Una piccola isola di parole nel grande oceano della rete per condividere libri e mondi
sabato 30 aprile 2011
venerdì 29 aprile 2011
L'enigma di Piero per arrivare a ciò che noi siamo
Partire da un quadro e abbracciare tutta un'epoca, una storia straordinaria, una folla di personaggi, un mistero su cui da sempre si scervellano gli studiosi, affermando tutto e il contrario di tutto.
A Urbino nella Galleria nazionale c'è un dipinto di Piero della Francesca, la Flagellazione, di cui ignoriamo la committenza, la data precisa, il significato.
E' da questo enigma che parte Silvia Ronchey, per regalarci con L'enigma di Piero, un affresco grandioso, o meglio, un mosaico in cui ogni tessera potrebbe essere un libro a parte, una storia nella Storia, una possibilità, una divagazione necessaria.
Come un film, che scivola via con il suo montaggio secco, con i suoi salti di tempo e di luogo, i suoi flash-back e i suoi colpi di scena.
Un racconto corale, ma anche la cultura più raffinata che si fa avvincente come una detective story: grande abbuffata per nobilitare la curiosità intellettuale e offrirci l'impressione che sia (quasi) indispensabile.
Perché poi tutto ruota intorno all'evento degli eventi, quello che piombò sulla nostra civiltà e la cambiò una volta per tutte, 11 settembre infinitamente più devastante e irreparabile: la caduta di Costantinopoli quel giorno del 1453 di cui troppo facilmente oggi ci scordiamo le conseguenze.
A Urbino nella Galleria nazionale c'è un dipinto di Piero della Francesca, la Flagellazione, di cui ignoriamo la committenza, la data precisa, il significato.
E' da questo enigma che parte Silvia Ronchey, per regalarci con L'enigma di Piero, un affresco grandioso, o meglio, un mosaico in cui ogni tessera potrebbe essere un libro a parte, una storia nella Storia, una possibilità, una divagazione necessaria.
Come un film, che scivola via con il suo montaggio secco, con i suoi salti di tempo e di luogo, i suoi flash-back e i suoi colpi di scena.
Un racconto corale, ma anche la cultura più raffinata che si fa avvincente come una detective story: grande abbuffata per nobilitare la curiosità intellettuale e offrirci l'impressione che sia (quasi) indispensabile.
Perché poi tutto ruota intorno all'evento degli eventi, quello che piombò sulla nostra civiltà e la cambiò una volta per tutte, 11 settembre infinitamente più devastante e irreparabile: la caduta di Costantinopoli quel giorno del 1453 di cui troppo facilmente oggi ci scordiamo le conseguenze.
giovedì 28 aprile 2011
Il grande Mordecai e il bambino che ripeteva tutto
E c'è anche Jacob Due Due, anzi Jacob Two Two, cioé il bambino costretto a ripetere ogni cosa due volte, perchè la prima non lo capisce nessuno. Non lo conoscevo, anche se credo sia piuttosto famoso tra i suoi coetanei, non fosse altro che per il cartone animato.
Il fatto è che è uscito dalla penna di uno degli scrittori che più mi sono cari, Mordecai Richler, l'autore de La versione di Barney, cioè uno di quei libri che se qualcuno mi facesse la domanda "che cosa ti porteresti dietro in un'isola deserta?", ecco, sarebbe proprio uno di quei libri.
Ma La versione di Barney non è solo un libro per adulti, è un libro che va letto con alle spalle il tempo della vita, un libro che ha bisogno delle lenti dell'esperienza. Come una cena da consumare dopo che all'aperitivo ci siamo serviti di tutti gli assaggi delle delusioni, delle infatuazioni, delle separazioni.
E invece ecco Jacob Due Due. Leggo in un bel libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (più che una biografia un atto di amore nei confronti del grande Mordecai) che Jacob è in realtà il più piccolo dei figli della famiglia Richler, Jacob, appunto, detto Jake.
Era lui che doveva ripetersi sempre, perché la prima volta che apriva bocca nessuno gli dava ascolto. Da grande Jacob lo spiegò in un'intervista, che fu trasmessa nel teatro di Montréal dove si ricordava il padre defunto. Solo che saltò tutto. Gli organizzatori dovettero penare per sistemare le cose e fecero ripartire l'intervista dall'inizio. Jaccob Due Due, appunto.
La cosa sarebbe senz'altro piaciuto a Mordecai. E a me piace che questo scrittore che tutti ricordano come uno dei più politicamente scorretti dei nostri tempi, poi potesse scrivere pagine così tenere per tutti i bambini.
Il fatto è che è uscito dalla penna di uno degli scrittori che più mi sono cari, Mordecai Richler, l'autore de La versione di Barney, cioè uno di quei libri che se qualcuno mi facesse la domanda "che cosa ti porteresti dietro in un'isola deserta?", ecco, sarebbe proprio uno di quei libri.
Ma La versione di Barney non è solo un libro per adulti, è un libro che va letto con alle spalle il tempo della vita, un libro che ha bisogno delle lenti dell'esperienza. Come una cena da consumare dopo che all'aperitivo ci siamo serviti di tutti gli assaggi delle delusioni, delle infatuazioni, delle separazioni.
