erano i tempi in cui tutto sembrava promettente, spumeggiante, inebriante, bastava tagliare i ponti con certe ideologie, bastava stare al passo e magari saperci fare, pensate alla Milano da bere,  magari Firenze era Firenze, però c'era sempre una passerella e un vernissage, un assessore da corteggiare e un conto in banca da curare. È un mondo senza futuro. Finalmente possiamo rilassarci, diceva Cipputi ed era più lungimirante di un maestro di pensiero della rive gauche.

Oppure no, erano i tempi in cui, gratta gratta, sotto quella patina scintillante non c'era niente, però non è che tutto fosse come prima, c'era qualcosa, almeno qualcosa da fare, mica solo  dibattiti e discoteche, briscole alle case del popolo e patatine fritte in birreria, e non si cambierà il mondo, ma al mondo si può stare meglio con la musica giusta, con i locali dove si respira aria nuova, con altre parole e altri suoni in circolo nelle vene di una città.

Anni Settanta, anni Ottanta, anni.... Non importa nemmeno dire di quali anni racconti Daniele Locci in questo suo primo romanzo, che dei migliori debutti presenta tutta l'originalità e la freschezza, con in più la sapienza e la forza narrativa degli autori più navigati.


domenica 19 febbraio 2012

I ribelli che parlano ai nostri tempi

Sono parole, parole autentiche, parole che prima di essersi depositate su queste pagine hanno avuto il privilegio di essere dette e ascoltate, parole come dono, emozione, testimonianza che va ben oltre quella necessaria per i tribunali, gli archivi, i libri di testo.

Parole che diventano immagini, fotogrammi di una storia che qualcuno vorrebbe liquidare una volta per tutte, guizzi di vita vissuta che ancora reclamano giustizia e capacità di indignazione, che ancora sconfessano ogni tentazione di neutralità, perché la neutralità può essere anche la strategia dello struzzo, o peggio ancora, l'ipocrisia di chi va affermando che di notte tutti i gatti sono bigi. E invece no.

Bisogna ascoltarle queste parole, che Domenico Guarino e Chiara Brilli hanno saputo e voluto raccogliere, mettendo il loro mestiere di giornalisti al servizio di un dovere di memoria.

In Ribelli! (Infinito edizioni) ci sono le voci degli ultimi partigiani che raccontano la loro Resistenza: non come una commemorazione ufficiale, fuori da ogni retorica. La Resistenza come l'hanno vissuta, come li ha accompagnati poi per una vita intera, lasciandoli sulle rive di un nuovo millennio e di un'Italia diversa, quanto diversa.

C'è chi è partito ragazzino e alla macchia è diventato uomo. C'è la donna che ha fatto la sua scelta per amore e l'uomo che ha scelto da che parte stare per la vergogna del padre affamato, sorpreso a mangiare per strada roba che nemmeno i maiali. C'è il poco cibo diviso in parti uguali, ci sono gli spari nella notte.

Storie che dicono, non parole per seppellire.

E quando lo chiudi, questo libro, cominci a capire cosa intendeva davvero Italo Calvino, quando diceva:

La memoria conta solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di diventare senza smettere di essere e di essere senza smettere di diventare.

sabato 18 febbraio 2012

Una vita intera nel deserto dei Tartari

Figurarsi che la prima volta che mi capitò di leggere Il deserto dei tartari di Dino Buzzati fu tanti anni fa, per portarlo all'esame di terza media: lettura non dico sconsigliata per un adolescente, ma certo intempestiva, perché questo è un libro che è come il vino che invecchia acquistando un corpo diverso, arricchendosi di sfumature che fanno la differenza.

In seguito a lungo mi sono fatto accompagnare dalle sue domande metafisiche, dalla vertigine dell'attesa che inghiotte  la vita intera del tenente Drogo, magari anche dalla fame di un nemico, perché anche un nemico può regalarti un senso...

