mercoledì 30 novembre 2011

Se il Giappone non esistesse, bisognerebbe inventarlo

Ci sono posti che sono enigmi e allo stesso tempo luoghi dell'anima. Ci sono uomini che quegli enigmi sanno decifrare, magari col cuore più che con la testa, e che quei luoghi sanno anche abitare. Oggi mi sono imbattuto nel Giappone di Fosco Maraini, così come ne parla in una pagina dei suoi diari:

Il Giappone rende possibile una sociologia non euclidea, un'economia non euclidea, una cultura non euclidea. Il Giappone è una lezione di umiltà storica e nel contempo un potente radar focalizzato sugli intimi meccanismi dell'uomo e delle sue civiltà. Osservando attentamente il Giappone, impariamo non solo a conoscere una parte del mondo o una cultura a noi poco familiari, ma apprendiamo anche qualcosa su noi stessi.


I confronti mettono le ali allo sguardo; ci innalzano nello spazio e ci permettono di osservare il pianeta Terra da una nuova distanza, da una prospettiva che consente di osservare situazioni e posizioni attraverso lunghezze d'onda rivelatrici.


Se il Giappone non esistesse, bisognerebbe inventarlo urgentemente.

martedì 29 novembre 2011

John Fante: mio padre era uno di loro

Era una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano col loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo. Non filosofi, non vecchi oracoli che si pronunciavano dalle profondità della loro esperienza della vita; ma soltanto vecchi che ammazzavno il tempo, in attesa che l'orologio si scaricasse. Mio padre era uno di loro

Tenero dissacrante irresistibile John Fante...

E che grande libro che è La confraternita dell'uva, canto del cigno di uno scrittore che forse non ho coltivato come avrei dovuto, convinto, chissà perchè, di trovarmi di fronte a una delle innumerevoli voci della letteratura americana, una delle tante, confusa tra le tante.

E invece come si stacca da tutto quanto ho letto negli ultimi tempi, questa elegia del padre, impastata di malinconia di affetto di risentimento di rabbia di umorismo... e quante cose che ci sono in questo libro che scolpiscono un ritratto indimenticabile di un uomo irascibile violento alcolizzato ignorante dissipatore quasi sempre insopportabile, un uomo che è un padre padrone. Che porta su di sè tutte le ferite e le miserie di un italiano emigrato nell'America che non era il grande sogno per tutti.

E tuttavia un uomo che con le sue mani di lavoratore ha fatto meraviglie, lui che ha costruito una mezza città a forza di sudore e sputi e bestemmie. E in fondo un artista.

Un amico unico per la sua confraternita di beoni e giocatori. E sì, un uomo unico, anche lui come tutti indispensabile. 

Da leggere, assolutamente.

lunedì 28 novembre 2011

La rumorosa solitudine di Luciano Bianciardi

Sono passati 40 anni dalla morte di Luciano Bianciardi, 20 dalla prima edizione della Vita agra di un anarchico, di Pino Corrias: la storia di una vita che sa farsi romanzo e di un mondo colto nel passaggio da un'epoca all'altra. Biografia ma anche poesia metropolitana con sottofondo musicale da scegliere a piacimento tra il jazz di Charlie Parker e le canzoni di Enzo Iannacci.

Il libro di Corrias, per quanto mi riguarda, mi fece conoscere Luciano Bianciardi e mi fece approdare alla Vita agra. Ed è anche curioso che la biografia, chiamiamola così per comodità, di uno scrittore si faccia leggere prima dell'opera di quello stesso scrittore. Però sono contento così.

A distanza di 20 anni quel libro ritorna, in una altra edizione. Leggo, dalla nuova introduzione dell'autore:


Il mio viaggio cominciò per caso a Milano, da un nome che condusse a un libro su una bancarella e poi a uno spiraglio. Lo spiraglio rivelò un mondo. Il mondo di Luciano Bianciardi che si era dissolto tra libri introvabili, amici dispersi, racconti mai narrati. E da quel mondo riemerse la sua avventura che ne intrecciava tante altre....

Un titolo, un volto, una corrispondenza dell'anima.... a volte comincia così e dura una vita: è il bello dei libri, di alcuni libri. E ancora mi rimane il sapore di quella vita agra, ancora accompagno Luciano Bianciardi, lo scrittore di provincia, anzi della Maremma Far West di Italia, che sbarcò giovane e anarchico nella Milano che stava diventando Milano.

Ancora mi emoziona la sua storia di genio e spreco, di libertà e malinconia, di lucidità e nebbia alcolica, solitudine rumorosa che fa bene tenersi vicino al cuore.

domenica 27 novembre 2011

Quando Anna attraversò la strada sbagliata

Una strada attraversata una volta di più portò all'arresto di Anna Ventura, nel terribile periodo delle persecuzioni razziali in Italia. Pochi metri di troppo, da un marciapiede all'altro, ma anche da una storia all'altra. Passi che la separarono dalla famiglia e la condussero prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. E' una storia che ho raccontato in Una famiglia (edizioni Giuntina), ma su cui più e più volte anche in queste settimane sono tornato a pensare. Anzi, non ci riesco a non pensare, e allo stesso tempo a non pensare agli intrecci tra la volontà degli uomini e le circostanze. Inizia così, il capitolo che racconta di quella strada attraversata.


