domenica 31 luglio 2011

I libri che non potremo mai leggere

Di tanto in tanto mi capita di pensarci. L'ultima volta leggendo il numero di luglio di Storica, bellissima rivista del National Geographic. Un bel servizio dedicato ad Alessandria di Egitto, ai tempi dei Tolomei e della biblioteca perduta.

Non potremo mai leggerli: questo è il titolo della pagina che racconta dei volumi persi con quella biblioteca in fiamme, dei libri che sono solo un titolo e una supposizione, a volte nemmeno quella, degli autori che sono come un'ombra che scivola lungo un muro.

Non potremo mai leggerli: è proprio questo che di tanto in tanto mi capita di pensare. Anche se solo ora sono in grado di indugiare su certi nomi.

Berosso, astronomo e storico babilonese che compilò una monumentale cronologia del mondo; Manetone, sacerdote egiziano che si prodigò per consegnare alle future generazioni la sua Storia dell'Egitto; Arctino, poeta di Mileto che compose il seguito dell'Iliade.

Per non dire di tutte le tragedie di Euripide, Sofocle ed Eschilo - così poche ce ne sono rimaste. Delle commedie di Aristofane  - irrimediabilmente perse tre su quattro. Dei nove libri della poetessa Saffo e della prima opera attribuita a Omero.... e poi... e poi....

Mi capita ogni tanto di pensarci. E provo qualcosa di simile a una struggente, inguaribile nostalgia. 

sabato 30 luglio 2011

Ci sarà tempo, con i versi del grande Eliot

Basta una citazione in un libro di un'altra epoca, direi di un altro mondo, ed ecco qui: ancora una volta quei versi mi ritornano incontro. Ritrovo una delle poesie più belle e complesse del nostro Novecento, più meditative e dolenti. La ritrovo e in essa mi immergo. Ancora una volta, versi così:


E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni

E' Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock di T. S. Eliot. Da tanto tempo non mi ci imbattevo. Però c'è sempre tempo, evidentemente, per ritornare alle parole che contano.

venerdì 29 luglio 2011

Il capitano che sapeva disegnare il vento

Ma Sandokan sono i lettori, quello che i lettori vorrebbero essere

E su questo ci potete giurare. Nei pigri pomeriggi d'estate in cui Emilio Salgari mi teneva compagnia io ero andato via da un pezzo, e da un pezzo ero approdato a Mompracem: ero Sandokan, o forse ero Yanez, dipende.

Ma se Sandokan è il suo lettore, questo è vero anche per chi Sandokan ce l'ha portato in dono.

Si scrive per vivere molte vite

Così dice il capitano Salgari nel bellissimo Disegnare il vento di Ernesto Ferrari, racconto di vita, narrazione a più voci, degli ultimi anni di uno scrittore che si inventò molte vite e se ne spogliò per regalarsene, fino a rubarsi anche l'ultima che le rimaneva.

Un giorno lo trovarono con il ventre squarciato su una collina appena fuori Torino. Una sorta di harakiri borghese, roba davvero da romanzo. Samurai in trasferta dai territori dell'immaginazione.

Aveva vissuto molte vite, aveva viaggiato molti paesi, aveva affrontato avventure di ogni genere. Così diceva, così scriveva.

La sua vita erano i suoi sogni, le sue letture. Un mondo di carta. La sua vita è ancora oggi quella carta.

Me la tengo stretta.

martedì 26 luglio 2011

Quando Salgari naufragò nell'oceano di carta



Ha spiegato che da giovane i libri non ti bastano mai, invece quando sei avanti con gli anni capisci che quelli che servono per davvero sono pochi. Adesso l'idea che ci siano dei libri che aspettano di essere letti da lui gli mette angoscia. Troppi libri che lo tirano per la giacca. Gli sussurrano che loro se ne staranno lì belli tranquilli anche quando lui sarà morto da un pezzo

(da Ernesto Ferrero, Disegnare il vento. L'ultimo viaggio del capitano Salgari, Einaudi)

Ecco, sono incappato in questa frase, solcando i capitoli di questo splendido libro a metà tra la biografia e il romanzo corale, sorta di Rashomon in salsa piemontese sugli ultimi anni di vita del capitano che navigò solo oceani di carta.

Sono incappato in questa frase e per un pezzo non mi sono più mosso.

Anche per me c'è stato un tempo in cui aspiravo a divorare intere biblioteche. Compilavo liste di libri da leggere e poi le spuntavo. Un garibaldino delle biblioteche. Poi è arrivato il tempo dell'ansia. Poi, ancora, il tempo che non so definire della rassegnazione o della maturità.

Oggi non intendo farmi più tirare per la giacca dai titoli. Oggi scelgo il mio piacere. Oggi è già tempo di rileggere ciò che in altri anni mi è stato importante.

lunedì 25 luglio 2011

Norvegia, il buio oltre il sole di mezzanotte

Il cuore gonfio, certo, pensando a quell'isola della Norvegia trasformata in uno spaventoso mattatoio. Ma anche tante domande per la testa, soprattutto una, che so che è anche la vostra: possibile, nella civilissima Norvegia, dove anche i poliziotti girano disarmati? In questa Scandinavia dove magari non vorremmo abitare per il clima, ma invidiare invidiamo, come no, per quanto è ordinata, pacifica, tollerante?

Poi penso ai gialli della Scandinavia, a questo tormentone dell'editoria mondiale, perché sembra che oggi un giallo per vendere debba per forza arrivare dal grande Nord.  E penso.... penso che oltre la moda c'è davvero altro.

Penso a Henning Mankell e al suo Delitto di mezza estate, a quei giovani assassinati la notte del solstizio in una macchia isolata di un bosco. Penso che la Norvegia è presumibilmente l'unico paese del mondo ad avere un (ex) ministro della giustizia, Anne Holt, autore di noir di grandissimo successo. Penso a Stieg Larsson che prima di affermarsi con la sua Trilogia aveva lavorato per anni a inchieste sul neonazismo in Scandinavia....