Solo più tardi ho capito che il senso è piuttosto abbandonare la fortezza e scommettere su un altrove... ma è da qui, è dal deserto dei Tartari, che bisogna sempre partire... è il deserto dei Tartari che pretende sempre da noi una risposta...

E ancora oggi torno alle pagine che mi raccontano di quell'attesa, del giorno della battaglia che forse sarà domani, o domani ancora, ma mai oggi, di quella vita che aspetta perennemente la sua chiamata, il suo banco di prova, il gesto che le attribuirà un senso, pure nella sconfitta...

E tutto questo con il passo del romanzo di avventura (senza avventura), da ragazzino appunto...

Ci sono libri che fai fatica a catalogare anche come capolavori, perché devi andare oltre un giudizio sulla qualità, non ci sono stelle o voti o categorie di valutazione che esprimano quanto un libro è entrato nella tua vita, quanto ti è stato essenziale.

Per me un libro fondamentale. Credo per parecchi.

venerdì 17 febbraio 2012

Ma dov'è l'Ulisse di James Joyce?

Dicono che sia una festa per i filologi ma che per tutti gli altri le questioni che pone sono da rompersi la testa.

Dicono che per quanti sforzi si faccia per restituirlo alla sua versione originale non si arriverà mai da nessuna parte, perché è impossibile provare a ricostruire un testo perfetto che non esiste o non esiste più.

Dicono che non ci si può fare proprio niente, perchè lo stesso James Joyce continuò a correggerlo e ricorreggerlo senza sapere più, a un certo punto, cosa aveva davvero tra le mani.

E comunque c'è poco da fare, tanto è un libro che è un'impresa leggere, lasciato lì anche da alcuni dei più grandi estimatori. Lo stesso Hemingway si sperticava in lodi ma lo lasciò dopo poche pagine.

Chissà quante cose si può dire e non dire dell'Ulisse di Joyce. Tutto questo, tra l'altro, me lo rende quasi divertente.


Tuttolibri ha parlato recentemente della nuova edizione proposta dalla Newton Compton, proponendo il confronto tra il suo incipit e quello della classica traduzione di Mondadori, una cinquantina di anni fa.

Così cominciava quest'ultima:

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro.

E così comincia la nuova traduzione:

Statuario, il pingue Buck Mulligan spuntò in cima alle scale, con in mano una ciotola di schiuma su cui giacevano in croce uno specchio e un rasoio. La vestalia gialla, slacciata, era lievemente sostenuta alle sue spalle dall'aria delicata del mattino.

Ma di quale libro stiamo parlando?





giovedì 16 febbraio 2012

La dolce vendetta di Elizabeth

Elizabeth von Arnim scrisse 21 romanzi, ebbe due mariti, un conte tedesco oppressivo e un conte inglese vendicativo, cinque figli che non le diedero grandi soddisfazioni, un certo numero di amanti e di amatissimi cani....

Che bella, la pagina che Natalia Aspesi, su Repubblica, dedica a Elizabeth von Arnim, donna che nacque in Australia, morì negli Stati Uniti, ma visse in Germania, Inghilterra e altri paesi; donna libera e irrequieta, grande scrittrice, a cavallo tra Ottocento e Novecento.

La sua storia è anche la storia di quanto sia stato difficile per le donne strappare non solo il diritto al voto, ma anche il loro posto nella letteratura. Scrive Natalia Aspesi:

Scrivere allora era l'unica forma di creatività femminile appena tollerata, e le scrittrici venivano spesso considerate creature sospette, poco raccomandabili, anche ridicole, almeno secondo la stampa satirica. Molte autrici sceglievano di tutelarsi, nascondendosi dietro un nome maschile...  Dopo furibondi litigi domestici, quella che poi avrebbe scelto di firmare i suoi ventun libri come Elizabetg von Arnim, ottenne dal marito il permesso di pubblicare la sua prima opera, a patto che risultasse di anonimo autore, in modo da rendere impossibile identificarla per non macchiare il glorioso stemma di famiglia.

