lunedì 31 ottobre 2011

Invidia per l'Irlanda e il suo presidente poeta rock

E dunque, ora invidio anche l'Irlanda, paese già invidiabile per molte cose, che inopinamente ha eletto presidente della Repubblica un poeta.

Invidio l'Irlanda con la stessa intensità con cui nei giorni scorsi ho invidiato la Danimarca, altro paese già invidiabile per molte cose, quando ho letto di come il nuovo governo si è insediato, andando tutti dalla regina in bicicletta, qualcuno dei ministri (e delle ministre) anche con il cestino della merenda sul manubrio, senza nemmeno l'ombra di un auto blu in giro (e per la cronaca, oggi in Danimarca il ministro del Fisco ha 26 anni, è studente di scienze politiche e di nome fa Thor).

Però ora invidio il paese che ha avuto il coraggio di eleggere un poeta alla sua massima carica istituzionale, preferendolo a una star della televisione e a un ex comandante militare.

Non conosco Michael Higgins, non ho avuto mai modo di leggere i suoi versi. E qualcuno, giustamente, può obiettare che essere poeta non è una garanzia sufficiente per essere un buon presidente. Così come i filosofi, fin dai tempi di Platone e della sua Repubblica, non è che abbiano convinto più di tanto alla guida di un paese.

Non lo so, ma quello che ho appreso di Higgins, mi fa ben pensare: poeta, ma anche pacifista; uno che ha fondato un canale tv in gaelico, ma scrive anche per una rivista rock.... che dire? Se non le istituzioni irlandesi è giusto invidiare almeno gli irlandesi, per quello che sono stati capaci di votare.

domenica 30 ottobre 2011

Povero Virgilio, traditore di Roma ladrona

Narra il grande Massimo Gramellini su La Stampa che un assessore di Mantova - non dirò il partito, tanto ci si può immaginare - si stia fieramente opponendo alle celebrazioni in onore del nome più illustre cui la città abbia mai dato i natali: Publio Virgilio Marone.

Povero Virgilio, cosa ha mai combinato? Capirei il risentimento di qualche studente del liceo, alle prese con una sua traduzione. Ma perchè impedire corone di alloro e convegni a una città che da questo personaggio non può che trarre motivo di vanto? Che abbia ragione Gramellini?

Delle due l'una:


Il Marone [notate per inciso il cognome...] era un traditore. Scriveva in una lingua astrusa: il latino. Ed era emigrato al Sud. Non solo a Roma ladrona, dove aveva bazzicato il governo centralista di un certo Augusto Imperatore. Addirittura più giù...

Oppure:


Già la professione del Marone, poeta, deve aver insospettito l'assessur. I poeti sono gente che produce chiacchiere, mica truciolato e tanto meno fatturato....

Non so quale delle due ipotesi sia peggio. Ma io quasi quasi prendo e mi rileggo l'Eneide.

sabato 29 ottobre 2011

Il romanzo-romanzo nella brughiera di Inghilterra

Vai a capire perché, ci sono libri che sembrano avere tutti gli ingredienti per conquistarti, libri che sembrano fatti apposta per il piacere della lettura e per la lettura come piacere, appunto, e che pure alla fine ti lasciano un po' così e così.

Dovrei indagare meglio la cosa, anche perchè non è bello cavarsela addossando tutto sulle spalle del povero autore: magari c'entra pure un giorno di mal testa o un periodo troppo indaffarato o troppo nervoso per starsene in pace con un libro.

In ogni caso con La tredicesima storia di Diane Setterfield mi è successo proprio così. Ed è un gran peccato, perché questo è un romanzo-romanzo. C'è la storia, ci sono i personaggi, ci sono i giusti tempi e le doverose attese e i colpi di scena....

Romanzo-romanzo che ci riporta ad altri tempi della letteratura, in particolare della letteratura inglese, epoca vittoriana, gotico imperante, magari senza dimenticare, sull'altra sponda dell'oceano, Henry James, e forse anche un altro signore che di nome faceva Nathaniel Hawthorne.

E ci sono brugherie ammantate di nebbia, antiche residenze dello Yorkshire, oscurità e silenzi, raggelanti segreti famigliari e ineludibili appuntamenti col destino....

E uno va dietro la storia della sconosciuta libraia e della scrittrice di successo finalmente disposta non a raccontare un'altra storia, ma la sua vita, solo la vita... E vorrebbe perdersi dietro questa storia che gioca con la vita e si dipana tra rivelazioni e tradimenti, incendi e legami di sangue...

E ci va dietro ma poi si chiede - e mi chiedo: perché non mi ha conquistato?

Troppo bello, forse, per essere anche autentico?

venerdì 28 ottobre 2011

Caro Lucilio, solo il tempo ci appartiene

Di nulla siamo padroni, caro Lucilio, solo il tempo ci appartiene.


La natura ci ha donato il possesso di questa sola proprietà, fuggente e instabile; eppure, chiunque vuole ce la può togliere. 

E' tale la stoltezza degli uomini che volentieri accettano che venga loro addebitato l'acquisto di cose anche minime senza valore e facilmente sostituibili, mentre nessuno si sente in debito se ha sottratto ad altri il tempo, ovvero quel valore che anche col massimo della riconoscenza possibile non si può restituire.


(Seneca, Lettere a Lucilio)

giovedì 27 ottobre 2011

Rossana, la donna del secolo scorso

E dunque, questo è uno dei libri che quando te lo regalano lo sistemi sulla pila dei titoli "in attesa di lettura", non necessariamente in cima, e ti riprometti di leggerlo, come no, prima o poi lo leggerai, però poi passano le settimane, i mesi, perfino gli anni, e il libro rimane sempre lì. Perché poi, di che storia sta parlando, Rossana Rossanda? Il secolo scorso, appunto... cosa mi rappresenta quella storia?

E per l'appunto, la trama dell'impegno politico di Rossana Rossanda è una matassa di vicende e riferimenti che oggi ci dicono poco o niente, sullo sfondo della grande promessa e del grande fallimento. Però che storia, questa donna...

