mercoledì 31 agosto 2011

Quella bambina alla scoperta del Giappone

Immagino che La nave per Kobe di Dacia Maraini possa non piacere, che possa perfino deludere qualcuno, che magari si aspettava un romanzo e invece si è scoperto a inoltrarsi nei territori delle memoria privata.

Ed è vero, dipende proprio da ciò che ci si aspetta. Io l'ho comprato quasi per caso. Mi era cascato l'occhio sulla copertina mentre gironzolavo tra gli scaffali di una libreria amica. Ed è stato un buon affare. Mi sono regalato una lettura popolata di emozioni, pur senza forzature ed effetti speciali.

Certe volte capita proprio così. Non bisogna tuffarsi nella trama, ma piuttosto abbandonarsi al flusso delle parole, che sono prima di tutto ricordi di luoghi, persone, stagioni. E la memoria può essere più affascinante di qualsiasi invenzione letteraria.

Dacia Maraini ritrova i diari compilati dalla mamma in Giappone, il paese in cui la sua famiglia decise di trasferirsi, lontano dall'Italia fascista. Diari privati, come dovrebbero sempre essere, chiaramente non pensati in vista di un qualsiasi lettore. Poche righe di tanto in tanto, senza nessun ordine, seguendo solo l'istinto o un'urgenza del cuore, più promemoria che altro.

Parole su cui si innestano i ricordi di Dacia bambina, ma anche le riflessioni della donna più matura, della scrittrice affermata. Non so dire bene cosa ne venga davvero fuori. Però è quasi come un film costruito con un montaggio nervoso e continui salti di tempo e di luogo.

Bella la storia di questa famiglia che prova ad allontanarsi dalla storia di un mondo che sta andando per il verso sbagliato, che dice no al fascismo e ai suoi tentativi di impero per andare in un posto che davvero sta su un altro pianeta. E intrigante questo Giappone, paese enigmatico e gentile, prima delle devastazioni della guerra e le accelerazioni del dopoguerra.

E quante cose vengono in mente, tranne poi ricredersi e convincersi che poi niente di tutto questo è davvero importante, che è il Giappone ma potrebbe essere anche il paese di Heidi, che quello che conta qui dentro sono solo gli affetti di una famiglia e il lavorio del tempo che passa e tutto cambia.

martedì 30 agosto 2011

Se il pedone sogna di diventare regina



Gli era tornata in mente una domanda che si erano fatti una sera, per gioco, a Pietroburgo.

Cosa sogna un pedone?, gli aveva chiesto il russo, e allora era parsa a entrambi una questione divertente. 

Adesso, a tanti anni di distanza, la faccenda gli suonava più misteriosa, e ostile. E per poco, in questa camera arredata con umiltà, ebbe l'impressione di aver capito. 


Cambiare natura. Raggiungere l'ottava traversa. Non rassegnarsi all'infelicità del proprio stato. 


La chiave di tutto era nell'ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine. 


(da Fabio Stassi, La rivincita di Capablanca, Minimum Fax)

lunedì 29 agosto 2011

Lo scrittore che ci racconta le camere d'albergo

Indugi sulle sue pagine e non puoi non pensare alle parole di un filosofo arabo del dodicesimo secolo, Ibn al-Arabi:

Non appena vedi una casa dici: voglio restare qui, ma appena arrivato lì la lasci di nuovo per metterti in cammino


Perché è proprio così, Cees Nooteboom è uno dei grandissimi scrittore europei dei nostri anni, ma soprattutto è un nomade caparbio, appassionato, incapace di darsi tregua. Lui stesso ci racconta che un giorno si è messo sulle spalle lo zaino, ha salutato la madre, è saltato su un treno ed è diventato una freccia puntata sulla lontananza.

Da allora non si è più fermato, però ci ha messo un po’ più di tempo e di esperienza per capire che in un posto comunque è rimasto sempre: proprio quel posto dove è solo con se stesso.

Ripenso spesso a Hotel Nomade (Feltrinelli), libro particolare di un viaggiatore particolare.

Le infinite stanze di albergo del suo errare diventano le stanze della sua anima: e lui le apre per farti entrare e accoglierti.

Magari con parole come queste:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell’occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l’occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell’occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco

domenica 28 agosto 2011

L'alba ai giapponesi, il tramonto agli europei

Il mondo è bello perché è vario, si sa, e la varietà sta anche nel modo in cui si percepisce il mondo. Emozioni, parole, rappresentazioni diverse, anche se ciò che abbiamo davanti è uguale. Sperimentare questa varietà, penso, è quanto di più bello ci possa toccare in sorte. E proprio questo mi è venuto in mente l'altro giorno, imbattendomi su questa pagina dei diari di Fosco Maraini:

In Giappone si segue molto da vicino il corso giornaliero del sole. Già la casa è fatta in modo che non è facile nascondersi al buio, una volta svanita la notte. I giapponesi sono grandi ammiratori dell'alba. L'arte, la letteratura, la poesia giapponesi sono intessute d'inni in colori e parole a questo momento di privilegio nella giornata degli uomini e delle cose.... Noi pensiamo di ammirare il tramonto perch'è bello, lo ammiriamo perché ci hanno insegnato ch'è bello. In Giappone, salvo certi studenti abbeveratisi al romanticismo occidentale, nessuno lo nota; anzi è considerato triste, di cattivo augurio

(da Dacia e Fosco Maraini, Il Gioco dell'universo, Mondadori)


Lo stesso sole, lo stesso ritmo delle albe e dei tramonti, due mondi diversi. 


sabato 27 agosto 2011

Se la vita è una rivincita a scacchi

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento


Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace di calcoli ma non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

venerdì 26 agosto 2011

Erri De Luca e la lingua profonda a prima vista

Delle lingue - che conosco poco - non mi affascina solo ciò che con esse è possibile dire, ma il modo in cui lo dicono. Mi piace la storia che c'è dietro le parole, la visione del mondo che presiede le forme e le regole. Dev'essere lo stesso fascino che Erri De Luca sente suo quando si occupa dell'ebraico antico - che lui conosce bene. Lingua di scritture sacre, lingua di cui parla anche ne Le sante dello scandalo (Giuntina), prima di entrare nella sua storia di prostitute e traditrici tanto importante per il racconto biblico.

Erri De Luca ci racconta per esempio che nell'ebraico ci sono verbi maschili e verbi femminili. Forme speciali separano i due sessi. E quando, nelle traduzioni, leggiamo "non ammazzare", in realtà l'ebraico dice un "non ammazzerai" rivolto a un tu maschile. Come se fosse un dato di fatto che uccidere è cosa di uomini, pressoché in esclusiva.

Dice Erri De Luca che le lettere ebraiche sono femminili. Sono come le cellule di un albero, l'albero (maschile) della Torà.


