martedì 31 maggio 2011

Se la rivoluzione digitale segna il passo

Aiuto, mi si è sgonfiato l'ebook

Non lo dico io che, lo sapete, ho sempre diffidato. Questo è uno dei titoli con cui Tuttolibri ha raccontato l'ultima edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Che ovviamente di libri digitali ha parlato molto, anche se con più cautele e meno trionfalismi di appena alcuni mesi fa.

Su tutte le parole di Shulim Vogelmann, editore di Giuntina:


Sono andato avanti senza pregiudizio, ma ora mi chiedo: chi me lo fa fare? 

E alla fine il problema è sempre quello: anche a non essere iscritti a pieno titolo al partito della carta, cosa si fa davvero contro la pirateria? Cosa si fa, anche sulle varie piattaforme di vendita, per proteggere i diritti degli autori e degli editori?

Non tutti, è chiaro, la vedono così bigia. Non fosse altro che per rassegnata accettazione del corso delle cose. Riccardo Cavallero di Mondadori, per esempio:


Tu puoi anche decidere di non fare l'ebook, ma lo farà qualcun altro

Ma in ogni caso non mi pare più tempo per proclami e brindisi allo champagne. E chissà che non sia meglio per tutti - ora che il merato ebook in Italia rappresenta ancore solo lo 0,1% (negli Usa è il 10%). Meglio anche per lo stesso ebook.

lunedì 30 maggio 2011

50 mila libri, 50 mila promesse per il futuro

Dedicato a tutti coloro che ritengono che la libreria deve essere una sorta di collezione di trofei - i libri già letti - invece che una possibilità a portata di mano. Per loro valgono queste parole di Umberto Eco:

Una biblioteca serve a tenere i libri che non si sono ancora letti. Io, che ho una biblioteca di 50 mila volumi, devo ancora leggere come minimo 50 mila volumi. 


Il bello delle biblioteche è che disegnano un futuro di grandi piaceri e deliziose letture....

Buono da ricordarselo la prossima volta che qualcuno vi entrerà in casa domandando: letti tutti?

domenica 29 maggio 2011

Due scaffali di libri e i miei sogni di ragazzino


(dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Sono orgoglioso della mia libreria come di poche altre cose di casa. È bella, sa di antico. Castagno stagionato, aria di solidità, la semplicità che ha l’eleganza delle cose che sono come devono essere, senza artifici, senza strane pretese. Farebbe la sua figura in una vecchia biblioteca, di quelle con un odore particolare, che non so se è della carta o dell’inchiostro o della cera con cui si tratta il legno, ma che è quello e solo quello. L’odore delle vecchie biblioteche.

Pensare che è costata il giusto, forse addirittura meno del giusto. Trovata e presa da un vecchio rigattiere che a sua volta l’aveva trovata e presa come un’occasione irripetibile. L’intero archivio di un comune alluvionato, dato via per poco o niente come se il fango gli avesse inferto danni irreparabili.

Due scaffali sono solo per loro, i libri di Emilio. Le vecchie edizioni illustrate che mi sono trovato in casa, forse di mio padre, forse addirittura di qualche mio nonno; i meravigliosi cofanetti della Mondadori, uno per ciclo, che per qualche anno mi vennero regalati per Natale; i libriccini della Mursia, assai meno pretenziosi, con quei caratteri fitti fitti e quelle pagine così leggere che a volte girandole si strappavano; i volumi che più tardi amici come Tito mi hanno portato di ritorno dai loro viaggi. Questo ti piacerà, l’ho trovato in una bancarella di Buenos Aires...

Due scaffali possono non essere un granché per chi ama i libri, per chi li ama anche a prescindere dalla lettura, per chi li ama di un amore fisico, come oggetti del desiderio da guardare, toccare, annusare, sfogliare. Sono qualcosa di enorme se dentro ci sono tutte le ore che un ragazzino ha passato a leggere e fantasticare.

Come diceva Cicerone? Una casa senza libri è come un corpo senz’anima. Oggi capisco meglio cosa voleva dire.

Per l’ennesima volta ora li abbraccio con uno sguardo che ancora non è routine. L’indice corre lungo le coste, come a controllare che negli ultimi giorni qualche titolo non sia sparito.

Qui sono custoditi lunghi pomeriggi d’estate su una sdraio in giardino, per terra un altro libro in attesa e la caraffa del tè freddo di mia madre. E anche tante sere di inverno, la pioggia battente e io sotto le coperte: la mia cameretta come la cabina del comandante e fuori il fortunale che imperversa.

sabato 28 maggio 2011

Romain Gary, lo scrittore che volle nascondersi

Quante vite, quante storie, quante lingue e quanti nomi che ebbe Romain Gary.

Facile dire, oggi: uno dei grandi scrittori del nostro Novecento, l'autore di libri necessari come La vita davanti a sé o Mio caro pitone. In vita - prima che lui stesso decidesse di porre termine allo spettacolo - fu molte altre cose: diplomatico, viveur, cineasta, viaggiatore, aviatore e .... tutto, fuorché romanziere.

Lasciò un nome - Roman Kacev - e la sua prima patria - la Lituania. Ne acquistò un altro, di cui si serrvì per vivere in Francia, ma non in quell'altra patria che fu la letteratura.

Solo dopo la sua morte si capì che era lui Emile Ajar, l'autore di quei capolavori, il vincitore nientemeno del Goncourt.

Romain Gary era convinto che ciò che chiamiamo io è in realtà una brutta bestia, che bisogna tenere a bada. Non sa che gli succederà tra dieci minuti ma si prende sul serio, e scrive elegie d'amore a se stesso.

Romain Gary ebbe in dono la virtù della coerenza. Anche la sua autobiografia - oggi edita da Neri Pozza con il titolo La notte sarà calma - fu in realtà un abile travestimento e un perfido depistaggio.

Mi piace, Romain Gary. Mi piace in tempi in cui non si può prescidere dai palcoscenici, dai coni di luce, dai nomi gridati e applauditi. Dalla presunzione che riesca a rendere superflua ogni domanda che conta davvero.



venerdì 27 maggio 2011

King, Carver, e quello che si farebbe per pubblicare

Il talento dello scrittore spesso gira su se stesso in modo innocente, ma gli scrittori le cui opere rilucono di introspezione e mistero nel loro privato spesso sono dei mostri ordinari

Fa effetto leggere su un giornale Stephen King che scrive di Raymond Carver, perchè Stephen King pare che su un giornale Stephen King possa essere solo un argomento. Ma poi come si fa a non leggerlo? Come si fa a non inseguire la storia di Carver, questo mostro ordinario che sembrava vivere solo per perdere ogni occasione e bere fino alla morte?