E invece ecco Jacob Due Due. Leggo in un bel libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (più che una biografia un atto di amore nei confronti del grande Mordecai) che Jacob è in realtà il più piccolo dei figli della famiglia Richler, Jacob, appunto, detto Jake.
Era lui che doveva ripetersi sempre, perché la prima volta che apriva bocca nessuno gli dava ascolto. Da grande Jacob lo spiegò in un'intervista, che fu trasmessa nel teatro di Montréal dove si ricordava il padre defunto. Solo che saltò tutto. Gli organizzatori dovettero penare per sistemare le cose e fecero ripartire l'intervista dall'inizio. Jaccob Due Due, appunto.
La cosa sarebbe senz'altro piaciuto a Mordecai. E a me piace che questo scrittore che tutti ricordano come uno dei più politicamente scorretti dei nostri tempi, poi potesse scrivere pagine così tenere per tutti i bambini.
mercoledì 27 aprile 2011
La storia di Montale, la storia di De Gregori
Che ci azzecca il premio Nobel della letteratura Eugenio Montale, con il cantautore Francesco De Gregori?
Nulla, certo. O forse qualcosa, se entrambi hanno scritto dei versi che hanno intitolato La storia.
La canzone la conoscete, per cui preferisco proporvi i primi versi della Sutura (proprio così si chiama) di Montale
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi
Anche questa è una canzone che pare abbia bisogno della sua chitarra. Ma posso dire?, non sono d'accordo quasi su niente.
Preferisco di gran lunga il buon De Gregori, che ci dice:
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
martedì 26 aprile 2011
Pessoa, il grande sedentario che sapeva viaggiare
La vigilia di non partire mai
almeno non ci sono valigie da fare
Non c'è solo Emilio Salgari, nel pantheon dei viaggiatori immaginari. Tra gli scrittori che ci hanno schiuso orizzonti rimanendo abbarbicati nello stesso luogo, quale fosse una condizione dell'anima, c'è anche lui, Fernando Pessoa, il portoghese dalla parola capace di dare forma all'inquietudine, al desiderio, al silenzio.
Viaggiatore dell'infinito. Grande sedentario. Poeta che seppe nascondersi dietro diversi altri nomi, poiché anche questo è un modo di essere altrove.
Ne parla Antonio Tabucchi, nel suo ultimo libro, Racconti con figure (Sellerio). Ricordando, per esempio, che l'unico vero viaggio della sua vita fu quello che lo riportò da Durban, in Sudafrica, a Lisbona, città da cui non si sarebbe più allontanato.
Scrive Tabucchi:
Altri sarebbero stati i suoi viaggi: eroici, visionari, furibondi viaggi di avventure e di scoperte, ma tutti immaginari
So di cosa sono fatti questi viaggi: impalpabili e autentici, come lo sono i moti dello spirito.
lunedì 25 aprile 2011
100 anni fa, quando Emilio ammainò le vele
Aprile è davvero il più crudele dei mesi, e questo non è solo un verso di un grande poeta, se può succedere che una bella mattina si esca di casa per farla finita. Perché è così che va.
E pensare che c’è stato un tempo in cui ha scritto lettere come queste:
Il mio passato ha lasciato nell’esser mio delle tracce incancellabili e dei ricordi profondi che quando si svegliano risvegliano anche tutti gli impeti della mia natura violenta colle sue tempeste e le sue furie
Ma oggi Emilio scrive altre lettere.
Scrive: Miei cari figli, sono ormai un vinto
Scrive: Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato
Scrive: Vi saluto spezzando la penna
Scrive: Col mio nome dovevo attendermi altra fortuna ed altra sorte
È il 25 aprile 1911. Tre lettere, ai figli, agli editori, ai direttori dei giornali torinesi. Poi saluta i suoi ragazzi. Non tornerà per pranzo, ha impegni d’affari. Li bacia. Loro lo guardano allontanarsi.
Prende il tram verso le colline. Pochi chilometri ma è un vero viaggio, questa volta.
(dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)
E pensare che c’è stato un tempo in cui ha scritto lettere come queste:
Il mio passato ha lasciato nell’esser mio delle tracce incancellabili e dei ricordi profondi che quando si svegliano risvegliano anche tutti gli impeti della mia natura violenta colle sue tempeste e le sue furie
Ma oggi Emilio scrive altre lettere.
Scrive: Miei cari figli, sono ormai un vinto
Scrive: Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato
Scrive: Vi saluto spezzando la penna
Scrive: Col mio nome dovevo attendermi altra fortuna ed altra sorte
È il 25 aprile 1911. Tre lettere, ai figli, agli editori, ai direttori dei giornali torinesi. Poi saluta i suoi ragazzi. Non tornerà per pranzo, ha impegni d’affari. Li bacia. Loro lo guardano allontanarsi.
Prende il tram verso le colline. Pochi chilometri ma è un vero viaggio, questa volta.
(dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)
domenica 24 aprile 2011
Tutti i libri del mondo, il sogno di Alessandria
Quando il re ne fu informato, disse a Demetrio: "Credi che ci siano altri libri sulla terra che noi non abbiamo ancora?"E Demetrio: "Sì, ce n'è una grande quantità in India, in Persia, in Georgia, in Armenia, Babilonia e ancora altrove"
Il re si meravigliò nell'udirlo e rispose: "Continua dunque a cercarli"
Non è solo la storia di uno scempio, La biblioteca scomparsa di Luciano Canfora (Sellerio), intellettuale che con la sua sapienza dei tempi antichi sa appassionarci come un giallista scandinavo. E' prima di tutto la storia di un sogno. Il sogno di possedere tutti i libri del mondo. L'idea di riunirli tutti insieme in un solo posto, cisterna e ombelico di ogni sapere, di ogni sapienza.
Scrive Canfora:
Quei dotti furono gli unici che godettero, in un certo periodo della storia della biblioteca, della visione abbagliante, poi sogno di scrittori fantastici, dei libri di tutto il mondo. Ansia di totalità e volontà di dominio non dissimili dall'impulso che spingeva Alessandro, secondo le parole di un antico retore, a cercare di "varcare i confini del mondo"
Ansia di totalità e volontà di dominio, certo. Ma prima di tutta la consapevolezza che dominare è capire. E che per capire servono i libri. I libri da tradurre, leggere, conservare.
sabato 23 aprile 2011
La rumorosa solitudine che salvava i libri
Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene, non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so
Che straordinario personaggio, che è Hanta, il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa del grande Bohumil Hrabal, lo scrittore che amava raccontare conversazioni bagnate di buona birra, cieli stellati su Praga, personaggi strampalati.
Hanta è una goccia nel mare della vita. Hanta è un operaio. Hanta vive mandando al macero la carta. Grazie alle sue mani e ai suoi muscoli fiumi di parole finiscono sotto la pressa e spariscono per sempre. Solo che di tanto in tanto la sua attenzione viene richiamata da un titolo, da una copertina, da una pagina aperta a caso. E quel libro si salva, quelle parole tornano con lui a casa, lo accompagnano nella notte.
E' un uomo solo, Hanta. E' un uomo che si fa accompagnare da una moltitudine di voci e di parole.
Credo che tutti noi che amiamo i libri siamo un po' come Hanta. Costretti a lasciare inghiottire dall'oblio molte parole. Ma ben disposti a salvarne qualcuna.
Che straordinario personaggio, che è Hanta, il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa del grande Bohumil Hrabal, lo scrittore che amava raccontare conversazioni bagnate di buona birra, cieli stellati su Praga, personaggi strampalati.
Hanta è una goccia nel mare della vita. Hanta è un operaio. Hanta vive mandando al macero la carta. Grazie alle sue mani e ai suoi muscoli fiumi di parole finiscono sotto la pressa e spariscono per sempre. Solo che di tanto in tanto la sua attenzione viene richiamata da un titolo, da una copertina, da una pagina aperta a caso. E quel libro si salva, quelle parole tornano con lui a casa, lo accompagnano nella notte.
E' un uomo solo, Hanta. E' un uomo che si fa accompagnare da una moltitudine di voci e di parole.
Credo che tutti noi che amiamo i libri siamo un po' come Hanta. Costretti a lasciare inghiottire dall'oblio molte parole. Ma ben disposti a salvarne qualcuna.
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venerdì 22 aprile 2011
Ciao Stan, triste, solitario y final
Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l'orizzonte una foschia grigia.... Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l'ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare
Alzi la mano chi ama o ha amato Triste solitario y final di Osvaldo Soriano, questo libro che sa essere molte altre cose, viale del tramonto, nostalgia di celluloide, canto triste sull'amicizia, sogno di sogno.
E' ormai vecchio e solo, Stan Laurel, lo Stanlio nostrano, quello che ci strappava risate da lacrime, bastava inquadrarlo, secco, allampanato, irrimediabilmente imbranato. Una stella di Hollywood che ormai si è spenta. Non c'è Ollio, con lui, morto da un pezzo. Non ci sono più contratti e copioni. Il viale del tramonto, davvero.
E Stanlio non ci crede, Stanlio ha bisogno di vivere del suo passato. Stanlio deve capire perché.
Non fa più ridere, Stanlio. Come se avesse vissuto a credito e ora i creditori avessero bussato tutti insieme.
E ora che non fa più ridere mi pare ancora più tenero. Indispensabile. Da fermare nel ricordo come quel suo grasso grosso amico che lo avrebbe voluto fare a pezzi. Da fermare come quei sabati pomeriggi che tornavo da scuola, facevo le elementari, e non c'era da perdere tempo, a malapena mangiare, perchè alla Rai stava per cominciare Oggi le comiche. E c'era lui. C'erano loro.
Alzi la mano chi ama o ha amato Triste solitario y final di Osvaldo Soriano, questo libro che sa essere molte altre cose, viale del tramonto, nostalgia di celluloide, canto triste sull'amicizia, sogno di sogno.