Perciò è vivo e mette fuori getti nuovi a ogni lettura, in ogni generazione. Perfino la scrittura sacra, l'ambito più strettamente maschile, è costituito di vita femminile grazie alle lettere

Poi cita una frase di von Hofmannstahl, che piace molto anche a me:


La profondità va nascosta. Dove? In superficie

E aggiunge:

L'ebraico è profondo a prima vista

Mi piacciono le lingue di cui si possa dire così.

giovedì 25 agosto 2011

Se lo scrittore coglie ciò che c'è nell'aria

Se c'è un'arte dello scrivere io non la conosco, però ne conosco il mestiere, parola laica che mi aiuta a intendere il mio lavoro per ciò che è, un fare artigianale e quotidiano: metterti al tavolo ogni mattina senza troppi grilli sull'ispirazione, ascoltando invece l'insoddisfazione che ti abita ripetutamente quando ti accorgi che non funziona nulla di quanto hai scritto il giorno prima, quando non ti ritrovi nel modo e nel tono.
Per me scrivere è in gran parte tecnica dello scrivere


Beh, questo diceva Daniele Del Giudice qualche tempo fa in una bella riflessione pubblicata su La Domenica della Repubblica, titolo L'arte dello scrivere. Bella, certo, ma che mi convince poco. Chissà perché l'alternativa è sempre secca, la scrittura o è ispirazione che ti rapisce o è mestiere che reclama abilità e perseveranza artigiana.

E dunque, penso che l'insoddisfazione dello scrittore rispetto al suo lavoro sia cosa naturale, quasi doverosa. Sono meno convinto quando Del Giudice parla di un lavoro lungo, faticoso e a volte noioso perché è minuto e angariato dal dettaglio.

Fermo restando che perfino il grande Hemingway magari scriveva di getto (e nei fumi dell'alcool), ma dopo anche lui si faceva qualche problema - Mi chiesi che razza di scrittore ero se mi veniva bene già il primo racconto - possibile che la scrittura debba essere mestiere, e non piuttosto uno sguardo?

Intendo la possibilità di guardare con occhi diversi le cose del mondo e della vita. Di sorprendersi e di sentire qualcosa agitarsi dentro per quella sorpresa. Di sorprendersi per voi volerla condividere, quella sorpresa.

Diceva Henry Miller:

Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse... Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che pensiamo esiste già, e noi siamo solo intermediari, ecco tutto, che pescano quel che c'è nell'aria


Il problema è accorgersi che si respira.

mercoledì 24 agosto 2011

Se il grande Hem è un po' meno grande

Di lui ne parleremo a lungo, con l'anniversario della sua scomparsa alle porte, quindi meglio armarsi di santa pazienza. Caro vecchio Hem, che cosa ti combineranno?

E poi di chi (o di cosa) si parlerà davvero? Di te o del mito che di te è stato fatto, certo non senza la tua complicità?

Perchè è così, quando si parla di Ernest Hemingway in realtà non si sa di chi (o di cosa) si parli. E ha ragione da vendere Marco Cicala, sul Venerdì di Repubblica.

Eterno reduce dei Ruggenti anni Venti, Hemingway visse sino all'ultimo in una lunga bugia autoprodotta: l'affabulazione. Menzogna che siamo disposti a perdonare perché almeno è raccontata bene, ma pur sempre patacca rimane

E dunque, si dice che fece la Guerra di Spagna e poi partecipò alla Liberazione di Parigi del 1944, ma errore, nell'uno e nell'altro caso fu poco più di un turista. Si dice che fu un espertissimo di corride, ma gli espertissimi smentiscono sdegnati. Si dice che all'Havana fosse implicato in chissà quali storie di spionaggio e controspionaggio, ma pare che sia un film. Si dice che abbia sfidato in duello un tipo per un insulto ad Ava Gardner, ma si tratta di un altro film. Si dice che per lui l'amicizia fosse sacra, ma pensate solo a come ha trattato tutti coloro che l'hanno aiutato a diventare il grande Hem, da Sherwood Anderson a Francis Scott Fitzgerald.

E allora? Il grande Hem è meno grande senza sbronze e safari?

Afferma ancora Marco Cicala:


Per fortuna i grandi libri ci tengono al riparo da chi li ha scritti

Io faccio un passo avanti. E dico: mancherebbero all'appello diversi grandi libri, senza uomini così, sbruffoni e mitomani, incontenibili affabulatori, giganti sia nello sfiorare il cielo che nel rotolare per terra.

Se la poesia inventa il mondo che c'è

E' come una barca che si è mossa
Dalla costa di notte ed è scomparsa.


E' come una chitarra lasciata sulla tavola
Da una donna che se n'è dimenticata.


E' come lo stato d'animo di un uomo
Tornato a vedere una certa casa

Sono solo alcunui versi tratti da Il mondo come meditazione (Guanda), la raccolta delle ultime poesie di Wallace Stevens, uno dei grandissimi della poesia americana del Novecento, per me un incontro quasi casuale, giusto una copertina che ha reclamato la mia attenzione, girellando in una libreria di un'altra città, mentre aspettavo il treno.

Non è facile la poesia di Wallace Stevens, che peraltro sembra proprio volerci comunicare che non c'è niente di facile, che la vita stessa non è scontata, che semmai è una domanda che si ripropone in continuazione.

Era nato in Pennsylvania, Wallace Stevens, una terra da cui mi aspetterei tutt'altro genere di letteratura. Per tutta o quasi tutta la vita lavorò negli uffici di una compagnia di assicurazioni, una delle occupazioni che mi sembra abbia meno a che fare con  la poesia. Eppure riuscì a distillare parole capace di affondare nel mistero della nostra presenza in questo mondo.

E di più, perché faccio mio ciò che Massimo Bacigalupo afferma nell'introduzione a questa raccolta:

Inventare il mondo che c'è, ecco lo scopo della poesia

Inventare il mondo che c'è, ecco cosa fece per tutti noi Wallace Stevens, poeta riservato, poeta che attraverso la sua opera conosciamo meno. Pensare che quasi ci sembra di riconoscerlo, con la cravatta che non si toglie mai e lo sguardo che ci inchioda con i suoi gelidi occhi blu.

Come le sue parole, che ci inchiodano alla contemplazione dell'assenza, del vuoto, dell'autunno, della vecchiaia. Per poi concederci una possibilità, quasi un nuovo inizio.

lunedì 22 agosto 2011

Quello studente a piedi fino a Costantinopoli

Cambiare panorama: abbandonare Londra e l'Inghilterra e andare in giro per l'Europa come un vagabondo... Ad un tratto, questa non era solo una cosa ovvia, era l'unica da fare

Non ha nemmeno vent'anni e deve fare già i conti con una vita di promesse mancate e di macerie, Patrick Leigh Fermor, quando prende la decisione che la vita gliela cambierà sul serio, portandolo sulla strada giusta, quella che porta lontano.


E' il 1933, dicembre - la peggiore stagione, in effetti, per partire. Munito solo di uno zaino da alpinista, di un cappotto dell'esercito, di un passaporto che lo certifica come studente (senza denunciarne i fallimenti) e di tante buone letture alle spalle, Fermor lascia l'Inghilterra e lascia le sue prime orme sui campi innevati dell'Olanda.

Un obiettivo: raggiungere a piedi Costantinopoli - allora si chiamava ancora così - seguendo il corso dei grandi fiumi della civiltà europea, il Reno e il Danubio. Un viaggio da chierico vagante, da nomade, da sognatore. A casa tornerà solo dopo diversi anni.

E che bello questo libro che racconta le storie, le persone, i paesi e i popoli della prima parte del viaggio, fino all'Ungheria. Intenso, raffinato, autentico.

Immergetevi in esso, con il bagaglio di pensieri più leggero che potete. Magari considerate solo la data: il 1933. L'Europa sospesa tra i due macelli della guerra mondiale. L'Europa che oggi non c'è più e quella che ancora resiste, forse.