Quel libro era Il Giardino di Elizabeth e ha rappresentato la più deliziosa delle vendette. Perché ancora oggi viene pubblicato e letto - in Italia lo ha fatto Bollati Boringhieri - e sulle sue pagine è possibile scoprire questa scrittrice ironica, spregiudicata, perfino spietata nel mettere in croce una società boriosa, superficiale, vecchia, ingiusta.

Del marito e del suo glorioso stemma di famiglia oggi non si ricorda più nessuno.... la vendetta più deliziosa è anche quella che si serve fredda e si consuma nel tempo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Quella strana solitudine dei vecchi mobili

I mobili che sin dalla nostra infanzia siamo abituati a vedere risvegliano in noi dei sentimenti che molti uomini conoscono.


E tuttavia, per quanto ne so, non si attribuisce ai mobili il potere di risvegliare in noi delle idee di una stranezza tutta particolare; mentre io so da un po' di tempo e per esperienza che ciò è spesso possibile.

Si è talvolta notato sotto quale singolare aspetto si mostrano dei letti, degli armadi con specchiera, delle poltrone, dei divani e delle tavole quando li si scorge di colpo in mezzo alla strada, in una scenografia nella quale non siamo abituati a vederli, e questo capita durante i traslochi, o in alcuni quartieri davanti alle porte delle botteghe dei mercanti che espongono sul marciapiede i pezzi migliori della loro mercanzia.


I mobili ci appaiono in una nuova luce, sono ricoperti da una strana solitudine.....


(Giorgio De Chirico, tratto da Claudio Paolini, Cose.Una piccola antologia, Polistampa editore) 


martedì 14 febbraio 2012

Quando gli oggetti diventano cose

Che differenza c'è tra le "cose" e gli "oggetti"?

Non ci avevo mai pensato, e forse avevo percepito qualcosa solo nel mezzo della scrittura di Una domenica come le altre, quando ho provato a raccontare una serie di sensazioni - un curioso impasto di familiarità ed estraneità - provate entrando in camera di mia madre dopo la sua morte.

Ora un piccolo libro in cui mi sono imbattuto per caso mi ha aiutato a capire. Si chiama - e come se no? - Cose. Una piccola antologia, l'autore è Claudio Paolini, è stato pubblicato da Polistampa per i Quaderni del servizio educativo, non un titolo facile da trovare in libreria, insomma.

Di solito, ci spiega Paolini, usiamo il termine "cose" quale sinomimo di "oggetti",  però lo avvertiamo a pelle, che tra le due parole c'è almeno uno scalino emotivo. Dice, Paolini:

Gli oggetti sono con ogni evidenza manufatti legati a un uso specifico che li riconduce al quotidiano. Hanno una loro precisa caratterizzazione che li costringe in un tempo e in uno spazio delimitati. Si guastano, si rompono e sono soggetti a tutti gli accidenti del caso.


Le cose, viceversa, sono gli oggetti quando questi si caricano di relazioni tali da far sì che la loro dimensione materiale si accompagni a quella metafisisa dei sentimenti e del ricordo.

Bello pensare che gli oggetti possono diventare cose, non per cosa servono, ma per il modo con cui si legano a noi, per le emozioni che si sprigionano nel rapporto.

Ora mi torna. E mi piace pensare che il senso della nostra vita sia anche questo, investire gli oggetti che ci circondano di sentimenti e ricordi, trasformarli in cose.


lunedì 13 febbraio 2012

Eduardo Galeano e le parole che meritano

Non pensare di essere la voce di altri, perché tutti hanno la loro voce, il problema è saperla ascoltare. E ancora, parlare solo quando la parola ha più significato del silenzio.

Sono queste le due grandi lezioni che ci regala Eduardo Galeano, il grande scrittore sudamericano, in un'intervista di Sebastiano Triulzi su Repubblica.