E' ormai vecchio e solo, Stan Laurel, lo Stanlio nostrano, quello che ci strappava risate da lacrime, bastava inquadrarlo, secco, allampanato, irrimediabilmente imbranato. Una stella di Hollywood che ormai si è spenta. Non c'è Ollio, con lui, morto da un pezzo. Non ci sono più contratti e copioni. Il viale del tramonto, davvero.
E Stanlio non ci crede, Stanlio ha bisogno di vivere del suo passato. Stanlio deve capire perché.
Non fa più ridere, Stanlio. Come se avesse vissuto a credito e ora i creditori avessero bussato tutti insieme.
E ora che non fa più ridere mi pare ancora più tenero. Indispensabile. Da fermare nel ricordo come quel suo grasso grosso amico che lo avrebbe voluto fare a pezzi. Da fermare come quei sabati pomeriggi che tornavo da scuola, facevo le elementari, e non c'era da perdere tempo, a malapena mangiare, perchè alla Rai stava per cominciare Oggi le comiche. E c'era lui. C'erano loro.
giovedì 21 aprile 2011
Ogni dialogo ha bisogno del suo posto
Ah, per Giunone, che bel posto per riposare! Con questo platano così ampio di fronde e così alto! E che slancio quell'ippocastano, che bellissima ombra! E' al colmo della sua fioritura e spande profumo per tutto il luogo. Una sorgente deliziosa scorre sotto il platano con acque fresche, come si può sentire con il piede. E la bellezza del posto, quant'è amabile e dolce! Melodia estiva che risponde al coro delle cicale. Ma più gentile di tutto è quest'erba, cresciuta così soffice sul dolce pendio, perché chi vi si sdraia possa appoggiarvi la testa. Sei stata una guida stupenda, Fedro caro
Sono le parole con cui prende avvio uno dei più grandi dialoghi di Platone, il Fedro, pietra miliare della storia della filosofia. Il ragionamento sull'amore, il destino delle anime dopo la morte, la dottrina delle idee... quante cose che si trovano, nelle parole del giovane ateniese Fedro e soprattutto di Socrate.
Ma l'inizio è questo e mi fa pensare cosa di esso dice un filosofo dei nostri tempi come James Hillman, in una conversazione con la storica Silvia Ronchey (pubblicato da Bur col titolo Il piacere di pensare.... anche questo un dialogo....). E cioé che quelle parole non solo una delle più belle descrizioni di un ambiente della letteratura greca. Sono di più, sono una condizione stessa del dialogo.
Ognuno dei dialoghi platonici comincia in un luogo. Nel senso che quei dialoghi sono collocati nello spazio. Noi, astratti pensatori occidentali, non prestiamo attenzione a dove sono collocati e ne discutiamo le idee, i concetti
Ma poteva il dialogo sull'amore e sulla bellezza, sui sentimenti e i desideri prescindere da quel giardino meraviglioso?
Può essere un dettaglio, ma magari anche questo è un modo per rimettere a posto la nostra vita: trovare i posti giusti alle nostre parole (e a quelle degli altri).
mercoledì 20 aprile 2011
Il paese che ha bisogno di qualche eroe
Sventurato il paese che ha bisogno di eroi
Così diceva Bertolt Brecht e così mi piace ripetere anche a me: sarà che poi c'è sempre da essere cauti con la gente messa sopra a un piedistallo, sarà che spesso è uno sgarbo anche per chi è finito lì sopra. Guardate al nostro Risorgimento, guardate a come hanno ridotto anche il povero Garibaldi.
Sembra invece che gli eroi siano tornati di moda. La casa editrice Il Mulino ha deciso di dedicare loro perfino una collana: e non si tratta certo di una di quelle strampalate case editrici sedotte da guerrieri nordici, novelli crociati, stirpi divine.
E così ha titolato la copertina del Venerdì di Repubblica: Beato il paese che qualche eroe ce l'ha
Chissà, forse bisogna pensarci un po' sopra. Capire magari cosa si intenda davvero per eroe, e perché di tanto in tanto ne riaffiori il bisogno. Liberarsi certo anche dai paraocchi di ideologie che magari i monumenti li hanno innalzati lo stesso, assegnando le qualità dell'eroe alle masse o alla razze o alla Storia con la esse maiuscola.
Però c'è anche eroe ed eroe. E non bisogna essere allergici al politically correct per comprendere che dipende soprattutto da noi: perché siamo noi a inchinarci al culto della personalità o a poter alimentare la vitalità dei buoni esempi.
Come leggo nell'articolo di Michele Smargiassi sul Venerdì, l'eroe è un uomo ben riuscito. Ed è anche un uomo, un uomo fragile.
Eroi sì, ma non immortali. Ogni Achille ha un tallone, ogni Superman una kryptonite. Sono fragili, hanno bisogno del nostro sostegno. Sfortunato l'eroe che ha bisogno di un Paese
Così diceva Bertolt Brecht e così mi piace ripetere anche a me: sarà che poi c'è sempre da essere cauti con la gente messa sopra a un piedistallo, sarà che spesso è uno sgarbo anche per chi è finito lì sopra. Guardate al nostro Risorgimento, guardate a come hanno ridotto anche il povero Garibaldi.