I tedeschi sembrano ancora solo dei pacifici bevitori di birra, persi dietro i loro canti e le loro storie di gnomi e di principi, ma le camice brune di Hitler già proiettano le loro lugubri ombre. Non si contano i cimiteri militari, eppure Fermor può sorprendersi (e noi con lui), per la gentilezza e l'ospitalità che incontrerà per tutto il viaggio:

Sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore


Quando l'ho finito non mi è nemmeno dispiaciuto, perché ho pensato ai passi che continuerò a fare con il seguito, sempre pubblicato da Adelphi. Per inciso, la stessa casa editrice di Bruce Chatwin. Ed è curioso che per tanto tempo ci si sia dimenticati di Fermor, per osannare Chatwin: che poi di Fermor si considerava, giustamente, quasi un discepolo.

domenica 21 agosto 2011

La poesia che prese il posto di un monte

Era là, parola per parola,
La poesia che prese il posto di un monte.


Ne respirava l'ossigeno
Persino quando il libro stava voltato nella polvere del tavolo.


Gli ricordava come avesse avuto bisogno
Di un luogo da raggiungere nella direzione sua,


Come avesse ricomposto i pini,
Spostato le rocce e trovato un sentiero tra le nuvole,


Per arrivare al punto d'osservazione giusto,
Dove sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando,


Dove potessero coricarsi e, fissando il mare in basso,
Riconoscere la sua casa unica e solitaria.

(Wallace Stevens, da Il Mondo come meditazione, Guanda)

sabato 20 agosto 2011

Se anche il Messia è un meticcio

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all'uomo desiderato.
La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo.
La terza s'infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare.
La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante.
L'ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.

Cinque nomi, cinque storie. Cinque donne che la morale corrente - e l'ipocrisia - condanna. Adultere e prostitute, certo. Ma anche cinque donne che fanno parte della storia sacra e ne sono protagoniste. I loro nomi emergono dalla Bibbia, costruiscono la discendenza più importante, appartengono alla genealogia che da Abramo arriva a Gesù.

Lo sapevate? Io no, lo ignoravo, e ho scoperto la loro storia attraverso le pagine di un libriccino straordinario, smilzo per numero di pagine, ma estremamente denso nelle sue parole e in ciò che le parole evocano. C'è tutto Erri De Luca in Le sante dello scandalo, titolo che ci propone la Giuntina. C'è lui e tutta la capacità di sovvertire il senso comune e di schiuderci nuovi orizzonti.

Cinque donne. E cinque straniere. Donne che abbandonano la loro terra, la loro religione e scelgono di appartenere al popolo di Israele.

Scelta in cui non c'è da leggere nessuna idea di superiorità. Ma che ci dice questo, con Erri De Luca:

Con le loro trasfusioni di sangue misto, la storia ebraica allontana da sé lo scettro e lo spettro della purezza di sangue, del pedigree. Pure il messia è meticcio. E' una lezione grandiosa, poco risaputa e poco ripetuta

Ed è un peccato. Sta a noi assimilarla, questa lezione. E ripeterla ai quattro venti, perché fa bene, perché ci fa bene.

venerdì 19 agosto 2011

Tra il topolino e la pantegana meglio l'orco

Un piccolo consiglio a tutti gli appassionati di storia. Se non l'avete fatto, se ancora potete, andate a leggervi l'intervista pubblicata da Medioevo, titolo La fame dello storico, in cui Franco Cardini parla di se stesso, dei suoi sogni e delle sue ambizioni di studioso, dell'attrazione che su di lui esercitano epoche lontane, sul bisogno di indagare l'umanità dietro le date e i nomi.

Franco Cardini racconta, tra l'altro, che tutto è iniziato quando era un ragazzino che leggeva e sognava. E se è diventato quello che è diventato, uno dei più grandi medievalisti al mondo, lo è stato anche per l'incontro con i romanzi di Walter Scott e con le Fiabe della Nonna di Emma Perodi. Cosa che, ovviamente mi piace molto.

E poi c'è questa frase, che penso faccia bene. Richiama una bella citazione di Marc Bloch sul vero storico: Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda. Lo storico, insomma, è un po' come l'orco delle fiabe, con i suoi appetiti.

Magari fosse l'orco della fiaba - ci dice allora Cardini - Solo i grandi storici sanno sul serio che lì è il loro pasto, quando fiutano carne umana. Io non credo di avere olfatto così fino: spesso, temo di aver odorato alla lontana soltanto qualche sentore di umanità nelle mie ricerche. Certo, il fatto é che la maggior parte degli studiosi, purtroppo, sono topolini di biblioteca o d'archivio: fiutano solo odor di scartoffie più o meno stantìe, mentre hanno successo le pantegane che sentono solo il fetore dei libri altrui, nemmeno sempre buoni, magari da scopiazzare. Io non sono l'orco, ma non sono nemmeno un topolino e tantomeno una pantegana


giovedì 18 agosto 2011

Il dubbio del giornalista fa bene alla verità

E' molte cose insieme Lui non dette l'ordine (Edizioni Ets) di Giovanni Parlato, bravo giornalista del quotidiano Il Tirreno capace di coniugare rigore professionale e valori umani.

Molte cose davvero, e allora è meglio partire da ciò che non è, tanto per sgombrare subito il campo. Non è la ricostruzione di uno dei più grandi e controversi misteri del nostro Novecento, l'omicidio del commissario Calabresi. Non è la storia delle vicende giudiziari di Adriano Sofri (e con lui di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), accusato e poi condannato per quell'omicidio. E non è nemmeno un libro a tesi, semmai un libro che le tesi intende rimetterle in discussione.

Parlato parte da una sentenza, dalle porte di una prigione che si aprono, da un incontro in carcere con l'uomo che la giustizia ha appena giudicato colpevole. E' un cronista, inviato dal suo giornale. Ed è la verità quello che gli si chiede, ma proprio la verità è il suo problema.

Un'aula di tribunale, con tutte le sue carte e le sue procedure, ha affermato la sua verità. Però a volte basta uno sguardo, perchè le prime crepe si aprano.

Non li avevo mai visti prima. E la sensazione, a pelle, fu che queste tre persone fossero state condannate ingiustamente

Ecco, comincia così. Col dubbio che aiuta a rimettere in discussione e con la memoria che ci spinge a non chiudere le cose una volta per tutte.

E allora, prima ancora che su un caso - il caso Sofri - questo è un libro sulle grandi questioni che sono di tutti noi. Sulle verità troppo comode, sulla possibilità (e l'impossibilità) di giudicare, sui silenzi della storia, sulle parole che possono sottrarre la libertà e a volte anche restituirla.

Libro bello, quello di Giovanni Parlato. Libro che va abbondantemente oltre ogni aspettativa, che pagina dopo pagina sa appassionare come un romanzo, perché è così che succede, se ci si mette al servizio della verità (anzi, del dubbio che fa bene alla verità)  non solo per fame di titolo, per smania di scoop, ma piuttosto per quel fare bene le cose che è in primo luogo un impegno con noi stessi.

Perchè con noi, grazie a noi, domani il mondo sia un poco migliore di quanto lo sia stato fino a ieri.
 

mercoledì 17 agosto 2011

In quella Svezia in cui tutto era ancora diverso

Questa non è una religione per fondatori di Stati, è qualcosa di privato, un pensiero; diamo un'idea, se viene recepita da altre comunità va tutto bene, possiamo scomparire, come la foschia del mattino al sorgere del sole.
Non ci siamo più. Ma siamo in tutti voi


Questo era lo spirito che animava il pastore Lewi Pethrus, questa era la sua volontà. Mettersi in cammino, senza sapere dove sarebbe arrivato. E in quel cammino, rinnovarsi nel profondo. In quel cammino, deporre i semi di un'altra vita.