Spiega Eduardo Galeano:

La convinzione di essere la voce di quelli che non l'hanno è però un grave errore poiché tutti abbiamo una voce. Il problema è che non sempre viene ascoltata.

Spiega ancora, Eduardo Galeano, richiamando una lezione che a sua volta gli dette un altro grande, Carlos Onetti:

Una volta mi disse: le uniche parole che meritano di esistere sono quelle migliori del silenzio. Non solo gli scrittori ma anche i politici dovrebbero imprimerselo nella mente. Il silenzio è un linguaggio perfetto ed è dura per la parola competere. Per questo riscrivo più volte un testo finché non sento che è migliore del silenzio.

Grandi parole, più grandi del silenzio, almeno questa volta.

domenica 12 febbraio 2012

Una bambina italiana in un altro Giappone

Lo so che La nave per Kobe  di Dacia Maraini è un libro che può non piacere, che può perfino deludere qualcuno, che magari si aspettava un romanzo e invece si è scoperto a inoltrarsi nei territori delle memoria privata.

Ed è vero, dipende proprio da ciò che ci si aspetta. Io l'ho comprato quasi per caso, solo perché mi era cascato l'occhio sulla copertina mentre gironzolavo tra gli scaffali di una libreria amica. Ora però posso dire di aver fatto davvero un buon affare. 

Certe volte capita così, non devi tuffarti nella trama, ma abbandonarti al flusso delle parole, che sono prima di tutto ricordi di luoghi, persone, stagioni. La memoria può essere più affascinante di qualsiasi invenzione letteraria.

Dacia Maraini ritrova i diari compilati dalla mamma in Giappone, il paese in cui la sua famiglia decise di trasferirsi, lontano dall'Italia fascista. Diari privati, come dovrebbero sempre essere, chiaramente non pensati in vista di un qualsiasi lettore. Poche righe di tanto in tanto, senza nessun ordine, seguendo solo l'istinto o un'urgenza del cuore, più promemoria che altro.

Parole su cui si innestano i ricordi di Dacia bambina, ma anche le riflessioni della donna più matura, della scrittrice affermata. Non so dire bene cosa ne venga davvero fuori. Però è quasi come un film costruito con un montaggio nervoso e continui salti di tempo e di luogo.

Bella la storia di questa famiglia che prova ad allontanarsi dalla storia di un mondo che sta andando per il verso sbagliato, che dice no al fascismo e ai suoi tentativi di impero per andare in un posto che davvero sta su un altro pianeta.

E intrigante questo Giappone, paese enigmatico e gentile, prima delle devastazioni della guerra e le accelerazioni del dopoguerra.

E quante cose vengono in mente, tranne poi ricredersi e convincersi che poi niente di tutto questo è davvero importante, che è il Giappone ma potrebbe essere anche il paese di Heidi, che quello che conta qui dentro sono solo gli affetti di una famiglia e il lavorio del tempo che passa e tutto cambia.

sabato 11 febbraio 2012

Se una nevicata così si era già letta

Ma come mai ogni ondata di maltempo è sempre la peggiore, inattesa e terribile come non si vedeva da un pezzo? Non sarà perché abbiamo perso il senso del tempo, della sua profondità, del suo valore?

Così ci suggerisce Antonio Scurati, su una pagina sulla Stampa - titolo, Una nevicata così si era già letta - che tocca senz'altro un tema di forte attualità visto gli sconquassi del Generale Inverno, e che pure mi piace pensare come un intervento a futura memoria.

Afferma Scurati:


Le forti nevicate, le grandinate, gli acquazzoni ci calano in un clima mentale da emergenza perpetua perché non riusciamo più a tessere mentalmente la trama che lega il passato al presente e, tramite questo, al futuro. Lo si sa: da qualche tempo qualcosa si è spezzato nel conto del tempo.