Sembra invece che gli eroi siano tornati di moda. La casa editrice Il Mulino ha deciso di dedicare loro perfino una collana: e non si tratta certo di una di quelle strampalate case editrici sedotte da guerrieri nordici, novelli crociati, stirpi divine.
E così ha titolato la copertina del Venerdì di Repubblica: Beato il paese che qualche eroe ce l'ha
Chissà, forse bisogna pensarci un po' sopra. Capire magari cosa si intenda davvero per eroe, e perché di tanto in tanto ne riaffiori il bisogno. Liberarsi certo anche dai paraocchi di ideologie che magari i monumenti li hanno innalzati lo stesso, assegnando le qualità dell'eroe alle masse o alla razze o alla Storia con la esse maiuscola.
Però c'è anche eroe ed eroe. E non bisogna essere allergici al politically correct per comprendere che dipende soprattutto da noi: perché siamo noi a inchinarci al culto della personalità o a poter alimentare la vitalità dei buoni esempi.
Come leggo nell'articolo di Michele Smargiassi sul Venerdì, l'eroe è un uomo ben riuscito. Ed è anche un uomo, un uomo fragile.
Eroi sì, ma non immortali. Ogni Achille ha un tallone, ogni Superman una kryptonite. Sono fragili, hanno bisogno del nostro sostegno. Sfortunato l'eroe che ha bisogno di un Paese
martedì 19 aprile 2011
Indro Montanelli e il nonno che non ci credeva
Ci ricordiamo ancora, giustamente, di Indro Montanelli giornalista, il grande fustigatore, il grande scontento, la penna che scorrazzava sulle colonne dei quotidiani per inseguire le miserie della politica e i vizi degli italiani. Aveva una parola precisa e secca come uno schiocco di frusta, Montanelli, una parola che era un po' come la sua silhouette, allampanato e all'osso com'era.
Pochi però si ricordano del Montanelli dei racconti e dei bozzetti, l'altro Montanelli, con la sua bella lingua toscana riposante come un pomeriggio sull'amaca del giardino, con i suoi morsi di nostalgia, con gli odori della terra e i giochi inconsapevoli dell'infanzia.
Mi è ricapitato di rileggerli ora, nell'antologia Indro Montanelli racconta la sua terra, pubbicata dalla Fondazione che porta il suo nome e che anima la vita culturale della cittadina dove è nato, Fucecchio. Che belli che sono.
Tra tutti, l'ultimo che, tra le tante cose, racconta dei suoi primi passi di cronista. Racconta cioé di come in casa entrasse solo uno dei pochi giornali su cui lui non avrebbe mai scritto. Di come il nonno, che prendeva proprio quel giornale come il Vangelo, non lo prendesse sul serio. E di quanto ci rimaneva male lui, il ragazzino che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali della nostra storia.
Il successo, che nemmeno il nonno avrebbe più potuto mettere in discussione, arrivò troppo tardi.
E nelle parole di Indro c'è tutto il rimpianto che, per altri motivi, è cosa di ognuno di noi:
E penso con malinconia quanto ci corbelli la Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere in famiglia da giovani, e invece ci vien tribitata negli anni della vecchiaia, quando (forse) non c'interessa più
Pochi però si ricordano del Montanelli dei racconti e dei bozzetti, l'altro Montanelli, con la sua bella lingua toscana riposante come un pomeriggio sull'amaca del giardino, con i suoi morsi di nostalgia, con gli odori della terra e i giochi inconsapevoli dell'infanzia.
Mi è ricapitato di rileggerli ora, nell'antologia Indro Montanelli racconta la sua terra, pubbicata dalla Fondazione che porta il suo nome e che anima la vita culturale della cittadina dove è nato, Fucecchio. Che belli che sono.
Tra tutti, l'ultimo che, tra le tante cose, racconta dei suoi primi passi di cronista. Racconta cioé di come in casa entrasse solo uno dei pochi giornali su cui lui non avrebbe mai scritto. Di come il nonno, che prendeva proprio quel giornale come il Vangelo, non lo prendesse sul serio. E di quanto ci rimaneva male lui, il ragazzino che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali della nostra storia.
Il successo, che nemmeno il nonno avrebbe più potuto mettere in discussione, arrivò troppo tardi.
E nelle parole di Indro c'è tutto il rimpianto che, per altri motivi, è cosa di ognuno di noi:
E penso con malinconia quanto ci corbelli la Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere in famiglia da giovani, e invece ci vien tribitata negli anni della vecchiaia, quando (forse) non c'interessa più
lunedì 18 aprile 2011
La paura dei barbari che ci rende barbari
Perché la paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari
Ci sono dei libri che nemmeno cerchi, che piuttosto ti richiamano all'ordine da uno scaffale della libreria, come un vigile urbano sul ciglio della strada. Libri che forse non hai nemmeno voglia di leggere, almeno di istinto, tanto di queste cose hai già letto tanto una vita fa, sai già tutto, o quasi tutto. Libri che a volte ristagnano tra le "letture in attesa" senza che mai ti decida a fare ciò che senti dovresti fare.