Fu un lungo viaggio, quello di Lewi, grande riformatore religioso nella Svezia dei primi del Novecento, quando la Svezia non era affatto la Svezia che oggi ci viene in mente, socialdemocrazia e welfare state, Abba e movida scandinava.

Viaggiò in un paese, viaggiò nella storia, viaggiò nel bene e nel male, non per costruire una Chiesa, perché solo il viaggio contava, alla fine. Non per obbedire alla Bibbia, perché anche la Bibbia era un'incompiuta e attendeva di essere rinnovata.

Per Olov Enquist, lo scrittore che noi conosciamo meglio per lo straordinario Il medico di corte, questo viaggio ce lo racconta tutto. E ci regala così un'altra storia, un altro libro a metà tra la biografia e il romanzo, con qualche dose di memoria personale.

E magari ci si può anche perdere, in questo libro troppo lungo e non sempre coinvolgente. Però che storia che è questa, che attraversa anche le prime lotte sociali in Svezia, i sindacati che cominciano a organizzarsi, la nobiltà e la miseria di un mondo intellettuale.

Poeti che si convertono, religiosi che tradiscono. Umiltà e ambizioni. Visioni celesti e mense per poveri. E alla fine, alla fine, la stessa immagine con cui comincia il libro, quel cimitero - anzi, quel campo di Dio - con le lapidi battute dal vento e le lettere ormai illegibili.

  Anzi, con quell'unico epitaffio che ancora si legge:


Era umile, ma fece del suo meglio


A futura memoria. E anche per ogni giorno che ci viene donato.

martedì 16 agosto 2011

Il Satyricon nell'Italia di Nerone e nell'Italia di oggi

Non si sa molto della vita di Tito Petronio Arbitro, ricercato esteta nella Roma dell'imperatore Nerone, maestro di piaceri e di raffinatezze (arbiter elegantiae) peraltro risucchiato dal mondo della politica, implicato in una congiura e alla fine costretto al suicidio.

Forse su di lui possiamo prendere per buone le parole di Tacito:

Soleva egli trascorrere il giorno dormendo, la notte negli affari o negli svaghi; la vita sfaccendata gli aveva dato fama, come ad altri l'acquista un'operosità solerte; e lo si giudicava non un gaudente e uno scialacquatore, ma un uomo di lusso raffinato

Ma in ogni caso è a lui, pare, che si deve il Satyricon, per molti (e io mi associo) il più moderno dei romanzi dell'antichità (e aggiungo: ancora più moderno di molti romanzi della contemporaneità).

Se non lo avete mai letto, leggetelo. E' un libro appassionante, divertente, intelligente, stravagante, che narra le vicende di una coppia di furfanti che vagano per l'Italia, ne combinano di tutti i colori, incontrano un'intera corte di poeti vanagloriosi, ruffiani senza scrupoli, sacerdotesse del sesso. A raccontare le loro peripezie è un povero letterato, Encolpio, con più arte che parte.

E poi ci sono le pagine più (degnamente) celebri tra tutte. Il sontuoso banchetto a casa di Trimalcione, il liberto -  cioé lo schiavo affrancato - che si è vertiginosamente e spudoratamente arricchito. Nella sua casa contano solo le fortune accumulate, i piaceri a cui ci si può consegnare. Niente a che vedere con l'edonismo dello stesso Petronio. A dominare sono la volgarità e la sfrenatezza dei nuovi ricchi.

E' un mondo senza più cultura, dove i vecchi dei non ci sono più, sono stati rimossi dal loro piedistallo, cacciati dalle mura domestiche. Nel banchetto di Trimalcione, ne rimane solo uno, Priapo, che tutti voi sapete chi era e a cosa presiedeva.

Il Satyricon, pensate un po', quasi duemila anni fa. Capite perché è così moderno? Perché parla dell'Italia dei nostri giorni?

lunedì 15 agosto 2011

Il poeta dimenticato e i pirati del Mediterraneo

 Capita che i personaggi dei libri ogni tanto tornino a bussare a sorpresa alla tua porta, come un amico che non rivedi da tantissimo tempo, che forse si è addirittura trasferito in un'altra città. Di tanto in tanto mi succede con Filippo Pananti, un poeta toscano "minore" (qualche anno fa gli ho dedicato un piccolo libro, Il Poeta e i pirati, edizioni Polistampa), più noto forse per essere stato portato schiavo ad Algeri dai pirati del Mediterraneo che per i suoi versi. Mi piace ricordarlo con una pagina che racconta la sua vita dopo la liberazione.


Gli anni che gli restano da vivere sono ancora molti, ma Filippo il tempo sa bene come ammazzarlo, sa come esorcizzare il male di vivere, come scampare alle ambizioni, agli impegni che ti impigliano e ti stritolano, allo stesso modo di Charlie Chaplin catturato dalle ruote dentate di Tempi Moderni. La sua è una lunga, dolce eutanasia.

Così lascia sfilare i giorni come i libri che divora uno dietro l’altro, esempio concreto di quello che Montesquieu diceva della lettura quale pigrizia travestita. Quando non legge inganna le ore riempiendo fogli e fogli di piccole prose.

Sono pagine in cui prende le difese del riso che, per dirla con Buffon, è la qualità distintiva dell’uomo, e per dirla con Yorick, allunga d’un dito la misura della nostra esistenza; dello sbadiglio, che annunzia il placido sonno, il dolce risvegliamento, il salutare appetito, la felice sazietà; della notte, benefattrice di tutto ciò che respira, che per gl’infelici è il fine delle fatiche, per i felici il cominciare dei piaceri; del vivere in campagna e del perdono.

Alcune cronache, però, ce lo ricordano impegnato soprattutto a ravvivare brigate di amici per intere serate, una battuta dietro l’altra, un verso improvvisato che scappa e uno che gli va dietro, e così a trascorrere le ore, magari davanti al fuoco di un caminetto, magari con qualche castagna a cuocere e parecchio vino da spartirsi.

E' quello che ha sempre voluto: con i cari amici al caro loco viver temprando il verno al proprio fuoco.

Sono le veglie di uno zio un po’ stravagante, accattivante già nell’aspetto, con il suo naso acquilino, gli occhi vivacissimi, i capelli crespi che prendono sempre la piega sbagliata, gli abiti che più semplici non si può, con l’unico vezzo di un fazzoletto bianco sempre avvolto intorno al collo. Scapolone tanto sciolto di lingua, quanto impacciato nei doveri del tran-tran quotidiano, con la sua memorabile distrazione, lui che non riesce mai a segnarsi o a ricordarsi una data, e che talvolta si dimentica persino di firmare le proprie lettere.

Il tempo, da parte sua, gli concede di riflettere lungamente sulla vita, sul bene e sul male che questa gli ha portato e che lui ha colto. Può predisporsi alla morte con tutta calma, privilegio raro, dispiaciuto solo di non saperne in anticipo l'ora.

La morte sarebbe allora come una cosa lungamente meditata... arriverebbe allora come un viaggiatore, a cui si è preparato il letto.

