sabato 31 dicembre 2011

Salutando il mio anno con Miss Uragano


Nel momento in cui ci si congeda da lei, forse non è nemmeno il caso di tentare un giudizio complessivo. È bello piuttosto salutarla con il sonetto di Shakespeare che lei più di tutti lei amava e nel quale, più che in tutti, c’è molto di lei.

Quando all’appello del silente pensiero
io cito il ricordo dei giorni passati,
sospiro l’assenza di molte cose bramate
e a vecchie pene lamento lo spreco della mia vita:
allora, pur non avvezzi, sento inondarsi gli occhi
per gli amici sepolti nella notte eterna della morte,
e piango di nuovo pene d’amor perdute,
e soffro lo stacco di tante immagini scomparse:
allora mi affliggo per sventure ormai trascorse,
e, di dolore in dolore, tristemente ripasso
l’infelice conto delle sofferenze già sofferte
che ancora pago come non avessi mai pagato.
Ma se in quel momento io penso a te, amico caro,
ogni perdita è compensata e ogni dolor ha fine.

Sì, alla fine, davvero, ogni perdita è compensata e ogni dolor ha fine, così come dalla disperazione più buia può sempre sorgere la stella di una speranza, benché lontana e tremolante. Jessie ce lo ha insegnato.

(da Paolo Ciampi, Miss Uragano. La donna che fece l'Italia, Romano editore)


venerdì 30 dicembre 2011

Un buon proposito per il 2012: salviamo le librerie


Se i libri sono viaggi, sono le librerie i posti dove si staccano i biglietti per il mondo. Sono loro che ci aiutano a fare le valigie e magari ci accompagnano per un bel pezzo.

Ma cosa succede se scompaiono una a una? Cosa perdiamo, se se ne vanno proprio quelle che non ci propongono il viaggio da catalogo, ma il viaggio su misura, il viaggio che è giusto il nostro e che allo stesso tempo è stato costruito insieme?

Tra i miei ritagli di giornale ritrovo Salvate il piccolo libraio, articolo di Michele Smargiassi su Repubblica: 


Le librerie indipendenti chiudono una a una o cambiano forma. Sgocciolano via le botteghe della lettura, scompaiono i dettaglianti della cultura, gli ecologi difensori della 'bibliodiversità'. Gli ultimi dodici mesi sono passati come i lanciafiamme del romanzo di Bradbury sui piccoli negozi di carta stampata, senza distinzione tra blasonate e anonime, antiche e recenti, metropolitane o provinciali...

In Italia le librerie sono 1.770: di per sè non un grande numero. Almeno un terzo appartengono a grandi catene, con le loro strategie commerciali che non sempre si conciliano con il bene di quel bene tutto particolare che è il libro. Meno ancora garantiscono quella bibliodiversità di cui parla Smargiassi.

In questi anni si è parlato molto di presidi del libro. Ben vengano. Però mi sa tanto che presto ci sarà bisogno anche di presidi delle librerie: non fosse altro che per salvare un patrimonio di frequentazioni, esperienze, consigli su questo o quel libro, magari letto e apprezzato davvero, perchè non è solo un titolo dalla copertina luccicante e dalle ambizioni di alta classifica.

I viaggi su misura si costruiscono così. E beh, credo che ne valga la pena. Credo che sia un buon proposito, per il 2012 che ci attende.

giovedì 29 dicembre 2011

Il Mediterraneo di un uomo senza odio

Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so



Inizia così Gli scali del Levante di Amin Maalouf, come una storia raccontata quasi per caso, per le pretese della curiosità e dell'insistenza, come una storia che, si dice, non appartiene ad altri.

E invece no, non ci vuole molto per capire che questa non è solo la storia di chi confessa la sua storia, è storia di tutti noi, è storia che riflette ciò che siamo o che dovremmo essere e che forse potremmo anche essere.

Storia immaginaria dell'ultimo discendente della dinastia ottomana, storia di un secolo che è fin troppo facile definire breve, storia che si affaccia su un mare di cui sembra di catturare perfino l'odore delle spezie trasportate nei secoli dalle navi mercantili.

Il Mediterraneo, mare nostro fin dal suo nome, mare che sta in mezzo, mare che dovrebbe unire e invece spesso ha diviso. E poi il Medio Oriente, crogiuolo di popoli e di religioni, civiltà che si dividono e che però non possono fare a meno l'una nell'altra. E nel cammino di una tragedia che arriva fino a noi, le vicende di questo uomo, eroe per caso e allo stesso tempo scarto,  uomo ponte, uomo che non sa coltivare pregiudizi e risentimenti, lui islamico che sposa un'ebrea nei giorni dell'ira.


Sarà per questo che finirà per anni in una clinica per malati mentali. Sarà per questo che mi piace, quest'uomo da cui mi farei accompagnare al cospetto del mare, per ponderare insieme su ciò che è più duraturo delle nostre follie.

mercoledì 28 dicembre 2011

Sonny Liston, il campione che l'America tradì

Era solo il diavolo che era: Charles L., il più potente degli uomini, e il più elegante. Aveva più passati di quante calze abbia la maggior parte della gente. Va' avanti, prendi un passato, uno qualunque. Erano tutti uguali per lui: pantani sabbiosi e vicoli, salette di bar e celle di prigione, gangster cattivi dal grosso culo di lusso e raccoglitori di cotone piegati verso il basso...