Afferma Gabriele Romagnoli in un bellissima pagina pubblicata domenica 24 su Repubblica (Il lato noir del sole di mezzanotte. Nei libri il presagio dell'altra Norvegia)

Eppure. Eppure bastava abbassare gli occhi sulle pagine di uno dei libri ambientati proprio lì per trovarsi in un mondo completamente diverso

I gialli scandinavi, si sa, sono più atmosfera che trama. E l'atmosfera non vive solo della luce nordica, delle distese della Lapponia, dei laghi della Carelia... Vive anche del contrasto tra una superficie bianca, e quello che si muove sotto, torbidamente nero.

Scrive ancora Romagnoli:


La funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle

Sempre meglio di un risveglio così. Di un risveglio di sangue.

domenica 24 luglio 2011

Quando in Belgio gli italiani rubavano pane e donne

Questi italiani ci rubano il pane e le donne

Così si diceva allora in Belgio, quando eravamo noi l'orda che si affollava la porta, i macaroni, l'esercito dei clandestini dalle mani callose e le facce annerite. Così si diceva allora e forse qualcosa cambiò solo dopo quel maledetto giorno dell'8 agosto 1956, a Marcinelle, con tutti quei corpi sepolti nella miniera, quelle vite bruciate, soffocate, spezzate.

La storia, forse, è davvero l'arte di porre domande, piuttosto che di fornire risposte. Nel caso, fa bene interrogare questo passato per capire ancora il nostro presente. Per cercare le radici, proprio in quei cunicoli di carbone, in quei morti, in quella parata di autorità a cui non seguì giustizia.

Ci ha fatto un gran regalo Paolo Di Stefano, con La catastròfa (Sellerio), libro che ci riporta a quella mattina in cui il cielo del Belgio era azzurro come non mai. Padroni delle miniere e volti di immigrati. Di Stefano sfugge alla tentazione di usare le sue parole, di tentare la strada del saggio, l'esibizione di chi le risposte ce l'ha davvero.

Piuttosto lascia parlare. Dà voce. Accoglie nella pagina il verbale e la testimonianza.

E questo libro diventa la parola di chi c'era.

Parole che mescola il dialetto di una terra lontana e si mescola al francese diventato abitudine.

Parola viva. Parola che mi fa pensare all'immigrato che oggi raccoglie pomodori. E anche ad altre stragi - pensate alla Thyssen di Torino - segnate dalla stessa incuria, dalla stessa ipocrisia.

sabato 23 luglio 2011

Senza Internet, il fantasma di una vita intera

Chissà perchè ho acquistato Quando Internet non c'era.

So solo che l'ho fatto praticamente a scatola chiusa, senza essermi mai imbattuto prima in Angelo Morino (consapevolmente intendo, volete che non mi sia mai capitata tra le mani una sua traduzione?), chissà perché, forse perché con le copertine blu della Sellerio vado sul sicuro o quasi, o forse perché il titolo mi ha fatto scattare qualcosa.

Sì, sarà per il titolo, anche se il titolo c'entra fino a un certo punto, vale per contrasto o meglio ancora per contesto, giusto per capire che oggi è tutto così semplice con Internet, hai un dubbio, una curiosità, un nome che ti suona in un certo modo, e non devi impazzire tra enciclopedie e bibliografie, te ne stai comodo a casa e vai dove ti pare, altro che tonnellate di carta in polverosi archivi...

Eh sì, c'è anche questo, nella storia che Angelo Morvino ci racconta, la sua storia di grande ispanista, di docente universitario, di traduttore dei grandi sudamericani (da Gabriel Garcìa Marquez a Osvaldo Soriano, da Mario Vargas Llosa all'amico Manuel Puig), raffinato intellettuale che ci aspetteremmo in cattedra e che invece ci sorprende al nostro fianco, lettore per il piacere di leggere, lettore che semmai, a differenza di tanti di noi, ha avuto la fortuna di vivere del suo piacere.

Ma c'è di più in queste pagine, un di più che va oltre l'autobiografia di un intellettuale e ci regala uno di quei libri strani e curiosi, curiosi perché vivono di curiosità, perché si alimentano consapevolmente di quel bisogno di porsi domande e andare avanti così.

Il giovane Morino inizia la sua carriera di studioso con molte certezze e la voglia di tradurre la letteratura nei ragionamenti della scienza - non voleva questo lo strutturalismo? Finisce per inseguire per tutta la vita il fantasma di una scrittrice cilena minore, che in Italia non si era ancora conquistata nemmeno una nota a fondo pagina.


Marìa Luisa Bombal: chi era costei?

Fantasma da inseguire, ma anche fantasma che per una vita insegue Morino, rispuntando fuori nei modi più singolari e inattesi.

Ma perchè volerne sapere di più? Non c'è risposta a questa domanda, non ci deve essere, finché entrare in una libreria sarà un'operazione diversa dal rifornimento di benzina a un distributore.


E meno male che non c'era Internet. Una ricerca su Google e Marìa Luisa Bombal sarebbe stata abbandonata nel giro di pochi minuti.

Altro che il fantasma di una vita.

venerdì 22 luglio 2011

Nella sezione suicidi manca la vita

A dirla male, comincerei e finirei così: ci risiamo, un altro francese che mi ha fregato.

Il solito grande successo strombazzato Oltralpe che arriva anche dalle nostre parti quasi schiacciato dalle attese. Volete mettere le copie vendute, i premi vinti, i peana della critica più seria per non dire seriosa?

Antonin Varenne: Sezione suicidi. Idea originale, no? Finalmente un noir dalle parti del mitico quai des Orfévres che si inventa qualcosa di nuovo: una (inesistente) sezione suicidi, per raccontare Parigi e il suo ventre molle, per guardare dentro il caleidoscopio dei vetri che lacerano le anime, per rimbalzare sugli orrori che si annidano oltre gli scintillii delle vetrine.

