martedì 20 novembre 2012

Con Dennis Lehane, tra morti ammazzati e follia

Ho due teste certo. Ma io sto parlando di cervelli. Io ho due cervelli. Ti giuro. - Si picchiettò la testa con l'indice e mi guardò strabuzzando gli occhi. - Uno dei due, quello normale, non è un problema. Ma l'altro è quello da poliziotto, e non si ferma mai. Di notte sveglia l'altro cervello, mi costringe ad alzarmi dal letto e a pensare a quel qualcosa che mi stava rodendo e che io non sapevo neppure cosa fosse. Insomma, metà dei miei casi l'ho risolta alle tre del mattino, e tutto per via di questo secondo cervello.

Uno si avvicina con qualche sospetto a un libro come questo - Fuga dalla follia di Dennis Lehane (Piemme) - le lettere gialle sulla copertina nera, il titolo che ha qualcosa di risaputo e sotto l'indicazione di genere - thriller - che non credo faccia bene nemmeno ai cultori. Guarda e si persuade: sarà il solito pasto di sparatorie e morti ammazzati, con tanto di killer psicopatico che è quasi un'ovvietà almeno dai tempi de Il silenzio degli innocenti. Insomma, quanto passa sempre o quasi sempre il convento.

E invece no, perché non è il genere che conta, ma la scrittura al servizio del genere. La scrittura che fa la differenza anche rimanendo nei territori usati e abusati dal genere. Succede se ti chiami Dennis Lehane. Se anche in una storiaccia come questa finisci per citare i Sonetti di Shakespeare e il Vangelo di Matteo. Se prima ancora di disseminare le pagine di cadaveri,  fai un'autopsia ai tuoi personaggi. Se non ti tiri indietro per giocare quella partita tra il bene e il male che è di tutti, che è dentro tutti.



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