Charles Liston, detto Sonny, era un poco di buono da cui non ci si poteva che aspettare che crimini e anni di galera. Charles Liston, detto Sonny, non sapeva leggere né scrivere ed era nato in un luogo che non figurava in alcuna mappa e che le gente chiamava Pantano di sabbia. Charles Liston, detto Sonny, aveva la pelle scura, viveva in un posto di piantagioni di Ku Klux Klan e secondo ogni logica era in quello stesso posto che doveva morire. Charles Liston, detto Sonny, era il più grande pugile, il campione che l'America attendeva e che a un certo punnto l'America tradì: o forse, più semplicemente, fu lui a tradirsi.

Il diavolo e Sonny Liston: il titolo dice già molto. E se non vi piace la boxe - a me non piace - non importa. Anche se la detestate, non importa. Sarà che le storie di boxe, le grandi storie di boxe, sono sempre impastate di grandezza e miseria, sono poesia dolente. Sono albe livide, cadute nella polvere, sangue in bocca, lama dritta al cuore.

E questo libro di Nick Tosches non è solo una grande biografia, è romanzo, è improvvisazione jazz.

Storia di un campione maledetto che la boxe la scoprì in prigione - fu il reverendo del carcere al mettergli i guantoni alle mani. Storia di un uomo che poteva ben dire: La prigione non mi dispiaceva. Tanto se la portava dentro, tranne provare ogni volta la Grande Evasione.

martedì 27 dicembre 2011

Vivi o morti i poeti non scrivono gialli

Come lei stesso ha sottolineato, i poeti tendono più a impiccarsi che a essere impiccati. Perché? Non cercano forse anche loro la verità, come i giornalisti, gli scienziati e i poliziotti? E in questo caso non dovrebbero risultare più pericolosi di quello che sono?

I poeti morti non scrivono gialli, è la perentoria affermazione che dà il titolo all'ultimo libro di Bjorn Larsson, che per non equivocare tra tutti i Larsson della letteratura scandinava, è quello di La vera storia del pirata Long John Silver, libro che è distillato di piacere della lettura.

I poeti morti non scrivono gialli, ma verrebbe da dire che sono soprattutto i poeti vivi che non scrivono gialli: scelta oculata, in genere. Anche i grandi scrittori, come Larsson, quasi sempre riescono ad astenersi, e fanno bene, perché scrivere bene è condizione necessaria ma certo non sufficiente per un buon giallo.

Questo libro ne è la prova provata. Però è sincero fin dal sottotitolo: una specie di giallo. E si salva uguale: perché nel suo grembo racchiude alcune pagine preziose, sul lavoro di editore e soprattutto sul ruolo del poeta.

Ovvero sull'uomo che ci regala bellezza mentre se la deve vedere con il male che è di tutti. Sull'uomo che ha fatto uno strano patto con la verità, per poi capire che quasi sempre le sue parole cadranno a terra come foglie d'autunno.

Invece, i poeti venivano uccisi di rado. Erano così inoffensivi? Che fosse per questo che si toglievano la vita, perché a un certo punto scoprivano di non servire a molto?

lunedì 26 dicembre 2011

Isaac Newton, il ragazzo che raccoglieva conchiglie

Mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla riva del mare, divertendosi a trovare ogni tanto un ciottolo più levigato o una conchiglia più bella delle altre, mentre il grande oceano della verità si stendeva tutto da scoprire davanti a me

Che bella questa citazione di Isaac Newton, che ho trovato all'inizio di La lettera di Newton di John Banville (Guanda editore).  Parole inattese dall'uomo che ha gettato le più solide fondamenta della scienza moderna, una scienza fatta di rigore, forze meccaniche, corrispondenza di cause ed effetti, numeri. Gravitazione universale, calcolo differenziale, leggi dell'ottica, tanto per dire.

Un ragazzo che gioca in riva al mare e raccoglie ciottoli o conchiglie di verità... Altro che mela che cade (ma è proprio vero?), come se l'universo intero si fosse messo d'accordo per comunicargli una delle più entusiasmanti verità.

domenica 25 dicembre 2011

Le parole di Beatrice come un augurio per tutti

Con le parole di Beatrice, che risuonano come un canto di amore per la vita e per la poesia, un grande augurio di buone feste per tutti.


Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

sabato 24 dicembre 2011

Il Golfo dei Poeti e il mare degli antichi Greci


Fa impressione incontrare sulla spiaggia di Lerici, dove è nato e vive, un personaggio così fuori del tempo.

E che emozione, quell'incontro, così come lo racconta Alessandra Iadicicco, sulle pagine di Tuttolibri, e che nonè con un autore di best-seller, uno di quelli che scala le classifiche e va in televisione. Angelo Tonelli, figurarsi, è un filologo, mestiere oscuro e faticoso, anche se dalla splendida etimologia: amico della parola. E' stato allievo del filosofo Giorgio Colli, da sempre si immerge nelle pagine di Kant, Nietzsche e Schopenhauer (e non so se questo possa essere misura di una vita serena), ma soprattutto è il grande traduttore dei Greci classici. Con undici anni di paziente lavoro ha consegnato alla nostra lingua tutte le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide.