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.

sabato 26 novembre 2011

Quando quello che hai è ciò che ti manca

Sì, per prima cosa devi provarti a misurare con quel vuoto.

- Che cos'hai?
- Mancanza

E non hai parole, perché ci sono solo parole come queste (da Il Cielo sopra Berlino di Win Wenders), parole che sono una resa, un sipario calato, una lingua intraducibile.

E questo vuoto, questa mancanza, sono di una vita intera, dopo che una vita intera è stata rubata. Perchè Benedetta Tobagi si era appena affacciata alla vita quando la follia criminale dei terroristi gli portò via il padre.

Non è facile andare oltre quel vuoto, riempirlo di parole, di emozioni, di riflessioni. Non è facile nemmeno raccontare, quell'uomo che è stato sempre un'irrimediabile assenza, inchiodato a un ruolo pubblico, giornalista del Corriere, sindacalista, morto ammazzato per strada una mattina che sapeva di primavera.

venerdì 25 novembre 2011

Il silenzio agognato anche solo per mezz'ora

Difficile vivere con gli uomini perché è assai difficile farli stare in silenzio

Così affermava Friedrich Nietzsche ed è a questa frase che Gianfranco Ravasi ha dedicato il suo Breviario sul Domenicale del Sole 24 Ore


Afferma Ravasi:


Dopo un viaggio in treno di qualche ora è difficile dare torto al pessimismo che vena questa considerazione

Evidentemente provato da una dura esperienza di chiacchiericci, grida, cellulari mai spenti gli viene quasi da accarezzare l'annuncio dell'Apocalisse:


Si fece silenzio nel cielo per circa mezz'ora


Che non è poco. Ma forse basta evocare, come fa Ravasi, il Dio della Bibbia ebraica: una voce di silenzio sottile. O richiamare la perentoria asserzione di Shakespeare: Tutto il resto è silenzio.


Già, ma il resto di cosa?

giovedì 24 novembre 2011

Carlo Lucarelli e quello che successe in Africa

Ci sono molte, forse troppe cose, ne L'ottava vibrazione di Carlo Lucarelli, che è insieme romanzo storico e quasi-giallo, storia di avventura e forse anche noir. Molte, forse troppe cose, anche se in realtà non penso ai generi e alla loro contaminazione - sempre gradita per quanto mi riguarda.

Penso piuttosto ai mille tasselli della narrazione, alla frenetica successione di personaggi e situazioni che ricordano il montaggio rapido anzi nervoso di un film, penso a una trama corale e complessa, anche se poi i mille torrenti si riuniscono nel grande fiume che ha un solo sbocco possibile, la terribile sconfitta di Adua, la peggiore che un esercito coloniale abbia mai subito in terra d'Africa.

Molte, forse troppe cose, ma poi quello che rimane è in primo luogo una successione di sensazioni: il sole abbacinante di Massaua, le voci e i colori di una città coloniale, il passo delle esercitazioni militari, il silenzio che cala sui morti della battaglia.

Miseria e sensualità, parabole individuali e tragedie della storia. Molte, forse troppe cose: e pensare che Carlo Lucarelli, in appendice, ci accompagna anche nel "retrobottega" di questo libro, scopre le carte in tavola e ci racconta come il libro è nato e cresciuto.

E dunque, un giorno, vicino ad Arezzo, un incontro con l'autore, uno dei tanti. Un lettore che si alza in piedi e gli chiede: cosa sta scrivendo? E lui che forse avrebbe potuto rispondere: forse ancora niente. E che invece si lascia scappare: un romanzo ambientato in Eritrea, prima di Adua.

Mette i brividi pensare che c'è stato dopo, la fatica della documentazione, lo studio, la costruzione dell'intreccio intorno ai fatti della storia.

Io mi ci sono ritrovato un po' a casa, in questa Eritrea, sarà per il lavoro che ho fatto su Odoardo Beccari, scienziato esploratore, che solo una ventina di anni prima ci raccontò queste terre. Ma allora eravamo ancora all'inizio del sogno coloniale. Adua lo avrebbe seppellito, tranne poi scatenare la macchina delle rimozioni e della cancellazione delle responsabilità - il destino cinico e baro, no?

Lucarelli ci aiuta anche a ricordare tutto questo, contro le amnesie che per Adua hanno funzionato, come no, pensare che è una storia italiana, una storia che racconta come siamo stati e cosa siamo ancora.

mercoledì 23 novembre 2011

Murakami e gli interruttori nel pannello della coscienza

Che la sua grandezza si imperni davvero sulla capacità di passare disinvoltamente dal lato A al lato B della vita e ritorno?