Intrigante, come no? Peccato che sia come uno di quei film che si reggono solo sugli effetti speciali. Troppo di tutto. Tutto fuorché la vita, quella vera.

Ed è anche facile dire che Antonin Varenne non è la Vargas, anche se entrambi sono signori intellettuali prestati alla scrittura di genere (ma che non vuole essere di genere).

Sarà questo il problema, magari. Pensate a un americano: prende un serial killer, una pistola che prima o poi sparerà, un poliziotto, qualche dialogo che scorre, una strada che porta lontano e una o due bevute all'alba. Mescola ed è capace di regalarci un libro che vale.

All'europeo non basta: deve mostrare che è un gradino più in alto. Perché sorprendersi se gli capita di inciampare e cadere giù?

giovedì 21 luglio 2011

Il Fantasma del Padre in un pub inglese


Come nell'Amleto, solo che il marcio non è in Danimarca, ma in una cittadina inglese che più inglese non si può, tanto che un bel pezzo della storia scivola nei pub. Come nell'Amleto, perché fin dall'inizio compare il Fantasma del Padre a svelare il suo assassinio e a chiedere vendetta, solo che qui non c'è Ofelia, non c'è Amleto e per la verità non c'è nemmeno Shakespeare.

Ci sono libri che ti deludono non per quello che sono ma per le aspettative che ti hanno alimentato, sarà per il titolo azzeccato, la copertina accattivante, l'idea che te ne sei fatta grazie a qualche recensione.

Non è un brutto libro, Il club dei padri estinti di Matt Haig, che qualcuno vorrebbe paragonare, per intensità e originalità, a Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Scorre che è un piacere, i dialoghi funzionano piuttosto bene, provi una necessaria simpatia per il ragazzino, l'undicenne Philip, e un'altrettanto necessaria avversione per lo zio Alan, l'omicida (non vi rivelo nulla, si sa fin dall'inizio).

Poi però quello che ti rimane tra le dita è niente. Sabbia che è scivolata via e qualche retropensiero su un tentativo malriuscito di costruire un caso editoriale. Nel caso, un pessimo servizio anche a Matt Haig.


E a proposito di libri originali, che giocano tra la sofferenza della morte e la possibilità di continuare un pezzo di strada con i cari defunti, volete mettere Alice Sebold e il suo Amabili resti?

mercoledì 20 luglio 2011

Hemingway e Moravia, chi la fa l'aspetti

Forse la critica letteraria non sarà il modo più diretto e sicuro per accertare le qualità umane di chi la critica la esercita, però mi hanno sempre fatto meditare gli strani e improvvisi movimenti che la morte di un autore produce sui giudizi che lo riguardano. Accelerazioni e scarti che, mi sa, poco hanno a che vedere con i tempi dello studio e del ragionamento, e molto invece con i vizi e le virtù che ci appartengono.

Prendete Alberto Moravia, per esempio. Leggo sulla Nuova Antologia - un articolo a firma di Gennaro Cesaro - che la salma di Ernest Hemingway era ancora calda, dopo il suicidio del 2 luglio 1961, che lo scrittore romano ne decretò la morte anche letteraria. Lo fece su L'Espresso, titolo già più che eloquente: Hemingway: niente e così sia.

Vaticinava in questo modo, Alberto Moravia, a proposito del grande Hem e di miti analoghi:

Essi sono fatti per le masse e le masse li dimenticano appena ne sorgano degli altri più moderni e più seducenti

La cosa che colpisce, naturalmente, è che parole così chiare e crude siano state pronunciate solo post mortem. Non mi ricordo bene, però mi pare che Moravia non fosse nuovo a cose del genere.

Cinque anni dopo la sua morte, intendo la morte di Moravia, lo stesso settimanale uscì con questo titolo: Moravia, chi era costui?

Hem, nel frattempo, se la cava piuttosto bene. Legge del contrappasso o semplicemente umano, troppo umano?

martedì 19 luglio 2011

Emilio, Cesare e i sogni fuori di città

Gli spazi aperti, il mare come la natura tutta, sono gli unici luoghi possibili per la libertà d'azione e la ricerca della felicità

Anni di letture salgariane e non mi era mai venuto in mente. Eppure è così, si parli del Borneo come dei Caraibi. I mari sono libertà, sono possibilità, sono occhi che spaziano lontano e cuore che asseconda i sogni. Volete mettere con le città, che chiudono lo sguardo e celano trappole? Maracaibo o Sarawak,  non importa. Se proprio dev'essere terra, che sia terra donata al mare, protetta dal mare, isole come lo possono essere solo la Tortuga oppure Mompracem.

Ed è sempre stato così, in compagnia di Emilio Salgari. Solo che mi ci è voluta una bella pagina di Felice Pozzo da Il Corsaro Nero. Nel mondo di Emilio Salgari, (Franco Angeli) per capirlo davvero.

E per alimentare altre suggestioni. Il mare per Emilio come la campagna per Cesare Pavese. Il luogo dei sogni, della giovinezza.

Cesare che come Emilio si lascia spezzare quei sogni proprio in città. A Torino. Emilio che scrive: Vi saluto spezzando la penna. Cesare che si congeda più o meno allo stesso modo: Non parole. un gesto. Non scriverò più.

E chissà quant'altro ci avrebbero regalato, con altri mari davanti a loro, di acque o di colline. 

lunedì 18 luglio 2011

Se il Corsaro Nero è la possibilità di ricominciare

Corsaro Nero o Sandokan? Personalmente non ho mai avuto dubbi, tra i due grandi personaggi di Emilio Salgari:  il Corsaro Nero. Lui e il mare dei Caraibi, con  i galeoni e i filibustieri. L'isola della Tortuga per ripararsi e una Maracaibo da espugnare sempre nella testa. Ma soprattutto lui, il Corsaro Nero, il nobile diventato corsaro, l'eroe pallido e malinconico, l'uomo perseguitato dai suoi fantasmi, dilaniato tra l'onore e l'amore, divorato da una febbre di vendetta che ha per bersaglio più se stesso che il nemico dichiarato.