Non possiedo nessuna competenza che possa arrivare all'altezza delle sue scarpe. Ma mi piace quell'incontro, mi piace quella scelta di vita non in una città di librerie ed editori, ma là, con il Mar Ligure davanti, e Portovenere, le Cinque Terre, il Golfo dei Poeti che Tonelli ha ribattezzato Golfo degli Dei, perchè a volte la mitologia riesce anche in questo, riesce a stendere la sua tavolozza dei suoi colori anche sul mondo in cui viviamo.

E allora il Mar Ligure potrebbe davvero essere l'Egeo, il mare solcato dagli eroi della guerra di Troia. Quel mare, o un altro mare, quello delle parole che possono essere oceano e viaggio che dura una vita.

venerdì 23 dicembre 2011

Gli anziani genitori di una vita come le altre

Accanto al lavello, che loro chiamavano ancora acquaio, c'era spesso una casseruola di patate già sbucciate e pronte per essere bollite, più una di cavolini di Bruxelles e carote.


Papà le preparava la mattina presto, o anche la sera prima; non sapendo come passare il tempo, svolgeva quelle mansioni sempre più in anticipo, e appena finito un pasto si attivava per quello successivo.


Mi è capitato altre volte di vedere coppie di pensionati fare questi preparativi troppo presto. E' un comportamento che parla di vite deserte, prive di occupazioni vere e proprie, tanto che a confronto la sporcizia e la sciatteria sono quasi più allegre.

(da Alan Bennett, Una vita come le altre, Adelphi)

giovedì 22 dicembre 2011

Quel bambino con naso piantato in un atlante

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che si giustifica da solo. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa o vi sfa.

Non conoscevo La polvere del mondo di Nicolas Bouvier, che in Italia ha pubblicato Diabasis solo qualche anno fa, ma che in Francia è ormai da molto tempo un caposaldo della letteratura di viaggio, storia del primo viaggio in Oriente dell'autore, anno 1953 e dici poco, un viaggio da Ginevra a Samarcanda a bordo di una vecchia Fiat Topolino.

Non lo conoscevo e debbo il primo incontro a un gran bel saggio di Luigi Marfè sulla fine dei viaggi e i resoconti dell'altrove nella letteratura contemporanea di cui prima o poi dovrò parlare.

Intanto un pugno di citazioni di Bouvier mi bastano e avanzano, perché dicono già molto di quello che è, dovrebbe essere il viaggio.

Viaggio che, guardate un po', non è accumulazione, ma sottrazione, alleggerimento, esperienza in cui si dovrebbe diventare riflesso, eco, corrente d'aria.

E viaggiatore che c'è prima del viaggio, di ogni viaggio:


E' la contemplazione silenziosa degli atlanti, su un tappeto, a pancia in giù, tra i dieci e i tredici anni, che dà la voglia di piantar tutto.

E per quanto mi riguarda, non è che ho viaggiato molto, o forse sì. Ma in definitiva sono sempre quell'adolescente disteso su un atlante, il naso dentro a una pagina del mondo.

mercoledì 21 dicembre 2011

La famiglia come le altre di Alan Bennett

Che smacco, passare il confine della ragione e scoprirsi tanto banali nella follia quanto nella normalità

E dunque, la prima cosa che viene in mente a chi di Alan Bennett ha già letto e amato altre cose - per esempio Nudi e crudi, Signore e signori, oppure l'incantevole La sovrana lettrice - è che non è possibile, non è possibile che Una vita come le altre sia uscita dalla stessa penna, non è possibile che ci siano dietro la stessa vita e la stessa intenzione di scrittura.

Pensare che è inconfondibile lo stile raffinato e garbato, impastato di tante buone letture e del distacco dell'ironia. Solo che per me Bennett era scrittore tipicamente inglese anche per la capacità di sottrarre se stesso al racconto. Come se parlare di se stessi, confessare le proprie emozioni, mettersi insomma a nudo, fosse non solo imbarazzante, ma addirittura disdicevole.

Magari questo libro è stata una scelta sofferta. Oppure uno di quegli stacchi improvvisi che l'età e i fatti della vita a volte impongono. In ogni caso qui c'è tutto ciò che Bennett non ha mai raccontato: la storia della sua famiglia, che poi non è una storia straordinaria, è una storia "come le altre" appunto, eppure unica, irrepetibile. Storia dolce e dolorosa, storia di una famiglia normale in un'Inghilterra normale, il lavoro fatto con scrupolo, i sogni su misura, le aspettative mai troppo azzardate.

La storia di un padre e di una madre, di una coppia che non ha mai alzato la testa e nemmeno la voce, timida e discreta,  defilata anzi confinata in un mondo chiuso di gesti ripetuti, abitudini, diversivi nessuno.Forse oggi si direbbe che non ha mai vissuto, tanto poco si è concessa.

("Io e tuo padre inizieremo a far conoscenze" mi scrisse mamma. " Pensa: abbiamo lo sherry, e anche delle noccioline salate")

martedì 20 dicembre 2011

Ascoltando i Beatles nel Nord del Nord

Come abitanti di Palaja eravamo la retroguardia, lo si capiva fin dall'inizio.L'atlante si apriva con lo Scania, in scala gigante, tutta costellata di trattini rossi che rappresentavano le strade e di pallini neri che indicavano i centri abitati. Seguivano le altre regioni in scala regolare, salendo sempre più a nord man mano che si sfogliava il libro. Per ultimo veniva il Norrland settentrionale, riprodotto in scala extra-ridotta per riuscire a entrare nella pagina, e con a malapena qualche trattino e pallino. Quasi in cima alla carta c'era Pajala, circondata da una tundra marroncina, ed era lì che vivevamo noi

Palaja, al Nord del Nord. Terra immensa che si fa fatica a racchiudere in una pagina dell'atlante, terra di distanze e di vuoto in mezzo. Terra che è facile dimenticare, tanto che vuoi che ci sia laggiù, se non neve e silenzio e manciate di uomini che non si capisce nemmeno bene di cosa vivono.