Haruki Murakami è un grande, un grandissimo. Non mi ha mai entusiasmato, perché si sa, i libri sono anche una questione di gusto, di piacere a pelle, a volte le stesse ragioni della grandezza sono le ragioni anche del mancato coinvolgimento intellettuale ed emotivo. Però libri come L'uccello che girava le viti del mondo mi continuano a risuonare dentro come strane armonie cui il mio orecchio non è abituato, come musica troppo elevata o di un'altra civiltà.

Enigmatica, la scrittura di Murakami. Dalle sue pagine lievita un inspiegabile fascino, che forse mi aiuta a decifrare Dario Olivero, in un'intervista di qualche tempo fa allo scrittore giapponese.

Afferma Dario Olivero:

I personaggi passano attraverso porte che separano mondi (ancora  A  e non A) e da quel momento le loro azioni hanno conseguenze sia nell'una che nell'altra

E vuole dire, penso, che Murakami sa aprire la porta dei tanti mondi paralleli che fanno parte della vita, intendo della vita di tutti noi. Perché ha ragione, Murakami:

Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi - cioé i buoni romanzi - hanno questo potere


martedì 22 novembre 2011

Un Don Chisciotte nella Firenze in guerra

Era un grande scrittore e un grandissimo giornalista, Romano Bilenchi, troppo presto dimenticato. Appartiene a un altro mondo e a un'altra epoca, ma tuffarsi nelle sue pagine è sempre un piccolo grande piacere, che prima di tutto ha a che vedere con il piacere di una lingua pulita e densa.

Non solo con la lingua, però. In quetsi giorni mi è capitato tra le mani il suo Amici (Bur Rizzoli), libro che racchiude storie e incontri di un uomo che seppe mantenersi fedele alle sue amicizie. E' una straordinaria carrellata di artisti e intellettuali che animarono la Firenze degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, da Elio Vittorini a Mario Luzi, da Mino Maccari a Ottone Rosai.

Ma il personaggio più straordinario - meriterebbe un romanzo - non ha un nome e un posto nella storia della nostra cultura. Era un marchese spagnolo - un nobile decaduto che fa tanto Don Chisciotte - che nella Firenze della guerra, per risparmiare, mangiava in una trattoria di quart'ordine frequentata anche dai membri della Resistenza in clandestinità. Aria di grande di Spagna che non riesce a persuadersi alla sua decadenza, poeta molto convinto delle sue liriche dalla scarsa fortuna, era uno che parlava così: "Che era, Bilenchi, quella guapa signora bionda che paseava con voi?", "Era mia moglie, signor marchese".

lunedì 21 novembre 2011

Cercando nel passato le lezioni per l'avvenire

Può piacere o non piacere Breve storia del futuro di Jacques Attali, grande successo nelle librerie di Francia, assai meno qui da noi (non che questo voglia dire molto, né di là né di qua).

Dipende, anche. Qualcuno potrà trovarci delle solide previsioni sul mondo che ci aspetta. A me ha preso soprattutto la prima parte in cui Attali prima di accompagnarci nel futuro si lancia in una sorprendente cavalcata attraverso i millenni del nostro passato, la storia dell'umanità in una manciata di pagine, impressionante sguardo di insieme su popoli, scoperte, civiltà, imperi. Inseguendo a dire il vero, e giustamente, più le monarchie che le ricchezze.

Il tutto disseminato da lapidarie lezioni per l'avvenire. Per esempio:

Lezione per l'avvenire: nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito

Lezione per l'avvenire: numerose invenzioni fondamentali sono il prodotto del lavoro di ricercatori, pagati con fondi pubblici per trovare altro


Lezione per l'avvenire: una nuova tecnologia di comunicazione, che sembrava centralizzatrice, si rivela un nemico inesorabile dei poteri in carica


Lezione per l'avvenire: è la penuria che costringe a cercare una nuova ricchezza. La scarsità è una benedizione per gli ambiziosi.

Sottoscrivo e sottoscrivendo mi rituffo nel passato.

domenica 20 novembre 2011

Anche il Porcellino nel cimitero delle librerie

E dunque, anche la Libreria del Porcellino non ce la fa più, l'ho letto questa mattina sul giornale. All'elenco delle librerie che chiudono, senza prospettive di riapertura, se ne aggiungerà presto un'altra, che era quasi un'istituzione. Il Porcellino, nel cuore di Firenze, appena dietro Palazzo Vecchio, a un passo dalla fontana del Tacca dove da bambino mi capitava di gettare una monetina per inseguire qualche sogno - e la libreria era già lì, lo era da molto tempo.

Non che l'abbia frequentata molto, per essere sinceri. Le librerie sono come le amicizie, o come dovrebbero essere le amicizie, le incontri per caso, prosegui per ragioni che ti è difficile indagare, però sai che la fedeltà conta. O magari, semplicemente, il Porcellino non era sulla mia strada.

Però quando passavo lì davanti mi piaceva sbirciare, indugiare davanti alla vetrina che rimandava ad altri tempi, con tutti quei libri stipati, disordine che in realtà pareva ordine dettato dal gusto e dal piacere, non un titolo che non sembrasse scelto. Non mi consola più di tanto nemmeno che possa avere un futuro come libreria on line: è un'altra cosa, comunque.

