giovedì 15 marzo 2012

L'America raccontata nell'esilio volontario

Inizia con la luce di un faro solitario e poi l'ombra della prima striscia di terra da quando ci si è lasciati alle spalle il Portogallo: Long Island. Poi c'è tutto un continente da attraversare, scoprire, raccontare.

C'è New York - dove cercheremo qualche cosa di simile a quest città nient'altro che città? - con i suoi grattacieli da mozzare il fiato. Ci sono le ferrovie, trionfo dell'acciaio e della macchina, esaltazione di un popolo che sembra nato per mettersi in viaggio. C'è Chicago con le sue industrie, c'è l'infina distesa dell'Ovest, le tolleranti pianure di Sidney Lanier. C'è Los Angeles, la metropoli dei mirabili orrori, c'è la costa affacciata sul Pacifico e il richiamo di quell'altro continente.

E quant'altre cose in questa America che per Emerson , il filosofo, non era nient'altro che la continuazione dell'Inghilterra, figurarsi.

E quanta meraviglia, invece, scorre per le pagine dell'Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese, scrittore oggi molto trascurato (non so se oggi a scuola si legga ancora il suo straordinario romanzo Rubè), e che invece merita senz'altro: anche per questo libro che ci ripropone Vallecchi nella sua collana Off the road.

Merita, merita non solo per l'America raccontata, ma per l'occhio particolare da cui è essa è vista, quella di un intellettuale italiano degli anni del fascismo, quando l'Italia felix, così doveva essere, non poteva essere indulgente con gli States.

Pensare che partito nel 1931 Borgese finì per scegliere proprio l'America. Lì si sposò, per inciso con la figlia di Thomas Mann, lì scelse di abitare in un volontario esilio interrotto solo nel 1948. Ma questa è un'altra storia ancora. 


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