Parlare di Raymond Carver oggi significa parlare anche del suo editor, Gordon Lish, che pare abbia imposto ai manoscritti cambiamenti tali da cambiare anche la sua pelle di scrittore, da proporre al mondo dell'editoria un altro scrittore (e non che l'altro, quello vero, non fosse bravo, ci mancherebbe). Fu un passaggio obbligato, accettare quei cambiamenti tramite i quali Carver divenne il grande minimalista della letteratura americana. Obbligato, perché Lish deteneva il potere di accedere alla pubblicazione.

Si chiede Stephen King:

Qualsiasi scrittore si sarà chiesto che cosa avrebbe fatto o farebbe in analoghe circostanze. Di certo, a me è capitato: nel 1973, prima che il mio romanzo fosse accettato per la pubblicazione, mi trovavo in difficoltà simili. Ero giovane, perennemente ubriaco, cercavo di mantenere moglie e due figli, scrivevo di notte, speravo in un'occasione.

Speravo in un'occasione. In fondo sta tutto in questa frase. E prima di tranciare giudizi: noi cosa faremmo, per aggrapparci a quell'occasione?


giovedì 26 maggio 2011

Quando si confonde il merito con il successo

A proposito, Victor Hugo ne I miserabili ci aveva già lasciato parole definitive:


Sia detto di passaggio, il successo è cosa abbastanza sporca, la sua falsa rassomiglianza con il merito inganna gli uomini

Successo e merito: due parole e un equivoco. Sarà un caso, ma più aumentano i successi immeritati e i meriti senza successo e più si confondono come fossero sinonimi. La qual cosa - come avviene quasi sempre con le parole - non è neutra, ma piuttosto sintomo di una decadenza che non è solo della lingua di ogni giorno.

Successo e merito, dunque. Una società che alimenta il mito del successo con la foglia di fico del merito. Tutto per le ansie e le frustrazioni dei più giovani, di cui parla Pier Luigi Celli in La generazione tradita.

Sembrerebbe dunque che assegnando loro un compito impossibile, quale quello di riuscire nonostante tutto, in realtà non attribuiamo più valore al futuro, ma semplicemente stiamo confermando la svalutazione del presente

Però che ne dite di un mondo in cui anche il merito del successo meritato si porta l'ombra del successo immeritato?

Come Roberto Saviano dice in un'intervista a Wired:

Quello che vivo male è il fatto che in Italia qualsiasi persona riesca a raggiungere un traguardo, immediatamente genera un sospetto

E tra tutto, questo mi sembra proprio il peggio.

mercoledì 25 maggio 2011

Pier Luigi Celli e la generazione tradita


Quanta acqua è passata sotto i ponti da quando erano i giovani a voltare le spalle agli adulti, in un'ansia di futuro che a volte si faceva sogno rivoluzionario e altre volte fuga. 

Ne è passata tanta di acqua che oggi la generazione “contro” è quella degli adulti. E sono loro che hanno voltato le spalle ai loro figli. 

Una generazione tradita, appunto. Una generazione a cui è stato portato via quel futuro che un tempo poteva essere addirittura utopia. Una generazione che vive anche il presente come assenza, invisibilità, impossibilità a costruire, progettare, contare. 

Da un'università che non mantiene le sue promesse a un lavoro che pare una condanna al precariato. Da una politica immorale e faziosa a una società che sempre di più è dominata da un individualismo sfrenato. Il merito che è quasi un handicap e tanto posto al sole per i soliti furbi e i raccomandati della prima e dell'ultima ora. 

E' questa l'Italia di oggi, solo che Pier Luigi Celli in La generazione tradita non si limita a descriverla per consegnarci alla rassegnazione. 

C'è voglia di riscatto, in queste pagine. E qualche buona idea per raccogliere la sfida del futuro.

martedì 24 maggio 2011

Se la provincia è un po' come l'America

Uno pensa alle grandi città, a Roma, a Milano, magari anche a Torino, a Firenze, a Genova.... insomma alle città con le case editrici, le grandi librerie, i caffé storici, i circoli che contano, e via di seguito, facile pensare così, pensare che cultura e grande città vadano a braccetto.

Per fortuna poi che a volte lo sguardo può cadere anche su una pagina come questa di Luciano Bianciardi, tratta da Il lavoro culturale, libro straordinario di volti e parole e idee della provincia più provincia, figuratevi, la Maremma del dopoguerra.


Noi ordinavamo bicchierini di grappa e si restava lì un paio d'ore, a sorseggiarla, a guardare i camionisti, a parlare di letteratura. Letteratura americana, naturalmente; e veniva sempre il momento in cui il nostro ospite osservava che quell'angolo di provincia, così, con la campagna a ridosso e la grande strada della capitale, e i camionisti, un posticino così, tranquillo, bene illuminato, pareva proprio uscito da una pagina di Hemingway. O di Saroyan.

La provincia doveva essere un po' tutta così, fosse America, Russia, o la nostra città. La provincia, culturalmente, era la novità, l'avventura da tentare


E non so se ci voglio davvero credere, non so se vale solo per tempi ormai lontani, non so se è più un crampo di nostalgia, una velleità, o un dato di fatto, ma sogno questa provincia, mi piace pensare che l'Italia sia questa immensa rete di compagnie amatoriali, filarmoniche, associazioni delle più varie, storici locali, bibliotecari, maestri, lettori appassionati... che sia questa l'Italia della grande provincia. O che magari possa esserla.

lunedì 23 maggio 2011

Se un trasloco dà il senso dei libri che contano

Chi, come me, ha cambiato qualche decina di residenze, riallineato infinite volte Bukowsky e Busi, ricomprato almeno tre volte gli stessi trenta libri, ha infine accettato l'idea che perdere è conservare quello che conta

E' una  bella frase che ho letto l'altro giorno su Repubblica, in una pagina di Gabriele Romagnali sulle librerie degli scrittori. Mi ha fatto venire in mente che il rapporto con i propri libri non è necessariamente quello dell'accumulo. A volte quello che conta non è aggiungere ma sottrarre.

Ben vengano insomma anche i traslochi, se non si tratta solo di inscatolare tutti i libri e portarseli via. Se si tratta di scegliere. Di sacrificare qualche titolo perché ce ne sono altri di più cari, addirittura di insostituibili.

Ben venga, perché è come quella domanda sull'isola deserta. Se vi capitasse di far naufragio e avete solo cinque, o dieci, o venti libri da portare con voi, quali vi portereste? E giù a stilare la propria personalissima graduatoria.