Mi è venuta in mente la libreria di Charing Cross 84, Londra, autentica protagonista di un bellissimo film di tanti anni. Mi è venuta in mente la libreria di Buenos Aires raccontata e rimpianta da Tito Barbini nel suo bellissimo ultimo libro, Il cacciatore d'ombre (Vallecchi). Me ne sono venute in mente alcune altre, che mi mancano.

Un'altra adesso fa loro compagnia, nel cimitero delle librerie che c'erano e non ci sono più.

sabato 19 novembre 2011

Se niente è scritto, si può scrivere di futuro

Metto le mani avanti,perché il titolo questa volta mi aveva sviato o forse si era ben prestato a quanto in realtà stavo cercando: non un libro su cosa sarà, ma un libro su come è cambiata, nel tempo, la nostra concezione del futuro.

Con Breve storia del futuro (Fazi editore) Jacques Attali, invece, ci porta dalle parti del 2060, in un mondo maledettamente simile al nostro ma anche immensamente diverso, come un altro pianeta popolato da gente troppo simile a noi perché la si possa ignorare.


Dice Attali:

Scrivo questo libro perché il futuro non assomigli a quello che sarà

E c'è da rabbrividire, in effetti, pensando a quello che potrà essere. Meno male che questo non è il solito catastrofismo più o meno di maniera. Meno male che, alla resa dei conti, niente è scritto.

Dipenderà da noi - e qui non aggiungo un meno male: dipenderà, appunto. Dipenderà dall'uso che faremo delle nostre tecnologie. Dipenderà da come sapremo condividere le nostre capacità, per prima la creatività.

Niente è scritto, e meno male. Ma si può scrivere comunque un libro di storia declinato al futuro.

venerdì 18 novembre 2011

Se anche a Teheran si legge Amos Oz

Viene in mente un bellissimo libro di Azar Nafisi di qualche anno fa, titolo che dice già tutto, Leggere Lolita a Teheran..... E se leggere Lolita a Teheran, negli anni della rivoluzione fondamentalista, era già un'impresa, una provocazione, una splendida scoperta, che dire se si tratta di leggere non Nabokov l'immorale, ma Amos Oz, lo scrittore israeliano, cioè il nemico? 


Sembrerebbe naturale, poter trovare i suoi titoli in libreria, acquistarli, leggerli, condividerli.... anche perché, vorrei dire, negarsi certe possibilità significa farsi male, non fare male, perdere qualcosa e forse molto. E invece no, si sa come vanno le cose.


Per cui magari è una notizia che passerà inosservata, eppure è una grande bella notizia: mentre tra Israele e Iran prosegue il braccio di ferro sul nucleare, mentre spirano persino venti di guerra, Amos Oz viene tradotto in farsi e compare nelle librerie iraniane.


Per ora solo solo con un libro - D'un tratto, nel folto del bosco, che se volete è un altro titolo che dice tutto - un libro che è una fiaba per bambini (ma forse anche per adulti).


Una fiaba, solo una fiaba. Ma che bella questa fiaba che permette di raccontarne un'altra, sul potere dei libri, sulle parole che nessuno tiene a tenere dentro i confini.

giovedì 17 novembre 2011

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume, edito da Bompiani, che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice.

Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Diceva la grande Marguerite:

Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

Certamente non è il suo caso. 

mercoledì 16 novembre 2011

Se i microeditori (forse) crescono

Sei nuove case editrici che nascono ogni mese, una ogni 5 giorni. Sessantamila libri pubblicati ogni anno, di cui però la maggior parte non supera le 500 copie vendute: anzi, il 35 per cento dei titoli che non vende nemmeno una copia in libreria....

Fanno impressione le cifre sulla piccola e media editoria sulle quali in questi giorni ha ragionato Repubblica, in occasione della Rassegna della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia.


Il paese dove tutti fanno libri, così titolava il giornale, ribadendo ciò che da sempre si sa, che questo è un paese dove lo scrivere e il pubblicare sembrano riscuotere più favore dell'acquistare e del leggere.

Uno non finisce di stupirsi e interrogarsi su cosa davvero permetta a tutto questo di andare avanti. E certo,  gratta gratta, sotto la superficie dei titoli, delle copertine, dei comunicati stampa, si incontrerebbero chissà quante realtà che non sono quelle che sembrano e dicono di essere.

Però poi leggi anche della piccolissima Keller, che è quella che in Italia ha scoperto il premio Nobel Herta Muller (prima del Nobel, ovviamente), leggi de Il Margine che ha venduto  3 mila copie con con l'autobiografia di don Dante Clauser, il "prete dei barboni", leggi di..... leggi e tiri un respiro... Microeditori (forse) crescono e, insieme, fanno crescere anche noi.

