domenica 16 settembre 2012

Scommesse e tipini fini accanto all'Happy Bar

(da Paolo Ciampi, Di diverso parere, Romano editore.... che presenterò per la prima volta giovedì 20 settembre, ore 21, alla Nardini Bookstore di Firenze)


Accanto all'Happy Bar, giusto dietro l'angolo, qualche giorno fa una sala scommesse ha preso il posto di un barbiere d'altri tempi, che era lì almeno da quando in centro arrivavo a cavalluccio sulle spalle di mio padre.

Già, non solo banche e immobiliari: anche le sale scommesse proliferano in questa città, sarà che rimane solo il gioco a cui aggrapparsi, dopo che le banche e le immobiliari, appunto, ti hanno spolpato.

Alle banche e alle immobiliari preferisco senz'altro le sale scommesse. Mi dispiace per quella bottega, con i suoi sedili in similpelle, l'odore di borotalco e di lozione, i calendari con le donnine accanto agli specchi, però questo posto non è male per la libera uscita del pomeriggio.

Ne approfitto ora, col seguente programma: due passi, caffeino, ancora due passi per sgranchirmi le gambe, quindi schedina scelta a caso tra i tanti concorsi che lo Stato-lotteria propone nella sua immensa benevolenza.

Tento con cinque estrazioni del Win for Life. Già che ci sono azzardo anche con un Gratta e Vinci da tre euro. Mi piacevano più quelli di prima, più semplici, più popolari, mica come ora che sono così arzigogolati che c'è da preoccuparsi per un'imperdonabile distrazione, orrore, orrore, gettato via il tagliando milionario, orrore, come una perla ai porci, orrore, pensare che capita una sola volta nella vita, se capita...

Mi piacevano di più, ma fa lo stesso, lo prendo, mi cerco un angolino tutto per me, gratto e qualcosa in effetti vinco: venti euro, mica poco di questi tempi.

Bello bello passo all'incasso. Non so se si vede, ma sono senz'altro soddisfatto, più di quanto giustifichi l'entità della vincita. È una soddisfazione che non ha niente a che spartire con i numeri. Riguarda la qualità, la sensazione più unica che rara di stare per una volta dalla parte del vincitore.

Non capita mai, per cui questa volta ben volentieri allungo la mano sul banco.

Uno dei due proprietari dietro, giovincello tracagnotto che presumo non abbia studiato alla Bocconi, ghermisce il tagliando e non mi degna di un'occhiata. È tutto preso dalla sua discussione con un tipo al mio fianco, altro figurino da Oxford, o piuttosto da Cambridge, a scelta: «Ho mandato via ora tre cinesi, non mi garbavano, chiamo la polizia, gli ho detto, finite dentro in cinque minuti, gli ho detto»

E il figurino da Oxford, o piuttosto da Cambridge, a scelta: «Perché non bruciarli? Con quanti ce ne sono ci si riscalda una vita»

E ride, come la battuta più irresistibile da un pezzo a questa parte. Ride sganasciandosi il proprietario tracagnotto. Ridono sgangherati due vecchietti, finora tutti presi a compilare un sistema del Superenalotto.

Non ride solo il peruviano alla slot-machine, che la testa nemmeno la solleva, anzi, se possibile la spalma ancora di più alla macchinetta ingoia soldi, mentre infila altre monete.

Io me ne rimango fermo e zitto, rintanato nel silenzio dei conigli. Per non deprimermi provo a spacciarla per paralisi da sdegno, giuro a me stesso che qui dentro non rimetterò più piede, cascasse il mondo.

 Allungo il tagliando sul banco, incasso il ventino, giro i tacchi, esco.

Il lavoro mi aspetta, un lavoro di cui farei volentieri a meno.

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