sabato 14 luglio 2012

Dalla Russia dello zar il più metodico dei carnefici

Di lui si diceva che era l'erede di Gengis Kahn e che era al comando di un esercito di demoni, che lui stesso era una maledizione, un castigo divino, una resa alle forze del male. Sicuramente era un visionario, un guerriero, un massacratore. Uno di quei personaggi che lasciano dietro di sè una tale serie di rovine che non sembrano veri, piuttosto li diresti presi di peso da un'avventura di Emilio Salgari o da una storia di Hugo Pratt.

E invece no, Roman Nikolas Max von Urgern-Sternberg, davvero buono per un romanzo gotico, è esistito davvero, semmai era un libro su di lui che mancava. Ora c'è, lo ha scritto Vladimir Pozner, è uscito per Adelphi con un titolo che la dice già lunga, Il barone sanguinario.

Figura infernale, quella del barone, che ebbe per palcoscenico le steppe asiatiche negli anni del crollo della Russia degli zar. Il suo esercito dilagò seminando ovunque terrore e distruzione. Non fumava, non beveva, ignorava le donne, il Barone. A suo modo un asceta, un mistico, ma con le mani zuppe di sangue. Non obbediva a nessuno, se non ai suoi imperscrutabili impulsi. Era la Morte in cammino, non un progetto della Storia.


Il più disinteressato degli assassini, il più metodico dei carnefici, così ne parla Pozner. Uno spaventoso cammino di redenzione attraverso l'annientamento di tutto ciò che è vita.

Finì come doveva finire, il Barone. Divorato dalla sua stessa fame di massacro che spingeva la sua soldataglia, sotto le bandiere con teschi e tibie incrociate. Ma perché stendere su di lui un pietoso velo?

Ci sono enigmi che hanno bisogno delle nostre parole. E anche di libri come questo.

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