sabato 22 settembre 2012

Se i nostri gesti sono seguiti da puntini di sospensione

Sono convinto che se viviamo un decimale è già tanto: il resto è un infinito evanescente che solo gli pscicanalisti e certi scrittori inglesi reputano loro compito ricondurre a una certa, definitiva chiarezza.

Per come la vedio io, a chi scrive libri spetterebbe piuttosto ritrarre l'imprendibilità di quell'infinito, una cosa simile al rendere permanente in un quadro il riflesso in una pozzanghera o eterno, in una pagina, il momentaneo passaggio di un velo di nebbia su un lago.

Ho in mente quelle frasi di Céline, che muoiono a metà e se la cavano con tre puntini di sospensione: nella loro indigenza, sono la figura di tutto quello per cui mi verrebbe da utilizzare il termine "letteratura". 
Proprio perché il vuoto in cui si perdono è il vuoto pieno di fantasmi in cui effettivamente accadono i nostri gesti, che non sono mai finiti, ma sempre seguiti da puntini di sospensione (di solito ci pensano gli altri a cercare di completarli e questo è quel che definiamo "avere delle relazioni"). 

(Alessandro Baricco, parlando di Chesil Beach di Ian MacEwan su Repubblica)

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