Non ne ha mai saputo nulla, ma sono sicuro che gli sarebbe piaciuto da matti il passo leggero con cui monaci e poeti giapponesi attraversano il mondo fluttuante. Sostituite il sakè con un buon Chianti, gli aceri con i castagni: allora le parole di Ryoi, letterato all'altro capo del mondo, sono le sue parole, la vita che ha chiesto e che alla fine ha avuto.

Volgersi alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere saké, consolarsi dimenticando la realtà.

domenica 14 agosto 2011

Che ci faccio qui? La domanda delle domande

Ancora mi sembra di vedermelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, persona a suo modo fortunata ma soprattutto inappagata.

Un uomo che sembra fatto apposta per regalare sogni da tenersi stretti, per riscaldare il cuore.

Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.

Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che a un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprie nelle pagine di questo libro, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.

Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.

Che ci faccio qui?

Ieri l'occhio mi è cascato sullo scaffale dove custodisco tutti i miei libri dell'Adelphi. Mi è venuto naturale prendere in mano il volume che per titolo porta proprio questa domanda. Sfogliarlo e indugiarvi sopra.

Domanda che non è solo di Chatwin. Che è di tutti noi che camminiamo su questa terra. Fa bene, una domanda così.

sabato 13 agosto 2011

L'uomo solo e la bellezza che non ha convinto

Capita anche questo, che dobbiate inchinarvi alla bellezza di un libro che pure non è riuscito a catturarvi. Tranne poi interrogarvi sulle ragioni di tutto questo e tradire qualche piccolo senso di colpa nel momento stesso in cui lo riponete via.

E dunque, non so se ho letto Un uomo solo con lo spirito giusto. Non so se sono stato distratto e frettoloso, se mi sono fatto condizionare da altri libri di Cristopher Isherwood che portandomi magari dalle parti di Berlino (Addio a Berlino) mi hanno lasciato senza molti punti di riferimento questa volta, benché la costa della California letterariamente l'ho frequentata come la Versilia, come no.

Non so se semplicemente è stato un libro arrivato nel momento sbagliato.

In ogni caso di esso mi rimane poco, se non il senso di una straordinaria capacità di scrittura,peraltro molto inglese. Oppure lo sguardo attento, davvero cinematografico, se non anatomico, di Isherwood.

Però che strepitosa esplosione di bellezza nelle ultime pagine di un libro che sta tutto nella giornata di un anziano professore omosessuale, bellezza che gioca con la morte, che si mescola con la morte per diventare ancora più bella.

Non mi aveva preso, quel libro. Eppure me lo porterò a lungo con me.

E a proposito, chissà cosa mi sarebbe successo, se negli scorsi mesi Un uomo solo lo avessi visto anche al cinema, con il film diretto da Tom Ford... Esperimento mancato.

venerdì 12 agosto 2011

Quel Muro che tagliava la carne viva

Era la mattina del 13 agosto, esattamente 50 anni fa, che i berlinesi si svegliarono e rimasero senza parole per quello che era stato eretto nella notte. Non era ancora il Muro come abbiamo imparato a conoscerlo attraverso tante dolorose fotografie, perché per il momento erano riusciti solo a cementare i primi mattoni e a stendere il filo spinato.

Però il Muro era già il Muro: un monumento planetario alla follia, una gigantesca lama per tagliare la carne viva dell'umanità.

Io e Tito Barbini due anni fa abbiamo scritto insieme Caduti dal Muro (Vallecchi), un libro a quattro mani ma soprattutto un viaggio in quella follia. Ne voglio riproporre un pezzettino scritto da Tito, una delle prime pagine.


Ti voglio raccontare di quando misi piede per la prima volta a Berlino, qualcosa come quaranta anni fa. Il Muro era stato tirato su da non troppo tempo.
 

Ancora oggi la cosa che mi ricordo meglio è la stazione di Friedrichstrasse, quella del famoso checkpoint Charlie, il posto di frontiera dal quale entrai nella Repubblica Democratica Tedesca: la DDR, tre lettere di una sigla che già mi pareva richiamasse la potenza delle acciaierie e la solennità delle parate militari.
 

E in realtà quello che avevo davanti agli occhi erano i riflettori da lager che gettavano ovunque i loro coni di luce, le torrette appollaiate sui blocchi di cemento armato, le lugubri fisionomie dei vopos, i guardiani della “cortina di ferro”.
 

Prima ancora di quello che tutto questo poteva e può simboleggiare, a colpirmi furono le caratteristiche della costruzione. Quando vi arrivai non era stata ancora completata quella che sarebbe stata presto ribattezzata la “striscia della morte”, un complesso di recinzioni, trincee anticarro, cavalli di frisia e barriere di filo spinato irrobustito da oltre trecento posti di guardia e da una trentina di bunker, il tutto ben delimitato da una strada per il pattugliamento sempre illuminata a giorno.
 

Però già allora si era dato fondo a enormi riserve di denaro e di ingegno per scongiurare e reprimere qualsiasi tentativo di fuga. Perché questo era il suo scopo, il suo unico scopo, altro che un muro di “protezione antifascista” per proteggersi dall’eventuale aggressione delle potenze occidentali.
 

Si diceva il Muro, ma in realtà si trattava di due muri.
Quello che guardava a ovest era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi.
Dietro si celavano vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori. Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorreva su appositi binari.
 

L’ultima striscia, prima del muro orientale era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno. I berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro, ma assolutamente evocativo: “erba  di Stalin”. 
 

Un gigantesco monumento alla follia e alla crudeltà, disteso per oltre 150 chilometri, ma in realtà ancora più lungo, tanto lungo e tanto massiccio da spaccare in due l’Europa, da dividere il mondo.  Da isolare e sigillare sotto vuoto il “blocco comunista”.
 

Se mi capita di inciampare ancora su questa espressione –  con quello di metallico, di spietato che mi richiama la parola “blocco”, una sorta di tagliola della voce – in realtà mi viene da pensare proprio al Muro.

Vedi, Paolo, la frontiera fa sempre un certo effetto.
 

La frontiera è tante cose insieme: paura e speranza, inquietudine e stupore, prigione e libertà. La frontiera non separa solo due lembi di terra, divide anche te a metà. Chiude una porta e ne apre un’altra.
Ma le emozioni più forti me le desta ancora oggi proprio questa frontiera che non c’è più e che un tempo tagliava il cielo di Berlino.
 

 Pensare che oltre il Muro c’era solo un tavolo piazzato in mezzo a una stanzone grigio. Grigio come le uniformi delle guardie che ti scrutavano, grigio come le nuvole che per molti giorni all’anno sostano sopra Berlino, grigio come i tristi caseggiati di tanta edilizia socialista. 
 

L’unica macchia di rosso era lo striscione che ti dava il benvenuto.
 

Ti prendeva il cuore e lo stomaco, per forza.

giovedì 11 agosto 2011

Rudyard Kipling e le parole che lo rendevano felice

E così mi misi a fare esperimenti con il peso, il colore, il profumo e la qualità delle parole tra loro, sia leggendole ad alta voce affinché colpissero l'orecchio, sia sparpagliandole sulla pagina per attirare l'occhio. Non c'è un mio verso di poesia o prosa che non abbia rigirato in bocca fino a che la lingua non l'avesse limato e la memoria, dopo tutto questo recitare, non avesse automaticamente omesso il superfluo più evidente.
Erano queste le cose che mi tenevano occupato e mi rendevano felice


Questo era Rudyard Kipling, un grandissimo che troppe volte in Italia abbiamo frettolosamente catalogato come uno scrittore per ragazzi, quasi si volesse ostinatamente resistere alla magia della letteratura, alla sua capacità di rapirci, di portarci lontano, di portarci nel bel mezzo di storie buone per ogni età.