Palaja, per di più non oggi che certe cose sono più facili, perché si accende un monitor e ci si affaccia su un mondo di cui è evidente che si fa parte. No, Palaja agli inizi degli anni Settanta. Quando hanno appena cominciato ad asfaltare le strade.

Solo che con le strade capita che possa arrivare qualcos'altro. Magari un 45 giri - chi sa oggi cosa erano i 45 giri? - con una canzone dei Beatles o del grande Elvis. Che musica quella musica. Note che hanno attraversato il mondo, saltato ogni confine, attraversato la tundra come un lupo solitario, per arrivare quassù, a Palaja. Per arrivare e prendere domicilio nei cuori di alcuni ragazzi.

lunedì 19 dicembre 2011

Il Danubio di Magris, fiume maestro di vita

Non c'è dubbio, è uno dei più grandi, entusiasmanti libri di viaggio, più difficile è capire perché. La cultura di chi scrive, la sua straordinaria capacità di affabulazione? L'originalità dell'itinerario? L'abilità nell'alternare i passi del presente alle suggestioni del passato?

Sì, sì, va tutto bene, ma in realtà niente di tutto questo spiega il fascino di Danubio di Claudio Magris....

Sarà piuttosto che raccontare un fiume è raccontare il tempo che scorre, la vita nel suo fluire via. Sarà piuttosto che per questo è perfetto il Danubio, questo fiume che solca il centro della nostra civiltà, che pare quasi scontato, per così dire, solo che a farci mente locale non sappiamo nemmeno stabilire dove nasca, con precisione: forse dallo sgocciolio di una grondaia, suggerisce lo stesso Magris.

Quel che è certo è che il fiume scorre a valle, non sa dove proviene nè quale sia il suo vero nome, Inn o Danubio o quale altro mai, ma sa dove va e come andrà a finire.

Cosa che, evidentemente, ognuno di noi può dire - e non dire - della sua vita.

Sarà per questo, quasi ci credo. E se il Danubio è la vita, capisco anche perché per Magris sia pure un sinuoso maestro di ironia.

Perché è vita è maestro di vita, il Danubio. Di quella vita che ha bisogno di ironia, per stabilire il giusto senso delle cose e del loro tempo.

domenica 18 dicembre 2011

I padri di Raul lasciano il segno


E' un romanzo che vi consiglio - I padri di Raul di Marco Piermattei (Romano editore) - e, da quel libro,  questa è la mia introduzione:

Ho deciso: non farò quello che sembra si debba fare con le prefazioni o le introduzioni.

Resisterò insomma alla tentazione di raccontarvi la storia in cui entrerete subito dopo queste righe, in modo che dall'inizio alla fine vi possiate regalare attesa e sorpresa. E non vi presenterò i suoi personaggi, di cui pure sarebbe un piacere parlarvi,  perché non è così che si fa, quando ci sono personaggi che sanno staccarsi dalla pagina e venirvi incontro. Ci penseranno loro, a prendervi per mano e a presentarsi.

Non tenterò nemmeno un giudizio critico, per prima cosa perché non credo di esserne capace, in secondo luogo perché – e di questo ne sono assolutamente convinto – prima del giudizio è giusto pretendere il piacere della lettura.  Tuffatevi voi in questa piscina di parole ed emozioni.

So che vi troverete perfettamente a vostro agio. Vi immergerete nell'acqua di una storia che, chissà, potrebbe essere anche la vostra storia, o la storia di qualche persona a voi cara.

E per dirvela tutta: leggendo Marco Piermattei mi è ritornato in mente ciò che una volta ha affermato un grande scrittore israeliano, Aharon Appelfeld:

La letteratura dice: guardiamo questa particolare persona. Diamole un nome, un luogo. Offriamole una tazza di caffè... la forza della letteratura risiede nella capacità di creare un'intimità. Quel genere di intimità che ci tocca personalmente

sabato 17 dicembre 2011

Claudio Magris e il mondo come casa


Vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita - come una bottiglia aperta sott'acqua e riempita dal fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia. 

In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo.


(da Claudio Magris - L'infinito viaggiare - Mondadori)

venerdì 16 dicembre 2011

Trecento poesie che valgono il Nobel

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto



Trecento poesie per vincere un premio Nobel per la letteratura, diciassette per regalarci un libretto prezioso come pochi, capaci di prenderci per mano nei misteri di vita e morte, negli incanti del sentimento e nell'irrimediabilità della separazione, negli incroci del caso e della possibilità. Senza effetti speciali, senza sperimentazioni accanite, senza poesia che affoga nella poesia stessa per eccessi di ambizione e arroganza.

Non conoscevo Wislawa Szymborska, avevo colto qua e là due o tre citazioni che mi avevano trafitto con la forza della verità che è anche stupore, appunto, ma poi me ne ero guardato bene, temevo una poesia astratta, chiusa nella sua forma, poco comunicativa.

