lunedì 16 gennaio 2012

Se Nero Wolfe è più vero di Rex Stout

Quarantaquattro romanzi, praticamente uno ogni anno. L'ultimo pubblicato nel 1975, pochi mesi prima della morte. Come se Rex Stout, l'autore, avesse voluto farsi accompagnare fino in fondo dal personaggio che aveva inventato e che aveva fatto vivere in tante storie.

Nero Wolfe, quante volte che l'ho cercato. Nei Gialli della Mondadori come nei telefilm della Rai, con il grandissimo Tino Buazzelli a impersonare il pachidermico investigatore privato che non si muoveva mai dalla sua abitazione di Manhattan, burbero e geniale, capace di commuoversi solo per la buona cucina e i fiori. Uomo di eccessi che di sé diceva:

Prendo i criminali in trappola e cerco le prove per inchiodarli. Sono anche un filosofo, un artista e un attore nato

E scusate la modestia. Che vuol dire per uno scrittore farsi accompagnare da una vita da un personaggio così, ingombrante non solo per la stazza? Cosa vuol dire seguirlo nelle sue storie? Quanto entra, alla fine, nella vita di ogni giorno?

Nero Wolfe e Rex Stout. O Rex Stout e Nero Wolfe. Corrado Augias, ne I segreti di New York prova perfino a individuare la casa che fu di Nero Wolfe, nel quartiere di Chelsea, disegna una pianta degli interni, descrive gli arredi e le abitudini quotidiane.

E Nero Wolfe mi sembra più vero di Rex Stout, nemmeno fosse quest'ultimo il personaggio, condannato a un'esistenza effimera. Com'è stato, in effetti: perché poi a rimanere sono le parole.

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