Dalle prime memorie di bambina, in una famiglia istriana con radici ben piantate nella Mitteleuropa asburgica, attraverso le grandi tragedie del Novecento, perché poi questa è una domanda che continua a risuonare dentro di noi:

Che roba è aver quindici anni nel 1939 e ventuno nel 1945? Per questo sono noiosa. E allarmata

E poi via, lungo gli anni Cinquanta e Sessanta, anni di lavoro faticoso, di incerte speranze, di dedizione alla politica che prevale comunque sullo sconfortante grigiore di certi rituali.

E sapete, alla fine questo libro non è la storia di una donna ostinatamente comunista, è la storia di una donna che vuole essere parte di un paese, che vuole cambiare il suo paese, e prima di tutto disegnare un futuro.

Prima ancora del Sessantotto, con la sua esplosione di colori e illusioni. Quando la politica era una cosa così seria che la faccia la si metteva nelle assemblee, mica nei dibattiti televisivi, e le carriere contavano assai meno dei partiti.

Dice a un certo punto Rossana Rossanda:

Nessuno si capacita, oggi, che i deputati fossero compensati così poco e i consiglieri comunali niente. E' da quando la politcia si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti

Allora capisci davvero che questa è una storia - e una donna - del secolo scorso. Solo che lo capisci con il morso del rimpianto.

mercoledì 26 ottobre 2011

Mettete una mattina di inverno in libreria, a Parigi

Mettete Parigi una mattina di inverno. Mettete un incontro casuale con un grande poeta che si è scordato i soldi per pagare il barbiere. Mettete una piccola libreria gonfia di libri di ogni età e genere, con un libraio che deve provare una grande sofferenza solo all'idea di separarsi da un titolo.

Tutto qui. Bastano questi ingredienti - e una manciata di pagine - per regalarci uno straordinario atto di amore. Per la cultura, per i libri, ma anche per la possibilità di costruire ponti con le parole, di riconoscere una comune umanità attraverso le pagine scritte.

E' questo, soprattutto questo, Una mattina in libreria. Incontro con Rilke di Carl Jacob Burckhardt (Bompiani). La storia di un incontro tra una grande poeta, Rainer Maria Rilke, e un grande libraio, Lucien Herr. Due uomini che hanno modo di  trovarsi l'uno di fronte all'altro solo al tramonto delle loro vite, ormai malati. Ma che con uno sguardo e poche parole si riconoscono fratelli nella cultura, prima ancora di presentarsi. A volte non c'è proprio bisogno del nome.

E quelle ore trascorse quasi senza accorgersene, in mezzo ai libri. Quel fastidio per un cliente che è appena entrato e rischia di interrompere la loro conversazione. Quel mondo che è diverso e si fa migliore, grazie al loro riconoscersi.

Da leggere anche per la magnifica introduzione di Antonio Gnoli - in realtà più lunga dello stesso testo di Burckhardt. Con quell'attacco che è già dalle parti della poesia:

Ci sono storie di uomini e di città che si corrispondono. Immerse in una luce che il buio divora, devono dissolversi per essere amate. Ci sono storie in cui la cattiva reputazione del mondo non inquina la delicatezza dell'aria in cui si svolgono

martedì 25 ottobre 2011

Seneca e l'uomo che si rovista dentro

Avrà anche ragione chi va dicendo che gli antichi romani non hanno avuto grandi filosofi, che la filosofia dei latini è stata tutta presa in prestito dai greci, però mi sa che bisogna intenderci proprio sulla parola filosofia.

Sarà pure vero, se si pensa alla filosofia come pensiero sistematico, chiave per decifrare i significati ultimi della vita e del mondo, ragionamento sulle idee. Però penso che la filosofia siasoprattutto quella sapienza, meglio ancora, quella saggezza, che deve funzionare come una bussola nella vita di tutti i giorni. E allora, allora leggete pagine come quelle raccolte in La serenità (Mondadori).

Leggete il grande Seneca, che con le sue parole sbuca dagli anni di Nerone e pure sembra scrivere oggi.

Leggete cosa risponde all'amico Sereno - un nome che è quasi un programma - che in realtà è più turbato che sofferente ("non sono propriamente malato, ma non sto nemmeno bene"), in preda a qualcosa di molto simile allo spleen di Charles Baudelaire. Si rivolgono all'uomo contemporaneo, le parole di Seneca. All'uomo che rovista dentro se stesso e non si piace.

Ci invita, Seneca, a decidere cosa conta davvero, a fare un passo indietro se necessario, a conquistare una libertà che pianta le sue radici dentro di noi.

Poi anche lui, con la sua vita, ci riuscì e non ci riuscì: come succede anche a noi, che ogni momento ci ripromettiamo qualcosa che difficilmente saremo in grado di mantenere, solo che ci proviamo di nuovo.

Seneca come noi, lo stesso tempo, le stesse domande.

lunedì 24 ottobre 2011

La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere

Era un personaggio, Grace Paley, scrittrice e poetessa americana, anzi newyorkese, squisitamente newyorkese, una di quelle scrittrici che c'è il rischio di catalogare come minore e di dimenticare a qualche anno dalla morte - lei che è scomparsa nel 2007 - solo che sarebbe un maledetto peccato.

Era un personaggio, lei che era figlia di immigrati, famiglia di ebrei ucraini tra le cui fila non si contavano rivoluzioni, dissidenti e sognatori. Lei che non scriveva per vivere e non viveva per scrivere, tanto che per 15 anni non scrisse poprio nulla, a dispetto dei suoi successi, perché voleva semplicemente vivere, perché aveva da pensare alla famiglia, alle amiche, a un mondo da cambiare. Lei che poi alla fine ci ha lasciato solo tre raccolte di racconti e una manciata di poesie.

Fedeltà, pubblicata da Minimum Fax, ci offre i versi di Grace nell'ultima stagione della vita, donna ormai di 80 anni, piegata forse nel fisico, ma certamente non nel carattere. E nel titolo di questa raccolta, c'è già tutta questa donna: capace di essere fedele a se stessa, alle persone care, all'idea di un mondo più decente e dignitoso per tutti.