E certo nel conto del tempo va messo anche l'inefficienza (peraltro cronica e quindi non nuova) del nostro paese; come pure il bisogno di enfatizzare e spettacolarizzare l'emergenza. Ma detto questo, serve, come no, la cura che ci propone Scurati:

La letteratura in questo ci può aiutare. la letteratura vive, infatti, per sua natura, in un tempo più grande del presente.

E allora vengono in mente i gelidi inverni in montagna dei partigiani di Beppe Fenoglio oppure la Londra ghiacciata dei disperati di Dickens. E non si può che dare ragione a Scurati:

In letteratura un inverno non sarà mai solo questo inverno.

venerdì 10 febbraio 2012

Divertirsi e commuoversi con le ceneri di Angela

Che dire de Le ceneri di Angela di Franck McCourt (Adelphi) che non sia ancora stato detto?

Pensare che per un bel pezzo questo libro se n'è stato desolatamente in fondo alla mia pila di libri in attesa di lettura.... guardato con un misto di sufficienza e di diffidenza, sarà per il film (che mi dicono non sia un granchè), sarà perché viene facile diffidare per principio di ogni best seller, anche se, a pensarci bene, trattasi di atteggiamento decisamente spocchioso e anche un pizzico autolesionista.

Di questo sono convinto: un libro è davvero grande non quando si "limita" a destarti una grande emozione (e magari ci fossero tanti libri che si "limitano" a tanto), ma quando ti provoca un vero e proprio turbine di emozioni, che non sai veramente classificare, nè inchiodare una volta per tutte.

E con Le ceneri di Angela ti commuovi all'estremo e allo stesso tempo ti diverti come è raro che accada sulla pagina di un libro...

Da leggere, da leggere assolutamente. 

giovedì 9 febbraio 2012

Il viaggiatore che parlava solo di se stesso

Parlo eternamente di me

Così afferma perentoriamente Francois-Auguste de Chateaubriand nell'introduzione al suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme, pubblicato nel lontanissimo 2011, libro che molti indicano come inizio della letteratura di viaggio moderna, capostipite di una genealogia che nel tempo ci regalerà i Chatwin, i Bouvier, i Leigh Fermor.

E come nota Stenio Solinas nel suo bel libro (Da Parigi a Gerusalemme, Vallecchi) su questo nobile fuori dal tempo e dalla storia, che seppe essere diplomatico della Francia reale e vagabondo senza una meta, Chateuabriand era certo uno molto pieno di sè. Di lui il perfido Talleyrand assicurava:


Da quando non sente più parlare della sua gloria, si è convinto di essere sordo

Eppure la nostra letteratura di viaggio nasce proprio da lì, da quel parlo eternamente di me, somma vanità dell'uomo che si mette in viaggio. E che si permette di parlare dei paesi che incontra parlando solo di se stesso.

Eppure è così: prima c'erano i diari di bordo, i resoconti scentifici, i cataloghi naturalistici, le relazioni. Dopo c'è l'uomo, c'è lo scrittore, che sta nel mondo che attraversa, che lo racconta attraverso i suoi sguardi e le sue emozioni.

Perché il viaggio è questo: scoprire incidentalmente il mondo scoprendo se stessi.

mercoledì 8 febbraio 2012

Camminando tra i ruderi della nostra civiltà

Ma quanto più mi avvicinavo ai ruderi, tanto più si dileguava l'idea che quella fosse una misteriosa isola dei morti e cresceva in me la sensazione di ritrovarmi fra i relitti della nostra civiltà, andata a picco nel corso di una catastrofe a venire.


Come un postero forestiero, il quale, senza nulla sapere circa la natura della nostra società, si aggiri in mezzo a montagne di rottami metallici e di macchinari distrutti, che noi gli abbiamo lasciato in eredità, anch'io mi domandavo, senza poter scogliere l'enigma, quali creature avessero lì vissuto e lavorato un tempo, e a che cosa fossero mai serviti i primitivi impianti all'interno dei bunker, le traversine di ferro sotto i soffitti, i ganci alle pareti qua e là ancora piastrellate, i diffusori delle docce grandi come piatti, le rampe e i pozzi neri.


