mercoledì 25 aprile 2012

Come fanno i libri a passare da una lingua all'altra

Era Italo Calvino a sostenere che l'unica "vera lettura" è la traduzione: e forse esagerava, o forse nel dire così peccava per difetto, non aggiungeva che la traduzione è assai di più, è magia, metamorfosi, opera di pochi eletti capaci di prendere un testo e trasformarlo in qualcos'altro.

E non so se invece a esagerare sono io, però il lavoro (o il lavorio?) del traduttore - in particolare del traduttore di narrativa - mi ha sempre intrigato, destandomi infinite domande. A alcune di esse ho trovato risposta nel libro di Laura Bocci Di seconda mano (Rizzoli).

Un libro che, come recita il sottotitolo, non è nè un saggio nè un racconto sul tradurre letteratura e in realtà non si sa bene cosa sia, però ti porta bene dentro un mondo da cui quasi sempre prescindiamo, come se fosse scontato leggere un autore islandese o sudafricano nella lingua con cui andiamo a comprare il pane.

Al mattino, quando si inizia, è necessario darsi un poderoso colpo di reni, appoggiarsi con forza al bastone del viandante. Impegnare la volontà. Credere fermamente che quelo che si fa è un lavoro utile, indispensabile alla trasmigrazione di una cultura in un'altra, olte che alla nostra materiale sopravvivenza.

Così scrive Laura Bocci, traduttrice dal tedesco, che di cose ce ne spiega molte.  Per esempio che per il vero "corpo a corpo" non è con la lingua da cui si traduce, ma con la lingua in cui si traduce, che è la propria lingua madre. Per esempio che la traduzione è sempre "un inevitabile compromesso", ma questo già me lo immaginavo. Per esempio che chi traduce i "classici" se la vede con difficoltà che non riguardano solo la lingua, riguardano un mondo che non c'è più e che é difficile "mostrare" al lettore.

Beh, sempre meglio essere consapevoli delle difficoltà, che arrendersi con Ortega Y Gasset, per cui ogni traduzione era impossibile.

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