Diceva, Grace:


Credo nella fedeltà alle mie idde originali, è il modo che ho per oppormi alle mode imperanti

E non so se la fedeltà sia davvero una virtù degli anziani, come si dice. Però mi sembra ancora di vedermela la cara vecchia Grace, la vecchietta ebrea di New York che, scarpe da ginnastica e gomma da masticare in bocca, non si stancava di distribuire i suoi volantini di protesta, all'angolo di quella Sesta Avenue che ispirava anche le sue poesie.


domenica 23 ottobre 2011

Adriano Sofri, Gheddafi e lo scempio di Ettore

Non era Ettore caduto davanti le mura di Troia, sotto i colpi di Achille, e scempiato dagli altri Achei. E' tutt'altra storia, altra epoca, altra umanità. Ma sull'epilogo di Gheddafi, il raìs di Libia, c'è quel qualcosa di tremendamente antico che Adriano Sofri, sulla Repubblica di ieri, ha raccontato splendidamente. Questa non è sola storia del dittatore che con la sua brutalità chiama su di sé altra brutalità. C'è qualcosa che forse solo i greci, con le loro tragedie, hanno saputo portare alla luce, dalle zone più tenebrose del nostro essere uomini.

Gli dei e gli eroi se ne sono andati da tempo, coprendosi il viso, ma la scena è ancora quella. Gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell'Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini. 

A distanza di minuti, avreste visto sul vostro schermo Ettore atterrato, e i vigliacchi trafiggerne e insultarne il cadavere, e Achille bucarne i calcagni e attaccarlo al suo pick-up. 

L'uomo è rimasto antiquato, o è pronto a ridiventarlo: e meraviglioso e tremendo è il corto circuito fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da topo il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e telefonini.


(Adriano Sofri: Kalashnikov e telefonini, lo scempio del branco)

sabato 22 ottobre 2011

Somerset Maugham e il mistero della bellezza

 Quanto sono semplici, quasi scontate, le prime parole di La luna e sei soldi di William Somerset Maugham, libro straordinario che ci racconta la storia di un agente di cambio che per amore della pittura abbandona la City di Londra, prima per Parigi e poi per i Mari del Sud.

Semplici, certo, scontate, forse, eppure con esse c'è tutta la parabola di una vita che si consegna con coraggio all'arte. Per poi schiudersi agli strani casi, per non dire altro, che almeno a volte portano a riconoscere la grandezza di un grande dell'arte.

E questo è solo l'inizio, appunto.

Chiaro che si legge Charles Strickland, ma poi è difficile non vederci la storia di Paul Gauguin, il grande pittore che abbandonò l'Europa per Tahiti con la speranza di ritrovare nuove ragioni di vita, nuovi stimoli anche artistici.

Però non vale la pena di perdersi nel gioco delle corrispondenze, dei rimandi e delle differenze. 

Meglio godersi queste pagine di uno dei più raffinati scrittori del Novecento inglese, meglio abbandonarsi a questa storia di irresistibile attrazione per il bello.

Meglio continuare a interrogarsi con  lui, perché che enigma che è la bellezza, affascinante mistero che in comune con l'universo ha il merito di essere senza risposta.

venerdì 21 ottobre 2011

Se il piccolo libraio vi sembra un lusso

C'è un libraio indipendente a Cagliari in Piazza Repubblica che si chiama Patrizio Zarru. Quando entro da lui mi guarda sornione e poi dice: "Ho un libro per te". Di sotto lo scaffale della cassa estrae un saggio, un testo di quelli che di solito nelle librerie di provincia nemmeno arrivano, perché opera di autori poco noti, editi da case editrici improbabili con temi di antropologia o di scienze della comunicazione talmente marginali che secondo me saremo dieci persone in tutto a leggerli. Lui si ricorda che mi piacciono quelli e quando arriva il rappresentante dei libri ogni tanto fa un ordine apposta: una sola copia per me

Se il piccolo libraio vi sembra un lusso, se in tempi di crisi puntate volentieri - ed è comprensibile - verso gli sconti delle grandi catene, se le sirene dei negozi on line vi tentano - e come no, è così facile e comodo - in ogni caso andate a leggervi Michela Murgia su Repubblica di ieri (Le grandi virtù dei piccoli librai).

Quante virtù racchiuse in questa professione: passione, cultura, capacità di attenzione, coraggio.... e quanta preoccupazione, anche. I piccoli librai come i panda giganti? Davvero a rischio di estinzione?

Michela Murgia, per fortuna, non è così pessimista: sarà che c'è bisogno di credere che la qualità alla fine possa essere riconosciuta e premiata. E penso a una qualità intessuta anche di relazioni umane, di disponibilità a regalare tempo, fosse solo per chiacchierare di un qualche titolo piuttosto bizzarro.

E bisogna esserne consapevoli prima:

Difficile che un territorio possa convivere a lungo con un libraio senza rendersi conto del valore aggiunto che rappresenta, ma anche se accadesse, la voragine sarà lampante il giorno dopo la sua chiusura definitiva

Condivido e rilancio.

giovedì 20 ottobre 2011

Se agli islandesi mancano le parole per i boschi

Ricordate Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg? Benchè, a distanza di anni, faccia gran fatica a riannodare i fili della trama, rammento un particolare che all'epoca mi colpì e che, a ripensarci, mi colpisce ancora. Io la neve l'ho sempre chiamata neve, ma grazie a Peter Høeg ho saputo che gli eschimesi hanno un'impressionante quantità di modi per chiamare quella che per me è soltanto neve.


Questo mi è tornato in mente leggendo quello che lo scrittore Jon Kalman Stefansson scrive a proposito dei boschi. Stefansson è islandese e nel suo paese non dico i boschi ma anche gli alberi sono spettacoli piuttosto inusuali. Tanto che circola questa battutra: Cosa fai se ti perdi in un bosco islandese? Alzati in piedi!


Stefansson ci ricorda che in Islanda persino una distesa di cespugli sembra un bosco e questo ha le sue conseguenze anche sul linguaggio:


Nella lingua islandese ci sono tanti vocaboli per parlare del mare, dei monti, del tempo, del buio - ma pochissimi relativi ai boschi.


In un vecchio dizionario, aggiunge, la parola skòg è associata non solo a un posto dove si trovano molti alberi, ma anche, e la dice lunga, a una sensazione di soffocamento.


Per noi il bosco è sinonimo di libertà, per l'islandese evoca una sensazione di oppressione. Per noi è la bellezza del paesaggio, per l'islandese è un paesaggio rubato.