Dove e in quale epoca io sia veramente stato quel giorno a Orfordness, non saprei dirlo neanche adesso, mentre vado scrivendo queste pagine.

(W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi)

martedì 7 febbraio 2012

Chateaubriand chi, quello della bistecca?

Chateuabriand è quello della bistecca?

Comincia con questa domanda irriverente, però poi sono ben altre le domande che si pone e pone Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand, il bel libro di Stenio Solinas proposto dall'editore Vallecchi. Domande che solo incidentalmente hanno a che vedere con la gastronomia e molto invece con il nostro cammino nel mondo.

Libro inaspettato, questo, libro da ascrivere nell'elenco sempre un po' avaro delle belle sorprese. Libro allo stesso tempo denso e leggero, e che è molte cose, saggio, reportage, racconto di viaggio, riflessione sui fatti della vita e della storia.

Libro che ha a che vedere con la passione giovanile per il visconte Francois-Auguste de Chateaubriand, letterato, intellettuale a cavallo tra due secoli, tra due epoche, ultimo dei classici, primo dei romantici, uomo immerso nelle vicende della storia eppure irrevocabilmente esule della storia.

Controrivoluzionario che celebra il passato e lo sotterra, eroe per caso dei tanti nostalgici che non gli legavano le scarpe, solitario tra i solitari che si dava già per morto mentre si lasciava portar via da una piena di emozioni e passioni, tanto da raccontare la sua vita come se fosse morto, nel suo straordinario Memorie d'Oltretomba.

Con tutto questo, chi legge oggi Chateaubriand? Chi lo conosce?

Pensare che il suo viaggio fino a Gerusalemme, che Solinas oggi ripercorre, ha segnato anche la nascita della moderna narrativa di viaggio.

Il fascino di questo libro è anche questo, imbattersi in un uomo dei nostri tempi, penso ora a Solinas, che, prima ancora di scrivere un libro, ha intrattenuto un dialogo fitto fitto con un uomo di due secoli fa, indagando nelle pieghe della sua vita, lasciandosi conquistare dalle sue parole.

Mi intriga quel ragazzino che teneva questo autore scampato alla ghigliottina nel posto di onore della sua libreria, che passava le serate rincorrendo le sue righe. Succede che da predilezioni come queste, o anche più strampalate, discenda qualcosa di buono per la vita.

Un libro, magari. Oppure una bistecca come il visconte comandava.

lunedì 6 febbraio 2012

Il nobile inglese che incontrò il mistico persiano

Quanti  straordinari personaggi si incontrano, sulle pagine de Gli anelli di Saturno, il libro con cui W.G.Sebald racconta un suo viaggio a piedi attraverso la contea del Suffolk. Viaggio nello spazio, ma anche viaggio nel tempo, grazie a pagine di libri e tracce che il tempo ha consegnato al presente, come onde che vanno a morire sulla battigia dei nostri giorni.

Un personaggio è senz'altro Edward FitzGerald, poeta inglese dell'Ottocento, discendente di una nobile famiglia anglo-normanna che non cercò onori e privilegi, ma che per gran parte della vita si accontentò di abitare in un modesto cottage, vivendo di poco o niente, leggendo sregolatamente nelle più diverse lingue

Viene ricordato, da chi lo ricorda, come un poeta, però l'unica cosa che riuscì a dare alle stampa in vita fu la sua straordinaria traduzione delle quartine di Omar Khayyam, il grandissimo poeta di Persia. Dice Sebald:

FitzGerald definì le interminabili ore che aveva dedicato alla versione dei duecentoventiquattro versi del poema come un colloquio con il poeta morto.

