venerdì 30 settembre 2011

Se la pittura entra in carcere

Quando la pittura abbandona i musei, le gallerie, i salotti. Quando non si vergogna di entrare nei luoghi della punizione e dell'esclusione. Quando sa riconoscersi linguaggio universale, da cui nessuno può essere escluso.

E' soprattutto questo, Caravaggio in galera. L'esperienza di un critico d'arte come Stefano Zuffi, che sa bene che l'arte  non è cosa da addetti ai lavori, che tutti devono avere la possibilità di godere della bellezza e crescere con essa. Una serie di incontri nel carcere di San Vittore. Gli sguardi dei detenuti che attraverso alcuni quadri famosi si spingono ben oltre le pareti delle loro celle per abbracciare il mondo.

In queste pagine non ci sono lezioni sull'arte come a scuola. Non ci sono nemmeno lezioni. Piuttosto c'è il tempo a cui l'arte restituisce significato, nello spaventoso spreco di tempo che è una condanna al carcere.

C'è la capacità di volare lontano attraverso uno sguardo che non chiede di oltrepassare una finestra a sbarre ma indugia a lungo su un quadro. C'è la parola condivisa, la bellezza della conversazione tra uomini che non hanno titoli. C'è la bellezza che orgogliosamente grida la possibilità del conforto e del riscatto.

Il senso di un futuro ritrovato.

giovedì 29 settembre 2011

I barbari che tennero a galla l'Impero

Ammiano Marcellino, uno storico che ai tempi ho maledetto per le traduzioni dal latino, racconta cosa fece il grande generale Teodosio dopo che nel 370 sconfisse gli Alemanni. Popolo che, detto per inciso, immagino piuttosto bellicoso.

Tutti quelli che catturò, per ordine dell’imperatore li mandò in Italia, dove, insediati in un paese fertile, ormai vivono e lavorano lungo il Po, pagando un tributo

Strano, no? E anche divertente, che il sangue degli Alemanni scorra ancora nelle vene dei discendenti padani di oggi. Sangue di barbari, sangue di gente che veniva da fuori.

Pensate: ai tempi si poteva vincere una guerra non per tenere fuori un popolo dai propri confini, ma per portarcelo dentro.

Aveva modi diversi di manifestarsi, il dominio dei più forti. E succedeva anche che i barbari diventassero più romani dei romani - pensate ai loro grandi generali, quelli che furono gli ultimi a tenere a galla l'impero.

Quante storie di vita, quanti possibili romanzi che un giorno potrebbero venire fuori, con questi barbari romani, o piuttosto, con questi romani barbari.

mercoledì 28 settembre 2011

Roberto Saviano e il racconto che trasforma il mondo

Il racconto non ha la capacità di modificare quel che è successo, può però trasformare ciò che verrà. E' questa la forza della narrazione: quando viene ascoltata, diviene parte di chi la sente propria e agirà quindi su ciò che non è ancora accaduto.


Ogni racconto ha questo margine di indeterminato, che risiede nella coscienza di chi ascolta.


Ascoltare un racconto e sentirlo proprio è come ricevere una formula per aggiustare il mondo. Spesso concepisco il racconto come un virologo un virus, perché anche un racconto può divenire una forma contagiosa che trasformando le persone trasforma il mondo


(Roberto Saviano, Vieni via con me, Feltrinelli)

martedì 27 settembre 2011

Il filosofo che si interroga sul senso del nostro tempo


Per quanto il problema della morte sia cruciale, forse è ancora più radicale la sfida che ci viene dal tempo in quanto tale, dalla temporalità irreversibile per cui il nostro essere è un divenire

Roberto Mancini è un filosofo - e addirittura un filosofo teoretico - di cui recentemente ho letto diversi libri, complice un incontro in Casentino nel quale, sperando di essere all'altezza, dovrò porgli qualche domanda (domenica 2 ottobre, ore 15.30, Pieve di Romena, nell'ambito di Le Parole e il Silenzio). E' anche un uomo che sa far scendere la filosofia dai più alti cieli dell'astrazione e usarla per le grandi questioni della nostra vita: come il tempo, per esempio, che poi davvero è la questione delle questioni, forse più ancora della morte.

Consiglio a tutti, allora, questo piccolo libro, Il senso del tempo e il suo mistero (Pazzini editore), piccolo ma denso, denso ma capace di parlare al cuore di tutti.

Pagine in cui si spiega che il tempo non è solo un contenitore di cose ed eventi, perché noi stessi siamo il tempo, noi stessi siamo intessuti di tempo. Pagine che ci esortano a comprendere che il tempo non è il nemico che ci toglie tutto,  perché il tempo in realtà ci dà tutto ciò che siamo, compreso la possibilità di esserlo. Pagine che ci restituiscono anche la dimensione del futuro, la proiezione verso il futuro, condizione imprescindibile per poter vivere pienamente il tempo.

Altro che giochi intellettuali. In ballo qui c'è il nostro rapporto con la vita. E la possibilità di capirla un po' di più, magari grazie a parole come queste:

L'orologio è il tentativo di vedere il tempo. Ma il tempo è invisibile. Però lo posso ascoltare...

lunedì 26 settembre 2011

Se una legge per i libri punisce i lettori

E dunque, ammetto di essermi distratto. Ammetto di essermene accorto solo ieri sera, quando aggirandomi sul catalogo on line di Amazon ho potuto constatare che gli ottimi sconti di qualche settimana fa erano completamente svaniti.

Politica aziendale drasticamente mutata? Ma no, una legge dello Stato - qualcuno l'ha definita per l'appunto legge anti-Amazon - che limita la possibilità di sconto dei libri al 15 per cento, con il nobile obiettivo di tutelare editori e librerie.

Non ho mai avuto simpatia per le multinazionali - anche se preferisco le multinazionali del libro a quelle del petrolio - ma mi domando se il modo per contrastarle sia proprio questo, imporre prezzi più alti piuttosto che prezzi più accessibili (di solito funzionava così).

Ho sempre avuto a cuore editori - soprattutto piccoli - e librerie - soprattutto indipendenti - ma mi domando se i loro interessi si salvaguardino penalizzando proprio coloro che sono la loro ragione di essere: i lettori (ed è anche curioso e mortificante che una legge che mette le mani nelle loro tasche porti la firma di un parlamentare di centrosinistra, ma tant'è).