Ci ha fatto un bel regalo l'editore Barbés a riproporci questa autografia che Kipling scrisse solo pochi mesi prima di morire, senza aver il tempo di concluderla e correggerla, lui che le parole doveva rigirarsele in bocca.


Meglio così, se questo ci offre un racconto in prima persona che non sceglie strade oblique e persegue la sincerità sempre e comunque. E' vero, dal limite della vita ci si può confessare per quello che siamo, senza secondi fini. E Kipling lo fa con il giusto distacco e una bella dose di ironia (e autoironia), che serve, come no.

Senza presunzione, e con la consapevolezza di aver beneficiato dei numeri giusti sulla ruota della vita.
(Se ripenso al passato, adesso che ho settant'anni, mi sembra che ogni carta della mia vita lavorativa mi sia stata distribuita in modo tale da non poter fare altro che giocarla così come veniva)

Con questa consapevolezza, ma tenendosi ancora ben stretto il tesoro della sua infanzia. Datemi i primi sei anni della vita di un bambino, afferma Kipling, e tenetevi pure il resto.

E forse è proprio questo che facciamo anche noi, quando ancora una volta ci lasciamo incantare dal Libro della Giungla o dalle storie del folletto Puck.

mercoledì 10 agosto 2011

La diligenza per l'Africa di Curzio Malaparte

Non era messo bene, Curzio Malaparte, quando gli venne in mente di tentare questo viaggio nell'Africa italiana, più precisamente in quell'Etiopia recente acquisizione dell'Impero di Italia. Non troppo tempo prima era stato denunciato da Italo Balbo al famigerato Tribunale speciale. Detto fatto. Era stato arrestato, condannato, spedito al confino. E anche quando dal confino era riuscito a ritornare per un bel pezzo non aveva potuto scrivere o perlomeno firmare sui giornali.

Non so cosa avesse combinato, mi informerò, ma la storia di questo viaggio si inquadra in questo contesto, è frutto del bisogno di Curzio Malaparte di riacquistare meriti di fronte al regime fascista. Ecco allora un buon motivo per partire: "illustare il nuovo criterio stabilito per l'emigrazione bianca in Etiopia, la creazione di un 'impero bianco' in un paese nero".

Per quanto mi riguarda non è un gran motivo, è chiaro. Però poi Curzio parte davvero, il viaggio comincia. E fin dall'inizio cambia tutto. Il suo modo di guardare l'Africa, il senso della sua scrittura. E sono davvero belli questi pezzi scritti per il Corriere della Sera. Conformisti solo in superficie, in realtà con tutta la forza e la schiettezza del Malaparte che abbiamo imparato a conoscere. Bene ha fatto una casa editrice come la Vallecchi a riproporceli nella sua collana di letteratura di viaggio, Off the road.

Originale fin dall'inizio, con l'attacco del primo pezzo, intitolato L'Africa non è nera:

Tra poco la diligenza per l'Africa lascerà il porto.... 

Già, perché Malaparte paragona il suo piroscafo per Massaua a un'antica e bonaria diligenza di paese, di quelle che percorrono le strade maestre fra un borgo e l'altro, fra un mercaro e l'altro, e ogni tanto scompaiono nell'insolente nuvola di polvere e fumo...

Inizia così e poi continua con molte altre pagine di grandissimo valore. Pagine anche discutibili, per l'assenza di qualsiasi scrupolo morale, per l'accettazione senza incrinature della "missione" imperiale, della supremazia dell'uomo bianco.

Malaparte è così, va preso o lasciato, magari lasciato e poi ripreso. E sono davvero da leggere le sue pagine sulla Romagna d'Etiopia, tentativo dei coloni italiani non di adattarsi a un altro paese, ma di ricostruire in Africa un lembo di campagna italiana. Follie della storia.

A proposito, ci sono anche pagine che mi hanno decisamente divertito. L'appendice, per l'appunto. Ovvero la corrispodenza tra Malaparte e il direttore del Corriere, il grande Aldo Borelli. Lo scrittore fu svelto a intascare gli anticipi per le corrispondenze, ma ce ne volle prima che si decidesse a scrivere anche solo il primo pezzo. Sparito in Africa, solo al suo rientro cominciò a far avere qualcosa, tra infiniti solleciti, minacce e pretesti, malattie più o meno autentiche, ulteriori trattative.

Un notevole tira e molla che è simpatico andare a rileggersi. E a me piace immaginarmelo, Curzio Malaparte, appena sbarcato in Africa e subito ben disposto a incantarsi e a perdersi. Il Corriere della Sera? E che sarà mai?

martedì 9 agosto 2011

Il ragazzino che attraversa l'Europa come Tex

Peste e corna! esclama Tex Willer, e se per questo anche il suo amico Kit Carson, quando incappa in un agguato o in qualche altra brutta sorpresa. Peste e corna! ripete Emil Costantin Sabau, ragazzino di 13 anni, immigrato illegalmente in Italia. Lui Tex non lo ha comprato in edicola. L'ha trovato in un magazzino in cui cercava rifugio. La carta avrebbe dovuto proteggerlo dal freddo, gli ha regalato un sogno.

E' un libro intenso e tenero, forte e leggero, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani di Fabio Geda, libro che precede il successo di Nel mare ci sono i coccodrilli (io però l'ho letto solo ora, nella nuova edizione Feltrinelli) ma che di Geda evidenza già tutte le qualità, a partire da quella di una scrittura che io direi al servizio della vita.

Finisce che non lo mollate più Emil, questo ragazzino cresciuto troppo in fretta eppure ancora necessariamente ragazzino, insieme duro e affamato di tenerezza. Allo stesso modo degli altri personaggi del libro che ne ascoltano il richiamo e lo accolgono nella propria vita.

Finché questo libro diventa quello che non ti aspetti. Più che una storia di immigrazione e di adolescenza rubata, uno stravagante viaggio attraverso l'Europa, sulle ali del caso e dell'ostinazione.

E con Emil ci siete anche voi, a Berlino come a Madrid. Ci siete e quei treni non sono più treni, ma mustang al galoppo attraverso le grandi praterie, destinazione finale Arizona o Colorado o non importa dove, ovunque ci sia l'ultima tribù che possa abbracciarti forte.

lunedì 8 agosto 2011

Quella straordinaria alba sui monti di Creta

Gli azzardi della guerra mi avrebbero fatto approdare in mezzo ai dirupi di Creta, durante l'occupazione, insieme a una banda di guerriglieri cretesi e a un generale tedesco che avevamo portato con noi tra le montagne, dopo averlo preso in ostaggio con un'imboscata tre giorni prima.


La guarnigione tedesca dell'isola era impegnata in una caccia spasmodica, ma per fortuna mal diretta. Furono giorni pieni di ansia e pericoli, e per il nostro ostaggio di sofferenza e angoscia. 


Durante una pausa nella caccia, ci svegliammo tra le rocce proprio mentre sulla cresta del Monte Ida spuntava un'alba straordinaria. Avevamo arrancato su per questa montagna negli ultimi due giorni, con la neve prima e poi con la pioggia. Guardando attraverso la vallata alla sua fiammeggiante cresta, il generale mormorò tra sè


Vides ut alta stet nive candidum
Soracte...


