giovedì 30 giugno 2011

Dedicato a tutti coloro che si mettono in viaggio

Tempo di estate, tempo di vacanze, ma anche di viaggi. Mi piace pensare che chiunque parta possa caricarsi sulle spalle questi versi di Charles Baudelaire (Il viaggio, nella traduzione di Giovanni Raboni), come un bagaglio indispensabile per le giornate che lo attendono.


Ma i veri viaggiatori partono per partire
e basta; cuori lievi, simili a palloncini
che solo il caso muove eternamente,
dicono sempre "Andiamo", e non sanno perché.

I loro desideri somigliano alle nubi;
e come il coscritto sogna il cannone, loro
sognano vaste, ignote, cangianti voluttà
di cui nessuno al mondo ha mai saputo il nome!

mercoledì 29 giugno 2011

Coppe e medagli per i poeti "accreditati"

Mi immaginavo fosse un uso e un abuso italiano - e perché poi? - ma leggendo Al paese dei libri di Paul Collins mi sono fermato su quella paginetta dove si parla di un libriccino del 1969 a cura della Florida State Poetry Society, titolo, pensate un po', L'Olimpo dei poeti, nientemeno, pubblicazione riservata ai poeti accreditati.

E dunque, non è facile capire cosa siano i poeti accreditati, se non coloro che hanno strappato qualche pubblicazione, vinto una manciata di premi e premietti, messo insieme una bacheca di coppe e medaglie. Temo però che sia più o meno come scrive Collins:

Le poesie raccolte nel volume sono opera di pensionati del Missouri, medici di famiglia della Florida, persone qualunque. Molte parlano del cane e del gatto, e sono tutte in rima. A uno scrittore quelle modeste creazioni fanno un'indicibile tristezza, anche se probabilmente hanno reso felici i loro autori. Però... è azzardato affermare che ai compilatori di quelle antologie, agli organizzatori di concorsi con quota di partecipazione di trenta dollari, e anche agli editori del Writer's Digest importa poco degli scrittori e della scrittura?
Forse.
La cosa peggiore, secondo me, è la curiosità morbosa con cui guardo quel libro. Come molti scrittori ho collezionato moduli di rifiuto per anni, più di cento solo per la mia prima raccolta di racconti....

Fa pensare come no, a parte un certo tono da arrivato che mi piace poco. Però è vero, più altisonanti sono certi nomi e meno in genere è la sostanza. E alla fine tutto mi sembra che sia una macchina che gira macinando sogni, aspettative, illusioni.

martedì 28 giugno 2011

Il paese che riempì di libri i suoi fienili

Hay-on-Wye è proprio il paese dei libri: si è guadagnata questo nome perchè conta mille e cinquecento abitanti, cinque chiese, quattro negozi di alimentari, due giornalai, un ufficio postale... e quaranta librerie....
Il totale dei libri chiusi nelle botteghe o stipati negli ex fienili ammonterà a qualche milione; migliaia di volumi per ogni uomo, donna, bambino e cane...

Potete leggerla anche come la storia di uno scrittore bibliofilo che, folgorato dalla scoperta di Hay-on-Wye, fa di tutto per trasferirsi in questo paesino del Galles, insieme alla famiglia. E potete anche leggerlo, se proprio volete, come un divertente e divertito confronto tra la vita in America e quella nella cara vecchia isola britannica.

Fate voi, ma Al paese dei libri di Paul Collins (Adelphi) è in primo luogo un atto d'amore per i libri. E poi, è ovvio, anche per questo paese - Hay-on-Wye - che ha saputo conquistarsi meritata fama proprio per avere scelto i libri.

Perchè davvero, non era scritto nel suo destino. Qui si era sempre vissuto di formaggi e uova vendute al mercato e poco altro. Poi a un tale Richard Booth venne in mente di iniziare a comprare i libri che in America nessuno leggeva e nessuno comprava. Non costavano quasi niente - sarebbero stati spediti al macero - ci potevano stare le spese di spedizione nei container che attraversavano l'Atlantico.

All'inizio il signor Booth suscitò l'ilarità generale, ma negli anni il cinema, la caserma dei pompieri, i fienili e le fabbrichette cominciarono a riempirsi i libri. E così la racconta Collins:


Oggi è più facile trovare i classici americani nella campagna gallese che negli Stati Uniti. Ogni anno tanti appassionati come me vanno in pellegrinaggio a Hay; è una massa di libri così grande da aver sviluppato un campo gravitazionale, e siamo entrati nella sua orbita

Capite? Pensare che c'è ancora chi asserisce che solo autostrade, outlet e McDrive possano consegnare al futuro le nostre cittadine... Dal Galles, con furore, la rivincita del libro.


lunedì 27 giugno 2011

Dalla Padania a San Francisco, andata e ritorno

Con gli occhi dell'esploratore misuravo tutte le differenze tra i due mondi. Era un esercizio in cui cercavo di mescolare l'immersione totale, l'etnologia e l'autocoscienza: mentre osservavo quotidianamente usi e costumi della popolazione locale, misuravo gli effetti si di me, espatriato, in una città costruita da stratificazioni di immigrati. Dalla grande politica ai piccoli gesti della vita quotidiana, cercavo di mettere in scena l'immensa distanza tra la West Coast e quell'angolo di Vecchio mondo che si stava autoconvincendo di essere Padania

Non so se la Padania sia sempre molto convinta di essere Padania, nè so se San Francisco, l'Estremo Occidente, un giorno potrà essere un po' meno distante dal Vecchio mondo, perlomeno per quanto ci riguarda. Ma intanto questo è un gran bel libro, per andare lontano. Per sognare e un po' anche per invidiare.

Non liquidatela come una delle solite raccolte che i giornalisti fanno dei loro articoli, per dare una seconda vita - più duratura - a quanto hanno scritto. Vero che si tratta dei pezzi che Federico Rampini scriveva per i lettori milanesi di Repubblica, raccontando di se stesso e del paese - l'incredibile California - dopo per quattro anni ha lavorato come corrispondente.

Però, proprio per questo, San Francisco-Milano. Un italiano nell'altra America (Laterza) è assai di più di una serie di pezzi curiosi, intrigranti, ben scritti. Più di un riflettore accesso sulle meraviglie della Silicon Valley o sulla magnifica resistenza della City Light di Ferlinghetti o sulla stupefacente educazione stradale dei californiani.