Forse qualcosa mi sfugge. So solo che ieri sera non ho più ordinato i soliti 7-8 libri di altre volte - alcuni dei quali assolutamente sconosciuti, di piccoli editori che non avrei mai trovato in libreria, un azzardo motivato da un titolo, da una copertina o da una estemporanea curiosità. Nel carrello ho lasciato solo i due titoli che cercavo da prima, che mi "servivano", su cui andavo a colpo sicuro.

Poi ho pensato alle piccole librerie della mia città. Acquisterò meno libri da loro, ora che Amazon non è più conveniente? O quello che conta sarà sempre e comunque una bella vetrina nel mio quartiere, il gusto nella scelta e nella disposizione dei titoli, un ambiente accogliente, un libraio che ti sorride e ti sa consigliare, perché ha tempo per te?

Solo per dire. Solo perché vorrei che qualcuno mi spiegasse questa legge.



domenica 25 settembre 2011

Walter Bonatti, alpinista che scalava il suo cuore

Rimpiangerò a lungo Walter Bonatti, straordinaria figura di alpinista, viaggiatore, scrittore, morto qualche giorno fa. Non perché abbia conquistato la cima del K2, perché non era uomo di conquista. Lo rimpiangerò per come ci ha regalato un'idea di libertà e anche di solitudine: non di solitudine scontrosa e cinica, di solitudine che sapeva popolare generosamente anche il cuore, solo che questo cuore aveva bisogno di altitudini e distanze.

Per Walter Bonatti prima che le vette c'era qualcosa dentro da conquistare.

Per Walter Bonatti l'alta quota era assai più di una vertigine, era la possibilità di dire: Ogni volta che vado sul Bianco, sono un figlio che torna al Padre.

Per Walter Bonatti valgono le parole, splendide, che gli ha dedicato Michele Serra:

Bonatti ha misurato e raccontato queste infinità, quelle vertigini, come pochi al mondo, e nel momento stesso in cui lo ammiravamo sulle cime, lo sentivamo due volte fratello: nell'orgoglio della vittoria e nella fragilità estrema di quell'uomo in parete, di quel puntino vivo sull'eterno

Che poi sono parole che non valgono solo per Bonatti, ma per tutti noi.

sabato 24 settembre 2011

Sedendo sul molo, con lo sguardo del grande Jack

Pensai che forse era lo stesso cielo che vedeva Jack Kerouac al termine del suo viaggio, in quell'ultimo magistrale paragrafo di Sulla Strada:


"Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi lunghissimi cieli sopra il New Jersey", e tutto quel che segue.


Lo sapevo a memoria: era una delle citazioni preferite del mio repertorio americano. Era meraviglioso pensare di aver condiviso un'esperienza visiva con il grande Jack: quella luce fluviale dava l'impressione di poter vedere tutta l'America, lontano, lontano, fino alla California.


Un giorno, chissà, ci sarei arrivato anch'io in California. Ma il mio viaggio era appena cominciato

(Da Enrico Franceschini, Voglio l'America, Feltrinelli)



venerdì 23 settembre 2011

I "giusti" di Borges salvano il mondo

Scoperta solo ieri e me ne vergogno, io che la poesia del grande Borges me la porto dietro fin dagli anni del liceo. Male, perché è una poesia che fa bene alla vita.

 
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(I Giusti di Jorge Luis Borges)

giovedì 22 settembre 2011

L'Italia del jukebox di Giorgio Scerbanenco

Mettete un'estate sulle spiagge dell'Adriatico, dalle parti di Lignano. Sabbia bianca, odori di pineta, la risacca del mare, una musica di un locale che a tarda notte si fa largo nell'oscurità. Il rumore di una macchina, le voci italiane che si mescolano a quelle tedesche, perché si sa, i tedeschi da sempre sono innamorati di questi posti, più dei posti che della gente che li abita, in realtà... Un'estate come un'altra, non fosse per quel corpo senza vita, il collo tranciato da una coltellata, la sabbia intrisa di sangue...

E' giallo, giallo con tutti i crismi, La sabbia non ricorda di Giorgio Scerbanenco, un nome che quando fai sembra per forza scomodare una fila di affermazioni che ormai sanno di luogo comune - ma chi dice che gli italiani non sanno scrivere gialli? - E' giallo, ma senza eccessivi sprechi di sangue e di effetti speciali, giallo che forse proprio per questo sa farsi tragedia, riflessione sulla condizione umana, racconto morale.

Perché è tutto questo Giorgio Scernabenco, questo sguardo disilluso e malinconico sull'Italia degli anni Sessanta, quando centomila lire potevano cambiare la vita, i carabinieri si muovevano in corriera, le canzoni si ascoltavono al jukebox e non con l'ipod.

Così diversa, quell'Italia, e forse così uguale a quella dei nostri giorni. E anche questo fa parte del gioco, è il gioco che si fa tragedia.

mercoledì 21 settembre 2011

Che storia, il cappotto di Marcel Proust

Stringendo tra le dita quei lembi di stoffa lisa e logora, prova forse la stessa emozione che sente quando sfoglia le pagine di un volume raro o le carte sgualcite di un manoscritto creduto perduto. Qualcosa passa attraverso le dita e arriva fino a lui

E' un libro, Il cappotto di Proust di Lorenza Foschini, che poteva scrivere solo una persona che ama l'autore della Recherche di un amore quasi inspiegabile. Però è anche un libro che davvero può leggere anche chi di Marcel Proust non ha letto mai una riga, magari rimanendo aggrappato solo al sentimento del tempo perduto, alla voglia di ridare un senso e un'emozione a ciò che è stato.

Molte cose ci sono in queste poche pagine. E forse a mancare è proprio lui, Marcel Proust, ombra, enigma, profondità che non si lascia sondare, uomo che è diventato il suo capolavoro. Piuttosto c'è il cappotto da cui non si separava mai, nemmeno nei giorni più caldi dell'estate, nemmeno sul letto dove ha scritto gran parte delle sue pagine. C'è un raffinato bibliofilo, Jacques Guérin, industriale dei profumi che sapeva impiegare la sua memoria olfattiva anche per i libri,  capace di annusare ciò che vale davvero come un cane da tartufo. C'è il rapporto complicato con un grande artista. C'è la battaglia tra ciò che spinge a cancellare, rimuovere, dimenticare - fosse anche una cognata pronta a bruciare le carte rimaste - e tra ciò che spinge a conservare e collezionare (il collezionismo non è forse un tentativo di resistere al tempo che si perde?).