Poi l'altro giorno ho letto un'intervista che mi ha reso subito simpatica questa donna, esattamente agli antipodi della scrittrice arrivata. E ora questo libretto, che consiglio di leggere e rileggere. Fa bene perché aiuta a recuperare fiducia nel potere della parola.

Attenzione anche al significato dei due punti del titolo: sono i due punti del fare poesia. Un movimento dell'anima che nasce dalle domande, ma non si esaurisce nel punto fermo che chiude una risposta.

giovedì 15 dicembre 2011

La storia semplice di Roberto Cotroneo

Sei stato l'evidenza, ora non sei che l'enigma,
là dove la terra finisce,
come un ripido bordo di scogliera



Chissà come mi è finito in casa,  Questo amore di Roberto Cotroneo, chissà com'è che un giorno ho deciso di leggerlo. Forse per coerenza con un sottile spirito di contraddizione che almeno almeno resiste per i libri: perchè questo, è chiaro, non è un libro che un tempo avrei letto.

Non con questo titolo, non per il sospetto che evoca: eccessi di sentimentalismo e intimismo in agguato, solita solfa.


E invece, invece, è bello essersi ingannati. E' una storia semplice, quella di Anna, giovane insegnante di italiano, e di Edo, calciatore professionista che si lascia conquistare dai libri. Però come tutte le storie semplici è in realtà maledettamente complicata.

Storia di abbandono e assenza, storia di distacco senza rassegnazione e di domande che affondano nel passato ma non trovano risposta.

E non aspettatevi grandi colpi di scena, non è questo il libro. Ma che sorpresa, la poesia di cui sono intrise queste pagine.

Un inno alla poesia, come è giusto per le storie complesse, per le storie che non pattinano sul ghiaccio, ma cercano la profondità.

mercoledì 14 dicembre 2011

I nomi dei romanzi non obbediscono al caso

Mr Jeckill? C'è il pronome personale francese je e il verbo inglese to kill, più o meno sta per "uccisione dell'Io".

Dorian Gray?  Come non vedere che nel nome c'è la bellezza e l'eleganza dello stile dorico e che il cognome invece richiama il grigio?

E che dire di Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia? Può essere un caso quel nome che si può tradurre in "fiume di cenere"?

Ovviamente no e ce lo ricorda su Repubblica Laura Montanari presentando le attività di Onomastica & Letteratura, associazione che indaga il rapporto fra nomi e storie letterarie. Leggo:


Dentro un nome a volte c'è già una traccia del destino. Almeno un indizio, un lampo del carattere, un frammento di quel che siamo. Un nome non finisce quasi mai per caso in un romanzo o un film o una storia

E' anche questa una chiave di lettura. I nomi che non sono mai a caso.

Pensare che a volte, come ci ricorda Filippo Bologna sulla stessa pagina, non lo sono nemmeno quelli degli scrittori.


Anche per fare lo scrittore serve un bel nome. Tipo Cormac McCarthy o Winfried Sebald


In mancanza c'è chi si è arrangiato. E' così che Alberto Pincherle è diventato Alberto Moravia. Volete mettere?




martedì 13 dicembre 2011

Thoreau e i suoi 700 volumi in soffitta

Consoliamoci, nemmeno il grande Henry David Thoreau, l'autore del Walden, classico della letteratura americana, in vita riuscì a godere di meritata fortuna.

Lo ricorda Gianni Riotta, su Tuttolibri, nell'ottimo articolo La ruvida America e il suo profeta, in cui ci presenta l'edizione italiana di un suo intrigante reportage, Cape Cod, uscito per Donzelli.

Intendiamoci, a complicare le cose ci si mise anche un carattere che proprio mite non doveva essere, se è vero, per esempio, che una volta Thoreau troncò brutalmente e irrevocabilmente i rappori con la rivista Atlantic per una riga, una riga sola, tagliata in un intero lavoro.

Fatto sta che in vita riuscì a pubblicare appena due titoli. E per uno di essi - Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack - l'insuccesso fu tale che l'editore costrinse Thoreau a ricomprarsi le 706 copie invendute delle mille stampate.

Che l'amarezza del commento di Thoreau aiuti almeno a non deprimersi troppo per i tempi correnti, tanto non è che altri tempi fossero assai meglio:

Ho adesso in soffitta una biblioteca di 900 volumi: 700 scritti da me


lunedì 12 dicembre 2011

Il gioco dell'universo tra un padre e sua figlia

Era troppo, Fosco. Un uomo straordinario, nel bene e nel male. Affascinante e impossibile, ma niente a che vedere con la canzone di Gianna Nannini. Troppo bello, troppo eccentrico, troppo curioso. E troppo libero.

Fosco Maraini: i suoi viaggi per abbracciare il mondo, i suoi affetti che non si lasciavano rinchiudere tra quattro pareti.

Cosa può rimanere a una figlia di un padre così? Amore e ferite, senz'altro.Ma se la figlia è una scrittrice, se la figlia ha coltivato il senso delle parole, allora anche una manciata di taccuini può rappresentare un ponte tra due vite, il codice che svela il segreto, una promessa che si rinnova.

Dacia ce li ha sotto gli occhi e forse non sa bene cosa farsene, se aggiungere parole ad altre parole, se consegnarli ad altri sguardi. Dice, con Goethe:

La magia sono le parole di Praga

Sono stato solo una volta a Praga, un rigido inverno di diversi anni fa, ma in effetti altrte volte ho camminato per le sue strade, mi sono perso nelle nebbie dei suoi vicoli, ho svuotato boccali nelle sue birrerie. E' stato quando ho aperto quel libro straordinario che è Praga magica di Angelo Maria Ripellino.