La sua dannazione: innamorarsi della figlia dell'uomo che si vuole morto. Abbandonare quella donna, annegare nel senso di colpa, infine ritrovarla.

Devo a Felice Pozzo (Il Corsaro Nero, Franco Angeli, coautori Pino Boero e Walter Fochesato), grande studioso del grande Emilio, la possibilità di ritornare allo straordinario epilogo di tutta questa storia, che non è solo di cappa e spada.

Una notte dei tropici, la luna che proietta raggi azzurri, l'aria tiepida e profumata.

Lui la prende per mano dicendo  'Bisogna che veda il mare'  poi le cinge la vita e si incamminano.

Pensare che per il Corsaro Nero il mare finora è stata la tomba dei fratelli per cui ha giurato vendetta. Luccica quel mare, come se riflettesse le anime dei morti ammazzati.

Il giorno dopo i compagni del Corsaro troveranno sulla sabbia la spada del Corsaro. A riva manca una scialuppa.

Se ne sono andati, in silenzio. Il mare non è più vendetta, è libertà. Possibilità di ricominciare.

domenica 17 luglio 2011

Metti quella piccola cittadina della Svizzera...

Metti una piccola cittadina della Svizzera e uno scrittore di gialli che, all’uscita di una conferenza, accetta il passaggio in macchina di un anziano commissario di polizia… Metti che dopo qualche imbarazzo il silenzio tra i due lasci il posto al racconto di un caso di omicidio che risale a ben 40 anni prima…

Comincia così, La promessa - Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Durrenmatt (che si scrive con la dieresi sulla u, lo so), un libro di sconvolgente per lucidità, asciuttezza, capacità di dissacrazione. Un requiem per il giallo scritto prima del diluvio, all'inizio piuttosto che alla fine di una storia che ancora ci accompagna, interrogandosi magari su chi beneficerà della prossima grande onda, dopo quella degli scandinavi.

No, non è un giallo, perché tutti i gialli esigono un omicida, una soluzione acclarata e condivisa…

E qui se non ci si arrende è solo per una promessa fatta a se stessi, una promessa che è un’esigenza giustizia, e poco importa se per essa ci si perderà in desolati paesaggi morali, se si dovrà stare attenti ad abissi di insensatezza…

Chiudi questo libro e la domanda rimane in aria, come un frullo d'ali: basterà mai un’indagine di polizia a restituirci la verità?

E cos'è la verità? Cosa potremo mai sapere davvero? E quella verità sarà anche giustizia?



La promessa – Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt

sabato 16 luglio 2011

L'uomo che piantava gli alberi e il nostro futuro

In una terra desolata, quasi senza più vita, solo un pastore solitario e taciturno costruisce una possibilità di futuro. Ogni giorno pianta centinaia, migliaia di alberi. Da molti di essi non nascerà niente. Ma dagli altri, da quelli che ce la faranno, verranno fuori boschi e boschi. Alberi che restituiranno la vita alla montagna e alla comunità che la abita.

Tutto qui? Sì, tutto qui, perchè ci sono imprese che non hanno bisogno di eserciti e di voti popolari, ci sono imprese che si alimentano di silenzio, di gesti umili, di fatica che può essere ripagata solo dallo stare bene con se stessi e a volte da uno sguardo di sorpresa e gratitudine.

Conosco poco Jean Giono, scrittore provenzale a cui probabilmente solo il cinema ha donato la notorietà con l'Ussaro sul tetto. Chissà perché lo facevo anche scrittori di altri tempi, ben insediato in un Ottocento velato di nostalgie, piuttosto che un Novecento che ha dispensato tutte le tragedie.

Ignoravo che la sua penna ci avesse regalato pagine come quelle de L'uomo che piantava gli alberi, che vanno oltre il semplice rapporto tra l'uomo e la natura e diventano piuttosto un trampolino per indagare sul senso del nostro passaggio della terra.

Poche pagine, queste, che si leggono di un soffio, lasciandoti il rimpianto di non avere occhi di bambino con cui continuare a fantasticare. Poche pagine, però, che ci aiutano davvero a capire come gli uomini potrebbero essre altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione.

E non bisogna essere santi, eroi, statisti. Ce la può fare anche un uomo che è poco più di un nome, un uomo che non sa nemmeno spiegare perché fa quello che fa. Nè è in realtà necessario: perché per lui parlano gli alberi, opera che vale i più grandi monumenti.

Mi piace chi pianta gli alberi. E' un offrire qualcosa che non chiede davvero niente, nemmeno la possibilità di guardare con soddisfazione l'opera compiuta, che in realtà potrà essere osservata e misurata solo anni e anni più tardi.

Piantare alberi è il gesto che più di tutti contiene il senso del futuro. Anche per questo serve farlo, non solo per l'anidride carbonica. Serve perché ci permette di stringere un patto con le generazioni che verranno e di scoprire il piacere del dono.

Questo libriccino ci aiuta a esserne consapevoli

venerdì 15 luglio 2011

L'arte dello scrivere e il respiro

Se c'è un'arte dello scrivere io non la conosco, però ne conosco il mestiere, parola laica che mi aiuta a intendere il mio lavoro per ciò che è, un fare artigianale e quotidiano: metterti al tavolo ogni mattina senza troppi grilli sull'ispirazione, ascoltando invece l'insoddisfazione che ti abita ripetutamente quando ti accorgi che non funziona nulla di quanto hai scritto il giorno prima, quando non ti ritrovi nel modo e nel tono.
Per me scrivere è in gran parte tecnica dello scrivere


Beh, questo dice Daniele Del Giudice, in una bella riflessione pubblicata qualche tempo fa su La Domenica della Repubblica, titolo L'arte dello scrivere. Bella, certo, ma che mi convince poco. Chissà perché l'alternativa è sempre secca, la scrittura o è ispirazione che ti rapisce o è mestiere che reclama abilità e perseveranza artigiana.