Ci sono queste cose, in questo libro bizzarro (il bello è sempre bizzarro, affermava Charles Baudelaire), che partendo da un dettaglio ci dice su un'epoca e su un artista più di tanti ponderosi saggi

martedì 20 settembre 2011

I libri di viaggio ai tempi di Google Earth

Davvero la letteratura di viaggio è morta perché ormai siamo stati dappertutto e di tutto si è raccontato? Davvero ormai tanto vale restare a casa, tanto c'è Google Earth e tutto il resto?

Se lo cheide il grande scrittore viaggiatore Paul Theroux nell'articolo L'ultimo viaggio pubblicato nei giorni scorsi da Repubblica. Niente di nuovo sotto il sole: in fondo si tratta di una vecchia polemica, viva anche prima dell'irruzione di Internet nelle nostre vite.

(Susan Sontag nel 1972 poteva scrivere: Quasi certamente scriverò un libro sul mio viaggio in Cina prima di andarci)

Mi piace la risposta che si dà e ci dà Theroux. Eccola:

Il mondo non è piccolo come ce lo raffigura Google Earth. Penso all'area del Lower River in Malawi, all'hinterland dell'Angola, al nord di Burma su cui niente è stato scritto e alla sua frontiera con il Nagaland. Più vicino a noi, penso ad alcune zone d'Europa e degli Stati Uniti. Non conosco nessun libro, per esempio, che parli della vita di tutti i giorni in un quartiere povero di Chicago, o della quotidianità impenetrabile di uno slum o, per quel che conta, dell'antropologia dei musulmani che vivono in un depresso edificio di edilizia popolare nelle Midlands britanniche.

Il mondo è pieno di luoghi felici, ma questi non mi interessano affatto. Detesto le vacanze e gli alberghi di lusso, e non è per niente divertente leggere di ciò. Voglio leggere di luoghi travagliati, inaccessibili o inospitali; di città proibite e di strade secondarie. Finché esisteranno questi, la letteratura di viaggio avrà valore 

lunedì 19 settembre 2011

Ritornando ai maestri per un'altra politica

Può esistere una politica i cui ingredienti non siano la menzogna, la sopraffazione, l'avidità, la paura e, in una parola, la violenza? Può darsi un'altra politica, anche se generata da uomini e donne che appartengono a questo mondo?

Che domande dense - e impegnative - quelle che Roberto Mancini  in Per un'altra politica (Cittadella editrice) decide di condividere con i suoi lettori. E sapete, porre domande è già molto, in tempi come i nostri...

Rassegnarsi e barcamenarsi nella nostra vita privata? Accettare una dimensione pubblica segnata dal disincanto e dal cinismo? O incamminarsi su una possibilità di cambiamento che sa prescindere dalla politica come potere?

E' questa la strada che Mancini prova a indicarci restituendo pulizia e trasparenza a parole usate e abusate come libertà e giustizia.

Se fosse sufficiente soltanto cambiare posto al potere - afferma Mancini - le svolte benefiche e liberatrici sarebbero relativamente facili

E siccome le svolte sono rare, e quasi sempre non sono nemmeno segnate sulle mappe, non può essere tutto lì. Non basta cambiare posto al potere, non basta cambiare le persone al potere.

Da questo libro ci arriva almeno qualche coordinata di cui fare tesoro nel nostro cammino. Magari ritornando anche a pagine importanti troppo trascurate negli ultimi anni.

Come quelle di Fuga dalla Libertà di Erich Fromm:

L'individuo cessa di essere se stesso; adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che egli sia

O quelle di Lo sradicamento di Simone Weil:

Una civiltà fondata su una spiritualità del lavoro sarebbe il grado più elevato di radicamento dell'uomo nell'universo, e quindi l'opposto della condizione nella quale ci troviamo e che consiste in uno sradicamento quasi totale

Pensate, parlare di spiritualità del lavoro in tempi di fame di lavoro. Atto eversivo, utopico, meravigliosamente realistico.

domenica 18 settembre 2011

Altro che moderni, siamo contemporanei

Cinque righe di Edmondo Berselli, per una riflessione più grande di noi e più amara di quanto vorremmo:

Qualcuno ricorderà un saggio di Roberto K. Merton, intitolato Sulle spalle dei giganti, che chiosava fino alla vertigine l'assunto di Bernardo di Chartres secondo cui i moderni riescono a vedere più lontano, in lungo e in largo, di qua e di là, perché sono comodamente sistemati sulle spalle dei grandi, i classici. Noi invece, altro che moderni, siamo contemporanei: viviamo nei bar, sui treni, in auto, a cena, in salotto. In pratica, sulle spalle dei nani

(da Edmondo Berselli, Il più mancino dei tiri, Biblioteca di Repubblica-Espresso)

sabato 17 settembre 2011

Edmondo e il suo tiro mancino

Un libro sullo sport, dunque? Non preoccuparti, "pavido" editore. Questo è un libro sui pretesti

Mi sa che ha ragione Gabriele Romagnoli, in una  recensione che non è una recensione, che piuttosto è anch'essa un pretesto, uno splendido pretesto, soprattutto per parlare di un grande della nostra cultura che troppo presto ci è venuto meno, Edmondo Berselli.

Il più mancino dei tiri è un libro di pretesti, di allusioni (e illusioni?) ambulanti, di nostalgia canaglia. E' un frullato di citazioni e rivelazioni, di collegamenti scoperti e rivendicati, di evasioni e dissacrazioni.

Un libro dove le punizioni di Mariolino Corso (le foglie morte dell'Inter degli anni mitici) evocano i fatali amori di Juliette Gréco, dove gli autogol annunciati di Comunardo Niccolai scatenano una riflessione sulle possibilità dell'autoprofezia, dove le preoccupazioni di un portiere come Enrico Albertosi - non si sa dove andiamo a parare, non male per un portiere - diventano occasione di riflessioni sulle pagine errabonde di Sterne o Musil.

E poi ci sono Bob Dylan e Karl Kraus, la Divina Commedia e i presocratici, Giulio Andreotti e Walter Matthau.... e a proposito, era quest'ultimo che, nella parte di giudice della Corte Suprema in Una notte con vostro onore sentenziava:

Diffidate di chi ha la scrivania sgombra. Di sicuro è uno che nasconde tutto nei cassetti. E se non ha niente neanche nei cassetti, a che diavolo gli serve una scrivania?