Crescono e fanno crescere, guarda un po', se scommettono sulla qualità, mica su altro.

martedì 15 novembre 2011

Baricco e lo scrittore che smette di scrivere

Non so se mi capiterà di leggere Mr Gwyn, l'ultimo libro di Alessandro Baricco, in cui si racconta la storia di uno scrittore di successo che a 43 anni scrive per il Guardian un articolo in cui elenca le 52 cose che non farà d'ora in poi. E l'ultima è: non scrivere più libri.

Non lo so, però è piena di spunti, sul significato della scrittura e sul rapporto tra la scrittura e la vita, l'intervista che Baricco ha rilasciato al Venerdì di Repubblica.

Non spiega davvero, Baricco, cosa ci sia dietro la decisione di Mr Gwyn.


Ma perché Mr Gwyn smette di scrivere? Mancanza di ispirazione? Disgusto (o paura) per il successo? Volontà di cancellare il proprio nome? Desiderio di sparire? La letteratura ha più volte praticato queste strade.

Le motivazioni restano indecifrabili come questo cognome da extraterrestre. Ma non ci piove, sulle conclusioni di Baricco:

Smettere di fare lo scrittore non è poi così drammatico

Non vale solo per la scrittura.

lunedì 14 novembre 2011

Il viaggio che è prima di tutto ritorno a casa

Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite; dorme in stanze che prima e dopo di lui albergano sconosciuti, non possiede il guanciale su cui posa il capo né il tetto che lo ripara.


E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell'infinito dell'universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine.


Non per nulla il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa.

(Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Mondadori)

domenica 13 novembre 2011

Espiare è dura, con Ian McEwan


Beh, che dire, quando un libro è così bello, così importante, fai fatica anche a dire qualcosa.

Di Ian McEwan ho letto altre cose, non tutte m'erano piaciute.

Espiazione l'avevo cominciato prendendolo un po' sottogamba - come capita con un libro che ti trovi in casa senza sapere bene perchè - e anche all'inizio qualche diffidenza è venuta fuori, sarà che l'ambientazione in una residenza dell'aristocrazia rurale britannica non è certo nuova.

Ma poi come è bello immergersi in queste pagine, che pure non pretendono di essere facili e scorrevoli come un torrentello di parole.

Un grande romanzo sulla colpa, anzi, sul senso della colpa. Sui grandi interrogativi della morale fuori da ogni grande visione morale, perché in gioco qui c'è semplicemente il modo di stare al mondo, di relazionarci agli altri. Semplicemente si fa per dire. Perché la colpa è anche questo, segno, cicatrice, ciò che rimane quando gli eventi sono alle spalle.

E forse la cosa che fa più impressione è proprio questo. Ciò che rimane nel passare del tempo. La forza delle conseguenze che discendono anche da un singolo gesto, da una debolezza o da uno smarrimento.

La colpa di una ragazzina di 13 anni che scarica la colpa su una persona innocente. L'accusato che per tutta la vita ne sarà segnato. Ma anche l'accusatore che non se ne libererà più. Tanto che la narrazione scandisce un percorso di espiazione di un'anziana: un tempo era proprio quella ragazzina.

Alla fine chiudi questo libro e mettendolo via già sei alla prese con la malinconia del lettore, che sa fin troppo bene che anche questa volta i fili di questa storia, i suoi personaggi, svaniranno dalla sua memoria. Però ecco, sono sicuro che l'emozione di questa lettura rimarrà anche quando di questo libro mi rammenterò poco o niente.

Succede, succede proprio con i grandi libri.

sabato 12 novembre 2011

James Hillman e il tempo che scivola via

Com'è morire?, domanda Silvia Ronchey a James Hillman, lo psicanalista americano che con libri come Il codice dell'anima e Saggio su Pan, ci ha regalato nuovi modi di vedere e intendere non solo la morte, ma soprattutto la vita.

Com'è morire?, gli ha chiesto Silvia Ronchey, che non è solo la studiosa del mondo bizantino o la biografa di Ipazia di Alessandria, ma una donna che sa affondare lo sguardo nelle domande che più di tutte contano e che per questo si è spinta fino alla casa del Connecticut dove James Hillman ha abitato gli ultimi sui giorni su questa terra.

E così le ha risposto James Hillman, con parole che, certo, non sono solo le parole di un'intervista su Tuttolibri:

Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho "perso" nel senso comune di  "perdere". Non c'è perdita in quel senso. C'è la fine dell'ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E' molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo....

venerdì 11 novembre 2011

I romanzi da tre righe che solo a Parigi

A 80 anni la signora Saout, di Lambézellec, nel Finistère, cominciava a pensare che la morte si fosse dimenticata di lei. Così ha aspettato che sua figlia uscisse, e si è impiccata.

Nel liceo di Amiens inaugurato un medaglione a Louis Thuillier, morto in Egittpo, dove era andato a studiare il colera. Che lo ha ucciso.


Ecco, erano così, i Romanzi in tre righe che ogni giorno, per anni e anni, Félix Fénéon pubblicava sul quotidiano Matin, con una perseveranza che non riuscì a dimostrare in nient'altro.