Libri che a un certo punto ti ritrovi sotto gli occhi, non per una scelta consapevole, ma perché sono i tempi che te lo richiedono.
Come questo: Negri froci giudei & Co. di Gian Antonio Stella.
Accendi la televisione, scorri i titoli gridati da diversi giornali, provi a metabolizzare proclami e allarmi: e senti che sì, è bene darsi da fare.
E anche un buon libro, può servire. Per capire, per reagire, per affermare le ragioni della civiltà.
Pregiudizi, ostilità, razzismi. L'eterna guerra degli uni contro gli altri. L'immensa capacità di fare di tutta l'erba un fascio. Il Sud che ha sempre una terra più a Sud. L'ostinata instancabile ricerca del capro espiatorio, sempre coronata dal successo, fosse così anche per il lavoro.
Dice Stella:
Sono stati in troppi, nella storia, a non chiedere mai scusa
Speriamo che non si sia anche noi a essere ricordati tra quelli che non riuscirono a chiedere scusa.
Ci sono dei libri che nemmeno cerchi, che piuttosto ti richiamano all'ordine da uno scaffale della libreria, come un vigile urbano sul ciglio della strada. Libri che forse non hai nemmeno voglia di leggere, almeno di istinto, tanto di queste cose hai già letto tanto una vita fa, sai già tutto, o quasi tutto. Libri che a volte ristagnano tra le "letture in attesa" senza che mai ti decida a fare ciò che senti dovresti fare.
Libri che a un certo punto ti ritrovi sotto gli occhi, non per una scelta consapevole, ma perché sono i tempi che te lo richiedono.
Come questo: Negri froci giudei & Co. di Gian Antonio Stella.
Accendi la televisione, scorri i titoli gridati da diversi giornali, provi a metabolizzare proclami e allarmi: e senti che sì, è bene darsi da fare.
E anche un buon libro, può servire. Per capire, per reagire, per affermare le ragioni della civiltà.
Pregiudizi, ostilità, razzismi. L'eterna guerra degli uni contro gli altri. L'immensa capacità di fare di tutta l'erba un fascio. Il Sud che ha sempre una terra più a Sud. L'ostinata instancabile ricerca del capro espiatorio, sempre coronata dal successo, fosse così anche per il lavoro.
Dice Stella:
Sono stati in troppi, nella storia, a non chiedere mai scusa
Speriamo che non si sia anche noi a essere ricordati tra quelli che non riuscirono a chiedere scusa.
domenica 17 aprile 2011
Lo strano caso dello scrittore che si nascondeva
Siamo così abituati a un mondo dove si sgomita non dico per un posto al sole, ma anche per l'inquadratura di telecamera, che nemmeno sembra vero, peggio, si finisce per avvertire pure qui puzza di bruciato. Però mi fa piacere che si torni a parlare di B. Traven, un grande scrittore che è anche uno dei grandi misteri della letteratura: perché B. Traven non si è mai capito veramente chi era e perché si nascondesse dietro uno pseudonimo.
B. Traven, appunto. Dopo aver letto una riflessione su di lui di Goffredo Fofi sono andato a ricercare qualcosa di lui su Google. E sempre solo quella B puntata.... nemmeno un nome, per l'autore di straordinari romanzi come La nave morta, e soprattutto Il tesoro della Sierra Madre.
Su di lui tante voci, frammenti di notizie. Si dice che per qualche anno sia vissuto in Messico e che in Messico forse sia anche morto. Si dice che sotto questo pseudonimo si nascondesse una di queste persone: Ret Marut, Traven Torsvan o Hal Croves. Nomi e cognomi che in effetti non dicono niente.
B. Traven non è stato certo il primo a scegliersi uno pseudonimo, ma quasi sempre gli pseudonimi vengono giù come castelli di sabbia con l'onda del successo. A volte sono solo furbe operazioni editoriali.
Che tenacia, per difendere ciò che tutti fuggono, l'anonimato. E se il nome di B. Traven lo lego soprattutto a un grande film americano, regia di John Houston, protagonista Humphrey Bogart, che dire se non che anche lui meriterebbe un film?
B. Traven, appunto. Dopo aver letto una riflessione su di lui di Goffredo Fofi sono andato a ricercare qualcosa di lui su Google. E sempre solo quella B puntata.... nemmeno un nome, per l'autore di straordinari romanzi come La nave morta, e soprattutto Il tesoro della Sierra Madre.
Su di lui tante voci, frammenti di notizie. Si dice che per qualche anno sia vissuto in Messico e che in Messico forse sia anche morto. Si dice che sotto questo pseudonimo si nascondesse una di queste persone: Ret Marut, Traven Torsvan o Hal Croves. Nomi e cognomi che in effetti non dicono niente.
B. Traven non è stato certo il primo a scegliersi uno pseudonimo, ma quasi sempre gli pseudonimi vengono giù come castelli di sabbia con l'onda del successo. A volte sono solo furbe operazioni editoriali.