San Francisco-Milano, appunto. Sono libri come questo che ci dimostrano che un viaggio - e ancora di più un racconto di viaggio - non può prescindere dalla comparazione. Non può non vivere che nel raffronto tra la terra dove siamo arrivati e quella a cui apparteniamo.

E a cui ritorneremo, se il nostro è davvero un viaggio.

domenica 26 giugno 2011

Professione ghostwriter, la fiera della vanità

Essere un fantasma ha diversi vantaggi, specialmente se si gode del privilegio di ricoprire questa posizione quando si è ancora vivi

Di rado se ne sente parlare. Ancora più di rado si sente loro parlare. Intendo i ghostwriter, coloro che prestano la loro parola a chi parola non ha, ma ha comunque ha gran voglia di raccontare una storia o anche esibire se stessi, o dare forma a un'idea, oppure vedere il proprio nome sulla costola di un libro.

A forza di prestare ad altri la loro parola, insomma, quasi sempre il ghostwriter non ha più la parola per se stesso. Per questo ho letto con molto piacere quanto di sé dice sul Venerdì di Repubblica Fabio Rizzoli, uno di questi fantasmi. Che chissà, forse mi è già capito anche di leggere, vai a sapere però sotto quale altro nome.

Quando le persone vengono a sapere come mi guadagno da vivere, generalmente mi guardano inorridite, neanche avessero appreso che gestisco un traffico d'organi tra Italia e Brasile

Dice Fabio Rizzoli: alla mia professione, sicuramente bizzarra, si è appiccicata l'idea di un che di riproverevole. Come se quella del ghostwriter non fosse nient'altro che l'arte dell'inganno, l'esercizio della simulazione. Pensare che negli Stati Uniti questi fantasmi hanno persino la loro associazione professionale, capace presumibilmente di dettare regole e tariffe.

No, nemmeno io ci vedo niente di riprovevole. Perché dovrebbe esserlo, mettere la propria parola al servizio di chi non ha parola? Semmai mi stupisco dell'altro, del committente, chiamiamolo così. Perché pretendere ciò che non si ha?

Più che l'arte dell'inganno, mi pare la fiera della vanità. Come se un nome su una copertina cambiasse davvero la vita. Vanitas vanitatum...

sabato 25 giugno 2011

Se la lingua è la prigione del traduttore

Lo sapete, il mestiere del traduttore mi ha sempre affascinato, sarà che personalmente ho sempre zoppicato con le lingue, sarà che mi sembra di cogliere nel passaggio di un libro da una lingua all'altra qualcosa che sa allo stesso tempo di magia e di invenzione.

Ora su Tuttolibri mi sono imbattuto su una bella intervista di Alberto Papuzzi a Lodovico Terzi, scrittore ma, nel caso, soprattutto grande traduttore di classici inglesi (Defoe, Stevenson, Swift, per dirne solo alcuni).

E' un modo per entrare nel retrobottega di questo mestiere e magari per capire come tradurre possa diventare davvero un mestiere. Dice Terzi che la sua prima traduzione de L'isola del tesoro la fece da ragazzo, dopo aver conosciuto una coetanea inglese, tanto per addestrarsi all'uso della lingua. Pensate, se oggi possiamo godere delle sue traduzioni forse lo dobbiamo solo a una cotta estiva....

E questo mi piace. Ma il passo più interessante dell'intervista ha a che vedere con quella che è di fatto una battaglia di libertà. Dice Terzi:

Siccome ogni lingua è un universo che non coincide mai con l'universo di un'altra lingua, una cosa importante che ho imparato traducendo è che una lingua non è soltanto un meraviglioso strumento per esprimersi, ma anche una prigione, un vincolo, un limite all'espressione. Il lavoro del traduttore è di trascendere questo limite, di aprire questa prigione

Bella questa idea di una lingua come di un universo e allo stesso tempo come di una prigione. Bella l'idea che il traduttore sia la persona che può offirci la chiave per aprire quella prigione e consegnarci a quell'universo.

venerdì 24 giugno 2011

Ritrovando il marciapiede dei ricordi

No, è mia la sera. Mia.
Né dei fantasmi, né degli stupratori.
Non appartiene ai ladri.
Non è amica dell'omicida.
Per quanto il baro
possa farle gli occhi dolci,

gli negherà perfino una carezza.

Giorno di festa, oggi nella mia Firenze, giorno indolente che anticipa certe domeniche di agosto in città, caldo appiccicoso, poco o niente da fare, emozioni anestetizzate su un divano. Per fortuna può capitare di estrarre il libro giusto dal mucchio di tutto ciò che da tempo aspetta di essere letto. Una manciata di pagine in cui non cerco una trama o una storia. Cinquantadue poesie che mi restituiscono al sangue e alla vita. Che mi riportano alla notte, in quella notte che non mi fa paura, perché là c'incontro, c'è cammino, c'è possibilià, anche nel dolore.

Diciamolo, è anche per questo che non mi piacciono gli ebook. Perché senza la cara vecchia carta, senza questa pila di libri, non mi sarebbe capitato sotto gli occhi questo titolo, Dal marciapiede dei ricordi. Non sarei scivolato dalla copertina all'interno per trovare subito questa citazione di Charles Baudelaire che richiama i ricordi del marciapiede: Ho più ricordi che se avessi mille anni. E così non avrei avvertito qualcosa dentro come un brivido di dolorosa bellezza.

Max Condreas, questo è il nome del poeta.  E' pubblicato dalla Perrone Lab nella collana La Luna e Gli Specchi diretta da Sandra Cervone. E c'è tutto, il cammino su questo marciapiede, con la notte squarciata dalla luce dei fanali, con i cocci di bottiglia a fare male e qualche stella lontana. Spleen da Ottocento francese e colonna sonora bebop da poeti della Beat generation. Pennellate di tristezza metropolitana e un sentimento che sa rinnovarsi.

Così mi sono risvegliato, sul divano della mia festa. E ho ritrovato il mio tempo.

Insieme alla pioggia,
in questo affilato pomeriggio,
sul marciapiede dei ricordi
danza tutta la mia vita

giovedì 23 giugno 2011

Vincere il Nobel e perdere a casa propria

Il giorno stesso in cui vinse il Nobel, nel 1962, il New York Times non trovò niente di meglio che infliggergli una stroncatura: che è un po' come vergognarsi della propria nazionale che vince i Mondiali.

