lunedì 2 gennaio 2012

Il poeta, il tiranno e la paura della parola

Ma credo, o voglio credere, che la Setta dei Poeti Assassina non sia una congrega particolarmente numerosa, a meno di includere appunto anche i casi limite: i suicidi, gli esclusi e i deportati.


Forse i despoti pensano che gli uomini della parola vadano soffocati letterariamente e mentalmente, mentre si deve uccidere chi si ribella fisciamente o un avversario politico. Non a caso ben trentasette dei primi cinquanta imperatori romani sono morti di morte non naturale...


Forse questo indica in realtà una paura più profonda del potere della parola e della poesia, che di un avversario manifesto (o a vità più breve).


Qui si nasconde tuttavia un paradosso che i tiranni e macellai non hanno considerato, e che gioca a loro sfavore: molti degli uccisi, proprio in quanto uccisi, sopravvivono nel ricordo ferito, nella loro arte....

(da Bjorn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea)

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