mercoledì 4 gennaio 2012

Alan Bennett e la dolce tristezza di un funerale

Come sono poche, oggi, le vite che si chiudono in bellezza al suono del campane, coi fedeli che cantano a piena gola. Pochissime sfuggono a uno scipito commiato di periferia; quel che resta di una vita è qualche parente semisconosciuto che torna all'automobile con un sospiro di sollievo.


Le aiuole fiorite sono protette da una fila di faggi scossi dal vento; da un letto di cortezze spuntano arbusti di rose potate.

Il funerale di mia madre è tutto qui, e quello delle sue sorelle anche; occasioni macabre, persino imbarazzanti, seguite da un pasto poco conviviale. Bere aiuterebbe, ma la nostra famiglia non l'ha mai saputo fare. Al massimo ricorriamo al tè, tirando fuori il servizio buono.


Tuttavia la vita di mamma ha un bel controfinale: una specie di rinnovo delle promesse quando le sue ceneri vengono messe nella tomba di mio padre.


(Alan Bennett, Una vita come le altre, Adelphi)

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