Meraviglie della lingua, imprese della traduzione, fascino della navigazione tra letterature diverse e lontane.

mercoledì 19 ottobre 2011

Con Nick Hornby, il piacere di leggere per leggere

Boh, che dire, il caro vecchio Nick Hornby non è certo un critico letterario (né pretende di esserlo), i suoi giudizi sono tutt'altro che folgoranti e riguardano libri mai tradotti in italiano e che difficilmente mi capiterà anche solo di annusare in una libreria. Eppure le sue note di lettura, non so come altro chiamarle, raccolte in Shakespeare scriveva per soldi, è un libro che si fa leggere, davvero.

Da leggere, sì, perché quello che riesce a comunicarmi è proprio il piacere di leggere per leggere, di leggere come si può bere una bella birra dopo una grande sudata. E non importa leggere tanto o leggere per... l'importante è sabbandonarsi a questo piacere, senza troppe fisime o storie...

Per dire, guardate come Nick maltratta (ma fino a un certo punto) il grande Thomas Hardy:

Sono contento di aver letto i romanzi di Hardy, ma sono altrettanto contento di poter vivere il resto dei miei giorni senza dover affrontare mai più quella particolare e originale tristezza

Guardate come diffida da ogni bis di libri e film importanti:  

Forse la cosa migliore da fare, con i film e i libri preferiti, è lasciarli stare: se sono riusciti a esaltarci tanto, significa che sono arrivati nel posto giusto e al momento giusto della nostra vita, e queste sono condizioni che non si ripeteranno mai

E per quanto mi riguarda, mi sa che continuerò a leggere le sue recensioni che non pretendono di essere recensioni

martedì 18 ottobre 2011

L'esploratrice che rinnovò il passaporto a 99 anni


Ci sono molti buoni motivi per leggere India formato famiglia (Guanda) di Andrea Bocconi, ma uno è senz'altro la possibilità di incontrare su queste pagine alcuni personaggi e alcune storie che fa bene conoscere. Come quella di Alexandra David-Néel, donna straordinaria di cui, lo ammetto, non ho ancora letto il Viaggio di una parigina a Lhasa, il libro che le dette meritata fama.

Alexandra fu una straordinaria viaggiatrice francese, che negli anni Venti del Novecento, travestita da mendicante, riuscì a entrare a Lhasa, allora città proibita. Di lei il presidente della Società geografica affermò che il più grande esploratore francese era in realtà un'esploratrice. Da non credere, considerato i tempi.

Ma il particolare che più mi prende - e che scopro sul libro di Andrea Bocconi - è questo. Con tutto quello che aveva fatto Alexandra non si era stancata di viaggiare. A 99 anni si dette da fare per rinnovare il suo passaporto. Progettava un viaggio con la sua vecchia Citroen, dalla Francia attraverso tutta l'Europa fino alla Russia e di lì, oltre lo stretto di Bering, fino all'America.

Non importa che poi non ce l'abbia fatta. L'importante è questo e solo questo: rinnovare il passaporto a 99 anni. 

lunedì 17 ottobre 2011

Come si fa a salvarsi la vita con Hegel

Voi che dite, come si fa a salvarsi la vita con Hegel? Come si fa non dico a cogliere nei rigori della sua filosofia un orizzonte, una possibilità, un'alternativa che abbia a che vedere con i nostri giorni, non dico questo, ma solo a trovare tra le sue pagine un porto sicuro, l'ombra di un sollievo?

Non mi verrebbe mai in mente. Hegel sono le interrogazioni da evitare al liceo. Gli sbadigli per prepararsi a quelle stesse interrogazioni. L'idealismo tedesco da rifuggire come la peste, tanto sono elevate e distanti quelle idee, idee tanto idee che assomigliano alle pareti dell'Himalaya.

Eppure sentite che ha raccontato uno come Aldo Nove, scrittore che voglio conoscere di più, vita che ha conosciuto altre vite - immagino sciagurate - prima di quella dello scrittore affermato:

Allora l'eroina sembrava una forma di vita alternativa a differenza della cocaina che aiuta a integrarti, a lavorare. C'era anche la musica a farmi compagnia: i Joy Division, The Cure, Lou Reed e David Bowie. Ascoltavo e mi immergevo nei Paradisi artificiali di Charles Baudelaire, nelle Confessioni di un mangiatore d'oppio di Thomas de Quincey, mi gustavo  Timothy Francis Leary, il guru delle droghe psichedeliche, e Aldous Huxley, gran sostenitore degli allucinogeni e "padre spirituale" del movimento hippie. Però ero anche innamorato della filosofia di Hegel, delle sue bellissime pagine sulla natura. E proprio questo interesse mi portò fuori dalla tossicodipendenza

Non so voi, ma queste parole mi hanno gettato una nuova luce su Hegel. Ora sto scrutando i suoi ritratti con una certa curiosità. Con una certa gratitudine, anche. Come se le sue pagine fossero una delle migliori dimostrazioni  - se anche con Hegel ci si riesce... - che i libri, davvero, i libri possono cambiarci la vita, mica scherzi...

domenica 16 ottobre 2011

Il saggio Seneca e l'uomo che non è mai inutile

Non è mai inutile l'attività di un cittadino onesto.... può essere d'aiuto col volto, con un cenno, con un silenzio incorruttibile, persino col semplice incedere.


Come alcune sostanze medicinali producono un effetto salutare col semplice odore senza bisogno d'essere toccate o inghiottite, così la virtù svolge i suoi benefici effetti anche da lontano, anche restando nascosta: sia che abbia la possibilità di muoversi liberamente e di fare ciò che vuole, sia che i suoi movimenti siano ridotti al minimo e venga costretta per così dire ad ammainare le vele, sia che rimanga tacita e inerte, chiusa in uno spazio angusto, sia che si manifesti in tutta la sua forza, in qualunque modo risulta sempre utile.


Non devi considerare poco proficuo l'esempio di chi sa impiegare bene il suo tempo libero.... Anzi, la cosa migliore è alternare la vita contemplativa all'attività sociale quando quest'ultima ci sia ostacolata o preclusa da situazioni contingenti: in ogni caso, non accade mai che gli ostacoli siano di tale potere da non lasciare un minimo spazio ad attività dignitose.