La scrivania, mi sa, Edmondo Berselli ce l'aveva. Però per  questo libro non si fa sforzo a pensare una scrivania senza carte sopra di essa, oppure nei cassetti. Almeno è questo che che Berselli rivendica: conta solo la divagazione, secondo i venti e le correnti del grande oceano di carta; conta solo ciò che si ricorda.

Perché poi la pagina più fantastica è quella di Fernand Braudel, il grande storico francese, che prigioniero durante la seconda guerra mondiale riesce a scrivere niente meno che lo straordinario Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II. Nella baracca di un campo, senza poter consultare niente.

E a modo suo anche Berselli, sospinto dagli elisei della memoria e del piacere affabulatorio: ci sia Gianni Rivera o Marcel Proust. Solo ciò che si ricorda conta nella vita.

venerdì 16 settembre 2011

Irène Némirovsky e la biografia di una figlia

Ci sono biografie che non sono solo biografie, non possono assolutamente esserlo. Soprattutto se lei si chiama Irène Nèmirovsky, una delle più grandi scrittrici europee del Novecento, e se a raccontare la sua vita è una figlia, che quasi non l'ha conosciuta, e che anzi, per quasi tutta la vita ha provato a dimenticarla, dilaniata tra la voglia di rimozione e la persistenza della recriminazione.

Non ho ancora letto Mirador. Irène Nèmirovsky, mia madre, scritto qualche anno fa da una delle due figlie della scrittrice, Elisabeth Gille, e solo ora pubblicata in Italia da Fazi. Ma che tempesta di emozioni che scatena la storia di Irène e delle sue figlie.

Lei è l'esule russa che in Francia si è affermata con la forza delle sue parole. L'ebrea che dopo l'occupazione nazista non fa niente per mettersi in salvo, benché non le manchi la possibilità. L'arresto avviene un pomeriggio di luglio del 1942, nemmeno un mese dopo segue la morte ad Auschwitz.

Dopo che anche il padre è stato catturato, le figlie riescono a scappare, trascinandosi dietro una pesante valigia piena di carte. Dentro ci sono capolavori come Suite francese, che saranno scoperti solo anni e anni più tardi.

Elisabeth si salva, viene affidata a una coppia di amici della famiglia, fa la sua vita. La madre è un ricordo confuso, una persona che si congeda da una bambina a nemmeno cinque anni, un rimpianto e forse anche un rancore. Perché Elisabeth non le ha mai perdonato la rassegnazione con cui è andata incontro alla morte, senza tentare nemmeno un passo per salvarsi.

Passerà quasi una vita, perché Elizabeth ritrovi sua madre, raccontando una donna che in pratica non ha mai conosciuta. Di lei - e del padre - racconta questo la sorella Denise (Elisabeth nel frattempo è morta di cancro) in un'intervista alla giornalista Brunella Schisa:


Per decenni abbiamo continuato a pensare che fossero vivi, liberati dai russi e forse affetti da un'amnesia che gli impediva di tornare a noi. Abbiamo fatto di tutto per non ammettere la realtà. E, quando siamo state costrette ad accettarla. Elisabeth non ne ha voluto più parlare. Il prezzo del suo equilibrio era la rimozione...



Davvero, ci sono biografie che non sono solo biografie. Sono vite che si incontrano, o che meglio ancora si incontrano di nuovo. Talvolta riescono addirittura a essere degli straordinari atti di riconciliazione.

giovedì 15 settembre 2011

Erri De Luca e le cinque sante dello scandalo

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all'uomo desiderato.
La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo.
La terza s'infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare.
La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante.
L'ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.


Cinque nomi, cinque storie. Cinque donne che la morale corrente - e l'ipocrisia - condanna. Adultere e prostitute, certo. Ma anche cinque donne che fanno parte della storia sacra e ne sono protagoniste. I loro nomi emergono dalla Bibbia, costruiscono la discendenza più importante, appartengono alla genealogia che da Abramo arriva a Gesù.

Lo sapevate? Io no, lo ignoravo, e ho scoperto la loro storia attraverso le pagine di un libriccino straordinario, smilzo per numero di pagine, ma estremamente denso nelle sue parole e in ciò che le parole evocano. C'è tutto Erri De Luca in Le sante dello scandalo, titolo che ci propone la Giuntina. C'è lui e tutta la capacità di sovvertire il senso comune e di schiuderci nuovi orizzonti.

Cinque donne. E cinque straniere. Donne che abbandonano la loro terra, la loro religione e scelgono di appartenere al popolo di Israele.

Scelta in cui non c'è da leggere nessuna idea di superiorità. Ma che ci dice questo, con Erri De Luca:

Con le loro trasfusioni di sangue misto, la storia ebraica allontana da sé lo scettro e lo spettro della purezza di sangue, del pedigree. Pure il messia è meticcio. E' una lezione grandiosa, poco risaputa e poco ripetuta

Ed è un peccato. Sta a noi assimilarla, questa lezione. E ripeterla ai quattro venti, perché fa bene, perché ci fa bene.

mercoledì 14 settembre 2011

Un ragazzo inglese in cammino per l'Europa

Cambiare panorama: abbandonare Londra e l'Inghilterra e andare in giro per l'Europa come un vagabondo... Ad un tratto, questa non era solo una cosa ovvia, era l'unica da fare

Non ha nemmeno vent'anni e deve fare già i conti con una vita di promesse mancate e di macerie, Patrick Leigh Fermor, quando prende la decisione che la vita gliela cambierà sul serio, portandolo sulla strada giusta, quella che porta lontano.

E' il 1933, dicembre - la peggiore stagione, in effetti, per partire. Munito solo di uno zaino da alpinista, di un cappotto dell'esercito, di un passaporto che lo certifica come studente (senza denunciarne i fallimenti) e di tante buone letture alle spalle, Fermor lascia l'Inghilterra e lascia le sue prime orme sui campi innevati dell'Olanda.

Un obiettivo: raggiungere a piedi Costantinopoli - allora si chiamava ancora così - seguendo il corso dei grandi fiumi della civiltà europea, il Reno e il Danubio. Un viaggio da chierico vagante, da nomade, da sognatore. A casa tornerà solo dopo diversi anni.

E che bello questo libro che racconta le storie, le persone, i paesi e i popoli della prima parte del viaggio, fino all'Ungheria. Intenso, raffinato, autentico.