Peggio ancora gli era andata quando aveva pubblicato il suo capolavoro, Furore. A Salinas, sua città natale, si scatenò la caccia al libro, ma solo per dargli fuoco sulla pubblica piazza.

Povero John Steinbeck, quanto è stata lunga e difficile la strada della sua affermazione anche a casa propria. Non in libreria, a dire il vero, visto che ancora oggi è un autore che vende ben due milioni di copie all'anno solo negli Stati Uniti. Ma tra i critici letterari, nel mondo della cultura che conta.

Federico Rampini nel suo San Francisco-Milano (Laterza) ci racconta come è andata. Ed è una storia che merita di conoscere, perché le ragioni per cui oggi anche l'America ha riscoperto Steinbeck sono esattamente le ragioni per cui per tanti anni fu marchiato come scrittore da cui si poteva prescindere. Volete mettere con Faulkner, Fitzgerald o Hemingway?

Troppo facile, tropo sentimentale, troppo datato, dicevano. Soprattutto troppo ideologico: e questa parola è una cartina tornasole. Steinbeck raccontava l'America stracciona, l'America dei morti di fame, l'America di chi lasciava le fattorie del Midwest e si metteva in viaggio per disperazione o al massimo per uno straccio di speranza. Parlava della California prima della Silicon Valley. Ambientava le sue storie tra poveri immigrati, contadini stremati, pescatori.

Come poteva piacere all'America di George Bush?

Ma per gli stessi motivi Steinbeck è uno degli autori riscoperti nell'America di Obama, quell'America che non ha paura degli immigrati e che si riconosce in quell'idea della California, come metafora di una vitra migliore, di un'altra possibilità.

La possibilità per cui oggi stanno lavorando duro altri braccianti, da altri paesi, negli stessi campi dei contadini di Furore. E allora sento come mie le parole di Rampini:

Invece dei bianchi poveri che fuggivano dalla carestia in Oklahoma questi ora vengono dal Messico, dal Guatemala o dall'Afghanistan. Se soltanto potessero leggerlo, loro probabilmente non troverebbero Steinbeck né fazioso, né datato

mercoledì 22 giugno 2011

Quando gli scrittori si prendono a pesci in faccia

Narrano le cronache letterarie che qualche giorno fa un'incontro pubblico a Hay-on-Wye - il paesino del Galles che da qualche anno si accredita come una meravigliosa capitale del libro - abbia sancito la pace tra due autori del pari di Paul Theroux e V. S. Naipaul, dopo 15 anni di aperta ostilità.

No so se i presenti, accorsi in gran numero, siano tornati a casa con la coda tra le gambe, perché si erano attesi ben altro spettacolo - gli insulti, si sa, sono sempre più memorabili. Non so se di pace vera si tratti o se solo di una tregua, magari dettata da qualche strategia editorale, visto che a pensare male a volte ci si dà.

A dire il vero non so nemmeno quale sia stato il casus belli. Se l'indiscutibile caratteraccio di Naipaul, o il fatto che Theroux una volta abbia scoperto in vendita alcuni libri che aveva dedicato personalmente al primo, o se, ancora, non sia stato piuttosto un ritrattino al vetriolo che Theroux riservò all'ex amico, catalogato, pare, come sadico e puttaniere.

Non so e mi interessa anche poco. Irene Bignardi sul paginone centrale di Repubblica ne prende spunto per passare in rassegna alcune storiche rivalità tra scrittori. Nel C'eravamo tanto odiati spiccano relazioni burrascose quali quelle tra Salman Rushdie e John Le Carré, tra Gabriel Garcìa Marquez e Mario Vargas Llosa e, andando più indietro, tra Gore Vidal e Truman Capote.

Mi fermo qui, ma l'elenco potrebbe essere sterminato, senza disdegnare altri secoli. Irene Bignardi ricorda per esempio anche Byron e Keats, Shakespeare e Marlowe. Quasi sempre amici che per qualche ragione, non propriamente nobile, hanno finito per prendersi a pesci in faccia.

Siamo poco più su del gossip. Ma tutto questo mi convince di una vecchia idea: che degli scrittori è meglio accogliere l'opera e stendere un pietoso velo sulla vita. Perché l'opera può essere grande, ma l'uomo è quasi sempre come noi, comuni mortali. Se non peggio.

martedì 21 giugno 2011

Il dittatore che si lasciò spaventare da un libro

Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet non trovò niente di meglio che proibire il Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Cito da Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.


lunedì 20 giugno 2011

Se anche Franzen non ce la fa con La Recherche

Se anche Jonathan Franzen non ce l'ha fatta con Marcel Proust, forse possiamo tutti essere più sereni: abbandoniamo ogni senso di colpa per non aver finito e a volte nemmeno cominiciato uno dei capolavori più citati e mi sa anche meno esplorati della letteratura moderna.

Perchè è così, dici La Recherche e vai in confusione. Arrossisci e provi a dileguarti dalla domanda con qualche frasetta di circostanza. Ma tu l'hai letta? Fossero tutti sinceri con se stessi e con il prossimo, ammettendo la propria ignoranza, magari rivendicandola.

C'è anche chi rivendica letture remote, parziali, rabdomantiche, frettolose (con La recherche?), ma sempre con qualche imbarazzo, perché Proust, si sa, è Proust.

Afferma Angelo Aquaro su Repubblica, a proposito dell'outing di Jonathan Franzen:

L'opera di Marcel Proust incute un rispetto così sacrale che perfino i più grandi ci si rapportano con lo stesso senso di colpevole inadeguatezza che attanaglia il comune lettore

Sarà per questo che il grande Franzen subito dopo l'outing si è lasciato andare a una mezza sorpresa? Ancora no, però questa estate, sapete, magari sarà la volta buona.

domenica 19 giugno 2011

Se la malattia dona il vizio della scrittura

Dici business e sembra che concetti come etica e speranza siano clandestini appena sbarcati. C'è bisogno di sguardi diversi, più penetranti, per capire che ci può essere un altro modo per vivere le aziende e le istituzioni - e a questo servono i libri di Pier Luigi Celli.

Nel suo Le virtù deboli (Apogeo edizioni), però, ho trovato quello che non mi aspettavo. Un'ultima pagina che a suo modo dà un senso a tutte le precedenti e vale l'intera lettura.