E dunque, penso che l'insoddisfazione dello scrittore rispetto al suo lavoro sia cosa naturale, quasi doverosa. Sono meno convinto quando Del Giudice parla di un lavoro lungo, faticoso e a volte noioso perché è minuto e angariato dal dettaglio.

Fermo restando che perfino il grande Hemingway magari scriveva di getto (e nei fumi dell'alcool), ma dopo anche lui si faceva qualche problema - Mi chiesi che razza di scrittore ero se mi veniva bene già il primo racconto - possibile che la scrittura debba essere mestiere, e non piuttosto sguardo?

Intendo la possibilità di guardare con occhi diversi le cose del mondo e della vita. Di sorprendersi e di sentire qualcosa agitarsi dentro per quella sorpresa. Di sorprendersi per voi volerla condividere, quella sorpresa.

Diceva Henry Miller:

Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse... Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che pensiamo esiste già, e noi siamo solo intermediari, ecco tutto, che pescano quel che c'è nell'aria


Il problema è accorgersi che si respira.

giovedì 14 luglio 2011

Era Emilio. Ero Odoardo. Ero io


(Da I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.
 

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato.
Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io.

mercoledì 13 luglio 2011

L'autunno dei Mille, dopo l'impresa


Ci fu chi salpò per i Mari del Sud, come Nino Bixio, che arrivò fino a Sumatra per arrendersi al colera: i suoi uomini lo seppellirono su una spiagga, il corpo avvolto nel tricolore.

Ci fu chi si tolse la vita, come Raffaele Piccolo, che quando gli tolsero la pensione riconosciuta ai Mille aspettò che la moglie e i cinque figli si addormentassero per conficcarsi un chiodo in testa.

Ci fu chi finì deportato in Siberia, dopo aver combattuto dalla parte dei polacchi, combinando così nella stessa vita i colori della Sicilia e le disrese ghiacciate della grande Russia.

Ci fu chi lasciò la camicia rossa per la tonaca, come il salesiano Fagnano, che da missionario si spinse fino alla Terra dei Fuoco e fu testimone del massacro degli indios

E ci fu chi finì in galera o in manicomio.

Con la storia che si impara a scuola è sempre così, conta la data dell'evento, la battaglia, l'impresa. Poi cala il buio sugli uomini e vai a sapere come andò a finire. Cosa se ne sa dei Mille dopo i Mille? Cosa se ne sa delle mille storie che a un incrocio della Storia divennero i Mille? Cosa successe dopo?

Dice Giorgio Boatti su Tuttolibri, presentando La lunga notte dei Mille di Paolo Brogi (Aliberti editore):

Della primavera dei Mille, anzi dei 1089 che sbarcarono con Garibaldi a Marsala nel maggio 1860, si conosceva tutto o quasi. Prima che Paolo Brogi scrivesse La lunga notte dei Mille, ben poco si sapeva del loro autunno

E ben vengano i libri che gettano uno sguardo oltre, ritessendo il filo delle storie individuali dopo che si è consumato il grande appuntamento con la Storia.

martedì 12 luglio 2011

Pagina bianca, i dieci consigli di Margaret Atwood

Non so se ne abbiate mai sofferto e se, in ogni caso, per voi è un problema. Non so se avete altre strategie per sconfiggere la sindrome del foglio bianco. Però mi piace il decalogo contro il cosiddetto blocco dello scrittore che ci dona Margaret Atwood, una delle più grandi scrittrici viventi (ma evidentemente anche una persona che di tanto in tanto ha sofferto di questo blocco, come tutti del resto). 

Ve lo ripropongo con una netta predilezione per il consiglio sulla cioccolata e con molta curiosità per il modo con cui ognuno di voi esorcizza la paura della pagina bianca.


In molti continuano a chiedermi consigli circa il “blocco dello scrittore”. Ecco alcuni suggerimenti, un decalogo di pronto intervento.

1. Uscite a fare una passeggiata, fate il bucato, o mettetevi a stirare, o piantate dei chiodi. Andate a fare una nuotata in piscina, fate uno sport, qualunque cosa che richieda concentrazione e comporti una ripetuta attività fisica. Al limite: fate una bella doccia, o un bel bagno.

2. Prendete in mano il libro che rimandavate da tempo.

3. Scrivete, ma in qualche altra forma: anche una lettera, o una pagina di diario, o la lista della spesa. Lasciate che quelle parole fluiscano attraverso le vostre dita.

4. Formulate con precisione il vostro problema, e quindi andatevene a dormire. Il mattino dopo potreste avere la risposta.

5. Mangiate del cioccolato. Non troppo. Deve essere scuro (almeno il 60% o più di cacao), organico, biologico.

6. Se state scrivendo fiction: cambiate il tempo verbale (dal passato al presente, o viceversa).

7. Cambiate la persona (prima, seconda, terza).

8. Cambiate il genere (maschile/femminile).

9. Pensate al vostro libro in progress come a un labirinto. Avete incontrato un muro. Tornate al punto dove avete sbagliato direzione e ripartite da lì.

10. Non siate arrabbiati con voi stessi. Fatevi, anzi, un piccolo regalo di incoraggiamento.

Se nessuno di questi consigli fa effetto o funziona, mettete il libro in un cassetto. Potrete sempre tornarci su più avanti. E iniziate qualcosa d’altro.

lunedì 11 luglio 2011

Momò, Madama Rosa e i legami che si scelgono

Mi ha riacceso la sigaretta con l'accendino e mi ha detto che i figli delle puttane sono anche meglio perché ci si può scegliere il padre che si vuole, mica si é costretti

E dunque, è molte cose insieme, questo libro di Romain Gary, che tante persone in questi anni mi hanno consigliato, ma che io finora avevo lasciato a "stagionare" sulla mia pila delle letture che prima o poi, sarà che non volevo sciupare le attese.