Tre righe, tre righe appena per raccontare un'intera storia. Per aprire una finestra su un mondo, per illuminare una vita quasi sempre riacciuffata dalla fine, per disegnare i confini di una tragedia familiare o di un fattaccio di cronaca nera.

Tre righe e un meccanismo implacabile. Un rigo per circostanziare personaggi e ambientazione, un rigo per narrare la vicenda, un rigo per chiudere a effetto. Non una lettera più del necessario. Tutto il resto, superfluo.

Qualche tempo fa Adelphi ne ha pubblicato una selezione in un bel libretto, che io consiglio soprattutto per un testo di Matteo Codignola che racconta chi era Félix Fénéon: straordinario personaggio che solo la Parigi fine Ottocento poteva partorire.

Anarchico, ma impiegato modello al ministero della Guerra.

Processato per un attentato e difeso da personaggi come Stéphane Mallarmé, secondo il quale l'unica cosa pericolosa che poteva maneggiare era la letteratura.

Autore di un libriccino di appena diciotto pagine (la brevità era evidentemente un suo imperativo) che di fatto consegnò al mondo gli Impressionisti.

Personaggio pubblico interamente dedito alla falsificazione, non di banconote ma di identità, una vita nascosta sotto pseudonimi (anche le lettere private le firmava con altri nomi)

Direttore di riviste che si permettevano di avere Gide come critico letterario e Debussy come critico musicale, ma in fondo smanioso di rovesciare tutte le parole in un grande buco nero di silenzio.

Ecco, il silenzio. Félix Fénéon, dice Matteo Codignola, era l'equilibrio perfetto fra la parola e il suo contrario. Uno degli intellettuali francesi più importanti - e decisamente meno in vista - era semplicemente celui qui silence. Colui che se ne sta zitto.

giovedì 10 novembre 2011

I pro e i contro dei "social club" del libro

Bella la riflessione che in questi giorni le pagine di cultura di Repubblica hanno fatto sui circoli letterari che si costituiscono sulla Rete, anche sulla spinta della nuova editoria digitale (i titoli degli articoli sono già eloquenti: Il social club del libro e Il circolo letterario si mette in Rete).

E dunque la Rete può essere anche questo, vocazioni antiche e opportunità moderne che si coniugano e ci permettono di inoltrarci su nuovi sentieri. La lettura, si sa, è pratica prevalentemente solitaria, ma il libro è anche una straordinaria occasione di socialità, lo è sempre stata, dai tempi dei cabinets de lecture nella Francia degli Illuministi e delle reading rooms a Londra e dintorni. Perché stupirsi se oggi i "luoghi" si moltiplicano anche sulla blogosfera?

Spiega Raffaele Simone:

I lettori cercano pur sempre occasioni e risorse per scambiarsi e proporsi libri, per parlare di quel che hanno letto o vorrebbero leggere e anche per leggere insieme

Come al solito ci sono i pro e i contro, è ovvio.

Un pro lo dico io: vedete che la rete non è nemica della lettura, vedete che ci può indirizzare anche verso i buoni libri?

Un contro lo segnala proprio Raffaele Simone:

Una differenza c'è, ed è quasi un abisso: attorno a libri di carta si aggregano persone in carne e ossa, che parlano, ridono e hanno odore e peso; nei circoli di lettura digitali s'incontrano invece "digital personae" senza corpo né massa, che non si vedono né si toccano e che potrebbero anche esser avatar di secondo o terzo grado di chissà chi.... 

Vero, ma come si dice, se non si vada non si vede....

mercoledì 9 novembre 2011

Se il libro di sabbia è dentro la Rete



Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all'indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli.Era come se sorgessero dal libro.
"Adesso cerchi la fine"
Fallii di nuovo, riuscii appena a balbettare con una voce che non era la mia:
"Non è possibile"
Sempre sottovoce, il venditore di bibbie mi disse:

"Non è possibile, ma è. Il numero di pagine di questo libro è infinito. Nessuna è la prima, nessuna è l'ultima"

Vi ricordate il Libro di sabbia di Jorge Luis Borges? E' il racconto in cui chi narra acquista un libro senza principio né fine, nè centro nè ordine, un libro composto da un numero infinito di pagine numerate arbitrariamente.

Primo suggerimento: se non l'avete letto, leggetelo (Adelphi lo ha riproposto in una raccolta di racconti non troppi anni fa).

Secondo suggerimento: se pensate che tutto questo sia solo il frutto della fantasia - direi dei brividi metafisici - dello scrittore argentino, fermatevi un attimo. Il libro di sabbia è già qui, è fra di noi. E' nella rete, e nell'infinità di parole e pagine che possiamo raccogliere nel web, attraverso gli ereader.

Un universo da leggere dove non c'è né prima né ultima pagina e tanto meno ordine. Opportunità senza confini, ma sempre di più anche di smarrimento. Quella vertigine che dobbiamo provare quando siamo di fronte al troppo.

martedì 8 novembre 2011

L'ultimo inverno, capolavoro o forse no

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...


Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding, con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

lunedì 7 novembre 2011

Trieste è un'altra, Trieste è dentro di noi

Trieste, quante cose che è per me Trieste, anche se non conosco bene Trieste, anche se in tutta la mia vita ci sarò stato solo una manciata di giorni. I palazzi degli Asburgo e le poesie di Umberto Saba, le maglie della Triestina e i traffici dei container, Italo Svevo e Claudio Magris, gli scacchi al Caffé San Marco e la frontiera che c'è stata, che non c'è più, che forse c'è ancora.... quante cose che è Trieste, centro e periferia, mare e cuore d'Europa, luogo dell'anima  e nostalgia....

Trieste è anche qualcosa di indefinibile, sfuggente, che forse ha a che vedere con il tempo, con la storia, anzi con la Storia, quella con la esse maiuscola, solo che è uno sbaglio, quella Esse maiuscola, perché poi il fiume degli eventi si spezza in mille rivoli, traccia i corsi delle singole vite, le segna e le porta via.

Forse è davvero il tempo che trascorre, a fare Trieste di Trieste. E per me, fiorentino, non è facile capirla, io che abito una città dal passato grande e statico. A Trieste, mi sa, il tempo si manifesta davvero come quel fiume, che passa e si lascia i suoi detriti.

Difficile capirla, ma poi per fortuna ti arriva tra le mani un libro come Trieste è un'altra di Pietro Spirito, giornalista e scrittore che Trieste la ama e la sa raccontare. Non un libro di storia, non una guida - non per caso è l'ultimo titolo della collana Le non guide di Mauro Pagliai - piuttosto un reportage, piuttosto un viaggio nella città e nel suo universo, una peregrinazione, una scommessa.

Una giornata errabonda in motocicletta, toccando i luoghi silenziosi e nascosti che possono svelare l'enigma Trieste. Chilometri e curiosità. L'itinerario di un Ulisse - più nel senso di James Joyce, per l'appunto triestino per elezione, che di Omero - di un Ulisse che cerca di restituire il tempo alla sua città.  E nessuna delle cose che vi suggerirà l'Azienda di promozione turistica: magazzini dello scalo marittimo, invece, valichi di confine, negozi all'ingrosso, stazioni ferroviarie abbandonate...

Eppure ogni tessera va al suo posto, la mappa si ricompone, il segreto rimane, ma come un amico che ti fa compagnia.

Bello, sorprendente questo libro di Pietro Spirito. Buono per chi Trieste non la conosce e forse non la conoscerà mai. Tanto Trieste è già orizzonte che si schiude, davanti a chiunque non si neghi al tempo e alle sue storie.

domenica 6 novembre 2011

Quel concerto dei Muse per ricordare altri tempi

È così, appena la chitarra elettrica rovescia le prime note e le luci cominciano i loro giochi, sento dilagarmi un fiotto di gioia. Sono contento di essere dove sono e contento della mia contentezza. Pensare che fino all’ultimo ho cercato mille pretesti per non esserci. Uno dei miei consueti tira e molla mentali.
 

Meno male che per una volta mi sono scrollato di dosso ogni esitazione e ora sono qui, tra i molti che affollano il Piazzale Michelangelo.
 

Ci sono i Muse, sul palco, uno di quei gruppi che da qualche tempo scalano le hit con il beneplacito della critica. Concerto maledettamente giovane, sicuro. Nemmeno ci ho provato a proporlo ai miei amici. Muse? E che roba è? Più facile tentare con una serata di revival di qualche rockstar ormai sopra i sessanta, che so io, David Bowie oppure Mick Jagger.
 

A guardarmi dall'esterno sono proprio un fuori quota, un mezzo intruso tra i tanti ragazzini che fanno ressa sotto il palco, saltano, ballano, accompagnano i refrain delle canzoni più gettonate.
 

Però la cosa non mi disturba, non sento i loro occhi addosso. Tutti si fanno i fatti loro e non si scompongono di fronte a uno che potrebbero catalogare come un genitore sguinzagliato a fare il cane da guardia.
Alla loro età io ero senz’altro più diffidente, più pronto a distribuire la gente di qua e di là: noi e voi.
 

Sono belli questi ragazzi e forse ai tempi ero bello anch’io.
 

E c’è Firenze sdraiata sotto i miei occhi. L’aria di primavera è una flebo di serenità; questa sera è così dolce che posso ripensarmi ventenne senza formicolii di inquietudine.
 

Anch’io mi lasciavo attraversare dalla musica, anch’io mi inebriavo di suoni e di alcol, di amici e di concerti allo stadio.
 

E no, ovviamente, non ero felice.
 

Da onesto cronista di me stesso, dovrei mettere in fila tutte le sbornie tristi, le notti di pensieri cupi, anche i concerti in cui non riuscivo a sopportare la mia solitudine in mezzo a una folla esageratamente piena di ragazze inavvicinabili.
 

Più che infelice. Allevavo l’infelicità e la sbandieravo con le parole di Paul Nizan. «Avevo vent’anni e non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella».
 