Immergetevi in esso, con il bagaglio di pensieri più leggero che potete. Magari considerate solo la data: il 1933. L'Europa sospesa tra i due macelli della guerra mondiale. L'Europa che oggi non c'è più e quella che ancora resiste, forse.

I tedeschi sembrano ancora solo dei pacifici bevitori di birra, persi dietro i loro canti e le loro storie di gnomi e di principi, ma le camice brune di Hitler già proiettano le loro lugubri ombre. Non si contano i cimiteri militari, eppure Fermor può sorprendersi (e noi con lui), per la gentilezza e l'ospitalità che incontrerà per tutto il viaggio:

Sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore

Quando l'ho finito non mi è nemmeno dispiaciuto, perché ho pensato ai passi che continuerò a fare con il seguito, sempre pubblicato da Adelphi. Per inciso, la stessa casa editrice di Bruce Chatwin. Ed è curioso che per tanto tempo ci si sia dimenticati di Fermor, per osannare Chatwin: che poi di Fermor si considerava, giustamente, quasi un discepolo.

martedì 13 settembre 2011

Il piccolo aeroplano di Elizabeth Strout

E poi mentre il piccolo aeroplano si alzava in volo e Olive vedeva dispiegarsi sotto di sé campi di un verde tenero e luminoso sotto il sole del mattino, e più lontano i contorni della costa, l'oceano scintillante quasi piatto, solcato dalle minuscole scie bianche di qualche peschereccio da aragoste, in quel momento Olive aveva avvertito un sentimento che non si aspettava più di provare: un improvviso impeto di avidità per la vita. Si era sporta in avanti, sbirciando fuori dal finestrino: dolci nuvolette bianche, il cielo azzurro come il suo cappello, il verde novello dei campi, la grande distesa d'acqua: visto da lassù tutto appariva meraviglioso, sorprendente. Ricordò che cosa fosse la speranza: era ciò che provava in quel momento. Quel tumulto di stomaco che ti spinge avanti e ti trascina attraverso la vita proprio come le barche sotto di lei fendevano l'acqua scintillante, proprio come l'aereo avanzava verso un posto nuovo, in cui qualcuno aveva bisogno di lei. Le era stato chiesto di entrare a far parte della vita di suo figlio.


(Da Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi Editore)

lunedì 12 settembre 2011

Lo scrittore che si rigirava nel suo letto

Albert Cossery era uno convinto che la sua missione di scrittore fosse di fare in modo che chi leggeva un suo libro il giorno dopo non andasse a lavorare. Era una delle sue battute più celebri, però sono convinto che solo alla parola "missione" rabbrividiva. Meglio, molto meglio, rigirarsi dall'altro lato del letto.


Perché Albert Cossery in primo luogo era un disertore della vita, un pigro assolutamente convinto delle ragioni del non far niente.

In realtà qualcosa fece, nella sua vita: pochi libriccini distillati goccia a goccia, cioé parola su parola, riga su riga. Capolavori che ai tempi colsero di sorpresa personaggi del calibro di Albert Camus e Henry Miller e di cui ancora oggi dobbiamo essergli grati


Gli uomini dimenticati da Dio per me è il primo, una rivelazione. Cinque racconti, cinque storie di bellezza trattenuta e sconcertante che fiorisce nei quartieri più miserabili del Cairo, tra l'umanità più malridotta e abbandonata a se stessa. Perché dimenticavo, anche questo non me l'aspettavo: beata ignoranza, Cossery era egiziano (e questo libro è stato pubblicato per la prima volta proprio nella capitale egiziana, nel 1941), voce dissonante, singolare, spiazzante di una letteratura che ha sempre avuto in serbo molte più sorprese di quanto abbiamo saputo riconoscerle.

Però il Cairo di Cossery, con le sue storie che si snodano tra via della Donna incinta e il sentiero dei Ladri, non è il Cairo di un altro grande egiziano come Mahfuz (ricordate il suo Vicolo del mortaio?).

Qui non c'è colore, non ci sono radici, forse non c'è nemmeno storia. Questi uomini dimenticati da Dio potrebbero appartenere al mondo intero, o più precisamente, essere profughi cacciati dal mondo intero, apolidi della speranza, esuli di una realtà da cui ci si difende solo con il sonno o con l'hashish.

Dimenticati da Dio: condannati senza nessuna possibilità di clemenza o di riscatto. O forse sì, con un'unica possibilità, la grazia della parola quale quella che Cossery ci ha saputo offrire.

domenica 11 settembre 2011

Il clown che fece ridere un'intera città

Per chi non è fiorentino, e fiorentino di una certa età, il nome non dirà proprio nulla. Gratta? E chi era?

E anche per me, che soddisfo solo una delle due condizioni - non ho quell'età - è un nome che suona solo vagamente familiare. Come un anziano parente che da bambino hai fatto appena in tempo a incontrare, prima che se ne andasse. E che forse non hai nemmeno visto, solo che i ricordi si confondono con i desideri, con le rimozioni, con le parole che rimangono sospese intorno a una tavola, con le fotografie che forse ti sono passate sotto gli occhi.

Il Gratta era un clown. Un uomo di circo che per una vita portò in giro il suo piccolo, modestissimo spettacolo. In giro, si fa per dire, poi. Le sue tournée erano le periferie, i quartieri popolari, gli spazi ancora lasciati liberi dai centri commerciali e dalle altre colate di cemento.

Era un circo di poche cose: il giocoliere, la contorsionista, qualche numero da avanspettacolo. A volte nemmeno il tendone. Un circo da tempi di guerra, o da dopoguerra di macerie e stenti. Ma per i fiorentini il Gratta era il divertimento, la possibilità di evasione, la risata libera, finalmente, dopo l'incubo dei bombardamenti.

Era il circo che ti veniva incontro per riscattare una giornata storta, per alleviare le preoccupazioni, per strappare una risata a bambini con niente in tasca, per sciogliere la timidezza di una coppia alla sua prima uscita.

Questo libriccino di Polistampa, in gran parte fotografico, ci racconta Gratta e il suo circo, accompagnandoci così per mano in un tempo, come spiega Stefano De Rosa, povero ma autentico che non richiedeva difficili giochi di prestigio con la propria identità.

Poi, naturalmente, arrivò la televisione e tolse ogni incanto agli spettacoli del Gratta. Gli italiani divennero più ricchi e più esigenti. Più ricchi e anche più poveri di altre cose, certo.