Solo che un trasloco può rendere decisamente concreto ciò che altrimenti è accademia. Assegnare valore. Rimettere in discussione.

Ben venga, e per quanto le apparenze dicano il contrario, è anche un punto di vantaggio su tutti gli adoratori dei libri virtuali.

domenica 22 maggio 2011

Ricordando Enrica, la ragazza di Ferrara

E’ strano, ci sono nomi che sembrano fatti apposta per coglierti di sorpresa, per evocarti l’esatto contrario di quello a cui si riferiscono. Ferrara è uno di questi. Lo pronunci ad alta voce ed esce fuori un suono che ha un che di duro, di implacabile. E’ una ruota dentata in movimento, una carta vetrata usata con energia, la scintilla che si sprigiona dal metallo. 

Poi pensi alla città, alle sensazioni che ti desta, all’immaginario che la sua storia e le sue persone hanno sedimentato. Ferrara indolente e gaudente. Ferrara e le meraviglie del Rinascimento. Ferrara e le nebbie che arrivano dalla Padania e la nascondono come un bambino sotto le coperte rimboccate. I contorni sfumati e i giardini segreti, i trilli delle biciclette e il pane come solo qui sanno fare.

Ferrara mite e tollerante nei secoli. La città che più di tutte, in Italia, è inconcepibile senza l’impronta che le ha lasciato la sua comunità ebraica.

E’ una storia, questa, che affonda le sue radici nel passato remoto, fino a epoche su cui gli esperti ancora si accapigliano, ma che irrompe alla luce del sole nel Quattrocento, quando sono i duchi di Este a governare dispensando sicurezza e prosperità. Ferrara spalanca le sue porte agli ebrei in fuga dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Germania, da Napoli e da Roma. E la vita di questi profughi si intreccia con quella di una città che con essi cresce e si arricchisce. Spuntano come funghi forni, laboratori artigiani, stamperie.
Sinagoghe, scuole e cimiteri trovano posto all’interno delle mura dai mattoni rossi. Diverse famiglie costruiscono cospicue fortune. Generazione dopo generazione nascono e si consolidano legami che nemmeno la fine degli Estensi, il passaggio allo Stato della Chiesa e la vergogna del ghetto riusciranno a spezzare.

Ancora a cavallo tra Ottocento e Novecento a Ferrara la comunità ebraica conta un migliaio di  anime - pensate, oggi si sono ridotte a poche decine -  e soprattutto è una comunità viva, presente, attiva, a dispetto di tante antiche tradizioni che si stanno stingendo.

E’ in questa città che nasce Enrica.

Ferrara, certo, la accoglierà solo per un tratto di vita. Quando arriverà il momento di spiccare il volo, di giocarsi le carte che ha in mano, l’arrivederci sarà in realtà un congedo definitivo. Eppure qualcosa mi suggerisce che è proprio qui, e non altrove, che si doveva salutare questa nascita.

Sarà perché alla fine le pagine si confondono, perché rimandi e corrispondenze rilegano un altro libro, e quello che viene fuori è molto molto simile a un racconto di Giorgio Bassani.

Per un attimo ritorno al Giardino dei Finzi Contini, magari così come è stato tradotto in immagini da Vittorio De Sica. E non c’è ragione; ma già intuisco che l’esistenza di Enrica sarà impastata dei medesimi ingredienti: dolcezza e desideri inespressi; dolore rarefatto, trattenuto, per quanto si è già perso e senso di una tragedia incombente.

(da Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina editore)

sabato 21 maggio 2011

Cosa legge lo scrittore, cosa mangia il cuoco

Chiedersi come sia la biblioteca di uno scrittore è come immaginare che cosa mangia un cuoco o come si senta un regista quando va al cinema

Ha ragione Gabriele Romagnoli, che così su Repubblica comincia una sua inchiesta sulle biblioteche degli scrittori. Ha ragione ed è così, anche se tutto sommato tra lo scrittore e il cuoco ce ne corre. O almeno, sul cuoco mi viene meno da chiedermelo, perché immagino che ci possa essere un grande chef che si ciba al fast-food sotto casa, mentre non riesco a concepire un grande scrittore che non sia un grande lettore.

E figuratevi, mi interrogo sulle biblioteche dei miei conoscenti, entro in case che non conosco e spingo subito il mio sguardo verso gli scaffali, ma con gli scrittori la curiosità diventa più che curiosità.

L'altro giorno seguivo un'intervista televisiva di Andrea Camilleri e mi sono incollato allo schermo nel tentativo - riuscito a metà - di decifrare alcuni titoli nella libreria alle spalle. Solo per dire, ma il tema è decisamente intrigante, va davvero oltre la curiosità. Romagnoli lo spiega così:

C'è un rapporto diverso tra la libreria e il suo possessore quando, in altre stanze, altre case, la sua opera può farne parte

E io aggiungo che è vero anche il contrario. Perchè ciò che più mi intriga non sono i libri che lo scrittore riuscirà ad aggiungere alla sua libreria, ma i libri già sugli scaffali che in qualche modo riusciranno a far parte dei libri dello scrittore.

venerdì 20 maggio 2011

Bisanzio, la civiltà che abbiamo fatto sparire

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Una civiltà, diciamo pure, inferiore

Così sì è detto a lungo, e se non si dovrebbe dire di nessuna civiltà, figuratevi se si può dire di Bisanzio. Eppure, si dica o no, questa civiltà l'abbiamo fatta sparire. Dalla nostra consapevolezza, dal nostro immaginario. Mille anni di storia condensati in poche righe dei manuali scolastici, in qualche luogo comune, nei diversi nomi di una capitale (Costantinopoli, Bisanzio, Istambul), nell'idea di un mondo complicato e sanguinario.

Pensate, cosa è rimasto se non un aggettivo che non rende giustizia? Bizantino, cioé sottile, eccessivo, pedante, arzigogolato...

Per fortuna che poi arrivano libri come L'enigma di Piero di Silvia Ronchey che, in modo magnifico, riescono a ristabilire le misure e a ripagare i debiti. Perché si può far finta di ignorare che per secoli non ci fu nemmeno la percezione della caduta dell'impero Romano, perché Roma era diventata semplicente Bisanzio. Ma alla fine bisognerà riconoscere che anche il Rinascimento non sarebbe stato il Rinascimento senza Bisanzio.

Che bello, questo libro, che parte da un quadro di Piero della Francesca e dal suo enigma, per abbracciare un intero mondo, una civiltà e le sue possibilità. Roma e la seconda Roma. Roma e l'Islam. Bizanzio e l'Europa ancora da costruire.