(Seneca da De tranquillitate animi, tratto La serenità, edizioni Mondadori)

sabato 15 ottobre 2011

Il piacere di perdersi malgrado i navigatori satellitari

Se n'è parlato al Festival della letteratura di viaggio a Roma e anche su qualche giornale: alcune case editrici, come la Edt (che in Italia pubblica le guide della Lonely Planet) sono tornate a stampare mappe geografiche di cui troppo presto si era celebrato il funerale.

Si diceva: di quali carte ci può essere mai bisogno, al tempo dei navigatori satellitari? Basta pigiare un tasto, inserire un nome, programmare la tappa: ed eccoci già indirizzati nella direzione giusta. Le mappe di un tempo: roba ormai da cultori delle cose che furono, articoli da negozi ultraspecializzati e dal gusto retrò.

E invece no, invece la cara vecchia carta non solo resiste ma rioccupa le sue posizioni. Allo stesso modo, ha notato qualcuno, della penna stilografica che è rinata a dispetto della videoscrittura.

Cara vecchia carta, perché con il Gps le informazioni saranno anche immediate e sicure, ma volete mettere il piacere di distendere una mappa sulle vostre ginocchia, di reggerla contro il vento che non si sa mai è sempre contrario, di tracciare un itinerario con il dito? Volete mettere anche con la possibilità di errare, di perdersi, di ritrovarsi? Non è questo il  viaggio?

Che poi sono le stesse ragioni per cui, sono pronto a scommetterlo, gli ebook non soppianteranno mai il caro vecchio libro

venerdì 14 ottobre 2011

Ha cominciato il suo volo nella stagione indefinita del mito, quando il suo corpo è diventato l'involucro che ripara l'anima di re Artù. E', si dice, la ragione per cui i corvi volano per il cielo d'Inghilterra indisturbati, nessuno li tocca, ignorando quale di loro sia il mitico sovrano che un giorno tornerà in fattezze umane a regnare sul paese

Che bello il viaggio immaginario che rileggo in un vecchio numero di Tuttolibri. Marta Morazzoni lo dedica a una delle terre che più di tutte pare svanire dietro le nebbie dei tempi remoti e delle leggende, la Cornovaglia. Dimostrazione, ancora una volta, che ci sono molti modi di viaggiare; e che uno dei migliori è senz'altro conquistarsi un posto sul tappeto volante dell'immaginazione.

Non mi sono mai spinto in quella punta estrema dell'antica Britannia, protesa nell'Atlantico con la determinazione di un Occidente che non accetta niente oltre di sé: e prima o poi, voglio sperare, riuscirò a colmare questa lacuna. Eppure in Cornovaglia mi pare di essere stato molte altre volte, sfidando gli scogli battuti dall'Oceano e molte altre insidie. Ho inseguito re Artù senza mai sospettare che potesse essere un corvo che volava alto. Mi sono accompagnato ai cavalieri della Tavola Rotonda. Ho cercato la mia Camelot, reggia fantastica che è un po' il Santo Graal dei castelli.

Per quello che valgono i buoni propositi, questo inverno voglio anche rituffarmi nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, così da ritrovarmi con vecchi amici quali Lancillotto e Percival.

E insomma, vedremo: ma è bello che esistano terre straordinarie anche solo per ciò che evocano.

Ps: a proposito di corvi e di Cornovaglia, come non dimenticare anche Gli uccelli di Daphne du Maurier, da cui il grande Hitchcock trasse ispirazione per uno dei più terribili incubi cinematografici? Ci sono molti modi per viaggiare, ma anche molti modi in cui i sogni possono declinarsi...

giovedì 13 ottobre 2011

Tutto ciò che serve a un libro di viaggi

Leggetelo tutto, perché merita, ma leggete con particolare attenzione le prime pagine de Il cacciatore di ombre (Vallecchi, collana Off the road), il libro che Tito Barbini dedica a quello straordinario personaggio che fu Don Patagonia, cioé Alberto Maria De Agostini, missionario ed esploratore di altri tempi riscoperto attraverso un viaggio in Argentina.

Leggete quelle pagine perché c'è tutto o quasi tutto quello che si deve pretendere dalla letteratura di viaggi.

Dice Tito:

Mi viene da  chiedermi se una storia può essere raccontata da uno scrittore senza che ci metta dentro la sua immaginazione

E ha ragione, Tito, perché la letteratura di viaggio non può essere solo resoconto, diario, cronaca, ha bisogno di quella immaginazione che Giacomo Leopardi definiva la prima fonte della felicità umana.

Dice Tito:

Ho sempre pensato che le storie di viaggio non siano mai storie personali

E ha ragione, Tito, perché il racconto di viaggio è in primo luogo viaggio condiviso.

Dice ancora Tito di non preoccuparsi troppo del tempo e dello spazio che prova a separarci, tanto anche le storie più distanti possono camminare insieme.

E se ci pensate, i nostri viaggi non sono mai solo spazio, sono sempre anche nel tempo.

mercoledì 12 ottobre 2011

Tra utopia e incubo, l'epoca degli eBook

Sarà più libera la società letteraria che si costruirà intorno agli eBook? Certo che lo sarà, senza le mediazioni e i condizionamenti di editori, librai e critici. Con la possibilità di pubblicare quello che si vuole, di metterlo a disposizione in rete, gratis o a pagamento, di pescare dalla stessa rete tutto quello che ci alletta o semplicemente ci incuriosisce. Più liberi, certo. 

Però mi sembra importante ciò che Sandro Ferri, fondatore delle edizioni E/O, scrive in I ferri dell'editore (c'è anche il gioco di parole...). Il supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore  ne ha anticipato un brano:

Ma l'editore sa che la stragrande maggioranza delle opere che vengono scritte non valgono molto e che non sono in grado di soddisfare neppure l'esigenza di un singolo lettore. L'editore sa che la letteratura non è il terreno della democrazia, se non in un'accezione meritocratica: è giusto che tutti abbiano l'opportunità di creare.