Non era stato solo un faticoso lavoro di traduzione. Con quelle interminabili ore si era costruito un ponte di parole tra due continenti, due civiltà, tra l'Oriente medievale e l'Occidente che ancora non sapeva intravedere il suo tramonto.

Ma prima ancora un colloquio tra due poeti capaci di infondere vita alle loro parole. Il mistico persiano e il nobile che non credeva più ai suoi quarti di nobiltà. Bello.




domenica 5 febbraio 2012

L'inglese che sa salvare le librerie

E' una bella storia per chi ama le librerie, quella raccontata da Antonella Barina in Come ti rilancio le librerie nell'ultimo Venerdì di Repubblica, con tanto di intervista a James Daunt. E soprattutto è un gran bel personaggio, questo James Daunt, quintessenza del gentleman inglese che ha aperto la sua prima libreria a 26 anni e che oggi, 22 anni più tardi, ne ha inaugurate altre sei, tutte a Londra, con un giro d'affari di dieci milioni di sterline.

Contro ogni pronostico, contro ogni sentenza capitale già pronunciata o che aspetta di essere pronunciata sulle librerie e sui cari libri di carta.

James Daunt, evidentemente, sa curare bene i suoi affari. Però non è un commerciante di cultura, basta vedere la sua prima libreria, dal gusto così rétro, con gli scaffali di legno, i lumi di altri tempi, i libri esposti di faccia, e non di dorso, perché il libro è una cosa così bella che vale la pena sprecare spazio.

James Daunt non ha dubbi che il futuro - un certo futuro - sarà indubbiamente dell'editoria digitale, che gli ebook venderanno sempre di più, che Amazon e gli altri sapranno curare i  loro affari.

Però è certo che le librerie continueranno a vivere se sapranno offrire ciò che l'on line non potrà mai offrire.

Per esempio autentici librai - gente laureata, colta, ben pagata, spiega - non solo commessi capaci di verificare se un libro è esaurito o disponibile.

Per esempio librerie con una propria personalità. Usa proprio questa parola: personalità. E' essenziale, spiega, una scelta titoli modellata sui gusti di quartiere. Mica solo il bestseller venduto ovunque, che tanto si trova anche al supermercato.

Ma pensate a una vetrina che è figlia del gusto, della curiosità, delle letture, delle suggestioni e degli accostamenti. Una libreria che diventa una caccia al tesoro, un'opportunità di scoperta.

Finiranno librerie così?

sabato 4 febbraio 2012

Se Dickens è un giaguaro, anzi no, un gatto

Pochi giorni ancora e, per chi crede a questi appuntamenti, avremo modo di celebrare i 200 anni dalla nascita di Charles Dickens: l'autore di Oliver Twist, David Copperfield, Grandi Speranze, Canto di Natale, solo per ricordare i primi titoli che mi vengono in mente.

Non so quanti di voi abbiano avuto un'adolescenza segnata anche dalla lettura delle pagine di Dickens. Io sono tra quelli, anche se tra Dickens e Salgari c'è di mezzo tutto un mare di emozioni e sogni.

E' passata una vita da quando mi sono lasciato alle spalle quelle pagine. E solo ora scopro, grazie a un bell'intervento di Antonio Debenedetti sul Corriere della Sera, quanto sia dibattuto questo scrittore, allo stesso tempo amato e detestato, lodato e criticato.

Se non lo avessi letto, chissà quale percezione avrei avuto di lui. A chi avrei potuto credere? AVirginia Woolf che lo stronca senza pietà con parole come queste (e non solo queste)?


E' uno scrittore per tutti e non, è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi.

O piuttosto sarei stato propenso a fare mio il giudizio di un critico cone Edmund Wilson?


E' il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare

Davvero, nella critica, si dice tutto e il contrario di tutto - ed è giusto che sia così, perché questo non è certo il terreno della verità, sempre che questo terreno esista.