E questi straordinari personaggi, completamente dimenticati. Prima di tutto Bessarione - sfido chiunque a sapere chi è - filosofo neopagano e insieme alto prelato cristiano, uomo di immensa cultura e di immenso potere che coltivò due grandissimi sogni: prima salvare Bisanzio dal naufragio della storia, poi consegnare l'eredità di Bisanzio all'Occidente che pure non si era mosso per salvarla.

Fallì nel primo obiettivo, ma quanta arte, quanta filosofia, quanti tesori gli dobbiamo, grazie alla sua opera.

Bessarione diceva:

Non c'è tesoro più prezioso, non c'è tesoro più utile e bello di un libro. I libri sono pieni delle voci dei sapienti, vivono, dialogano, conversano con noi, ci informano, ci educano, ci consolano, ci dimostrano che le cose del passato più remoto sono in realtà presenti, ce le mettono sotto gli occhi. Senza i libri saremmo tutti dei bruti

Quanto gli dobbiamo, quanto lo abbiamo dimenticato.

giovedì 19 maggio 2011

Quando l'"invincibile" è proprio Don Chisciotte

Non inseguite i vincitori, perché i vincitori prima o poi cadono, i vincitori finiscono sempre per assaggiare la polvere, per masticare amaro, per misurare il vuoto che si spalanca improvviso. Cercate altri eroi, altri modelli: più inattuali forse, più veri certamente. I perdenti che si rialzano, per esempio. Chi cade e si rimette in piedi pronto a cadere di nuovo, nel caso. Don Chisciotte, per esempio. Anzi Chisciotte, senza nemmeno il Don.

E' un buon consiglio che ci arriva da Erri De Luca, a cui Tuttolibri ha chiesto un libro di ieri per i giovani di domani. E lui si è ricordato di Nazim Hikmet e di quel verso - tu sei il cavaliere invincibile degli assetati - dedicato appunto a Chisciotte

Invincibile lui che ha perso tutte le sue battaglie: possibile? Sicuro: invincibili non sono quelli che detengono primati e supremazie, perché da quei gradi e gradini presto o tardi rotolano giù. E si sgretolano come le meringhe, i pretesi vincenti. Invincibili sono al contrario quelli come Chisciotte, vinti innumerevoli volte che si rialzano e si battono di nuovo. Invincibili sono quelli che non si danno per vinti

Personaggi inattuali, vien da dire. O forse no.... Forse più attuali che mai. Più necessari che mai.

mercoledì 18 maggio 2011

Marco Malvaldi e il suo maiale a gennaio

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Siamo alla fine del 1800, e le persone famose sono note principalmente per quello che fanno e che dicono, e non per le loro sembianze che, solitamente, sono ignote o quasi. Bei tempi

Vogliamo per forza incasellare questo libro nel suo genere? E allora, certo, questo è un giallo, perché c'è un morto, c'è un'inchiesta, c'è evidentemente anche un assassino.

E detto questo? Niente toglie e niente aggiunge al piacere della lettura di Odore di chiuso di Marco Malvaldi, che forse forse può perfino prescindere dall'enigma e dalla sua soluzione.

Non so, a me piace più l'ambientazione, questa alta Maremma Toscana (non lontano dalla Bolgheri di Giosué Carducci), alla fine dell'Ottocento, quando ancora non imperversavano agriturismi per facoltosi tedeschi e vini da enoteca a Manhattan.

E mi piacciono questi personaggi piantati in un'Italia lontana dalle grandi città, più vicina alla malaria che alle scelte della storia.

Mi piace soprattutto l'ardire con cui Marco Malvaldi ha voluto nella sua storia niente meno che Pellegrino Artusi, il sovrano dell'arte del mangiare bene, capostipite di intere generazioni di buongustai e di cuochi televisivi. Che poi era un gran personaggio anche nella sua vita non cartacea, una storia tutta da raccontare dell'Ottocento prossimo al Novecento.


Magari di Malvaldi preferivo i libri con i vecchiettini pisani alle prese con i delitti e le chiacchiere da bar, ma va bene così, va bene, perché era proprio quello che mi aspettavo, un bel blu di Sellerio per divertirmi e magari anche un po' incuriosirmi.

Ps: ma a pagina 150, Gaddo, infuriato rampollo della aristocratica famiglia, spettinato e incazzato come un maiale a gennaio. Lo sapete che continuo a chiedermi perché un maiale debba essere incazzato proprio a gennaio?

martedì 17 maggio 2011

Charles Baudelaire e la bellezza come congettura

Se scriveva, forse era solo perché il tempo si può mettere fuori gioco, o almeno dimenticare, solo usandolo. Scrivere è sempre stato un buon modo di ammazzare il tempo.

Charles Baudelaire, ancora lui. E ancora tre pagine di Silvia Ronchey da Il guscio della tartaruga per restituirmelo in tutto il suo mistero, con lo splendore di un'arte che fu splendido equivoco, perché l'arte può allievare, ma non salvare.

Scrive Silvia Ronchey:

Charles Baudelaire fu un traduttore, ma per poco, un viaggiatore, ma per poco, un giornalista, ma per poco, un rivoluzionario, ma per pochissimo. Fu più a lungo un bevitore e un fumatore di hashish. Fu sempre un poeta.

Scrive Silvia Ronchey:

La sua anima era una tomba che, come un cattivo monaco, percorreva e abitava da un'eternità

Scrive Silvia Ronchey:

Secondo Baudelaire la bellezza è qualcosa di ardente e triste, qualcosa di un po' vago, che lascia adito alla congettura

E quanta bellezza nella sua poesia. Quanta possibilità di congettura, intorno a un uomo e al suo segreto.

lunedì 16 maggio 2011

Babel, gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima

Era l'ebreo con gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima. Così si definiva lui stesso e pare di vederlo ancora, con i suoi occhialini tondi da intellettuale rivoluzionario e l'autunno che prima ancora che nella sua anima è sceso sul suo sogno di rivoluzione.

Si torna finalmente a parlare di Isaak Babel , anche grazie a un libro di Giovanni Maccari pubblicato recentemente da Sellerio. E io sono più che contento, perché con l'autore dei Racconti di Odessa e de L'armata a cavallo mi trovo decisamente bene.

Isaac Babel quel sogno se lo fece suo per intero e prima ancora che scrittore fu militante bolscevico, negli anni eroici della rivoluzione sovietica.

E racconto anche la guerra, solo che si compromise con eccessi di verità. Altro che romanticismo rivoluzionario, ideali che volano alto: nelle sue pagine c’erano lo sporco e il sudore, i corpi sbudellati e i rivoli di sangue, la ferocia gratuita e la follia dei comandi.