E' questo il vero motivo per cui l'utopia dell'eBook che cancella gli ostacoli, il sogno della società senza editori, non potranno avverarsi se non nella forma dell'incubo della moltiplicazione della mediocrità, della confusione, della rinuncia a leggere

Un pugno di righe e un bel po' su cui riflettere. Compreso il fatto che per ora e perlomeno fino a fine ottobre I ferri dell'editore sarà disponibile, guarda un po', solo come eBook....


martedì 11 ottobre 2011

Ci sono ancora le antiche parole di Islanda

Mi hanno acceso qualcosa, le riflessioni che lo scrittore islandese Jon Kalman Stefansson dedica alla letteratura della sua terra, che tra l'altro è il paese ospite alla prossima Fiera del libro di Francoforte (bella occasione, tra l'altro, per prendere confidenza con alcuni di questi autori di Islanda dai nomi impossibili): Dice Stefansson:

Credo che ogni islandese porti le saghe nel sangue, anche se non ne ha mai letto nemmeno una parola, perché per secoli sono state lette a voce alta dai miei connazionali nelle loro case di torba, generazioni e generazioni le hanno assorbite: i personaggi, le battute, gli atteggiamenti. E questo ci ha formati. Quindi è probabile che le saghe siano una parte di me, che mi scorrano nel sangue, ma raramente si presta attenzione alla circolazione sanguigna; il sangue continua a scorrere e nel frattempo si va avanti a vivere...

Ragionamento che  sfonda una porta aperta con me, toscano che ha il cuore dalle parti della montagna dove per secoli e secoli gente analfabeta si alzava in piedi nelle lunghe veglie intorno al fuoco e improvvisava poesia (storia che ho provato a raccontare con Beatrice).

Però mi piace sentirmela dentro di nuovo, questa cosa. Sei islandese e magari non hai letto niente delle saghe che sono il fondamento della letteratura del tuo popolo. Eppure quelle parole antiche, quei versi che hanno risuonato nell'aria di chissà quali sere di inverno sono ancora con te. Come dentro di me abitano ancora le ombre di quei poeti che non sapevano né leggere né scrivere.

Potenza della parola che racconta e si fa poesia, capace di resistere anche se non diventa scrittura, o lettura.

lunedì 10 ottobre 2011

La vera amicizia che sa dirsi addio

In attesa di cercarmelo in libreria leggo su Tuttolibri quanto Marco Belpoliti ci dice de Gli amici non si danno del tu di Bruno Moroncini (edizioni Cronopio).

A dire il vero, Belpoliti parla soprattutto dell'eleganza e dell'equilibrio della copertina pensata da questa piccola casa editrice. E mi piace che in questi tempi in cui si parla - e straparla - di editoria digitale ci sia ancora possibilità per una riflessione che ci ricorda che un libro è anche la carta (e il cartoncino della copertina) con cui è fatto, è oggetto che si presta al tatto, è piacere per tutti i sensi.

Ma questo è un altro discorso, quello che mi intriga davvero di questo testo è il suo girare intorno al concetto di amicizia, relazione oggi assai meno oggetto di attenzione di altre, di interesse o di amore che siano. E lo fa recuperando la vita e l'opera di Maurice Blanchot, intellettuale francese scomparso nel 2004 e ormai uscito dal cono di luce.

Blanchot era uno che affermava che sono i compagni e i camerati che si danno del tu, mentre gli amici usano rigorosamente il lei. Cosa che suona strana, solo che poi aggiungeva che l'idea di amicizia oggi dominante deriva dall'idea greca di philia, cioé rimanda alla reciprocità e alla simmetria, però quello che conta è piuttosto l'alterità. La vera amicizia si basa non sul riconoscersi uguali, ma sulla differenza.

Ce n'è da meditarci sopra. L'amicizia non è un colpo di fulmine, diceva Blanchot. Vera amicizia è solo quella che sa dirsi addio. Quante cose che ci possono essere in poco più di 40 pagine... 

domenica 9 ottobre 2011

L'India formato famiglia di Andrea Bocconi

Mi ha sempre irritato chi scrive dell'India al singolare. Per cui non parlo dell'India, ma di un'India, una delle tante: l'India non esiste, se non come spaziotempo a dieci dimensioni che si dipana in mille direzioni, si riavvolge su se stesso e contiene infinite Indie, una matrioska gigantesca....

Ha ragione, Andrea Bocconi, scrittore viaggiatore che con i suoi libri mi ha già altre volte portato lontano, anche quando in realtà non andava poi troppo distante (penso per esempio all'intrigante In viaggio con l'asino). Ha ragione perché in realtà è sempre così: un paese sono i paesi, un plurale come i corpi che lo attraversano, gli occhi che si posano.

Lui, che tante volte è stato in India, che in India ha trovato molte cose diverse, non ha conosciuto l'India, ma le Indie.

Ogni volta era diversa nei molti viaggi, cambiava lei ed ero cambiato io: ci sono stato ragazzo di vent'anni, ci sono tornato giovane uomo in viaggio di nozze, poi fuggiasco, cercatore, e oggi ci vado con la famiglia, da padre

Allora, eccolo qui, lo sguardo diverso, quello che mancava nella parabola di vita di Andrea Bocconi. Un nuovo viaggio, con la famiglia: con la moglie e con i due figli, bambini con cui guardare di nuovo il paese conosciuto e accogliere il dono della sorpresa.

Non sarà un viaggio avventuroso - non lo vuole essere, ed è già tanto partire pochi giorni gli attentati dei fondamentalisti a Mumbai (mi immagino cosa si agiti nel cuore di un padre, benché di un padre viaggiatore).

Ma dove è scritto che i libri di viaggio devono infliggerci in continuazione avventure? Dove è scritto che lo stile deve essere sempre quello di Bruce Chatwin?

Così va bene, va benissimo. Un'altra India si distende davanti a noi. Illuminata dall'amore per un paese e prima ancora dall'amore di una famiglia, che in un viaggio non si perde e nemmeno deve ritrovarsi, tanto è già dove deve essere.

sabato 8 ottobre 2011

Dare nomi, la grande consolazione


(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Mi capita anche di ripensare spesso a una bella frase di Elias Canetti:

Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani
 

Dare un nome: è questo il lavoro di chi lavora alla conoscenza del mondo. Lo fa il naturalista, come il geografo. Lo fa l’esploratore, magari immergendosi nei nomi degli altri, accettando il rischio della differenza e dell’equivoco. 