Pier Luigi Celli - il manager umanista - confessa la sua malattia: e già questo è sorprendente, l'uomo di potere che si mette a nudo raccontando ciò per cui il potere non serve. Il tumore gli arriva così:


Mi sono ammalato senza accorgermene. Pensavo ad altro. Avevo molte cose da fare...

Poi fa riferimento a due dolorose operazioni e spiega l'alternativa che si è trovato di fronte:

Quando succede, c'è solo da decidere se cedere alla sventura o ribellarsi. A scegliere mi ha aiutato, oltre alla famiglia com'era naturale, il vecchio vizio della scrittura

Quel vizio è un dono. E' la possibilità che troppe volte si era negato quando pensava ad altro. Diventa terapia, diventa vita oltre la preoccupazione per la sopravvivenza:


Nel corpo a corpo con la malattia, prendere la penna e dettare le condizioni per il mondo che vorrai è come fare con se stessi il patto di non arrendersi: c'è sempre qualcosa in più da pensare; qualcosa che merita di essere scritto. E tu hai bisogno di tempo

Parole da incidere nella vita. Abbiamo bisogno di tempo. Abbiamo bisogno di scrittura.


sabato 18 giugno 2011

Le 42 lettere di Pier Luigi Celli, manager umanista




In tempi di maghi della finanza, di guru dell'economia pronti a invocare le crude evidenze dei numeri, di dirigenti assunti per tagliare teste, ma anche di furbi e furbetti di ogni risma, quasi non ci credi, a un manager come questo, convinto che l'avvio di una nuova impresa sia anche un sogno da condividere e alimentare con entusiasmo.

Per questo è una buona lettura Nascita e morte di un'impresa in 42 lettere (Sellerio). Lettere che poi sono le email inviate da Celli ai suoi dipendenti nell'arco di alcuni mesi.

Pier Luigi Celli è uno che crede in un valore aggiunto che va al di là delle cifre e che scommette nella qualità delle relazioni. Uno che può inviare email ai suoi dipendenti anche solo per invitare a un'abbuffata o a una gara di go-kart.

Qui emerge come manager scrittore, come manager umanista, alle prese con la breve estate di un'impresa che stava per nascere e che poi non si volle “far scendere in campo”.

Quanto basta per capire che c'è modo e modo di stare sul mercato. E che ci sono sogni che magari muoiono all'alba, ma poi ritornano.

venerdì 17 giugno 2011

Così era la Groenlandia, prima di domani

Siamo in Groenlandia, più o meno verso la metà dell’Ottocento, prima che gli europei abbiamo fatto la loro irruzione nel millenario mondo delle tribù inuit. Prima del domani, appunto: il titolo di questo bel libro del danese Jorn Riel, pubblicato da Iperborea.

Uomini e donne che da sempre vivono in condizioni che a noi piace classificare proibitive. Esistenze dure sostenute dalla forza di piccole comunità che sanno trarre il meglio da una natura avara e dal succedersi delle stagioni e concedersi persino la tregua della bellezza.

Poi arrivano loro, i bianchi sterminatori. E di un’intera comunità non sopravvivono che una donna anziana e un suo nipotino, flebile possibilità di futuro.

Sullo sfondo di una vicenda poco conosciuta, quella dell’orribile massacro degli inuit, ecco una storia intensa, dolorosa e poetica.

Una storia “possibile”, raccontata da uno scrittore che per tanti anni ha vissuto in Groenlandia (prima di finire, per chissà quale singolare contrappasso, in Malesia), a partire da due crani che tanti anni fa ha ritrovato in queste terre dell’estremo nord: di una donna e di un bambino appunto,

Riel è magistrale nel raccontarci il mondo degli inuit prima del devastante impatto con gli europei. Una rara penna capace di usare al meglio tutti i colori del crepuscolo.

giovedì 16 giugno 2011

L'amore per i libri che nasce dal piacere

Il verbo leggere non contempla il modo imperativo

Grande verità, questa, perché l'amore della lettura mette radici con il piacere, non con l'obbligo scolastico, non con il senso del dovere e relativo senso di colpa, che sta ai libri come la Controriforma stava al sentimento religioso. Lo diceva Gianni Rodari, elencando ciò che non si doveva fare: ordinare di leggere, trasformare il libro in uno strumento di tortura, dare la colpa ai bambini se non amano la lettura. E di questo ha scritto in questi giorni Simonetta Fiori, in una bella pagina di Repubblica dal titolo L'amore dei libri spiegato ai bambini.

Cosa fare? Mettersi in gioco con tutti se stessi, direi. Dice Simonetta Fiori, per esempio:

Intanto la lettura a voce alta. I bambini rimangono affascinati da un adulto che sappia interpretare il testo

Non declamare, ma condividere. Creare un rapporto quasi fisico con il libro. Creare complicità. Consegnare alle parole lette le proprie emozioni, farne messaggi in bottiglia che arrivano al cuore.

Pensare che a volte le cose sembrano così complicate. Si dà persa una volta per tutte la partita con la televisione e la playstation. Forse invece basterebbe qualche compito in meno a casa e un po' di tempo in più per leggere insieme.

mercoledì 15 giugno 2011

Don Quijote e Borges, le due biblioteche


Quanti tipi di biblioteche ci sono? Infinite, ovviamente, ma leggendo Umberto Eco, ancora lui, ho intuito che grosso modo si possono suddividere in due categorie. Le biblioteche che ti spingono verso il mondo e le biblioteche in cui provi a rinchiudere il mondo.

Se le une e le altre potessero essere catalogate, così come si fa con le specie animali e vegetali, allora varrebbe la pena usare due nomi - profondamente letterari - che corrispondono a libri che nella mia personale biblioteca contano moltissimo.

Don Quijote, innanzitutto, con la sua biblioteca piena di romanzi cavallereschi, avventure e imprese. La sua storia comincia quando chiude i libri e si lascia la casa alle spalle per inoltrarsi nel mondo. Quei libri se li porta dietro, tutti nella testa e nel cuore.