Si fece molti nemici, il povero Babel, e dopo fu assai peggio. Arrivò Stalin, arrivo il plumbeo terrore degli anni Trenta. Gli orrori della guerra lasciarono il campo agli orrori di una collettivizzazione di un regime che aveva tradito se stesso.
 
Babel  si distaccò ogni giorno di più dalla vita pubblica e dalla speranza che l’aveva animato negli anni precedenti. Ma questo ritrarsi non bastò a procurargli la quiete. Cominciarono a criticarlo per il suo estetismo.  E in quegli anni, essere bollati come esteti non era cosa lieve: entravi di diritto nella poco raccomandabile schiera dei borghesi decadenti e irredimibili. 

Nel 1934, al primo congresso dell’Unione degli scrittori sovietici Babel si strappò dalla bocca parole pesanti. Stava diventando il maestro di un nuovo genere letterario, proclamò:  il genere del silenzio.
 
Poi ci volle poco perché tutto precipitasse.

Ora verranno a cercarmi, scrisse dopo la morte di Maksim Gorkij, lo scrittore nelle grazie del regime che finora era riuscito a proteggerlo. E così fu. Babel venne arrestato nella sua casa di campagna, portato alla Lubianka, processato, condannato.

Lo fucilarono agli inizi del 1940, anche se ufficialmente lo si disse morto in un campo di prigionia in Siberia: anche la vedova ci mise 15 anni per scoprire la verità

Dopo la morte di Stalin venne completamente riabilitato: per quanto potesse significare, a quel punto. Quanto ai suoi manoscritti, sequestrati dalla polizia segreta, non vennero mai più restituiti.

Che cosa c’era tra quelle carte? Qualche altro capolavoro? Più volte ci ho pensato, a quel capolavoro che forse c'era e che è stato sottratto a tutti noi.

domenica 15 maggio 2011

La parabola di Caldwell e dei best-sellers scomparsi

Ventisei romanzi, centocinquanta racconti, oltre ottanta milioni di copie vendute: ma oggi c'è qualcuno che si ricorda di lui, qualcuno che negli ultimi anni ha ripreso in mano uno dei suoi libri?

Curiosa parabola, quella di Erskine Caldwell, a nemmeno un quarto di secolo dalla sua morte. C'è voluto un bell'articolo di Joe R. Landsdale sul Venerdì di Repubblica, alla vigilia della ristampa di alcune sue opere da parte dell'editore Fazi, perché mi riaffiorasse il vago ricordo di emozioni sepolte. Uno di quei libriccini dell'Einaudi con la copertina rigida e la costola bianca, per una collana miniera di folgoranti sorprese. E quella lettura avviata quasi per caso, un libro nemmeno acquistato, prelevato dallo scaffale paterno, perché quel titolo non era affatto male: La via del tabacco.

Grande scrittore, è stato Erskine Caldwell, uno dei migliori tra quanti ci hanno raccontato le atmosfere torride, la violenza, la poesia del Sud degli Stati Uniti. Degno di figurare assieme a gente quale William Faulkner e Flannery O'Connor. Solo che di lui alla fine si sono perse le tracce. Scrive Landsdale:

Essere popolari e prolifici non è mai un buon biglietto da visita per i critici, che privilegiano autori meno produttivi e più oscuri

Chissà se è questa la ragione, e se  non debba essere chiamata in causa certo marketing sopra le righe per le sue edizioni economiche. O se piuttosto non abbia ben funzionato la solita opera dei bacchettoni e dei moralisti tutti di un pezzo, sempre pronti a gridare allo scandalo.

Certo, fa pensare comunque. A quanto è fragile la fama letteraria, a come svanisce un autore dalle librerie e dai ricordi.  Poi, quando vien ristampato, ti sembra già troppo tardi.

sabato 14 maggio 2011

Il sorriso di Pol Pot mette ancora i brividi

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Non ti è consentito gridare, né quando vieni frustrato, né sotto elettroshock 
(dalle regole del lager di Tuol Sleng, Cambogia)

Passano gli anni e ormai ci sta appannando il ricordo di quanto successe in Cambogia ai tempi di Pol Pot e dei Khmer rossi: quella bufera di follia criminale in cui si spazzarono via le città e si cercò di portare a termine ciò che gli storici, non trovando migliore definizione, chiamarono autogenocidio.

Per fortuna poi spunta un libro come Il sorriso di Pol Pot del giornalista svedese Peter Froeberg Idling, in Italia pubblicato da Iperborea. Che poi non è un libro di storia, ma piuttosto molte cose insieme: reportage, saggio morale, racconto in prima persona, collage di testimonianze...

Si legge di un soffio, questo libro, ma avvertendo un malessere crescente, forse paragonabile alle vertigini che si provano sul ciglio di un precipizio.

E ci sarebbe già molto da domandarsi su quella delegazione di civilissimi svedesi che girò per la Cambogia senza accorgersi di niente. Era il 1978:

Se restiamo nelle statistiche, nel momento in cui l'aereo degli svedesi si preparava all'atterraggio a Phnom Penh erano già morte un milione e trecentotrentamila persone

Ma questo esempio di imbarazzante miopia - né il primo né l'ultimo di un Occidente sempre pronto a ergersi come paladino dei diritti - è ancora nulla.

Quello che aleggia su ogni pagina, quello che rimane, è proprio quel sorriso. Il sorriso di colui che da ragazzo era considerato un viveur ed era andato a studiare a Parigi.

Cosa si agitò nel cuore e nella testa di quest'uomo che si lasciò inghiottire dalla giungla per poi nascondersi anche quando fece sua la Cambogia, in un culto dell'impersonalità fatto di silenzi e manovre dietro le quinte?

Come fu che il sogno di liberazione divenne questo incubo?

Forse è il solito punto interrogativo che ci lacera ogni qualvolta ci ritroviamo al cospetto di un male inesplicabile. Però quel sorriso complica ancora di più le cose. E ci perseguita con tutto ciò che non sarà ma possibile spiegare, nemmeno quando riusciremo a raccontare per filo e per segno ciò che è stato.

venerdì 13 maggio 2011

Quando prima di Marx c'era Karl l'umorista

Non lo sapevo, e per me è stata una sorpresa, direi anche una piacevole sorpresa. Più o meno come scoprire che Giuseppe Mazzini poteva essere uno che non viveva solo di Verità e Giustizia, che frequentava i pub di Londra, beveva birra e suonava la chitarra.