Libro straordinario, anche per quando è uscito, nel 1973, appena quattro anni dopo la Primavera di Praga, quando tutto era finito, quando l'allora Cecoslovacchia pareva uno dei paesi più grigi e insopportabili, una Corea del Nord nel cuore della cara vecchia Europa. La cappa del socialismo reale e un libro che è come un incantesimo. Praga diventa magia, parola che libera e costruisce un'altra città, mescolandosi alle sue pietre, ai suoi palazzi e ai suoi cimiteri.

E la magia non è di stregoni e alchimisti, è la storia, è la letteratura, è l'arte, è ciò che si racconta e si tramanda.


Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna in via Celetnà a casa sua, con bombetta, vestito di nero.... ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hasek, in qualche taverna, proclma ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza

E le letture, questa è la magia, si fanno viaggio, diventano città.

domenica 11 dicembre 2011

Non dimenticate il giardino dei Finzi Contini

Sono passati più  dieci anni fa dalla morte di Giorgio Bassani - per la verità pensavo che ne fossero passati anche di più, che non si fosse spinto fin sul ciglio del nuovo secolo, del nuovo millennio - e per me Bassani è soprattutto quel libro, quel giardino, quella storia.

Quante cose che è stato per me Il giardino dei Finzi-Contini.

Ferrara prima del 1938, gli anni del fascismo più roboante e parolaio a cui ancora non è stato presentato il conto. Ubriacatura di proclami, slavina di promesse che non saranno mantenute. La quiete prima della tempesta, assai peggiore della quiete dopo la tempesta.

Quella casa della borghesia ebrea, quelle mura che sembrano preservare dalle offese del tempo e della storia. Le partite di tennis, le merende all'aria aperta, la musica che gonfia le vele delle emozioni. Come se tutto fosse allo stesso modo di sempre. Come se anche il futuro dovesse bussare alla porta con discrezione e rispetto.

La bella Micòl, imprendibile per il ragazzo taciturno e introverso, quasi un intruso. I capelli di rame che si sciolgono come un sogno di felicità. Il sorriso che nasconde parole non dette, più enigma che complicità. Il lampo di una possibilità che rimane tale e che accompagnerà tutta la vita che rimane davanti. L'occasione perduta che non si ripresenterà.

E poi il rimpianto di un amore che non c'è stato che si mescola ai fatti troppo veri della storia. Perché questo è il libro che più di tutti mi parla dell'orrore della Shoah in realtà senza parlarne mai, fermandosi prima. Forse proprio per questo: perché accorda il terribile senso della sparizione allo scorrere delle stagioni della vita.

Non c'è bisogno di anniversari per ritrovare un libro che merita, magari abbandonato da troppo tempo su uno scaffale.

sabato 10 dicembre 2011

Come le nuvole, che non chiedono permesso

Ci sono dei titoli così azzeccati da dirci già tutto, o quasi tutto. Prendete le nuvole, per esempio, così leggere, così libere, che non devono chiedere permesso, che semplicemente non possono essere fermate. Le nuvole, come le idee, si muovono senza carte di credito e senza visti di ingresso. A volte, quando gli alisei soffiano potenti, possono varcare oceani interi.

Ed è questa la storia di questo libro: la storia di un uomo con un passato importante nelle istituzioni e nella politica, la storia di un uomo che per perdersi e poi ritrovarsi ha abbandonato tutto portandosi dietro solo un bagaglio leggero di pochi indumenti, qualche libro indispensabile e alcune domande da cui non è possibile prescindere.

Tito Barbini lo conosco, so che questo libro è autentico. Le nuvole non chiedono permesso (Mauro Pagliai editore) è uscito due anni fa e io ho avuto la fortuna di leggerlo subito e di parlarne a lungo con lui. Ogni tanto ci ripenso: sarà che serve a rimarcare la differenza tra un viaggio e una vacanza in qualche altro posto che non sempre è un vero altrove.

E così ho ripercorso questo viaggio di Tito: dall'estrema punta dell'America del Sud, dove il sogno si può spingere solo fino ai ghiacci antartici, su su, senza mai prendere un aereo, a volte a piedi attraverso le frontiere, sempre assecondando solo uno spiritaccio vagabondo e curioso, su su fino all'Alaska.

Da solo, ma con una consapevolezza: che dopo le nuvole ritorna sempre il sole, come un cammino che riprende, come un pezzetto di utopia realizzato su questa nostra terra.

venerdì 9 dicembre 2011

Se un libro cambia cambiandogli posto

E' un piacere mettere in ordine i libri della propria libreria, un piacere che è importante concedersi di tanto in tanto, non una volta per tutte. Ma soprattutto un piacere che è tale nella misura in cui non ci si limita a ordinare: perché ciò che conta, mi sa, è prima scombinare, cioé mettere in disordine l'ordine e creare un nuovo ordine dal disordine.

Così ragiona Stefano Bartezzaghi, nell'articolo su Repubblica di cui ho parlato ieri, ricordandoci che ciò che conta non è il criterio che si adotta - il colore delle copertine, la nazionalità dell'autore, l'argomento o il genere  - ma piuttosto la possibilità di cambiarlo.