E il grande Borges, poi, lo scrittore della biblioteca universale, della biblioteca dove c'è tutto (e tutto è già stato scritto), la biblioteca dove i libri si parlano tra loro

Scrive Umberto Eco:

Don Quijote ha cercato di trovare nel mondo fatti, avventure, dame che la sua biblioteca gli aveva promesso; e quindi ha voluto e creduto che l'universo fosse come la sua biblioteca. Borges, meno idealista, ha deciso che la sua biblioteca era come l'universo - e si capisce quindi perché non ha più provato la necessità di uscirne

Chissà da ragazzino, inseguendo i personaggi di Emilio Salgari, la mia biblioteca era più modellata su quella del buon Don Quijote. Ma oggi, come sento vicino a me le parole di Borges, nel suo Elogio dell'Ombra

Tra l'alba e la notte è compresa la storia
universale. Nella notte io scorgo
ai miei piedi l'errare dell'ebreo,
Cartagine annientata, Inferno e Cielo.
Dammi, Signore, letizia e coraggio
per toccare la vetta del mio viaggio

martedì 14 giugno 2011

Il poeta crepuscolare che visitò l'India come Terzani

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano.

E sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta crepuscolare, che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano.
 
Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita.

Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt).

Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho scovato queste righe: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano




lunedì 13 giugno 2011

Perché si scrive? Mica facile dirlo

È più di un gioco quello che ha fatto Repubblica in questi giorni, chiedendo ad alcuni dei più grandi scrittori del nostro tempo le ragioni della scrittura. Perché scrivo (notate, senza punto interrogativo), questo il titolo del paginone centrale della cultura impostata tutto su questa domanda-non domanda.

E dunque, ecco Andrea Camilleri che afferma, tra le altre cose:

Scrivo perché è sempre meglio che scaricare casse al mercato centrale

Ecco Mark Haddon che non ha dubbi:

Perché scrivo? L'unica risposta è perché non posso fare altro

Ecco Adam Haslett che vede nella scrittura una sorta di viaggio, comunque (e la cosa mi è congeniale):

Scrivo per viaggiare nelle vite degli altri

Ecco Patrick McGrath che lega la scrittura alla possibilità di vita contro l'oblio:

Scrivo per dare forma alle creazioni della mia immaginazione che altrimenti morirebbero nel silenzio e nel buio

Ecco Mario Vargas Llosa che richiama Flaubert e la sua frase “scrivere è un modo di vivere”:

Nel mio caso è stato esattamente così. E' diventato il centro di tutto ciò che faccio al punto che non concepirei una vita senza la scrittura

E Nathan Englander:

Scrivo per fare un po' di ordine nel caos

E che ne dite del caustico Shalom Auslander?

Per evitare di uccidere me e/o gli altri. Per ora sta funzionando. Per ora

Ma alla fine la risposta che mi convince più di tutte è quella di Umberto Eco.

Perché mi piace

Tre parolette secche. In fondo non c'è bisogno di più.

domenica 12 giugno 2011

Un libro è almeno un rigo del tuo necrologio

Detto nel modo più banale: le persone se ne vanno, i libri rimangono. Anche se di loro pare persa ogni traccia. Anche se sono condannati ad ammuffire nel fondo di un magazzino o a impolverarsi nel più dimenticato degli scaffali di una biblioteca.

Questo è almeno quello che in genere ci piace credere.

Paul Collins scrive così, nel libro in cui racconta del suo soggiorno a Hay-on-Wye, il paesino del Galles che da qualche anno ha costruito la sua fortuna sui libri usati che gli arrivano dagli Stati Uniti (Nel paese dei libri, Adelphi)


Il fatto curioso, se si ha scritto un libro, anche se caduto nel dimenticatoio, è che ci sopravviverà

Anche contro la volontà dello stesso autore, naturalmente, perché ci deve essere una qualche legge di Murphy che regola anche questa materia. Per tanti scrittori che cercano di consegnarsi all'eternità, senza riuscirci, non sono mancati coloro che hanno provato - inutilmente - a fare sparire una loro opera.

Nathalien Hawthorne, per esempio, che tentò in tutti i modi di cancellare dalla faccia della terra il suo primo romanzo, facendosi restituire anche le copie regalate agli amici per poi bruciarle. Missione fallita.

Conclude Collins - e chissà se può essere di qualche conforto:

Quando pubblichi un libro, sai in anticipo almeno una riga del tuo necrologio

sabato 11 giugno 2011

Se il titolo del libro è tutto o quasi

"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI"
Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere

E io concordo.

venerdì 10 giugno 2011

Il romanzo sulla Grande Guerra che sbagliò tempo

Non ho ancora letto La paura di Gabriel Chevallier, romanzo uscito in questi giorni per Adelphi e che due anni fa è stato salutato dalla critica francese come uno dei libri più belli e importanti sulla Grande Guerra.
Di certo lo leggerò, nonostante le perplessità - chiamiamole così - che più volte mi ha destato la  critica francese. Lo leggerò perché provo ancora a fidarmi, ma soprattutto perché mi piace leggere libri che raccontano quello spaventoso massacro, per ricordare, per cercare di capire.

La cosa strana, però, è che questo libro non è di ora, anche se solo ora viene scoperto e apprezzato. E' del 1930: troppo tardi perché potesse inserirsi nella scia delle polemiche e delle accuse successive alla conclusione del conflitto, troppo presto per evitare di non essere travolto da un altro scenario internazionale - l'ascesa del nazismo - e quindi da altri venti di guerra.

Così a consacrare Chevallier con autore di indubbio spessore non fu questo romanzo di dolore, ma tutt'altro libro, Cochemerle, una sorta di sagra paesana da burla.

Troppo presto, troppo tardi. Anche un capolavoro, insomma, ha bisogno del tuo tempo. Forse anche un libro destinato magari a diventare un classico, sempre che non sia fermato da una falsa partenza, sempre che entri in scena con la battuta giusta.

La cosa mi fa pensare, come no. Libri senza tempo e libri fuori tempo massimo.

giovedì 9 giugno 2011

Perché Andrea Camilleri uccide il suo commissario

Che si prova a uccidere il personaggio che non solo hai fatto vivere titolo dopo titolo, ma ti ha anche regalato il successo?

Ci penso su da quando mi sono imbattuto in alcune frasi di Andrea Camilleri, che pare aver condannato il suo Montalbano. Con una sentenza capitale che difficilmente sarà commutata:

Non volendo fare la fine di altri giallisti come Manuel Vazquez Montalbàn o Jean-Claude Izzo, che sono deceduti prima di far uscire di scena il loro personaggio, io mi sono portato avanti e ho già messo nero su bianco la fine del mio commissario. Ho scelto di farlo morire nelle pagine del libro, non per strada

Umano, troppo umano, che uno scrittore alle prese con la sua mortalità non prenda in considerazione anche la mortalità delle sue creature - e non decida di regolarsi a modo suo. Se poi si tratta di uno scrittore di gialli e noir la cosa si fa persino suggestiva: dopo tanti delitti sulla carta, in fondo, ecco un delitto che fa fatica a rimanere sulla pagina, che implica qualcosa anche nella vita vissuta.