Ma ancora di più con Karl Marx: perchè se c'è una persona che da sempre ho associato alla quintessenza di una serietà incapace di concedersi alla battuta è proprio lui, il fondatore del socialismo scientifico, il padre del materialismo storico presto ribaltato in dogma, un monumento già in vita figurarsi dopo.

Scopro invece con Michele Serra su Repubblica - Karl prima di Marx. Proletari di tutto il mondo divertitevi! - che la prima cosa scritta da colui che poi ci consegnò Il capitale fu in effetti un abbozzo di romanzo umoristico, più o meno ispirato al Tristram Shandy di Laurence Sterne.

Karl Marx umorista: e chi l'avrebbe detto?

Non credo che sia stata una grande prova narrativa. Però mi piace, come no, solo per il fatto che ci sia stata. Con buona pace di tutti gli impettiti sacerdoti ed epigoni dell'Idea, allergici solo al sospetto che nella fatica della Storia da fare ci potesse essere posto anche per un sorriso.

E bene fa Michele Serra a concludere con uno straordinario aforisma del grande Karl Kraus:


Il comico è solo il tragico visto di spalle

mercoledì 11 maggio 2011

Ipazia e quel mistero che affonda nel cuore

C'era una donna allora ad Alessandria, il cui nome era Ipazia. Era figlia di Teone, filosofo della scuola di Alessandria, ed era arrivata a un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia

Così ci ha lasciato detto uno storico cristiano, Socrate Scolastico, e in fondo è poco meno di quanto sappiamo di Ipazia, donna che con la sua morte, prima ancora che con la sua vita, è diventata simbolo di molte cose. Donna che ha finito per rappresentare tutte le donne escluse e perseguitate, ma anche tutte le vittime dell'intolleranza e del fanatismo religioso. Lei, la pagana che nel quinto secolo dopo Cristo, nella metropoli della grande biblioteca, fu aggredita e massacrata da una schiera di monaci

Chi era davvero, Ipazia? Sacerdotessa o matematica? Eccentrica aristrocratica o raffinata filosofa? E perché fu uccisa?

A domande come queste ha provato a dare risposta una storica come Silvia Ronchey in Ipazia. La vera storia, un libro che è assai più bello del suo titolo, anzi del suo sottotitolo, decisamente fuorviante, perché questo è un libro che procede per sottrazione, che ripulisce le incrostazioni dei luoghi comuni, che mette in discussione i fatti assodati.

Il racconto di Ipazia allora diventa una sorta di Rashomon - vi ricordate la storia di quel delitto nel Giappone dei samurai, visto da diversi testimoni e da tutti raccontato in modo diverso?

E mentre si sgretolano le certezze di chi deve dare un senso a tutto, mentre ogni idea di piano o complotto convince meno della possibilità di un delitto mosso dall'oscurità umana di sempre - l'invidia che acceda, per esempio - ecco, sembra quasi di saperne di più sapendone in effetti di meno.

E di fronte a un assassinio per cui nessuno ha pagato - al contrario di quanto succede nei gialli - di fronte a questa vita che ci sfugge come sabbia tra le mani, con Silvia Ronchey possiamo condividere una sola convinzione:


Una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia

Che non è nemmeno poco.

martedì 10 maggio 2011

Ottone Rosai e le parole come sassate

Gli uomini, specie i ben portanti, gli impettiti, coloro che vorrebbero dare a bere di chissà quale missione da svolgere nella vita, furono sempre i miei bersagli preferiti e fino a quando non ho potuto dimostrare la tragedia della loro presenza sulla terra per mezzo di un pezzo di matita, mi son divertito a pigliarli a sassate

E sono sassate le parole di Ottone Rosai, pittore fiorentino erede dei macchiaioli e contiguo a un mostro sacro come Paul Cézanne, di cui ora la casa editrice Vallecchi ha ripubblicato insieme Diario di un teppista e Via Toscanella. Sono sassate, altro che le pennellate dei suoi quadri. E può piacere o non piacere, quest'uomo irrequieto e controverso, inebriato da tutti i furori avanguardistici di inizio Novecento, incontrollabile come un teppista in libera uscita, appunto.

Può piacere e non piacere, e nell'uno o nell'altro caso magari finirà sempre per irritare.
Però che potenza, che esplosione di libertà che si sprigiona dalle sue pagine. Vita che diventa inchiostro, che irride a ogni ragionevolezza, che si fa urlo di protesta.

Poi il teppista parte per le trincee della Prima Guerra Mondiale, volontario che condivide idee pericolose - come quelle di chi diceva la guerra era la sola igiene del mondo - ma almeno parte, la guerra non è estetica da consegnare ad altri. Parte e già comincia un'altra storia.

Sfrenato, insopportabile, sempre sorprendente, lui che ha sempre bisogno di boccate d'aria intelligente, lui che ogni tanto cede ai morsi di una vita che cerca ben altre risposte, lui che lavora nella tranquillità di chi sa di essere sulla strada che porta a quel certo paese chiamato l'irraggiungibile.

E forse la storia ha fatto giustizia di quei furori, ma certe pagine rimangono: ed è perfino necessario.


lunedì 9 maggio 2011

Chiacchiere e silenzi dal Tirreno all'Adriatico

Se Chatwin avesse avuto la tua stessa apertura mentale, non avrebbe mai scritto una riga. Sarebbe rimasto direttamente a bere birra al pub sotto casa

Quanto ad apertura mentale, invece, Enrico Brizzi non dovrebbe davvero lamentarsi. In Nessuno lo saprà - 420 pagine e quasi altrettanti chilometri di faticoso camminare - ci dimostra che si può fare un grande viaggio anche senza puntare all'"altrove" della Mongolia o della Namibia, perché c'è un "altrove" anche dietro l'uscio di casa, fatto di sentieri poco battuti, borghi medievali dimenticati, pascoli in altura e paesini con un bar e poc'altro.

La montagna che non ha nemmeno i titoli di nobiltà che spettano alle Alpi, perché di Appennino si tratta.

Un viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, vesciche ai piedi e chiacchiere nel silenzio.

Il passo del pellegrino, la suggestione del trekking, il tempo che diventa esplorazione della natura ma anche di se stessi.

Poi un cambio di marcia quasi inatteso, quando si aggiungono altri compagni di spedizione. Allora il pellegrinaggio diventa qualcosa di assai prossimo al Marrakesh Espress di Salvatores, tanto per intendersi: e c'è la crisi generazionale, l'amicizia che affonda in altre vite e si fa nostalgia ma anche sindrome di Peter Pan.