E io che non ho mai avuto modo, ho nostalgia per quelle panche di legno, per quelle serate con il cocomero o lo zucchero filato, per quelle piazze che un clown poteva ancora trasformare con un tocco di inspiegabile magia.

sabato 10 settembre 2011

Il grande Hem è meno grande senza sbronze e safari?

Di lui ne parleremo a lungo, con l'anniversario della sua scomparsa alle porte, quindi meglio armarsi di santa pazienza. Caro vecchio Hem, che cosa ti combineranno?

E poi di chi (o di cosa) si parlerà davvero? Di te o del mito che di te è stato fatto, certo non senza la tua complicità?

Perchè è così, quando si parla di Ernest Hemingway in realtà non si sa di chi (o di cosa) si parli. E ha ragione da vendere Marco Cicala, sul Venerdì di Repubblica.

Eterno reduce dei Ruggenti anni Venti, Hemingway visse sino all'ultimo in una lunga bugia autoprodotta: l'affabulazione. Menzogna che siamo disposti a perdonare perché almeno è raccontata bene, ma pur sempre patacca rimane

E dunque, si dice che fece la Guerra di Spagna e poi partecipò alla Liberazione di Parigi del 1944, ma errore, nell'uno e nell'altro caso fu poco più di un turista. Si dice che fu un espertissimo di corride, ma gli espertissimi smentiscono sdegnati. Si dice che all'Havana fosse implicato in chissà quali storie di spionaggio e controspionaggio, ma pare che sia un film. Si dice che abbia sfidato in duello un tipo per un insulto ad Ava Gardner, ma si tratta di un altro film. Si dice che per lui l'amicizia fosse sacra, ma pensate solo a come ha trattato tutti coloro che l'hanno aiutato a diventare il grande Hem, da Sherwood Anderson a Francis Scott Fitzgerald.

E allora? Il grande Hem è meno grande senza sbronze e safari?

Afferma ancora Marco Cicala:


Per fortuna i grandi libri ci tengono al riparo da chi li ha scritti

Io faccio un passo avanti. E dico: mancherebbero all'appello diversi grandi libri, senza uomini così, sbruffoni e mitomani, incontenibili affabulatori, giganti sia nello sfiorare il cielo che nel rotolare per terra.

venerdì 9 settembre 2011

L'Isola del tesoro nel letto di un bambino

C'è sempre qualcosa di sorprendente nella vita di un uomo che a un certo punto del suo cammino decide di vivere di scrittura. C'è sempre, anche nelle storie apparentemente più prevedibili, meno segnate da grandi eventi. Perché anche nelle biografie più rarefatte, c'è quello scarto, quella svolta, quel momento di luce che sta a monte di un grande libro.

Robert Louis Stevenson, per esempio. Scrittore che ci ha portato in dono il brivido dell'avventura, la possibilità di una giustizia che forse riuscirà a farsi largo anche attraverso il cozzo delle armi, l'emozione delle vele che si spiegano al vento per condurci fino ai Mari del Sud.

Com'è che nasce Stevenson scrittore? Lui che apparteneva a una solida famiglia di ingegneri e che avrebbe dovuto seguire le orme del padre, che peraltro faceva una delle cose più belle che possa mai fare un ingegnere, costruire fari.


Non troverete viaggi e imprese, prima dei suoi libri.


Troverete casomai una bambinaia, Alison, dotata di una fervida immaginazione e capace di trattenere l'attenzione dei bambini con una parola capace di dipingere storie. Troverete i tanti giorni che Smout (pesciolino, così lo chiamavano i genitori) era costretto a passare a letto, ammalato, dando briglia sciolta alla fantasia.


Un giorno racconterà di quel letto, in una delle sue poesie:


Per un'ora o giù di lì
guardavo i soldatini marciare variopinti
lungo le lenzuola, su per le colline.
E talvolta mandavo intere flotte
a solcare il lenzuolo 
o tiravo fuori alberi e case,
per creare città all'intorno


Così il letto di un bambino diventò il mondo intero. Così il mancato ingegnere dei fari scoprì la sua Isola del Tesoro.


giovedì 8 settembre 2011

Ma che tipo di lavoro è quello di poeta?

Come osservano i ligi e perfettamente socializzati burocrati sovietici: che tipo di lavoro può essere quello di un poeta?

Ecco, il problema mi sa che è proprio questo, che è per questo che il grande poeta e premio Nobel Josip Brodskij finì sotto processo nella plumbea Unione Sovietica degli anni Sessanta del secolo scorso. Per l'incapacità dei grigi burocrati del socialismo di immaginare che la poesia può essere un autentico lavoro, più che per consapevole volontà di piegare il poeta dissidente.

Tutto questo ora ce lo racconta un libro, Brodskij 1964. Un processo (Medusa edizioni).. Un'occasione per ricordare il processo per "parassitismo sociale" al grande poeta ebreo russo.

Un'accusa che fu così articolata da un membro dell'Unione degli scrittori sovietici:

Brodskij sviluppa tre temi: primo, il distacco dal mondo; secondo, la pornografia; terzo, l'assenza di amore per la patria e per il  suo popolo. La patria gli è straniera

Leggo dalla prefazione di Massimo Onofri:

E certo, Brodskij non s'aiuta difensivamente, ma aggrava la sua posizione, quando, di fronte all'accusa che quello di poeta non è un lavoro, continua a ripetere che il suo lavoro appunto, è stato quello di comporre o tradurre versi

Evidentemente poteva essere un lavoro mettere le proprie parole al servizio di quegli stessi burocrati, ma la poesia, la poesia vera, genuina, forte del suo stesso coraggio, assolutamente no, quella poesia non cortigiana doveva essere solo l'esibizione di un parassita o di un pornografo.

E così non faccio fatica a pensare ad altri tempi, altre storie.
      

mercoledì 7 settembre 2011

Il sabato sera del ragazzo inglese

Perché era sabato sera, il momento più felice e festoso della settimana, uno dei cinquantadue giorni di vacanza sulla lenta ruota panoramica dell'anno, un violento preambolo a una domenica di prostrazione

Per Arthur, giovane operaio inglese, la febbre del sabato sera è un copione che si ripete: il giro dei pub, le sbronze, le risse, il sesso con donne sposate. Tutto quello che non c'è nel resto della settimana, perchè il resto è solo la routine del lavoro nella sua fabbrica di Nottingham.