Molte cose, come molti sono gli umori e i sentimenti che si mescolano nelle pagine di uno scrittore che a lungo ho colpevolmente trascurato. Però, tra tutte, direi questo: La vita davanti a sé è un libro sulle scelte, meglio ancora sui legami che si scelgono, sugli affetti che sono ancora più importanti perché non sono dovuti, ma tenacemente voluti e ancora più tenacemente alimentati.

Non conta né il nome né la religione, non conta il sangue.

Prendete Momò, il ragazzino arabo che non ha nemmeno la carta di identità, il bambino adulto abbandonato dai suoi genitori. Prendete Madame Rosa, l'ex puttana ebrea, scampata alla Shoah, che ha messo su una sorta di centro di accoglienza (si direbbe oggi) per i figli delle donne che "fanno la vita"...

Prendete queste due vite e piazzatele dentro il quartiere popolare di Bellevue, il quartiere degli immigrati, della gente ai margini di Parigi, il quartiere dove abbondano miseria e dolore, anni prima che un altro scrittore, Daniel Pennac, stenda su questo mondo una vernice di parole che ha molto a che vedere con la magia.

Prendete queste vite che non hanno nulla o quasi nulla in comune. E poi lasciatevi andare a questa storia di amore che forse nemmeno tra una madre naturale e suo figlio. Commuovetevi per questa storia che illumina con la sua tenerezza la vita sordida e marginale di Bellevue.

Eravamo tutto quello che avevamo al mondo e almeno questo l'avevamo salvato

Poi quello stesso riflettore muovetelo ai lati, dietro, davanti, fate emergere dalle righe altre storie, altre persone, come quella del dottor Katz, che era ben noto agli ebrei e agli arabi nei paraggi di rue Bisson per la sua carità cristiana e curava tutti quanti dalla mattina alla sera e anche più tardi.

E adoperate questa luce per commuovervi. Ma soprattutto per fantasticare sulla vita quale potrebbe essere. Se solo.

domenica 10 luglio 2011

Marco Polo, Kublai Kan e i due viaggiatori

C'è il Kublai Kan, l'imperatore dei Tartari, il Grande Sedentario: l'affittuario esigente d'altri occhi e d'altre parole, come scrive Fabio Stassi. L'uomo che non viaggia con i suoi piedi, ma chiede a chi viaggia relazioni esatte sui luoghi visitati, che pone domande e avanza riflessioni.

E c'è Marco Polo, il grande viaggiatore, o se volete, il Maestro Visionario. L'uomo che prende e parte, che sfida le distanze, che porge il suo sguardo e raccoglie paesaggi, storie, città, mercanzie... Che raccoglie e poi dona, con il suo racconto. Le mie mani sono agili e nodose e, al principio, l'unico mezzo per resocontare la vastità dei miei viaggi. 

E ancora nelle parole di Fabio Stassi:


Siamo le due metà di uno stesso personaggio

Così Stassi, ma in primo luogo l'Italo Calvino delle Città invisibili.

E io ritorno alle città visibili e invisibili, ai viaggi veri e immaginari, ripenso ai Due viaggiatori che ho scritto, ripenso a me e all'amico Tito Barbini con cui abbiamo condiviso viaggi e parole, diventando anche noi i Due viaggiatori.

E penso che alla fine è questo che ci dona il mondo, la possibilità di conoscerlo, di abbracciarlo. Senza preoccuparsi delle distanze. Perché c'è sempre una parola che ti porta a destinazione.


sabato 9 luglio 2011

In viaggio per le strade che non portano a niente

 E' vero, il viaggio, se è vero viaggio, racchiude sempre in sé la possibilità di una rivelazione che in realtà è una metamorfosi. Di questo, in sostanza, parla Strade Blu di Least Heat Moon: uno scrittore, un viaggiatore, un uomo in crisi.

E' così: Least Heat Moon è un discendente degli antichi padroni delle praterie, i guerrieri Sioux, ma oggi è solo una persona che ha perso insieme il lavoro e la moglie.

Le strade blu, invece, sono le strade secondarie che nelle vecchie cartine geografiche dello sterminato continente americano sono segnate appunto in blu: strade poco battute e quasi dimenticate, strade che non cercano mai la via più corta, strade che a volte danno l’impressione di non portare in nessun posto.

Niente di meglio per un uomo in crisi, che non sa dove andare, ma sa che deve andare. Lontano dalle highways che solcano l’America come possenti arterie dove pulsa veloce il traffico, dentro un mondo rarefatto, fatto di distanze, silenzi, abbandoni.

Perché proprio nei posti dove non c’è niente trovi tutto. Perché il tutto può essere anche un suono a cui non avevi mai prestato attenzione o il colore mutevole ed enigmatico di una strada blu al tramonto.

venerdì 8 luglio 2011

Con pigrizia alle Hawaii, tra musica e vulcani

I nostri voti arrivano quando il Presidente è già stato eletto

Benvenuti alla Hawaii, cinquantesimo Stato degli Stati Uniti di America, la più lontana, diversa (anche se forse oggi un po' meno diversa), inverosimile delle stelle della democrazia stelle e strisce.

Dici Hawaii, ed è un suono rotondo e magico, un sospiro che evoca spiagge e vacanze esotiche. Corone di fiori per saluto e cocktail indolenti. Elvis Presley vestito da marinaio dell'Us Navy e un ukulele pizzicato con malinconia.

E non so se questo immaginario sia più debitore a Hollywood o ai cataloghi dei tour operator, ma se mi fermo a pensarci, allora questo arcipelago del Pacifico svanisce, come una linea di costa nelle nebbie del mattino. Che cosa so davvero delle Hawaii?