C'è perfino l'esperienza del qat, le foglie "euforizzanti" che accompagneranno un bel po' di tappe, ci sono le due ragazze incrociate per strada che finiranno per portare via anche le carte di credito, c'è l'amico di sempre, detto il Viet, che vorrebbe solo suonare la batteria e non avere mai più una fidanzata farmacista.

E diventa un'altra cosa, certo, ma il viaggio può essere anche questo. E può diventare anche un libro come questo, capace di regalarti pure una bella dose di buon umore.

Tanto che alla fine perdoni pure quella scelta, faticosa, ma faticosa davvero, più del sentiero appenninico, di scrivere tutto il libro in seconda persona. Cosa che in passato avevo trovato solo in Rex Stout. Che era Rex Stout, appunto.

domenica 8 maggio 2011

La poesia che prese il posto di un monte

Wallace Stevens, poeta della Pennsylvania vissuto tra Ottocento e Novecento, aveva dalla sua l'umiltà artigiana e la potenza della parola, quella parola che sa scavare a fondo, allargare orizzonti, volare alta e poi ritornare ben piantata sulla terra. E anche lui ne era pienamente consapevole, visto che un giorno riuscì a scrivere una poesia come questa, in cui la parola si faceva montagna.

Il titolo? La poesia che prese il posto di un monte. Eccola.

Era là, parola per parola,
La poesia che prese il posto di un monte.


Ne respirava l'ossigeno
Persino quando il libro stava voltato nella polvere del tavolo.


Gli ricordava come avesse avuto bisogno
Di un luogo da raggiungere nella direzione sua,


Come avesse ricomposto i pini,
Spostato le rocce e trovato un sentiero tra le nuvole,


Per arrivare al punto d'osservazione giusto,
Dove sarebbe stato completo di una consapevolezza inspiegata:


La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando,


Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
Riconoscere la sua casa unica e solitaria.


(Da Il mondo come meditazione, pubblicato in Italia da Guanda)

sabato 7 maggio 2011

C'è civiltà nella civiltà della forchetta

Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangiare, in fondo, non è arte, non è letteratura e neppure scienza. Come si può studiare una funzione così comune, così necessaria?

Così si chiede Giovanni Rebora nelle prime pagine di La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina (Laterza), e non so se sono completamente d'accordo con lui, perché credo proprio che mangiare sia anche arte, anche letteratura, anche scienza, sicuramente anche storia, la nostra storia.


Ed è nella storia che questo libro ci accompagna. Magari per piegarci che nei secoli i mercanti non si sono scambiati solo merci e denaro, ma anche modi di cucinare. Per inseguire la diffusione del riso in Europa - senza dimenticare che se ancora oggi abbiamo risaie in Lombardia e in Piemonte lo dobbiamo agli arabi di Spagna. Per raccontarci come gli olandesi riuscivano a vendere i loro formaggi anche ai nemici con cui erano in guerra. E che per secoli c'è stato anche il caviale del Po, mica solo del Mar Nero.

Curiosità e discorsi seri, che magari si vorrebbe anche approfondire. Ma il libro è soprattutto un atto di restituzione di dignità verso tutto quello che ci sembra troppo umile, troppo quotidiano, per concedergli attenzione.

Ps: a proposito della forchetta del titolo. Pare proprio che non si cominciò a usarla per una questione di buone maniere, ma solo perché si era cominciato a mangiare la pasta, e provateci voi, a mani nude.

venerdì 6 maggio 2011

Dal Giappone la bellezza in un mondo di rugiada

È un peccato che a scuola non si studino mai i poeti dell’antico Giappone, un immenso tesoro che non si finisce di esplorare.

Prendete per esempio un poeta come Issa, l’ultimo grande compositore di haiku, cioé della poesia giapponese che con tre versi e una manciata di parole, solitamente non più di 17 sillabe, riesce a catturare un’emozione, una verità, perfino una visione del mondo.

Issa era di quei poeti monaci che vagabondavano per tutto il Giappone, calpestando la polvere con i suoi sandali di bambù. Pare che ci abbia lasciato qualcosa come 20 mila poesie. Poesie semplici, quasi istintive, poesie intrise di parole quotidiane e capaci di arrivare dritte al cuore, poesie per avvicinarsi a tutto quanto è piccolo e di poca importanza per i più e che per lui, invece, valeva come l’universo intero.

Issa vedeva la bellezza ovunque, nelle cose di ogni giorno, nei gesti comuni, in tutto quanto non è appariscente, negli animali meno vistosi, come le lumache, i grilli, perfino le zanzare…

Si può pensare che sia facile cantare la bellezza quando le cose vanno bene, quando la vita scorre senza troppi intoppi. Ma non è stata questa la vita di Issa.

Issa, in effetti, ha conosciuto il dolore più intenso che un uomo possa conoscere, un inimmaginabile abisso di dolore provocato dalla morte di tutti e tre i suoi figli, uno dopo l’altro.

Ed ecco, la sua poesia più bella nasce proprio al cospetto della figlioletta appena morta. Ruota tutto intorno a una parola semplice, semplice: “eppure”. La vita è dolore, la vita è impermanenza, la vita è un soffio: “eppure” merita di essere vissuta, “eppure” ha una sua irresistibile bellezza.
La poesia è questa, semplicemente:

È di rugiada
È un mondo di rugiada
Eppure, eppure

Diciassette sillabe da scolpire nel cuore. Perché regalano la bellezza che fiorisce anche dal dolore più tremendo. La parola, anche la singola parola, che ci dà la forza per redimerci e tirare avanti.

giovedì 5 maggio 2011

Con i libri la seconda volta è un delitto

Attenzione a rileggere i libri che anni fa ci hanno fatto sognare....

In una bella intervista su Tuttolibri Massimo Carlotto racconta delle molte letture che lo hanno accompagnato nel periodo in cui, ingiustamente accusato, è stato in carcere. Libri che davvero hanno dato sostanza a quanto affermava, tra gli altri, anche Cesare Pavese:

La letteratura è in grado di rappresentare una difesa contro le offese della vita

E parla di uno dei libri che hanno segnato anche i miei giorni da ragazzo, Massimo Carlotto, e dice:

Mi aveva poi conquistato  "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcìa Marquez che ho ripreso in mano di recente e ho trovato di una noia mortale

Noia mortale? Possibile?

Possibilissimo. Ed è per lo stesso motivo che quel libro non lo più nemmeno avvicinato, semmai insistendo a ripetere tra me e me frammenti di frasi ed emozioni, accarezzando magari l'idea di pagine come quella del colonnello (era colonnello?) Aureliano Buendia, con i suoi pesciolini e le sue trentadue (trentadue?) rivoluzioni fallite. Per lo stesso motivo nemmeno ai miei amatissimi libri di Emilio Salgari sono più voluto tornare, eh sì che sono ancora con me.