L'adrenalina di questi fine settimana, il loro concentrato di pulsioni e trasgressioni, non cambieranno il mondo, anzi, non lasceranno niente se non un cerchio alla testa la domenica mattina. Eppure è tutto ciò che Arthur ha disposizione per gridare il suo rifiuto contro una vita che per lui è già tutta scritta, faticare alla catena di montaggio e mettere su famiglia.

Prima di avventurarvi in queste pagine, osservate la data. Saturday Night e Sunday Morning  (ripubblicato oggi in Italia da Minimun Fax) è del 1958: un'altra Inghilterra, un altro mondo, quello delle grandi fabbriche e del benessere che non esclude più gli operai, perché anche loro possono cominciare a sperare in una casa di proprietà, nella televisione, nella settimana al mare.

Arthur, in fondo, beneficia di ciò che altri hanno conquistato sul terreno dei diritti. Ha soldi in tasca - poco importa se se li sputtana in birre - e un giorno avrà la sua pensione. Eppure, in una vita in cui mancano le speranze, in cui è già assente ogni soggetto collettivo (per dirne uno, il sindacato), Arthur è solo, Arthur non ha futuro.

Alan Sillitoe - lo stesso scrittore di La solitudine del maratoneta, uomo che viene dall'Inghilterra delle industrie e del lavoro proletario - ci ha regalato un romanzo di esordio folgorante, capace di regalarci tutta un'epoca, ma anche un personaggio destinato a rimanere.

Poco importa che Arthur non sia assolutamente simpatico. Che molte volte vorresti fermarlo, prenderlo per le spalle, portarlo via dal disastro incombente. Qui c'è tutta una generazione che non è stata raccontata. Con una frattura che la separa dai padri e che non è quella del giovane Holden e tantomeno quella del Sessantotto.

Questo libro l'ho letto negli stessi giorni delle rivolte a Londra e nelle altre città inglesi. Ho pensato ad Arthur e poi a questi ragazzi dei nostri anni con ancora meno futuro - dove è finito il lavoro? - e ancora meno capaci di intravedere una possibilità di protesta che vada oltre il saccheggio.

E ho pensato che questo libro del 1958 forse ci può aiutare a capire un po' di più. E magari a scorgere anche qualcosa che sa di speranza, con i lampi di tenerezza, improvvisi e disorientanti, che anche uno come Arthur sa regalare.

martedì 6 settembre 2011

Inseguendo quei due eccentrici in velocipede

Autunno 1884: in Toscana arriva una giovane coppia decisamente eccentrica.


Lui è l'americano Joseph Pennell, 24 anni, quotato illustratore di libri e riviste. Lei è Elizabeth Robins, inglese, scrittrice che ha già dato alle stampe, tra le altre cose, una biografia di Mary Woollstonecraft.

Ma la cosa davvero strana è il marchingegno che si sono portati indietro. Bisogna farci mente locale per capire quello che in effetti è: un velocipede.

Chiamiamolo così, anche se con le sue tre ruote (due enormi ai lati più una da triciclo davanti),i suoi due posti a sedere e il suo portabagagli rammenta piuttosto una carrozza a pedali.

Joseph ed Elizabeth hanno le idee piuttosto chiare: con quell'affare partiranno da Firenze e raggiungeranno Roma.

La gente li prende per matti. Una cosa del genere non si è mai vista nè sentita, non è mica come oggi che tanti poveri Don Chisciotte in bicicletta sfidano le automobili per strada.

Alla partenza da Piazza Santa Maria Novella i due sono salutati dalla folta colonia anglo-americana con molte apprensioni. C'è chi teme malaria e colera, chi li mette in guardia dagli osti senza scrupoli e addirittura dai briganti. E poi le strade: pessime ovunque. Quella era un'impresa da disperati. Una follia.

Forse anche un peccato, se è vero che una povera monaca, al loro passaggio, si farà il segno della Croce nemmeno avesse visto il Diavolo sui pedali.

E loro appena fuori da Firenze registreranno il primo guasto e certo avrebbero di che scoraggiarsi.
Però basta sollevare la testa, guardarsi attorno. Guardare tutta quella gente che sgomita per salutarli, spinta dalla curiosità e dalla meraviglia. Guardarsi intorno e godersela:

E' vero che spesso accade di vedere tutte queste cose in fretta, dai finestrini del treno in corsa. Ma solo seguendo il serpenteggiare della strada o i lunghi rettifili come facevamo noi, fermandoci a nostro agio o rallentando, si può godere dell'intensa bellezza del paesaggio e provare gli stessi sentimenti degli uomini del passato che sapevano bene come rendere piacevoli i loro viaggi”

E a noi non resta che inseguire quei due sulle pagine de L'Italia in velocipede (Sellerio). E con loro inseguire un'Italia che non c'è più, un'altra possibilità di viaggio, un desiderio di lentezza sempre e comunque salutare.

lunedì 5 settembre 2011

"Hai ottenuto una frase meravigliosa - tagliala"

Georges Simenon, uno dei grandissimi della letteratura europea, probabilmente non ha mai avuto bisogno di grandi consigli in relazione alla sua scrittura, eppure anche lui di uno fece tesoro. Glielo regalò Colette, allora caporedattrice della sezione letteraria a Le Matin. E il consiglio in realtà era anche una critica a due racconti che Simenon aveva presentato al giornale:


Sono troppo letterari, sono sempre troppo letterari...

Ma come? Esiste il pericolo di fare troppa letteratura?

Cosa significhi davvero questo consiglio Simenon lo spiega in una straordinaria intervista del 1955 a Carvel Collins, oggi ripubblicata da Fandango in The Paris Review. Interviste. Cosa c'è di troppo letterario?, chiede Collins  (e chiederemmo anche noi) Simenon risponde:

Aggettivi, avverbi, e ogni parola che è lì solo per fare effetto. Ogni frase che è lì solo per la frase. Hai ottenuto una frase meravigliosa - tagliala. Ogni volta che trovo una cosa del genere in uno dei miei romanzi la devo tagliare

Credo di aver capito. Letterario è ciò che appartiene solo alla sfera del bello scrivere. Ciò che non racconta davvero.

Simenone era grande perché in ogni rigo doveva pulsare la storia, la vita. Era grande non per quello che scriveva, ma per quello che riusciva a tagliare.

domenica 4 settembre 2011

Il canto di Orfeo e la bellezza di Auden

E' una parola gelida, complessa, profonda quella di W.H. Auden, uno dei grandi poeti del Novecento, anche se non sempre ha avuto l'attenzione che merita: sarà che ha pagato il distacco dai fatti del mondo e della politica in anni in cui ci non ci si poteva non schierare, sarà che i suoi versi, anche quando si mescolano al tempo degli uomini, sembrano appartenere a un'altra dimensione, sul ciglio dell'eternità.