Qualsiasi criterio si sia adottato, sarebbe importante cambiarlo, dopo un po'. Così si ritrovano libri che non si ricordava di possedere

E questo è il primo buon motivo che ci propone Stefano Bartezzaghi per riordinare di tanto in tanto i libri della propria libreria: ritrovare i libri che non si ricordava di possedere (e che a volte, aggiungo, ci scopriamo a comprare una seconda volta).

Però quello che mi piace è sopratutto il secondo motivo:

L'espediente è anche utile perché a seconda di quelli a cui sono accostati i libri possono dare un'impressione diversa: difficile dimostrarlo, ma sentono anche loro l'influsso delle buone e della cattive compagnie

Sì,  mi piace davvero questa idea dei libri che non sono soli, che stanno in compagnia, che dalle buone e cattive compagnie si fanno influenzare. Mica solo fantasia, guardate come cambia l'idea che avete su un titolo, l'aspettativa che su di esso coltivate, in relazione ai titoli che ha alla sua destra e alla sua sinistra....

Mi piace, mi piace che cambiando posto, cambi anche la nostra idea di quel libro.

giovedì 8 dicembre 2011

E voi come li sistemate i vostri libri?

Avete un pomeriggio libero e avete deciso di mettere a posto i vostri libri. Non avete un pomeriggio libero, ma se non mettete a posto la libreria saranno i libri a mettere a posto voi... In ognuna delle due possibilità, mettetevi all'opera con animo sereno...

Così ragiona Stefano Bartezzaghi su Repubblica, sollevando la vecchia e mai troppo dibattuta questione dell'ordine da dare ai nostri libri.

E voi, come li sistemate nella vostra libreria? Pura casualità - non ci credo - o un qualche criterio più o meno logico, più o meno applicato con coerenza?

Per esempio, il colore. C'è anche chi ha deciso di ordinarli così i suoi libri. Lo scaffale rosso, quelle verde, quello blu.... Esteticamente può valere la pena, anche se, con Bartezzaghi, è evidente che sia pratica che gli intellettuali considerano in genere troppo frivola, degna di coloro che comprano i libri a metro perché facciano bella figura in salotto.

mercoledì 7 dicembre 2011

Tiziano Terzani e il poeta con i sandali

Ogni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a Un indovino mi disse mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta giapponese che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:

A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io

Ecco, in questo libro c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le circostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).

Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.

Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.

C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare e ancora me le regalo ogni volta che lo scorgo sullo scaffale della mia libreria.

martedì 6 dicembre 2011

Quando andare in treno non era viaggiare

Non considero viaggiare l'andare in treno, affermava perentoriamente John Ruskin, uno dei più raffinati intellettuali dell'Ottocento inglese, grande viaggiatore.

C'è stato un tempo, insomma, in cui il treno era un prodigio di velocità che sembrava sottrarre qualcosa, o molto, all'esperienza del viaggio. Così come è successo per l'automobile, il cui uso alcuni hanno osteggiato nemmeno si trattasse di vendere l'anima al diavolo, mentre per altri è stato come riscoprire il piacere della lentezza.

Treno sì, treno no. O treno come, forse è più giusto. Alta Velocità per presentarsi per tempo in un ufficio di Milano o Roma, oppure le infinite tappe della Transiberiana?

 Ciò che rimane indiscutibile è quanto ci ricorda Luigi Marfè in in suo saggio - Lo spazio raccontato nell'epoca del turismo - che, al di là del titolo decisamente ostico, è un'appassionante galoppata attraverso tanta letteratura di viaggio:


Resta però indiscutibile il fatto che i mezzi di trasporto trasformano la percezione del lontano

Del lontano e del vicino, aggiungo. Anche se poi la cosa più importante è attraversarli i posti. Non saltarli di slancio, con la forza dei mezzi e senza nemmeno uno straccio di fantasia.

lunedì 5 dicembre 2011

Si è spenta la voce di Cassandra

Un'altra grande scrittrice se n'è andata, e chissà se riusciremo a ricordarcene per la sua voce profonda e dolente, piuttosto che per la sua storia, così soverchiata dalle tragedie del nostro Novecento.

Dici Christa Wolf e pensi a Berlino, a ciò che è stata Berlino, a ciò che ancora oggi rappresenta: il nazismo, la guerra e le macerie, il regime socialista e altre macerie morali e politiche, il Muro.... E lei, Christa Wolf, che rappresenta davvero quel cielo diviso che dà il titolo a un suo libro. Gli ideali ma forse anche la collaborazione con la Stasi, l'onnipotente polizia segreta della DDR. Possiamo prescindere?

Per me Christa Wolf è un libro in particolare: Cassandra. Il mito di Troia che rivive con le parole di una delle figure più tragiche. La donna sconfitta e prigioniera che leva la sua voce per meditare sul destino che è di tutti.

Scopro che Christa Wolf per 40 anni, tutti i 27 settembre, scriveva e pubblicava un diario della sua giornata. Così come aveva fatto Maksim Gorki nel 1935, quando aveva invitato tutti i suoi colleghi a raccontare una giornata su questo pianeta.

Non lo sapevo, e ora Christa Wolf per me è anche questa successione di giorni sgranati e raccontati. Quasi una sommessa forma di resistenza alle epoche della Storia.

domenica 4 dicembre 2011

Che fare, senza i barbari alle porte?