Era uno dei brani che conoscevo! Continuai da dove lui si era interrotto:

.... nec iamo sustineant onus
silvae laborantes, geluque
flumina constiterint acuto...


e via dicendo, fino alla fine, per le rimanenti cinque stofe.


Gli occhi azzurri del generale si erano spostati dalla cima della montagna ai miei - e quando finii, dopo un lungo silenzio, disse: "Ach so, Herr Major!". 


Era molto strano. Come se, per un lungo attimo, la guerra avesse cessato di esistere. 

Avevamo bevuto entrambi alle stesse sorgenti molto tempo prima; e tutto fu diverso tra noi per il resto del tempo passato insieme.



(da Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali, Adelphi)

domenica 7 agosto 2011

Non c'è più la libreria del signor Schiffer

Salviamo i librai come il signor Schiffer, scriveva l'amico Tito Barbini, in una delle più belle pagine che ci ha regalato sui suoi giorni a Buenos Aires (sarà pubblicata anche sul suo prossimo libro, Il cacciatore di ombre, in  uscita per Vallecchi in queste settimane)

Raccontava, Tito, di come aveva scoperto per caso quella libreria, mentre ritornava dalla tomba di Evita, camminando lungo il muro del Cimitero della Recoleta.  Una libreria dal sapore antico con dentro un interno mondo anch'esso antico.

Scriveva, Tito:

Dietro il bancone, un anziano signore dall'aria distinta consultava alcuni cataloghi buttando di tanto in tanto un occhio a un vecchio computer sulla scrivania. Intorno all'anziano libraio, con gli occhiali e il maglione rosso, antichi mobili di ciliegio custodivano sotto chiave rarissimi e preziosissimi volumi dal valore sicuramente inestimabile

Regnava il silenzio più assoluto, un silenzio rotto soltanto dal rumore delle pagine sfogliate e dei passi che scricchiolavano sul legno del pavimento.


 L’avevo scoperta per caso e subito mi rammentò un bellissimo film con Anthony Hopkins e Anne Brancroft. Ricordate? Helen è una scrittrice americana che vive a New York, è alla ricerca di alcuni libri rari. Entra in contatto con una libreria specializzata di Londra, al numero 84 di Charing Cross (e questo indirizzo è anche il titolo del film). Inizia una relazione epistolare con il direttore della libreria: continuerà anche se i due non s’incontreranno mai.

Per me questa libreria di Baires è diventata l’equivalente della libreria all’84 di Charing Cross.


Fantasticava, Tito,  dell'idea di scriversi con il signor Schiffer. Di tanto in tanto si sarebbe fatto spedire un bel libro, raro e importante, introvabile in Italia.

Sapete, più tardi qualcosa della libreria del signor Schiffer avrebbe trovato anche la strada di casa mia. Quel giorno - o forse un altro, non so - Tito riempì il suo zaino di volumi. E uno di essi, una rara edizione argentina di Emilio Salgari, me lo regalò, al suo ritorno.  Vai a prevedere i destini dei libri, le loro rotte e i loro porti, capaci come sono, i libri, di attraversare oceani e continenti.

Ora Tito scrive sul suo bellissimo blog che la libreria del signor Schiffer ha chiuso. Non ce l'ha più fatta a quadrare i conti.

Pensare che solo l'altra sera io, lui e Andrea Bocconi, c'eravamo trovati a Bagno Vignoni per una conversazione sui libri di viaggio organizzata da Toscanalibri. A cena avevamo parlato a lungo delle piccole coraggiose librerie sparse per l'Italia, da difendere con le unghie e con i denti.

E ora, questa notizia che arriva dall'Argentina.  Non c'è più, questa libreria che non inseguiva le novità, ma l'amore per i libri.

E' lontana, l'Argentina. Ma non tanto da non sentirmi un po' più povero oggi.

Ps: forse non vi è mai capitato di varcare la porta del signor Schiffer, ma a Bagno Vignoni, per dire, c'è una di quelle piccole coraggiose librerie. Siete sempre a tempo

sabato 6 agosto 2011

Un'estate in compagnia del buon soldato

Ci sono libri che sembrano fatti apposta per i tempi più lunghi e indolenti per l'estate. E l'estate, almeno a volte, sembra fatta apposta per tuffarsi in uno di quei libri che non finiscono più - stile romanzi russi, per intendersi - quei libri così affollati di storie e personaggi che non basta leggerli, bisogna permettere che facciano parte delle nostre giornate, che le colorino con le loro parole.

Questo per me è stato Il buon soldato Svejk, di Jaroslav Hasek. Un'estate di qualche anno fa con queste pagine mi sono ritrovato nella Praga dell'impero asburgico, raccontata dopo la fine di quell'impero. Il piacere di questa lettura è stato tale che non ho cercato mai di dare a esso un senso.

Ma oggi una pagina di un libro che mi sta facendo buona compagnia - Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor - mi ha consegnato qualche bella riflessione su Hasek - un personaggio in quella stessa Praga, genio eccentrico e bevitore incallito, appassionato di scherzi di cattivo gusto e riviste di raffinata cultura, alla gogna per bigamia e altri eccessi - e soprattutto su Svejk, la sua creatura, sorta di Sancho Panza in versione Mitteleuropa.

Svejk è un campione nell'arte di arrangiarsi, di cavarsela sempre e comunque. China la testa, si adatta, trova la scappatoia. Non si mai quanto faccia leva sull'astuzia e quanto voli basso con la sua ingenuità.

Dice Fermor:

Nel clima piuttosto conformista della nuova repubblica, Svejk parve una caricatura impresentabile del carattere nazionale. Ma non avevano motivo di preoccuparsi. Le forze con cui Svejk si misurava erano poca cosa rispetto ai pericoli mortali odierni. Ma a venirci in soccorso, oggi, è l'ispirazione della sua ombra, inoppugnabile e anticonvenzionale

Dalla Boemia all'Italia, non è poi così distante la storia del soldato Svejk. E del suo paese.

venerdì 5 agosto 2011

Quel medico nella sonnolenta Danimarca

Ascesa e caduta di un uomo che nel Settecento provò a cambiare il sonnolento regno di Danimarca realizzando un pezzo di utopia su questa nostra terra.

L'ho riletto in queste settimane, Il medico di corte di Per Olov Enquist, scrittore svedese pubblicato da Iperborea. L'ho riletto approfittando di un viaggio in Danimarca, in cui ho pensato anche a lui, per forza, ho pensato a questo medico che si fece grande riformatore, che provò a cambiare un paese - lui che per di più in quel paese era straniero - e finì per morire torturato e squartato.

Pare impossibile che una storia come questa - peraltro autentica - ti possa prendere e invece quando hai voltato l'ultima pagina è come se ti avessero strizzato lo stomaco.

Sarà che qui c'è tutta la grandezza e la miseria dell'uomo.

Sarà che nel dottor Friedrich Struensee c'è tutta la tragedia dei grandi sinceri rivoluzionari che alla fine soccombono travolti dalle loro idee, incapaci di convincersi che la loro società è troppo perfetta per il cuore imperfetto degli uomini....

Però alla fine cos'è quel suono del flauto, quasi sospeso nell'aria, quel suono che quasi ci ammonisce sulla splendida perserveranza di certe idee... idee che non si lasceranno mai decapitare?