La raccolta che ho letto in questi giorni si chiama, significativamente, Un altro tempo (Adelphi). E non sono sicuro di aver coltodavvero la grandezza di una poesia i cui versi assomigliano ai colpi di scalpello che lavorano un marmo rinascimentale. Però a questa grandezza mi piace inchinarmi. Magari accogliendo la bellezza che Auden offre col suo Orfeo.

Che cosa spera il canto? E le mani mosse
poco lontane dagli uccelli, i timidi, i gioiosi?
              Di essere attonito e felice,
              o, più di tutto, conoscere la vita?


Ma i belli si accontantano delle acute note dell'aria;
basta il calore; Oh, se l'inverno davvero
             s'ostina, s eil fievole fiocco di neve,
             che mai farà l'augurio, che cosa la danza?

sabato 3 settembre 2011

Coppi, Bartali e le due filosofie dell'Italia

Non mi piace la boxe, non capisco nulla di cricket, però sono sicuro che in giro ci sono degli splendidi libri ambientati in quei mondi, in grado di soddisfare anche il sottoscritto. E non importa che a voi il ciclismo resti del tutto indifferente, questo è un consiglio che vale per tutti: Coppi e Bartali di Curzio Malaparte, ripubblicato qualche tempo fa da Adelphi, è un piccolo gioiello che regala più di quanto promette.

A riprova che quello che conta davvero, non è dove si dirige l'attenzione, ma la capacità di guardare, di scavare un senso, di trovare le parole giuste.

Curzio Malaparte, dunque, ai tempi in cui il ciclismo era un grande passione popolare a cui davano voce le migliori firme italiane. Curzio Malaparte e i due campioni, non per raccontare una storia di sport, ma per raccontare l'Italia di allora, e ancora di più, due visioni del mondo, due modi di dare un senso al nostro vivere su questa terra.

Va lontano, il grande Malaparte. Nelle pedalate dei due campioni vede scelte di campo filosofiche, mica scherzi:

Questa rivalità rappresenta uno degli aspetti più moderni della disputa fra credenti e liberi pensatori. Gino è figlio della fede. Fausto è figlio dle libero pensiero

E vai, per le salite dei Pirenei, come se fossero i più impervi interrogativi dell'uomo. Lo scetticismo degli illuministi e la Provvidenza dei timorati. La solitudine e il desiderio di appartenenza. I valori contadini e il nuovo mondo dell'industria.

L'Italia di allora, l'Italia di oggi, forse. Più precisamente: l'Italia - nel suo cuore popolare e autentico - che vorrei ancora oggi in movimento per le strade del paese. Divisa e unita. Diversa e capace di stupefacenti sintonie.

Perchè dice Malaparte:

Per quale ragione Gino e Fausto dovrebbero odiarsi? Non corrono mica sulla stessa bicicletta

E ancora di più diceva Gino:

Quando è morto Fausto, è morta metà di me

Due metà si possono rimettere insieme e tirarne fuori qualcosa di buono. Basta che siano fatte della stessa pasta. Più difficile oggi, certo, con le mille tessere di un puzzle fatto più di interessi che di valori. 


venerdì 2 settembre 2011

Quell'angolo del Maine, il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

giovedì 1 settembre 2011

Tito e Don Patagonia, cacciatori di ombre

C'è una frase che ci arriva dall'antica saggezza greca, per diventare un titolo di Antonio Tabucchi ma anche la chiave di lettura dell'ultimo bellissimo libro del mio amico Tito Barbini (Il cacciatore di ombre, Vallecchi, collana Off the Road)

Inseguendo l'ombra il tempo invecchia in fretta

E questo è davvero un libro in cui si insegue un'ombra per trovare molte ombre, popoli di ombre. Un libro che in questo inseguimento si impasta di tempo, si fa tempo, si preoccupa del tempo. Senza che in questo modo, necessariamente, il tempo debba invecchiare in fretta. Anzi, mi sa che è solo così, facendo in modo che il viaggio non sia solo distanza, ma anche profondità (e quindi tempo), che il tempo si rinnova e torna a farci compagnia.

Ho cominciato, in questo modo. Ma forse avrei dovuto dire subito che Tito questa volta ha spiazzato anche me. Spiazzerà anche voi, se grazie alle sue pagine vi siete fatti portare tra i ghiacciai della Terra del Fuoco o se con lui avete attraversato le distese dell'Antardide o risalito le correnti del Mekong.

Mi ha spiazzato, perché nel momento stesso in cui ci racconta un viaggio autentico -  e si respira la sua stessa aria, si sente la sua stessa fatica  - Tito riesce a sovvertire convenzioni, luoghi comuni, dati di fatto troppo scontati per non diventare prigione.

Insegue un'ombra, Tito, l'ombra di un uomo straordinario, Alberto Maria De Agostini (per inciso, il fratello del De Agostini sulle cui carte abbiamo tutti studiato e sognato), geografo, alpinista, fotografo, esploratore (uno degli ultimi grandi esploratori della nostra storia), missionario controcorrente, testimone del genocidio degli ultimi indios dell'America australe (altre ombre...). Un uomo che in Italia ci siamo troppo facilmente dimenticati, sarà perché pone qualche domanda imbarazzante, sarà che troppo spesso ci fa fatica guardare oltre il risaputo. In Argentina e in Cile, no, De Agostini è Don Patagonia, un mito, un monumento, un chiaro ricordo.

Ma non è questo, ovviamente, a spiazzare. Tito non cerca la biografia, ma il viaggio. E non il viaggio sulle orme di chi è già passato. Il viaggio in compagnia.


Non ho mai provato a definire in modo preciso le ragioni per cui mi sono messo a viaggiare con De Agostini, anche perché mi sembrava che fosse naturale. Succede che quando incontri per la prima volta alcune persone ti sembra di conoscerle da sempre.
Comunque uno dei motivi è di sicuro che con lui potevo andarmene via, puntare altrove

Viaggiano insieme, Tito e Don Alberto. L'ex militante comunista e il missionario cattolico. L'uomo che ci è contemporaneo e l'uomo a cavallo dell'Otto e del Novecento. Il vivo e il morto. I due vivi, anzi. I due cacciatori di ombre.