Cosa, quest'ultima, di cui Odoardo sarà sempre ben consapevole. Su di essa dirà anche cose importanti. Come quando un giorno veleggerà verso Papua, un viaggio terribile, sfibrante, con la febbre alta e la milza a fargli vedere le stelle. Riuscirà comunque ad accorgersi che le carte nautiche riportano due isole, Jackson e Pulo Snapam, che in realtà sono la stessa cosa. 


Viziaccio dei cartografi, questo, di voler ribattezzare i posti con i nomi di generali, santi e principesse, invece che accontentarsi dei nomi sotto i quali sono conosciuti dai nativi. È così che si finisce per prendere lucciole per lanterne. E non è solo accademia, perché ci sono anche sbagli che ti portano dritto su uno scoglio o un banco di sabbia.
 

Dare nomi: cioè scovarli, attribuirli, ripeterli, ascoltarli, lasciarli risuonare. A pensarci è proprio questo che ha fatto anche Emilio, nella sua vita di capitano ormeggiato in biblioteca. Il suo modo di organizzare la varietà e la complessità che c’è in terra.
 

Ha scritto una volta Pietro Citati:
 

Il dono maggiore di Salgari fu proprio quello di credere ciecamente e inconsciamente nella suggestione delle parole che aveva trovato nei vocabolari.

venerdì 7 ottobre 2011

Paul Theroux e i libri di viaggi oggi

Non mi va di chiamarlo l'erede di Bruce Chatwin, primo perchè le questioni di eredità sono sempre complicate  e secondo perché dubito che sia davvero un complimento. Però questo è sicuro, Paul Theroux è uno dei grandissimi scrittori viaggiatori dei nostri tempi. E ci dice:


Sono dell'idea che il viaggio migliore e il libro di viaggio migliore - antico o moderno che sia - debba essere una sorta di sconfinamento abbinato a un'autentica scoperta, che lascia sorpreso chi viaggia e riporta notizie dal mondo esterno

Ma allora, quali sorprese ci può riservare il mondo oggi?

Naturalmente, molti aspiranti scrittori di libri di viaggio stanno ricalcando lentamente e faticosamente le orme di coloro che già hanno viaggiato prima di loro, per ripeterne e correggerne le impressioni

Che ci riescano o meno è un altro discorso. Meno male però che alla fine il posto in cui ci si dirige è meno importante di molte altre cose. Come l'umiltà, per dirne una.

Meno male che ha ancora ragione uno come Somerset Maugham, che la diceva così:

Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da una stazione ferroviaria?

giovedì 6 ottobre 2011

Ennio Flaiano, l'uomo che aveva la vista lunga

Siamo rimasti così in pochi a essere scontenti di noi stessi

Che personaggio che era Ennio Flaiano e che torto che gli si fa a spacciarlo solo per il cesellatore di alcuni aforismi, che in realtà dicono già tutto: di lui, di noi, del nostro paese.

Era come la piena di un fiume, Ennio Flaiano, che tutto allaga e che su tutto lascia un segno.

Era uno che aveva la vista maledettamente lunga, perché, che dire di uno che già negli anni Settanta aveva sentenziato: Fra 30 anni l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione ... e non c'era ancora nemmeno l'ombra dell'uomo che con la televisione si fece governo...

Era l'uomo che ha forgiato un bel po' del nostro immaginario, Ennio Flaiano, basti pensare alle sceneggiature de La dolce Vita, de I vitelloni, di Vacanze romane.

Lo abbiamo scoperto troppo tardi - pubblicato per lo più postumo - come spesso capita in Italia con gli uomini che non hanno tessere e peli sulla lingua.

Ben venga dunque questo libro di Pascal Schembri (Un marziano in Italia, edizioni Anordest), difficile da etichettare, perché non è una raccolta di aforismi, non è un saggio critico, non è una biografia.

E' qualcosa che forse sarebbe piaciuto proprio a Ennio Flaiano: marziano in Italia, appunto, magari perché troppo impegnato a vivere, non a fingere.

mercoledì 5 ottobre 2011

Viaggiando in compagnia delle ombre

Racconta Luis Sepùlveda in Patagonia Express:


Iniziai a camminare nel parco, poi per le strade deserte, e all'improvviso mi accorsi che l'eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più. Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indio e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai e i suoi vagabondi di mare

L'avevo già incontrata, questa frase, la ritrovo ora che Tito Barbini l'ha scelta come epigrafe de Il cacciatore di ombre, libro che, in effetti, non ci sarebbe mai stato senza la scoperta dell'autore di non essere più solo. Aveva per compagno di viaggio un uomo che solo per l'anagrafe non c'era più, Don Patagonia, straordinaria figura di missionario ed esploratore.

Da scoperte così, ne sono convinto, devono essere segnati i nostri viaggi. Per dire, come fate a percorrere ciò che rimane del Vallo di Adriano, nel nord dell'Inghilterra, senza avvertire alle vostre spalle i passi dell'imperatore e dei suoi centurioni? Come fate a incamminarvi per la Via Francigena senza lasciarvi accompagnare dalle ombre dei suoi pellegrini?

Non siamo mai soli, nei nostri viaggi. Non lo dobbiamo essere. Coltiviamo la compagnia che ci arriva da altri tempi. Altre profondità regalano ai nostri viaggi.

martedì 4 ottobre 2011

Se le parole mettono paura alla mafia

Mi hanno sempre colpito le domande che mi fanno all'estero. Ma com'è possibile che le parole rappresentino un pericolo per le organizzazioni criminali? Non è tutto esagerato? Come può un uomo fragile e come lei fare paura ai clan?


Ma a fare paura non è l'uomo che scrive, sono le tante persone che ascoltano, gli occhi che leggono una storia, le tante lingue che la racconteranno. 


La parola diventa premessa dell'azione e in molti casi essa stessa azione. E' questa la potenza delle storie, che mi ha sempre fatto provare fiducia e non mi ha mai fatto sentire schiacciato dalla malinconia... 