Ps: speravo che questa figura fosse più ricordata, nella civilissima Danimarca, non fosse altro che per una sorta di riparazione. Solo nel palazzo reale a Copenaghen ho trovato una nota che lo riguardava. Che il problema della memoria, anzi, dell'amnesia, non sia solo nostro?

giovedì 4 agosto 2011

Quel sangue versato nella civilissima Scandinavia

E allora, è giusto diffidarne, perchè quando è moda è moda, e da un pezzo si parla fin troppo di gialli scandinavi, sembra che per scrivere un bel giallo, soprattutto un giallo che aspiri a tirature ambiziose, si debba essere per forza nati in Svezia o in Norvegia, è così che funzionano le cose.

Un titolo da prendere con le molle - Il sangue versato. Una casa editrice - la Marsilio - che dagli scandinavi si è fatta portare lontano come un windsurf dal vento di quei mari. E poi un autore, Asa Larsson, che confondevo con un altro Larsson (Stieg), consacrato da tutti e da tutto (compreso la morte prematura). Autore, peraltro, che di mestiere fa (o faceva) l'avvocato fiscalista: non il primo mestiere che ti viene in mente per uno scrittore.

E invece che bel libro che è questo. Un libro dove c'è il sangue del titolo, certo, ma senza esagerare. Soprattutto c'è il grande Nord, quello delle brevi estati di straordinaria  luce e degli inverni che sono una notte che non finisce più. Distese di silenzio, di solitudine, di grandezza. Un altro mondo, rarefatto ma non necessariamente pacifico. Slanci mistici, bevute, zanzare. Un pastore protestante che è come nitroglicerina per gli equilibri di una comunità. Pacifiche tradizioni e diritti negati, anche qui.


E sapete, meglio, molto meglio del Larsson degli Uomini che odiano le donne. Anche se fa pensare, questa storia che si ripete, donne vittime, uomini carnefici, proprio nella civilissima Scandinavia.

mercoledì 3 agosto 2011

Sconosciuti che diventano Maigret o Montalbano

Pare che Georges Simenon un giorno abbia incontrato per strada un tipo piuttosto grasso, con la bombetta, e che si sia detto: questo sicuramente è un ispettore di polizia.

Il commissario ancora non aveva bussato alle porte della sua immaginazione, ma fu proprio in quel momento che si accese una lampadina. Jules Maigret nacque così, con i lineamenti, la fisionomia, forse anche gli abiti di quell'uomo.

Buffo come i personaggi conquistano il loro diritto a un'esistenza fatta della stessa materia dell'ombra e del sogno, eppure incredibilmente vera.

L'altro giorno ho letto questo di Andrea Camilleri, a proposito del suo commissario:

Io non avevo mai visto compiutamente Montalbano. Intero non me l'ero mai immaginato, però, poi, una volta l'ho visto. E' stato quando un professore di filologia dell'Università di Cagliari, Giuseppe Marci, fece un corso universitario su Il birraio di Preston e mi disse: vuoi venire a Cagliari a chiudere il corso? Dissi: ma come facciamo a riconoscerci all'aeroporto? E il professore rispose: non si preoccupi, avrò sotto braccio Il birraio di Preston. Così arrivai all'aeroporto, scesi, e mi trovai di fronte Montalbano con sotto braccio il mio libro...

Pare che oggi, leggendo gli ultimi libri di Montalbano, il professore telefoni a Camilleri e gli dica: certo, sto invecchiando maluccio.

Che mistero, i personaggi dei libri, impasto di vita, di vite, di realtà e fantasia.

Magari un giorno vi troverete anche voi all'aeroporto, o in una stazione o chissà dove: solo per entrare a vostra insaputa in un romanzo.

martedì 2 agosto 2011

Le fiabe di Andersen nella furia della guerra

Ci sono molte cose che meritano di essere viste e meditate, al bellissimo museo che la città di Odense, in Danimarca, ha dedicato a Hans Christian Andersen, l'uomo che regalò al mondo la Sirenetta e il Brutto Anatroccolo, lui stesso nella sua vita brutto anatroccolo che con le fiabe si scoprì cigno.

L'altro giorno ero a Odense e al museo ci ho trascorso una mezza giornata senza alcun rimpianto, anzi.

Sono entrato in ciò che rimane della casa natale dello scrittore, ho seguito passo passo la sua vita, più disgraziata di quanto si possa in genere presumere, malgrado il successo e la ricchezza.

Per tutta la vita Andersen inseguì amori impossibili senza mai a farsi una famiglia. Però riuscì a incantare i bambini di tutto il mondo, generazione dopo generazione. Non avendone di suoi, passava molto tempo con i figli dei suoi amici più cari, strampalata figura di "zio" che faceva sognare con le sue parole.

Però la cosa che più mi ha commosso l'ho scovata nella sala dove si conservano alcune delle edizioni più rare e particolari delle sue fiabe. Per dire, ce n'è una in lingua della Groenlandia e una degli anni del nazismo, dalla quale è stato scrupolosamente cancellato ogni riferimento a una famiglia ebrea.

Ma ce un libro, soprattutto. Porta una data e un luogo: Leningrado, 1943.

Proprio così, è stato stampato durante l'assedio, uno dei più terribili della nostra storia. Quando i sovietici riuscirono a fermare l'avanzata dei tedeschi e a imprimere una svolta alla guerra. Mancava tutto, a Leningrado. C'era solo fame, con quei 125 grammi di una specie di pane che erano la razione giornaliera per ogni uomo e donna.

Mancava tutto, però trovarono il modo di stamparlo, quel libro.

E non erano i discorsi di Lenin. Erano le fiabe di Andersen.

lunedì 1 agosto 2011

Se scrivere è saltare come un trapezista

Mi piace ciò che scrive Andrea Camilleri del suo lavoro di scrittore. Mi piace perché ci dice che vivere di questo lavoro è una fortuna, un privilegio raro. Scrivere, spiega, dev'essere un divertimento prima che una fatica. E se fatica c'è, non si deve vedere. Come al circo, quando un trapezista vola alto... Leggero, così leggero che non si riesce a percepire tutto quanto c'è dietro.

Dice, Camilleri, in una sua conversazione con Tullio De Mauro, pubblicata sul Venerdì di Repubblica:

Allora.... la storia del divertimento è assolutamente vera. Tant'è vero che io alle volte comincio un racconto, vedo che fatico, e lo lascio perdere, non insisto, vuol dire che la cosa è nata male dentro di me. Invece il divertimento è una sorta di leggerezza da trapezista. Quando noi vediamo una trapezista che fa tre salti mortali e poi s'aggrappa al trapezio, non ci mostra per niente il duro esercizio quotidiano, la fatica, il sudore, la paura; non ci mostra niente perché altrimenti noi non godremmo più di quello che vediamo, soffriremmo con lei. Ecco, per me l'ideale della scrittura è non far vedere mai il lavoro che c'è stato dietro. Perciò faccio come l'assassino: appena un romanzo è pubblicato, distruggo tutto il lavoro che c'è prima, lo butto nel cestino, lo porto personalmente del cassonetto della spazzatura riservato alla carta

Ci fossero più trapezisti della scrittura, capaci di incantarci con la leggerezza dei loro salti mortali. Più trapezisti e meno gente compaciuta del fardello che si porta sulle spalle. Come se il peso dello scrivere fosse mai comparabile a quello di vivere, e vivere al meglio.