Che tenacia, per difendere ciò che tutti fuggono, l'anonimato. E se il nome di B. Traven lo lego soprattutto a un grande film americano, regia di John Houston, protagonista Humphrey Bogart, che dire se non che anche lui meriterebbe un film?
sabato 16 aprile 2011
Tiziano Terzani e il poeta tentato dal vento
Ogni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a Un indovino mi disse mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta del Giappone che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:
A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io
Ecco, in Un indovino mi disse c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).
Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.
Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.
C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.
A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io
Ecco, in Un indovino mi disse c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).
Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.
Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.
C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.
venerdì 15 aprile 2011
Alessandria e il sogno della biblioteca scomparsa
Può la storia di una biblioteca antica appassionare come un romanzo, spingendoti a divorare le pagine per vedere come andrà a finire?
Sì, può, se a scriverla è Luciano Canfora, un intellettuale che non vive ritirato nella torre di avorio della sua stupefacente padronanza delle cose antiche.
Si può se quella biblioteca è più di una biblioteca, è un mito, un mistero, un sogno.
La biblioteca di Alessandria di Egitto: la biblioteca scomparsa nelle fiamme, la biblioteca che doveva raccogliere tutti i libri del mondo, ai tempi in cui questa ambizione non era follia.
Era un tesoro di conoscenza quale il mondo non ha più conosciuto, la biblioteca di Alessandria. Proprio per questo è stato cancellata: prima che dalle fiamme, dal fanatismo e dall'intolleranza.
Però sotto quella cenere è bene che la fiammella di quel sogno non venga mai meno, che continui ad alimentare la nostra fame di parole.
Sì, può, se a scriverla è Luciano Canfora, un intellettuale che non vive ritirato nella torre di avorio della sua stupefacente padronanza delle cose antiche.
Si può se quella biblioteca è più di una biblioteca, è un mito, un mistero, un sogno.
La biblioteca di Alessandria di Egitto: la biblioteca scomparsa nelle fiamme, la biblioteca che doveva raccogliere tutti i libri del mondo, ai tempi in cui questa ambizione non era follia.
Era un tesoro di conoscenza quale il mondo non ha più conosciuto, la biblioteca di Alessandria. Proprio per questo è stato cancellata: prima che dalle fiamme, dal fanatismo e dall'intolleranza.
Però sotto quella cenere è bene che la fiammella di quel sogno non venga mai meno, che continui ad alimentare la nostra fame di parole.
giovedì 14 aprile 2011
L'uomo che scoprì Troia grazie a un ubriaco
Chissà se avrò mai il coraggio di tornare a leggere le pagine in cui raccontò la sua vita straordinaria, l'impresa con cui strappò la verità al mito. Temo di no, ed è meglio così, perché me lo voglio tenere come è, quel ricordo del bambino qual ero, che non sognava di diventare aviatore o pompiere, ma archeologo. E non un archeologo qualsiasi, ma Heinrich Schliemann.
Qualcuno se ne ricorda ancora? Schliemann, l'uomo che restituiva luce alle città sepolte. L'uomo che dimostrò al mondo che Troia non era il sogno di un poeta cieco.
Schliemann nella vita cominciò come garzone di bottega, figlio di un pastore protestante. Era poco più di un bambino, quando gli regalarono un libro di storia con un'illustrazione di Troia in fiamme. Su quella pagina gli esplose qualcosa.
Anni dopo fu costretto ad abbandonare gli studi, ma una sera gli capitò di sentire un ubriaco che recitava alcuni versi in greco antico. Continuò a pagargli da bere, purché lui continuasse. Solo più tardi seppe che era l'Iliade. Decise di imparare il greco. Ma soprattutto decise che Troia non era solo un sogno. Non era una leggenda. E se era esistita, Troia, lui l'avrebbe ritrovata.
Follia sembrava, ma gli anni passarono e lui lavorò duro. Si imbarcò su navi che solcavano gli oceani, fece il fattorino, imparò molte lingue, si dette al commercio, finì per arricchirsi.
Alla fine arrivò il momento in cui potè dedicarsi del tutto al suo sogno. Si lasciò guidare dai versi di Omero, nemmeno fosse una mappa del tesoro. E la trovò. Trovò la città che per tutti era solo leggenda.
Restituì luce. Restituì verità.
Qualcuno se ne ricorda ancora? Schliemann, l'uomo che restituiva luce alle città sepolte. L'uomo che dimostrò al mondo che Troia non era il sogno di un poeta cieco.
Schliemann nella vita cominciò come garzone di bottega, figlio di un pastore protestante. Era poco più di un bambino, quando gli regalarono un libro di storia con un'illustrazione di Troia in fiamme. Su quella pagina gli esplose qualcosa.
Anni dopo fu costretto ad abbandonare gli studi, ma una sera gli capitò di sentire un ubriaco che recitava alcuni versi in greco antico. Continuò a pagargli da bere, purché lui continuasse. Solo più tardi seppe che era l'Iliade. Decise di imparare il greco. Ma soprattutto decise che Troia non era solo un sogno. Non era una leggenda. E se era esistita, Troia, lui l'avrebbe ritrovata.
Follia sembrava, ma gli anni passarono e lui lavorò duro. Si imbarcò su navi che solcavano gli oceani, fece il fattorino, imparò molte lingue, si dette al commercio, finì per arricchirsi.