Con i libri che ci hanno fatto sognare, con i libri in cui siamo precipitati dentro, ne sono sicuro, non dobbiamo essere il postino che suona due volte. Non dobbiamo mai tornare sul luogo del delitto, per scoprirci colpevoli almeno almeno di un tradimento.

mercoledì 4 maggio 2011

Trent'anni di America in attesa dei sassi alla finestra

C'è l'America, ci sono 30 anni di America che rotolano via come pietre, che feriscono come schegge, che incantano come un tramonto su una perfetta skyline, ma poi l'America non è importante, questa storia potrebbe appartenere anche a Berlino, o a Londra, o a Milano, potrebbe in fondo appartenere a qualsiasi posto dove non mancano periferie e gallerie d'arte, droghe vendute per strada e studenti alle prese con la fame di presente e a volte anche con la fame che urla nello stomaco.


Potrebbe o forse no, perché poi qui c'è un vernissage a New York, c'è una fuga verso il New Mexico, c'è un concerto di Patti Smith, c'è la vita di provincia dall'altro lato dell'Hudson, c'è la colonna sonora del punk rock...

Chissà... però non ho dubbi che in queste pagine si ritroveranno tanti di coloro che anche a 25 anni, anche a 30, si sono scoperti a masticare la frase di Paul Nizan:

Avevo 20 anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita

E tanti di coloro che un giorno se ne sono andati, che un giorno hanno mandato all'aria tutto, o che un giorno hanno scoperto che poi non è troppo male armarsi di inquietudine e di sogni e tirare avanti.

Storia di ansie, di fughe, di incomprensioni, di balzi nel vuoto e di risalite. Di occasioni mancate. Di promesse a cui cui forse un giorno si saprà dare sostanza: Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra. 

E magari quel sasso sarà come il cuore gettato oltre l'ostacolo. Oltre il silenzio. Oltre l'incapacità di essere veramente se stessi. E di spiegarlo a chi ci sta di fronte.

Mi sa che a scrivere tutto questo non poteva che essere una scrittrice di 20 anni o poco più, Claudia Durastanti. Brava con le parole, brava con le emozioni, che non puoi mai nascondere sotto il tappeto di una pagina.

martedì 3 maggio 2011

Se il cervello degli uomini ha la forma delle nuvole

Talvolta pensa anche, ma senza dirlo a nessuno, che il cervello degli uomini abbia la forma delle nuvole, e che dunque le nuvole sono come la sede del pensiero e del cielo; oppure che il cervello è nell'uomo la nuvola che lo unisce al cielo.

Forse potrebbe valere la pena di leggere La teoria delle nuvole di Stéphane Audeguy anche solo per frasi come queste; ma questo libro è anche molto altro: un libro singolare, sbilenco, complesso nonostante la narrazione piana, compassata, sempre molto raccolta, di questa scrittrice francese.

Magari non è il capolavoro a cui qualcuno ha gridato. Però sarà difficile non portarsi con sè almeno uno di questi personaggi: lo stlista giapponese scampato a Hiroshima, la bibliotecaria solitaria di Parigi, il quacchero che per la prima volta studia le nuvole per quello che in effetti sono, il pittore che quadro dopo quadro finisce per svuotare le sue opere di qualsiasi oggetto che non siano le nuvole...

E' una storia che ci fa rimbalzare di secolo in secolo, di latitudine in latitudine, giocando tra finzione e ricostruzione storica, tra romanzo-romanzo e romanzo quasi saggio... fino a che, in dirittura di arrivo, quando tutto pare incanalato verso una conclusione prevedibile, le carte si scompaginano e le nuvole lasciano il posto a un'unica nuvola, la sola creata dall'uomo, la nuvola fungo dell'atomica...

Buono anche per saperne qualcosa di più sulle nuvole, che sono belle, sono anche utili, ma in genere consideriamo poco: poco più di una decorazione o un segno di qualcos'altro che ha a che vedere con la meteorologia, talvolta magari anche un presagio.

Mai che però si guardi alla nuvola per quello che è. Questo libro restituisce dignità alle nuvole.

E a proposito, sapevate che le nuvole hanno un peso? Un peso che fa impressione... Io non ci avevo mai pensato.

lunedì 2 maggio 2011

Per la vita dei grandi bastano tre paginette

Ci sono Voltaire e Zenone, Baudelaire e Teresa d'Avila, Freud e Pitagora, Balzac e Ildegarda de Bingen, ci sono loro e ci sono tanti altri personaggi, tante altre figure che hanno lasciato il loro segno. Scrittori e mistici, poeti e sapienti, sovversivi dello spirito e sognatori. Che galleria, quella che percorriamo con Silvia Ronchey ne Il guscio della tartaruga, magari scoprendo che per raccontare la loro vita, per spremerne il succo, non c'è bisogno di volumi ponderosi, possono bastare anche tre paginette di parole distillate.

Che cosa hanno in comune? Che cosa raccontano davvero le loro vite?

Forse il genio, la forza della creatività, la fame di profondità.

Forse. Ma in comune c'è soprattutto lo sguardo di una storicache non si accontenta di mettere insieme nomi e date (date, anzi, non ce ne sono proprio), ma che cerca lampi di umanità, frammenti di vita autentica.

Questo non è un dizionario di uomini (e donne) illustri.

Piuttosto una trama di citazioni, profonde, illuminanti, spiazzanti, essenziali per il tessuto del nostro passato, del nostro presente.

domenica 1 maggio 2011

Socrate, il Primo Maggio e il cavallo indolente

Martha C. Nussbaum deve scrivere libri tremendamente seri, come è giusto aspettarsi da una persona che insegna Diritto ed Etica all'Università di Chicago. Però forse è di libri tremendamente seri che ha bisogno il nostro tempo, il nostro paese.

Non dico libri difficili. Però libri che siano un buon vaccino contro l'epidemia televisiva delle veline, delle isole dei famosi, dei milionari che non saremo mai. Sentite per esempio che scrive, Martha C. Nussbaum, nel suo Non è per profitto (Il Mulino)


Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è "un cavallo nobile ma indolente": Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l'autorità, di continuare ad analizzare se se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento.


Oggi la ricerca psicologia conferma la diagnosi di Socrate: la gente ha la preoccupante tendenza a sottomettersi all'autorità e e alle pressioni sociali. La democrazia non può sopravvivere se non poniamo un limite a questi pericolosi atteggiamenti, coltivando l'attitudine a pensare in modo curioso e critico

Un buon pensiero per un buon Primo Maggio....