Giorgio Manganelli però diceva che Dickens era un animale letterario tra il giaguaro e il gatto domestico. Non so bene cosa intendesse, ma tra tutti è questo il giudizio che mi piace di più.

Giaguari e gatti hanno popolato le mie fantasie di ragazzino, in quella stanza che con i libri diventava un tappeto volante.

Ci sta che Dickens sia un giaguaro. Anzi no, un gatto che fa le fusa.




venerdì 3 febbraio 2012

Lo scrittore e il dolce veleno della vanità

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. 

Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome verrà stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. 

Uno scrittore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ormai ha un prezzo 

(Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell'angelo, Mondadori)

giovedì 2 febbraio 2012

L'aeroporto di Schipol, un tratto al di là del mondo

La mattina dopo all'aeroporto di Schipol regnava un'atmosfera così meravigliosamente ovattata da farti credere d'essere già per un tratto al di là del mondo terreno.


A passi lenti, come sotto l'influsso di sedativi o come si stessero muovendo in un tempo dilatato, i viaggiatori vagavano per le diverse sale o si dirigevano, fermi sulle scale mobili, verso le loro destinazioni ai piani alti o nei sotterranei. 


Sul treno che mi aveva portato lì da Amsterdam, sfogliando il libro sui Tristi Tropici, mi ero imbattuto in una descrizione dei Campos Elyseos, una strada di San Paolo, dove chalet e castelli di legno, che un tempo dei riccastri avevano fatto costruire e dipingere a colori vivaci in una sorta di stile svizzero di pura fantasia - così ricorda Lévi-Strauss gli anni trascorsi in Brasile -, cadevano a poco a poco in rovina mentre attorno i giardini erano invasi da alberi di eucalipto e mango.


Forse è per questo che quel mattino l'aeroporto, attraversato da un tenue brusio, mi era parso l'anticamera del paese ignoto dal quale nessun viaggiatore fa ritorno.


                                                               (W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi)

mercoledì 1 febbraio 2012

Il cammino nel tempo di W. G. Sebald

Nell'agosto del 1992, quando la canicola cominciò ad allentarsi, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea di Suffolk in East Anglia con la speranza di sfuggire al vuoto che si stava diffondendo in me dopo la conclusione di un lavoro piuttosto impegnativo. Una speranza che sino a un certo punto si è anche realizzata, perché di rado mi sono sentito così libero come in quel periodo, durante le ore e i giorni passati a vagabondare

Comincia così Gli anelli di Saturno, libro scritto in cammino attraverso il Suffolk - un posto che in effetti non verrebbe mai in mente di scegliere per un viaggio, almeno "prima" di questo libro - ma in realtà attraverso tutto il tempo e lo spazio che può abbracciare un viaggio, un viaggio che sa farsi spessore, profondità, squarcio, lampo di luce.

Chilometri lenti, chilometri a piedi, chilometri in paesaggi dai contorni sfumati dalla bruma, chilometri con i piedi gonfi e l'umidità che entra nella ossa. Altri avrebbero la sensazione di non arrivare mai da nessuna parte, ma W. G. Sebald, uno di cui chissà perché non viene di scrivere il nome per intero, fa venire il capogiro da quanto riesce ad arrivare lontano.

E dunque qui c'è perfino l'Africa nera di Joseph Conrad, c'è perfino la Cina al tramonto del Celeste Impero.

E tutto regge, tutto si tiene, tutto rimanda a tutto, nel passo leggero che si fa parola sommessa, ipnotica, coinvolgente, parola che sostiene a sua volta il cammino.

E l'ultima cosa che viene in mente, o forse la prima, non è che Sebald ci ha lasciato troppo presto, privandoci di vai a sapere quali altri libri. Ma che uno scrittore in cammino come lui non poteva che morire così, spazzato via in un incidente automobilistico, estrema beffa di una storia che sapeva raccontare anche troppo bene.