Ci voleva un viaggiatore, un viaggiatore scrittore come Alessandro Agostinelli, con Honolulu Baby (Vallecchi, collana Off the Road) per portarmi davvero fin qui. In questo mondo a parte con tutte le sue tentazioni e contraddizioni. Tra vulcani che ancora sfidano il cielo e centri commerciali come a New York. Tra surfisti che agognano la grande onda e indigeni che ancora rivendicano l'indipendenza.

E' andato lontano, Agostinelli. Con pochi dollari e molta curiosità. Con l'idea che una musica hawaiiana può riscattare molte delusioni. Con la consapevolezza che il viaggio si adatta più alla pigrizia che alla frenesia, e ditelo al resto del mondo.

Viaggiare: non ci sono molti altri modi di visitare più da vicino se stessi.

Così comincia Agostinelli, e io sottoscrivo. Anche a Honolulu, ascoltando un ukulele.

giovedì 7 luglio 2011

Perché sono sparite le vacche di Nuova Delhi

Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studiano più di noi. Hanno più risparmi e più capitali di noi da investire. Hanno schiere di premi Nobel della scienza. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei nostri. Sono Cina, India e dintorni. Cindia non indica solo l'aggregato delle due nazioni più popolose del pianeta... 

Sapete, l'immagine che più mi ha colpito tra le tante evocate da Federico Rampini nel suo L'impero di Cindia? Non quella straordinaria Silicon Valley indiana che è Bangalore. Non la cappa di smog su Pechino. Ma le vacche di Nuova Delhi. O meglio, le vacche che sono sparite da Nuova Delhi.

Figuratevi che pensavo che girassero indisturbate perché sacre. Invece erano semplicemente vacche abbandonate dai loro proprietari perché ormai improduttive. Sono sparite non perché le hanno fatte fuori - sempre sacre saranno - ma perché hanno trovato il modo di restituirle ai loro proprietari. Ci sono riuscite assegnando a ognuna di esse un microchip in grado di identificarle e di "riportarle a casa". Un po' come le vetture immatricolate.

Insomma, la vecchia India e le nuove tecnologie. Un mondo che arriva da lontano ma che cambia in un modo che nemmeno abbiamo idea. Perché poi, rimanendo in India, l'immagine è ancora quella di Calcutta come la Città della gioia di Madre Teresa. Solo per dire.

Meno male che ci sono libri come questi, che ci liberano da ciò che ancora ci viene naturale pensare. Per  indicarci il futuro: quello in cui il dragone e l'elefante si apprestano a riconquistare il posto che appartenne a loro per millenni.

Il loro futuro, il nostro futuro. Cominciare a capirlo è già qualcosa.

mercoledì 6 luglio 2011

Geoffrey, Guy, Dean e tutti gli altri

Per uno come me, che cercava la lucidità nell'alcol, anche la calligrafia aveva un andamento ubriaco
(Geoffrey Firmin, da Sotto il vulcano di Malcom Lowry)

Vi basti xapere che mi chiamo Juan Pablo Castel e sono un pittore e un assassino. So per mestiere che gli essere umani possono essere paesaggi, scogliere, finestre, navi che partono, ma il più delle volte sono legno marcio
(Juan Pablo Castel, da Il tunnel di Ernesto Sàbato)


Per chi come me ha la radice del nome nel primo giorno della settimana non era proprio possibile resistere alla tentazione che tutto potesse ricominciare
(Guy Montag, da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury)

Per il mio amico Sal, il mio è un altro dei nomi che si possono dare all'irrequietezza
(Dean Moriarty, da Sulla strada di Jack Kerouac)

Forse Dio, mi chiedo nelle pause del mio smisurato lavoro, è un operaio come me. Chissà se anche la sua solitudine sia altrettanto assordante
(Hanta, da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal)

 Ecco, sono personaggi così a cui Fabio Stassi in Holden, Lolita, Zivago e gli altri dona la voce.

Parlano in prima persona e in questo modo è come se si staccassero dalla pagina, ombre che si alzano e ci vengono dietro. Compagni di vita che è bello immaginarsi intorno a noi. Con tutta l'umiltà che ci è necessaria per ascoltare cosa davvero ci dicono.

martedì 5 luglio 2011

I personaggi che salivano sul treno del pendolare

Veramente i personaggi di un libro sono creature strane. Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, ghirigori neri sul foglio di carta bianca, eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamorartene

Così scriveva Primo Levi e sono convinto che proprio queste sono le parole che hanno accompagnato Fabio Stassi mentre scriveva Holden, Lolita, Zivago e gli altri (Minimum Fax). Allo stesso modo sono convinto che in esse non possano non riconoscersi quanti hanno deciso di acquistare o di leggere questa piccola enciclopedia dei personaggi letterari. Perché sono questo i personaggi: fantasmi di carta, ombre evanescenti, parole, solo parole, ma che entrano nel sangue, nella testa, nel cuore. A volte più presenti e importanti di tante persone che spartiscono le nostre giornate.

Si dice che non esistono grandi storie senza personaggi: ne sono convinto.Sono anche convinto che ci si può scordare di qualche titolo, ma certi nomi, certi gesti, certe espressioni rimangono.

Fabio Stassi da questi personaggi, racconta, si è fatto spesso accompagnare in treno, da pendolare:

Quando ho cominciato a viaggiare su una linea lenta e annosa, la mattina presto e poi al ritorno, di pomeriggio o sera, ancora non sapevo quale insolita compagnia avrei avuto

Su quei treni sono saliti in molti. E' diventato un gruppo di amici, una gita scolastica, una comitiva in viaggio.