Però, insomma, pure in tutto quel penare c’era una percezione di eternità, più forte di qualsiasi presagio di pericolo. Perché c’ero io, c’era la mia giovinezza.

Sì, ero bello, anche se mi degnavano poco.
 

Ma come si scatenano, i Muse. La loro musica mi piove addosso con una irresistibile valanga di suoni che si mescolano alle luci, alle onde della gente, all’odore della cannabis reso più pungente dal sudore.

Tutto sembra conservare ancora un luccichio di quell’eternità.


(da Paolo Ciampi, Una domenica come le altre, Mauro Pagliai editore)

sabato 5 novembre 2011

Farsi cullare dalla sicurezza di una bugia

Non ho niente contro le persone che amano la verità. A parte il fatto che sono una compagnia noiosa. Questo finché non si mettono a discettare di senso della narrazione e di senso dell'onestà, com'è tipico di alcuni. Allora sì che mi saltano i nervi. Ma se mi lasciano in pace, io non faccio male a una mosca.


Non ce l'ho con gli amanti della verità, ma con la Verità stessa. Quale sostegno, quale consolazione nella Verità, a paragone di una storia?

....

No: quando paura e freddo ti immobilizzano a letto come una statua, non aspettarti che la scarna e ossuta Verità accorrra in tuo aiuto. Quello che ci vuole è il pingue conforto di una storia: sentirti placare, cullare dalla sicurezza di una bugia

(Diane Setterfield, La tredicesima storia, Mondadori)

venerdì 4 novembre 2011

O cuore, fa' conto d'avere tutte le cose del mondo


O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada
Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita

È stato molte cose insieme, forse molte vite simultanee, Omar Khayyam, poeta persiano la cui biografia si perde nella notte della storia e della leggenda.

Poeta, ma anche astronomo, matematico, filosofo. Dicono che fosse raffinato e irascibile, indulgente e pigro, ironico e malato di nostalgia. Riverito da molti, insultato da tanti altri.

E c'è chi lo ricorda come la voce di un Islam tollerante, chi come un miscredente che amava il vino e i piaceri più effimeri, chi come un mistico che, come tutti i mistici, sfugge al giudizio esatto, quello che intende definire e incasellare.

Molte cose, davvero. Ma nelle circa duecento quartine che ci ha lasciato (moltissime altre gli sono state attribuite nel tempo) c’è soprattutto l’uomo che si interroga, l’uomo che si mette a nudo per afferrare il senso del suo cammino su questa terra.

La sua voce ci arriva da lontano e ci accompagna ancora oggi, come quella dell’amico con cui è facile condividere, la parola, il brindisi, il silenzio. Per poi abbandonarsi pacatamente alla vertigine del tempo che passa.

Poiché non sono verità e certezza in nostro possesso,
Non si può con speranze dubbiose aspettare tutta la vita.
Il palmo della mano non deve lasciare la coppa del vino.
In tanta ignoranza dell'uomo che importa esser sobri o ebbri?

giovedì 3 novembre 2011

La vita dura del grande Mark Twain

Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricorsi; ma non è stato possibile

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.


In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

mercoledì 2 novembre 2011

Steve Jobs e la bellezza che non è futile

Ricorda Curzio Maltese che Steve Jobs è stato Steve Jobs anche perchè a un certo punto della sua vita decise di lasciare l'università e si iscrisse a un corso di calligrafia. Proprio così, calligrafia: parola che racchiude in sè il concetto del bello, dello scrivere scegliendo la bellezza anche dei caratteri, piuttosto che semplicemente dello scrivere bene.

E afferma Curzio Maltese, nella sua rubrica sul Venerdì di Repubblica:

Jobs ricorda a tutti quanto è importante la bellezza nelle scelte della vita e quanto sia al centro del mercato. Senza questa scelta bizzarra e in apparenza futile, Apple non avrebbe avuto caratteri tanto belli

Non è evidentemente solo una questione di stile o di cultura. La bellezza può essere anche utile, non solo futile. Il nostro boom economico degli anni Sessanta fu spinto anche da oggetti che non erano solo moderni e funzionali, erano anche belli, dalla Vespa alla Giulietta, ai frigoriferi e alle lampade made in Italy.

E oggi? Oggi mi sa che la crisi è anche questo, la conseguenza di un paese che ha rinunciato a coltivare la bellezza, nell'arte come nelle città, nel design industriale come nella cura del paesaggio. Abbiamo semplicemente puntato a fare cassa senza intendere che questa poteva essere anche la strada più diritta per finire sul lastrico.

Dice, Curzio Maltese:


A un giovane ambizioso, oggi bisognerebbe consigliare di seguire un corso di calligrafia, invece del master di finanza alla Bocconi per imparare a far soldi in Borsa. Tanto, se andiamo avanti così, presto non ci sarà più niente su cui speculare

Sottoscrivo. A volte è proprio la strada che si dirige più lontano che conduce a destinazione.

martedì 1 novembre 2011

Incredibile, le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.