Però, a dirla tutta, questa è solo l'ultima delle illusioni dell'autore, la più insensata: sperare che i tuoi personaggi ti accompagnino nella dipartita. Quando loro rimarranno vivi e vegeti, per forza, e magari ti saluteranno dall'altro lato della sponda, perfino irridenti.

Vivi perlomeno fino a quando non si consumerà l'ultima possibilità di lettura.


mercoledì 8 giugno 2011

E l'autore finì per odiare il suo capolavoro

Sostiene Umberto Eco:

Ho scritto sei romanzi, eppure tutti parlano sempre del Nome della rosa, che io odio perché è una sorta di maledizione

Sostiene Roberto Saviano:

Il mio Gomorra non lo rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se dicessi che lo amo. Perché mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore

Sostiene Truman Capote:

Nessuno saprà quanto A sangue freddo mi sia costato. Mi ha scarnificato fino al midollo delle ossa

Ecco qui, la sindrome da best-seller che affliggerebbe alcuni degli scrittori di maggiore successo, quelli da milioni di copie vendute in tutto il mondo. Capita quando il loro nome si lega indissolubilmente non a un'opera intera, ma un singolo titolo. Quello che vende, quello che è un must nelle librerie, quello che ha messo in ombra tutto il resto.

Di recente ne ha parlato Stefano Bartezzaghi su Repubblica, in una riflessione dal titolo Odio il mio capolavoro (e capolavoro non è certo sinonimo di best-seller):

Se ti chiami Dante sei Commedia anche se magari ti sentiresti di più De Monarchia. Se ti chiami Claudio Baglioni, nessuno ti libererà mai dalla "maglietta fina"


Devo dire, capisco e non capisco. Non so se questa sindrome sia frutto più di un vezzo che di un sincero risentimento. E ancora di più, nel caso, mi sembra incerto il bersaglio del risentimento: perché non l'autore stesso, incapace di superarsi, come un saltatore che sceglie una misura troppo alta?

Però, a ripensarci, capisco.

martedì 7 giugno 2011

La "vicevita" che corre via sul treno

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"Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos'altro... La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro... Sono i momentio in cui facciamo da veicolo a noi stessi. E' ciò che chiamerei la vicevita"

Comincia così, con questa sorta di premessa, La vicevita di Valerio Magrelli, poeta importante che questa volta presta la sua penna e la sua ispirazione all'esperienza del viaggio in treno.

E' curioso, ma senza nessuna esplicita volontà questo piccolo libro, pubblicato nella collana Contromano di Laterza, mi è capitato tra le mani appena terminato le pagine di Paolo Cagnan sulla Transiberiana, un'opera dedicata insomma proprio a questa esperienza. Cosa che mi conferma che se anche non ci sono progetti consapevoli di lettura, ci sono richiami, corrispondenze, percorsi da una pagina all'altra che sono come le pietre su cui si salta per attraversare un torrentello (attenti agli scivoloni, però).

Proprio la lettura di Cagnan è un buon modo di dissentire dalle prime righe - e anche dal titolo - di Magrelli. Perché per me il viaggio in treno, benché sia sempre ovviamente uno spostarsi verso qualcos'altro, e quindi anche un'attesa di qualcosa che ora non c'è, beh, è vera vita, vita piena.

Alla fine il treno fermerà nella mia stazione, io prenderò con me il mio bagaglio, scenderò, mi guarderò qualche attimo intorno, e poi mi incamminerò, con fretta maggiore o minore secondo le circostanze. E sarà certo qualcosa di diverso.

Eppure se mi guardo indietro il viaggio in treno è sempre stata per me esperienza di straordinaria intensità: che io guardi dal finestrino il mondo che passa mentre in realtà sono io che passo, che legga un libro finalmente sganciato da qualsiasi altra incombenza, o che puri curiosi negli sguardi e nei gesti dei miei compagni di viaggio.

C'è molta poesia nell'andare treno e per questo è giusto che un poeta, per cui il treno è stato pendolarismo più che viaggo, abbia sentito la voglia di raccontarcelo.

Su diverse altre cose dette da Magrelli non mi sono trovato d'accordo. Ma questo non era necessario. L'importante era ed è lo sguardo poetico che sostanzia queste pagine di riflessioni, piccole storie, incontri fugaci.

Serve questo sguardo per educarci anche noi a questo sguardo. Per attingere al pozzo della poesia anche quando c'è solo lo sferraglio delle ruote sui binari. E magari l'aria condizionata nemmeno funziona.

lunedì 6 giugno 2011

Metti quel giorno a bere con Mordecai e Barney


"Richler, cosa fai?" gli chiedevano. E lui: "Scrivo romanzi". "Ah, bene. E di lavoro?"

E' sempre così, con Mordecai Richler, un sorriso e una strizzata di malinconia, una battuta corrosiva e una lacrima che fa capolino. Se c'era bisogno di conferme, ecco questo libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (Bompiani).

Uno di quei libri che uno compra quasi per dovere - come potrei altrimenti visto che la Versione di Barney me lo porterei sulla famosa isola deserta? - e che invece uno finisce per divorare solo per piacere, per immenso piacere.

E sarà che hai delle idee su quello che deve esserci dentro e che queste idee vengono da subito deliziosamente smentite. Sarà che non si tratta di un saggio su Mordecai Richler - lui avrebbe certamente detestato i saggi su Mordecai Richler - ma piuttosto di un viaggio in Canada sulle sue tracce, di una memoria affettuosa, di un gioco delle parti.

Sarà che il titolo ti spiazza e ti porta altrove.

Pensate. Sulle strade di Barney. Mica Sulle strade di Mordecai. Un viaggio all'inseguimento di quel magnifico personaggio, Barney Panofski, che ebbe la magnifica sorte di uscire dalle sue pagine e di confondersi con lo scrittore che lo mise al mondo...