(da Roberto Saviano, Vieni via con me, Feltrinelli)

lunedì 3 ottobre 2011

Il ragazzo che voleva l'America

Non era passato molto tempo da quando ero arrivato negli Usa con il borsone dell'allenamento del basket e la Olivetti portatile, e ora scrivevo sul tentato assassinio del presidente degli Stati Uniti! Non ci potevo credere. Non potevo credere di essere preso sul serio da stimati professionisti del settore e da centinaia di migliaia di lettori. Io ero sempre quello di prima. Il ragazzo di provincia, che conosceva il basket, quello sì, che amava Henry Miller, Jack Kerouac e Charles Bukowski, ma non aveva mai studiato molto a scuola e sapeva poco di tutto

Voleva l'America, Enrico Franceschini, come da ragazzi si vogliono tante cose. Solo che lui ci ha provato e dopo averci provato non ha mollato. Metteteci fiuto per cogliere le opportunità e certo anche una bella dose di fortuna. Enrico Franceschini l'America se l'è presa. E come. Ragazzo senz'arte nè parte, l'America conosciuta e fantasticata solo sui libri, a New York è sbarcato con mille dollari in tasca, un indirizzo incerto per strappare qualche giorno di ospitalità e una conoscenza dell'inglese da ultimo della classe. Un anno dopo scrive già le sue corrispondenze per l'Espresso, dite poco.

Storia con lieto fine, quasi fiaba metropolitana, ma storia tutto sommato sincera, che ci racconta di una New York dove tutto era possibile, in quegli anni,tra locali off e spezzatini multietnici.

E forse qualcosa ci racconta anche del giornalismo: perché puoi fare il corrispondente dal cuore del mondo anche scopiazzando il New York Times.... ma poi c'è qualcosa in questo mestiere che sfugge, che non si lascia classificare, che resiste al "così lo possono fare tutti", sarà l'amore per la notizia, sarà per la fiammella della curiosità da inseguire sempre, da condividere appena possibile.

domenica 2 ottobre 2011

Lo scrittore e il figlio ammazzato in guerra

Orah uscì dalla stanza a ritroso, attenta a non voltare le spalle agli oggetti di suo figlio. Si fermò e li osservò dall'esterno, con una nostalgia da esule: una maglia stropicciata del Manchester United, un calzettone militare abbandonato, una lettera che spuntava da una busta, un vecchio giornale, una rivista di calcio, una fotografia di Ofer con Talia vicino a una cascata nel Nord di Israele, piccoli pesi di ferro di tre e cinque chili sul tappeto, un libro capovolto. Qual era l'ultima frase che Ofer aveva letto? Quale l'ultima immagine che avrebbe visto?

Sono convinto che la nostalgia dell'esule sia sentimento ricorrente di ogni genitore che si avventura nella camera del figlio. Ma non c'è solo la nostalgia, in questo libro di David Grossman, che trabocca di emozioni, stati di animo, movimenti interiori. In effetti c'è così tanto di tutto questo da scaricare sul lettore un peso quasi insostenibile.

Forse non è un capolavoro, ma questo è uno di quei libri che una volta terminati (e non sarà facile considerata la mole) difficilmente scorderete.

E sarà con voi, il presentimento di Orah, la madre che avverte la morte del figlio in guerra già al momento della partenza e per questo si ostina a partire per una gita, quasi a non voler sapere. Come se non sapendo le cose finissero per non accadere.

Saranno con voi l'incapacità di vivere una vita normale di Avram, l'amico degli anni di infanzia, così terribilmente ferito nel corpo e nello spirito.

Sarà con voi, la baldanza con cui Ofer, il figlio di Orah, parte volontario per la guerra il giorno stesso in cui in realtà dovrebbe essere congedato, quasi fosse una partita di calcio. Pensare che Ofer significa cerbiatto (e A un cerbiatto somiglia il mio amore è anche una citazione del Cantico dei Cantici)

Poi naturalmente il libro non può vivere solo per se stesso, perché come fai a dimenticare che mentre stava concludendo questo libro Grossman ha davvero perso un figlio in guerra?

Come scrive in una nota in fondo Uri - questo il nome - conosceva la trama del libro e i suoi personaggi. Quando telefonava chiedeva sempre gli sviluppi della storia ("cosa gli hai fatto fare questa settimana?")

A quel tempo io avevo la sensazione - o meglio, covavo il desiderio - che il libro che stavo scrivendo lo proteggesse

Non è stato così, disgraziatamente. E a leggerlo oggi viene in mente che tra tante parole fatte per alleviare realtà altrimenti insopportabili ci sono anche parole che hanno come il dono della profezia, nel farsi realtà.

sabato 1 ottobre 2011

Ma il dono non è un regalo

Più che il titolo è il sottotitolo di un libro come La logica del dono (Edizioni Messaggero Padova) a essere particolarmente eleoquiente: Meditazioni sulla società che credeva d'essere un mercato.

E ha ragione Roberto Mancini, filofoso - e filosofo "teoretico", pensate un po' - che sa strappare la filosofia dai cieli (troppo) alti delle speculazioni e delle astrazioni per riportarla nel cuore della vita di ognuno di noi. Ha ragione, perché parlare di dono significa parlare del nostro tempo, del tempo in una società dove tutto sembra si possa vendere e comprare, dove tutto ha un prezzo anche se si è perso la misura del valore.

Succede anche per il dono, che è troppo facile ridurre a regalo, a oggetto dato e ricevuto.

Il dono però può essere molto, molto altro: forma di relazione e persino visione del mondo. Il dono ci lascia intravedere una diversa economia, ci suggerisce un'altra politica (se non si confonde con i "presenti" a grandi elettori e ballerine), ha a che vedere, ci spiega Mancini, con il cambiamento di vita che la crisi di civiltà esige.

Leggendo questo libro potremo capire che "dare" è in effetti "darsi" e che il problema dei nostri tempi è anche "imparare a ricevere". E finiranno per non stupirci affermazioni certamente impegnative.

Per esempio sul presente:

Ovunque persista il tratto umano nella società e nella storia, lì resiste qualche esperienza dello spirito del dono

Oppure sul futuro:

Sono persuaso del fatto che la cultura del dono custodisca in sé le fonti spirituali, culturali e motivazionali per dare corso a qual cambiamento di civiltà che costituisce la sola risposta adeguata alla crisi che tuttora arresta il cammino dell'umanità

Peggio non staremo sicuramente.