Tutto a un tratto perché questa inquietudine
e questa agitazione? (oh, come i visi si son fatti gravi).
Perché si svuotano le vie e le piazza
e tutti fanno ritorno a casa preoccupati?


Perché è già notte e i barbari non vengono.
E' arrivato qualcuno dai confini
a dire che i barbari non ce ne sono più.


Come faremo adesso senza i barbari?
Dopotutto, quella gente era una soluzione


Da Aspettando i barbari di Costantinos Kavafis (Settantacinque poesie, Einaudi)

sabato 3 dicembre 2011

Il coraggio delle parole di cui abbiamo bisogno

Ed è volontariamente che mi espongo. Quando alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore nè odio.... E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice

Che parole sono queste, parole da scolpire nei cuori, parole che non sono retorica, ma che piuttosto impongono scelte, esigono comportamenti, sottraggono la possibilità della quiete interessata, che sa ma preferisce non sapere, che piuttosto distoglie lo sguardo.

Non sono retorica, per lo meno non lo sono state, perché proprio queste parole un tempo sono state grido che ha smosso le coscienze, chiamato all'esercizio della responsabilità, ripristinato il sentimento della giustizia. Sono tratte dal J'accuse di Emile Zola, uno dei più grandi esempi della cultura che sceglie il coraggio e la verità. Di uno scrittore che scorge e riconosce il punto di svolta, il crinale oltre il quale le cose non saranno più come prima. Che scende in campo perché sa che salvare un uomo - nel caso Alfred Dreyfus, l'ufficiale francese vittima di un'atroce macchina accusatoria - significa salvare un'intera civiltà.

Mi sa che in un paese normale le pagine di Zola sarebbero coltivate come patrimonio universale, da insegnare nelle scuole, assieme per esempio alla lettera sulla compassione di Rosa Luxemburg. E invece, sarà un caso che in Italia da molti anni non fossero ristampate?

Ci ha pensato ora la Giuntina: e queste sono le cose che ti fanno pensare a quanto possano essere preziose piccole case editrici senza ambizioni da classifiche di best seller. Con la prefazione - sarà anche questo un caso? - di Roberto Saviano:

Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi cacciarle da te. Emile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai

Parole da tenere di conto. Parole buone per un intero paese.

venerdì 2 dicembre 2011

Quando Abramo Lincoln ci insegno la brevità

Mi pare curioso che in tempi in cui il tempo è scarso e le parole sono inflazionate vadano ancora per la maggiore libri di sterminata lunghezza, come se il numero delle pagine facesse premio sulla qualità. Ma mi pare ancora più curioso che si misuri il valore e l'importanza di quanto si ha da dire sul tempo che ci prendiamo a noi e a chi ci ascolta.

Per questo mi è piaciuta la storia che Marco Missiroli ha raccontato su La Lettura, il nuovo splendido supplemento di cultura del Corriere della Sera: I due minuti che inventarono l'America. E' la storia del discorso di Gettysburg, pronunciato da Abramo Lincoln dopo la battaglia più sanguinosa della Guerra civile. Quel giorno - il 19 novembre 1863 - c'erano i famigliari dei caduti: non poteva essere un'orazione come le altre, non poteva essere la retorica della guerra.

Le autorità accolsero Lincoln spiegandogli che avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione. Chi lo precedeva - l'ex segretario di Stato - si stava dando daffare con un intervento di due ore.

Ma quando si presentò davanti alla folla, l'applauso fu rotto da una voce: Chi ci ridarà i nostri figli?

Il Presidente si toccò la barba, guardò l'orologio, ripiegò in quattro i fogli e se li mise in tasca. In fondo, c'era bisogno di pochissime parole, per il discorso che si dice abbia rifondato lo spirito del Nuovo Mondo. E nelle parole di Marco Missiroli:


Il miglior discorso che la storia americana, e una madre del suo popolo, avrebbe ricordato per sempre era di appena dieci frasi. Durava due minuti


giovedì 1 dicembre 2011

Quell'autobiografia è prima di tutto una copertina

Che bello andare così in controtendenza. Mentre tutti cantano le magnifiche sorti e progressive del libro smaterializzato, della parola strappata alla carta e lasciata andare libera sulla Rete, da qualche tempo su Tuttolibri spicca una bella rubrica di Marco Belpoliti: La copertina.

Insomma, non una rubrica sui libri, nel senso di quello che c'è dentro: saggio o poesia o romanzo, trama e personaggi e così via. Ma il libro inteso, amato, raccontato nella sua splendida materialità. Oggetto che è bello guardare, toccare, sfogliare, sistemare al posto giusto in libreria.

Guardate per esempio come Belpoliti parla di Prima della fine di Ernesto Sabato, libro che inaugura la più che promettente collana-casa editrice Sur:

Per comporre nome dell'autore e titolo si usano solidi caratteri commerciali ottocenteschi, un egizio e un bastone condensato, e un Bodoni Poster per il numero sul dorso; mentre nell'interno il testo è in un attualissimo Miller del 1997 disegnato da Matthew Carter con capolettera nella prima pagina

Non sono sicuro di aver capito tutto, però c'è qualcosa di straordinariamente bello in tutto questo. Anche senza pensare che questo è un libro del grande Sabato, un'autobiografia scritta sul ciglio dell'esistenza, una doccia di malinconia che il giallo della copertina sembrerebbe quasi scacciare, benché il giallo, a ben vedere, sia anche il colore degli esclusi e degli emarginati.