E questo libro è anche questo, una dolce, commovente, divertente tentazione di equivoco tra Mordecai e Barney. Con lo stesso Christian che si mette in mezzo tra i due, magari per una bella bevuta insieme in quel localino di Montreal, non prima delle quattro del pomeriggio, però...

domenica 5 giugno 2011

Quando i fiori entrano nel noir

Prendi l'aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso

Così scriveva William Shakespeare nel Macbeth, e vi assicuro, è a queste parole che ho pensato leggendo Sangue di rose di Andrea Gamannossi (Mauro Pagliai editore), scrittore fiorentino di gialli e di noir che questa volta si è divertito a incrociare passioni e interessi, mettendo insieme fiori e delitti, piaceri della lettura e piaceri della tavola.

E ci sono davvero molte cose in questo libro, che si legge in poco tempo ma che poi rimane a lungo dentro con la forza della sua originalità e delle sue suggestioni: tre racconti noir, tre menù con ricette a base di fiori, più alcune pagine sospese tra la tentazione del catalogo botanico e la fame di letteratura (e non solo di letteratura).

E si sa, l'incrocio tra delitti e buona tavola ormai è un fatto acquisito, lo è fin dai tempi di Rex Stout e del suo Nero Wolf, per non dire di George Simenon e del suo commissario, figurarsi oggi. Ma provate ad allargare il cerchio con un altro anello e quindi a chiuderlo con i fiori.  Già per la cucina le sorprese non mancano, almeno per il sottoscritto, che si era fermato ai fiori di zucca e, a dire tanto, al risotto alle rose...

I fiori. I fiori che si donano per un anniversario ma che accompagnano anche un funerale. Amore e morte, la combinazione più scontata, ma da cui tutto sommato abbiamo salvato i fiori...

Non ricordo chi diceva: un cinico è uno che, quando sente profumo di fiori, si guarda in giro per vedere una bara.

E anche a non esserlo, cinici. Ben venga questo libro di Gamannossi che ci aiuta a capire che i fiori sono come i noir, male e bene, amore e morte. E che sempre, o quasi sempre dipende solo da noi.

sabato 4 giugno 2011

Se è Omero che potrà salvarci

La guerra, per un attimo, era sembrata lontanissima. Molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa sorgente....

Che straordinaria occasione nel bel mezzo del massacro, quel giorno sotto il sole di Creta,  lo sguardo a scendere giù per le rocce fino al mare che era stato lo stesso mare di Odisseo. Il generale nazista e l'uomo che lo ha fatto prigioniero. E in mezzo una manciata di versi che arrivano dal mondo classico e che, per un istante, segnano la possibilità di una tregua.

E' con questo ricordo da Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor (Adelphi) che comincia una bellissima pagina su Tuttolibri di Silvia Ronchey, titolo Omero, solo tu ci salverai. Dice, Silvia Ronchey:

L'antico sospende il tempo, l'eterno sconfigge la storia
Il classico, spiega Silvia Ronchey, sconfigge quelle che Braudel chiamava le increspature di superficie, le mode passeggere, gli appetiti più o meno devastanti, gli eventi che sembrano cambiare tutto e che invece svaniscono, lasciando quello che c'era prima.

Per Marguerite Yourcenar amiamo il passato perché è il presente sopravvissuto nella memoria dell'umanità. Per Walter Benjamin un classico è tale e resiste lungo i secoli poiché in qualunque tempo sia stato scritto usa sempre la lingua del presente.

Dice ancora Silvia Ronchey:

I veri classici non fuggono, sfidano e sono sempre pericolosi. Un classico è sempre eversivo, sempre trasgressivo, sempre anticonformista... Non ha quindi senso chiederci se i classici antichi abbiano un futuro. Pe definizione, ci aiutano a scavalcare il presente, le sue effimere ideologie, i suoi dibattiti, gli schemi del nostro pensare. E in questo senso ci avvicinano, più ancora che al passato - a noi in effetti sempre inconoscibile - al futuro. 

Non  so se ne sono completamente convinto, ma anch'io voglio crederci


venerdì 3 giugno 2011

Se la vera geografia è quella immaginaria

Alla base della geografia c'è immaginazione e curiosità. E che la geografia sia legata alla ricerca del paradiso terrestre mi sembra ovvio: le prime carte geografiche, in Occidente, cercavano appunto di localizzarlo

Lo dice Umberto Eco, in un'intervista di Wlodek Goldkorn pubblicata su L'Espresso. Lo dice quasi en passant, per parlare poi di molte altre cose. E almeno a me mi ha lasciato con parecchia voglia di saperne di più.

Perchè il tema, in sostanza, è questo: la geografia come scienza immaginaria. Ovvero l'evanescenza della scienza del mondo com'è, della scienza che quasi si può toccare, come si tocca la terra che si calpesta. Montagne e pianure, mari e fiumi: ma su tutto la nostra immaginazione.

Il pianeta com'è, ma soprattutto il pianeta come ce lo immaginiamo, come lo sogniamo, in fondo anche come lo vogliamo. Un pianeta, ma anche due pianeti che sono irrimediabilmente diversi e necessariamente uguali.

La geografia dei geografi e la geografia dei viaggiatori immaginari.  Charles Darwin - per dire uno scienziato - ed Emilio Salgari. E ora anche Umberto Eco che mi spiega quello che forse confusamente avevo già intuito:

Sono affascinato dalla geografia immaginaria, perché ogni geografia in statu nascenti lo è, altrimenti registra quello che già si sa

giovedì 2 giugno 2011

Incontrando Giuseppe Garibaldi, morto il 2 giugno

(da Paolo Ciampi, Miss Uragano, Romano editore)

Garibaldi è una leggenda che mette in movimento le fantasie e riscalda i cuori di molti. Lo puoi seguire senza tentennamenti perché è più di noi e allo stesso tempo uno di noi: uno senza ricchezze e senza quarti di nobiltà; uno che dimostra che tutto è davvero possibile.

Ripercorri la sua storia e scopri un’adolescenza trascorsa tra il porto di Nizza e i primi imbarchi come mozzo. Settimane, mesi interi, a spazzare i ponti, pelare patate, rammendare reti, a dividere con altri ragazzi le fatiche e le avventure del mare.

Garibaldi è il marinaio che uno strano destino e un bisogno di giustizia consegnano a una causa; il giovane che brama di iniziarsi ai misteri del Risorgimento, che cerca ovunque libri sulla libertà italiana e individui consacrati ad essa; il giramondo che incrocia sognatori francesi, carbonari in esilio, e un giorno, in un porto sperduto del Mar Nero, il credente ligure che gli svela il programma di Mazzini e della Giovine Italia.

