venerdì 25 maggio 2012

Gabo e Kapu, quanto si inventa nei reportage?

Reportage o romanzo? Quante volte ce lo siamo chiesto, per Gomorra di Roberto Saviano, così come per i libri di Bruce Chatwin o di Tiziano Terzani. Come se poi contasse davvero, come se dovesse per forza porre un aut-aut.

Che poi semmai è domandarsi: quanta invenzione è lecita e ammissibile nell'inchiesta giornalistica, nel reportage, nel libro di viaggi?

Quanto a questo è davvero bello l'episodio che ci riporta Enrico Deaglio sul Venerdì di Repubblica, a proposito di due grandi del Novecento, Garcia Marquez e Kapuscinski:

Gabriel Garcìa Màrquez che trasformò il giornalismo in realismo magico, chiese una volta proprio a Kapuscinski: "Riccardo, ma se c'è una triste vecchietta in un tuo reportage, è un delitto se le aggiungi una lacrima, che in realtà non ha versato?". Kapuscinski si limitò a sorridere, ma non rispose. Gabo pensava a come era stato fantastico, fare diventare veri dei personaggi da fiaba come gli incredibili membri della famiglia Buendia; Kapuscinski pensava a Erodoto, il suoi maestro. Il primo reporter della nostra storia, un greco che raccoglieva nei porti le storie delle guerre, ma qualche volta abbelliva, quando le raccontava nelle taverne. Che era rispettoso dei costumi degli altri; che sapeva raccontare i movimenti dei grandi eserciti, gli scontri tra la Grecia e la Persia, e dava al racconto il respiro profondo, come quello di una balena, delle vicende dei piccoli uomini.

Nessun commento:

Posta un commento