Solo alla fine sono scesi tutti. E' rimasto il pendolare, il lettore:

Per me non poteva che essere un pendolare mai sceso da un treno e avere l'età dei libri che aveva letto, dei chilometri di rotaie che aveva attraversao, di tutte le voci che aveva trascritto

E questo mi piace, sul serio.

lunedì 4 luglio 2011

La Cornovaglia, il corvo e la mia immaginazione

Ha cominciato il suo volo nella stagione indefinita del mito, quando il suo corpo è diventato l'involucro che ripara l'anima di re Artù. E', si dice, la ragione per cui i corvi volano per il cielo d'Inghilterra indisturbati, nessuno li tocca, ignorando quale di loro sia il mitico sovrano che un giorno tornerà in fattezze umane a regnare sul paese

Che bello il viaggio immaginario che rileggo in un vecchio numero di Tuttolibri. Marta Morazzoni lo dedica a una delle terre che più di tutte pare svanire dietro le nebbie dei tempi remoti e delle leggende, la Cornovaglia. Dimostrazione, ancora una volta, che ci sono molti modi di viaggiare; e che uno dei migliori è senz'altro conquistarsi un posto sul tappeto volante dell'immaginazione.

Non mi sono mai spinto in quella punta estrema dell'antica Britannia, protesa nell'Atlantico con la determinazione di un Occidente che non accetta niente oltre di sé: e prima o poi, voglio sperare, riuscirò a colmare questa lacuna. Eppure in Cornovaglia mi pare di essere stato molte altre volte, sfidando gli scogli battuti dall'Oceano e molte altre insidie. Ho inseguito re Artù senza mai sospettare che potesse essere un corvo che volava alto. Mi sono accompagnato ai cavalieri della Tavola Rotonda. Ho cercato la mia Camelot, reggia fantastica che è un po' il Santo Graal dei castelli.

Per quello che valgono i buoni propositi, questo inverno voglio anche rituffarmi nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, così da ritrovarmi con vecchi amici quali Lancillotto e Percival.

E insomma, vedremo: ma è bello che esistano terre straordinarie anche solo per ciò che evocano.

Ps: a proposito di corvi e di Cornovaglia, come non dimenticare anche Gli uccelli di Daphne du Maurier, da cui il grande Hitchcock trasse ispirazione per uno dei più terribili incubi cinematografici? Ci sono molti modi per viaggiare, ma anche molti modi in cui i sogni possono declinarsi...

domenica 3 luglio 2011

Due buone domande che arrivano da San Francisco

Spulciando le pagine di San Francisco-Milano di Federico Rampini. Tanto per non arrendersi senza condizioni all'indolenza di questa domenica. Per coltivare qualche buona domanda. Per pensare non alla California alle cose sotto casa.

Sapevate che a San Francisco è stato un cinese a capo della polizia a cancellare la mafia cinese? Riflessione di Rampini:


Il giorno in cui a Milano circoleranno pattuglie di polizia con agenti albanesi e marocchini, faranno meglio il loro mestiere

Vi viene mai mente che l'educazione è una carta vincente per una città? Assicura Rampini:

Sarà per le origini protestanti e puritane, ma una caratteristica ben visibile nella società americana è che generalmente i più ricchi ci tengono a essere anche i più educati. Da noi è piuttosto vero il contrario, e questo rende maledettamente difficile organizzare una città civile


Tanto per cominciare.

sabato 2 luglio 2011

Consoliamoci, i libri sono la nostra cantina

Se sei cresciuto in campagna ti sarai accordo che le fattorie vanno e vengono, ma il segno che lasciano le cantine non si cancella. C'è qualcosa di eterno in quelle fondamenta scavate a mano nella terra. I libri sono le cantine della civiltà: quando una cultura si sgretola, i libri sopravvivono in virtù della loro semplice, ottua robustezza. Noi guardiamo quel cumulo di pagine e ci meravigliamo: che lettori dovevano essere!

( Paul Collins, Al paese dei libri, Adelphi)

Dedicato a tutti coloro che ancora si ostinano a entrare in libreria, ad accumulare pile di libri che un giorno, forse, leggeranno, a recriminare per il posto sugli scaffali che non c'è più, e con questo basta, d'ora in avanti solo se... tranne poi fare di nuovo capolino in libreria e sorridere, perché aveva ragione Oscar Wilde, si può resistere a tutto, ma non alle tentazioni. A questa magnifica tentazione.

venerdì 1 luglio 2011

Lo scienziato allergico alle chiacchiere

Per la verità la parola non è chiacchiere, ma cazzeggio. Che rende senz'altro meglio l'idea. E il senso dell'allergia di cui al titolo.

E dunque, è solo una pagina in cui mi sono imbattuto ritrovandomi tra le mani un libro pubblicato anni fa da Laterza, Contare e raccontare. Dialogo sulle due culture, in cui Carlo Bernardini e Tullio De Mauro imbastiscono una sorta di dialogo tra le ragioni (e i limiti) della scienza, e le ragioni (e i limiti) delle discipline, chiamiamole così, umanistiche. Sapete, uno di quei volumi che beccate su una bancarella delle occasioni e che per un po' state lì a chiedervi se vale la pena. Nel caso, vale la pena.

Dice Bernardini, che dei due è il fisico e il matematico:

Il cazzeggio è diventato un mestiere ben remunerato e contrastarlo sembra un atteggiamento da bacchettoni. Ma allora bisogna essere onesti, il cazzeggio non è solo quello che fanno gli altri e non è solo pane per casalinghe distratte e pensionati. Quando un gruppo di sedicenti storici della scienza si incontra in convegni più o meno mondani per raccontarsi storielle sullo scorticamento delle rane nell'età dei Lumi o le amenità piccanti sulla moglie di Lavoisier siamo al rotocalco per la bottega del barbiere. Mi è stato detto che per fare storia bisogna adottare criteri storiografici. Certamente. Ma se si parla di un diplomatico, voglio sapere come era fatta la sua diplomazia; se si parla di un generale vittorioso, voglio sapere come vinceva le guerre; e perciò se si parla di un fisico, voglio sapere quali erano le sue idee riguardo la fisica

Sottoscrivo e rilancio: cos'è davvero superfluo, cos'è che conta davvero?