È il cospiratore che nel 1833, nei sobborghi di Marsiglia, viene presentato proprio a Mazzini e senza esitazioni si mette al suo servizio, per rimediare già l’anno dopo, conseguenza di un piano appena abbozzato e subito fallito, una condanna a morte in contumacia.

È l’esule che abbandona la sua terra per ben tredici anni, che si trascina per il mondo e tenta di tutto, fa di tutto: il marinaio al servizio del bey di Tunisi e il volontario in un ospedale di Marsiglia durante un’epidemia di colera, il viaggiatore di commercio e l’insegnante di storia e matematica, il corsaro e il soldato. Un po’ Byron e un po’ Robin Hood.

È l’avventuriero idealista che approda in Sudamerica e lì comincia a scrivere la straordinaria epopea del Generale. Il Rio Grande do Sul e i tre anni di combattimento contro il Brasile, le scaramucce nei pantani e la carne arrostita all’aperto, i corpi dilaniati dai cannoni e i canti con i compagni, l’impresa pazzesca sul fiume Paranà e le trame dei politicanti di sempre.

E poi la Repubblica di Montevideo, l’Uruguay difeso dalle mire della più potente Argentina, i combattimenti a fianco degli umili, degli schiavi neri, dei farrapos, cioè dei pezzenti. Lo sguardo che insegue i gauchos a cavallo, la loro libertà nella pampa senza confini assaporata e invidiata. E quel giorno che da un qualche magazzino di Buenos Aires spuntano gli indumenti destinati ai macellai: le prime camice rosse.

È il rivoluzionario che nel Quarantotto scorge la possibilità di combattere al servizio della sua Italia, finalmente, e non se la lascia scappare, l’afferra e se la tiene stretta. Non confidate che in voi. Chi vuole vincere, vince, non si stanca di ripetere ai suoi uomini. E in questo modo scrive altri capitoli della leggenda: la guerra in Lombardia e soprattutto la strenua difesa della Repubblica Romana, con il coraggio e la determinazione che tutti gli riconosceranno.

È l’uomo che si dimostra più forte degli eventi che precipitano.

Guardatelo il giorno che lacero e sfinito arriva in Campidoglio; tutta l’assemblea della Repubblica in piedi per omaggiarlo e lui ad ammettere, prima di tutto a se stesso, quello che né il suo cuore né le sue orecchie avrebbero mai voluto ascoltare, cioè che difendere Roma è ormai impossibile: perché poi è maledettamente vero quanto afferma Mazzini, le monarchie capitolano, le repubbliche muoiono.

Però poi andategli dietro subito dopo la resa, in piazza San Pietro, quando si rivolge ai suoi volontari perché non lo abbandonino. Non offro né paga, né quartieri, né provvigioni. Vi offro solo fame, sete, marce forzate, battaglie e morte. Sembrano le parole di Churchill del maggio 1940: e lo statista inglese, si sa, su Garibaldi avrebbe voluto perfino scrivere una biografia. In quattromila lo seguono, per combattere sugli Appennini.

E così è il ribelle braccato che si destreggia tra cinque eserciti che gli danno la caccia. Bivacchi e spostamenti notturni. La piccola armata che si dissolve. La morte per stenti di Anita, la moglie sudamericana che lo aveva voluto seguire in questa scorribanda per l’Italia, in questa causa persa in partenza, cavalcando a suo fianco, lei già incinta di cinque mesi, gli splendidi capelli neri tagliati e una divisa da ufficiale indosso.

E poi l’incredibile fuga resa possibile solo dall’aiuto disinteressato dei più umili: contadini, mugnai, barcaioli, poveri pescatori, artigiani che non lo tradiscono, nonostante i rischi, la taglia sul suo capo, le bande di soldati croati sguinzagliate dietro l’infamo Caripalda. L’addio alla madre, che non rivedrà più, e poi altri anni di esilio, tra New York e il Perù, tra Panama e Hong Kong, lontano persino dai bambini che ha avuto con Anita.

Ora, dopo tanto vagabondare, dopo oltre quattro anni e mezzo di assenza, Garibaldi è ritornato nella sua Nizza.

Ed è questo l’uomo, è questo il mito, che Jessie sta per incontrare.

mercoledì 1 giugno 2011

L'inghilterra di Arbasino, prima di tutto

Quando ancora Londra non era la swinging London, minigonne, vernissage e icone pop. Quando ancora non ci si divideva tra Rolling Stones e Beatles e figuratevi se ci si poteva immaginare che un giorno ci sarebbero stati anche i Sex Pistols. Quando ancora Londra era il cambio della guardia e il British Museum e le tea-houses e gli editoriali del Times, tutte cose che, a pensarci, ci sono anche ora, solo che sembrano sopravvissute, dopo che la Margaret Thatcher e Tony Blair hanno scavato un solco di secoli.

Insomma, la Londra degli anni Cinquanta, gli anni prima di tutto. Un ponte tra due epoche, l'Inghilterra vittoriana e un'altra Inghilterra. L'idea di essere ancora ombelico del mondo e un altro mondo che intanto si annuncia. E quanta cultura, quanta arte, in questa Londra.

In Lettere da Londra (Adelphi) Alberto Arbasino vi si tuffa come un pesce nel suo mare. Incontra, intervista, racconta. L'indice del libro sembra lo scaffale dei classici di una libreria: T.S. Eliot, E. M. Forster, EW. H. Auden, (chissà perché questi scrittori ce li immaginiamo solo con le iniziali puntate), Christopher Isherwood, William Golding, Stephen Spender... senza dimenticare gli angry young men che si affacciano sulla scena, e poi i grandi attori tipo Laurence Olivier e Alec Guinness... senza dimenticare la grande musica e il balletto e la pittura...

C'è tutto in questo libro di Arbasino, che lo confesso, non è di agile lettura, perché Arbasino è sempre Arbasino, uno degli scrittori a massima densità di riferimenti, citazioni, rimandi.

Però queste lettere - che forse sarebbe meglio chiamare corrispondenze - non destano solo una spaventosa invidia. Perché anche noi entriamo in punta di piedi in una di queste case, ci sediamo a uno di quei tavolini apparecchiati per un afternoon tea. Anche noi salutiamo Forster a Piccadilly Circus, una sera piovigginosa e un treno della notte che sembra un sipario calato...