Alla fine arrivò il momento in cui potè dedicarsi del tutto al suo sogno. Si lasciò guidare dai versi di Omero, nemmeno fosse una mappa del tesoro. E la trovò. Trovò la città che per tutti era solo leggenda.
Restituì luce. Restituì verità.
mercoledì 13 aprile 2011
Gustave Flaubert, che scriveva come respirava
Vi piace Gustave Flaubert?
Quanto è ancora letto, Gustave Flaubert?
Chissà che non vi faccia venire qualche appetito il ritratto che le dedica Silvia Ronchey in Il guscio della tartaruga...
Chissà che non venga voglia di leggerlo come lui pretendeva che si leggesse:
Non leggete come fanno i bambini, per divertirvi, né, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere
E a prescindere dal fatto che io non sia del tutto convinto che si debba fare proprio così - magari si potesse leggere come i bambini - che righe come fasci di luce Silvia Ronchey getta su di lui, su questo scrittore che quasi si svuotò di vita per riempirsi solo di scrittura.
Lui che sosteneva:
Una frase ha valore quando corrisponde a tutte le le necessità della respirazione
Lui che ne era convinto:
L'artista deve fare in modo che la posterità creda che non abbia vissuto
Antico dilemma, quello che contrappone l'arte alla vita. Anche a questo credo poco: ma fa bene rifletterci sopra, di tanto in tanto.
Quanto è ancora letto, Gustave Flaubert?
Chissà che non vi faccia venire qualche appetito il ritratto che le dedica Silvia Ronchey in Il guscio della tartaruga...
Chissà che non venga voglia di leggerlo come lui pretendeva che si leggesse:
Non leggete come fanno i bambini, per divertirvi, né, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere
E a prescindere dal fatto che io non sia del tutto convinto che si debba fare proprio così - magari si potesse leggere come i bambini - che righe come fasci di luce Silvia Ronchey getta su di lui, su questo scrittore che quasi si svuotò di vita per riempirsi solo di scrittura.
Lui che sosteneva:
Una frase ha valore quando corrisponde a tutte le le necessità della respirazione
Lui che ne era convinto:
L'artista deve fare in modo che la posterità creda che non abbia vissuto
Antico dilemma, quello che contrappone l'arte alla vita. Anche a questo credo poco: ma fa bene rifletterci sopra, di tanto in tanto.
martedì 12 aprile 2011
Diceva Fitzgerald, scrivere è nuotare sott'acqua
E che dire di Francis Scott Fitzgerald, lo scrittore in perenne crepuscolo?
Ancora una volta le tre paginette di Silvia Ronchey, la sua vita vera nel suo Il guscio della tartaruga, vale un'intera biografia, anzi, è più di una biografia, è il succo spremuto da una vita.
Vita che fu la storia della lotta tra un tremendo bisogno di scrivere e una serie di circostanze che tendevano a impedirglielo.
Fitzgerald, intelligenza di prim'ordine, in perenne lotta con se stesso, perché intelligenza è coltivare nella mente due idee opposte e ciononostante continuare a farla funzionare
Fitgerald, anzi, i molti Fitgerald:
E gli scrittori, se valgono qualcosa, sono un intero mucchio di individui che si sforza disperatamente di essere un'individualità sola
I giorni peggiori, diceva Fitzgerald, non erano quelli in cui non riusciva a scrivere, ma quelli in cui si chiedeva se scrivere valeva la pena
Perché domandarselo, è già il problema.
Perché, secondo Fitzgerald, scrivere bene è sempre nuotare sott'acqua e trattenere il fiato.
Ancora una volta le tre paginette di Silvia Ronchey, la sua vita vera nel suo Il guscio della tartaruga, vale un'intera biografia, anzi, è più di una biografia, è il succo spremuto da una vita.
Vita che fu la storia della lotta tra un tremendo bisogno di scrivere e una serie di circostanze che tendevano a impedirglielo.
Fitzgerald, intelligenza di prim'ordine, in perenne lotta con se stesso, perché intelligenza è coltivare nella mente due idee opposte e ciononostante continuare a farla funzionare
Fitgerald, anzi, i molti Fitgerald:
E gli scrittori, se valgono qualcosa, sono un intero mucchio di individui che si sforza disperatamente di essere un'individualità sola
I giorni peggiori, diceva Fitzgerald, non erano quelli in cui non riusciva a scrivere, ma quelli in cui si chiedeva se scrivere valeva la pena
Perché domandarselo, è già il problema.
Perché, secondo Fitzgerald, scrivere bene è sempre nuotare sott'acqua e trattenere il fiato.
lunedì 11 aprile 2011
L'africano che al mistero diede del tu
E Agostino, il grande Agostino, il filosofo, il teologo, il maestro dello spirito, il vescovo di Ippona.
Agostino era africano. E già questo qualcosa lo dice. Comincia così il suo ritratto di Agostino la storica e scrittrice Silvia Ronchey, nel suo straordinario Il guscio della tartaruga (Nottetempo), galleria di vite più che vere ricostruite attraverso la trama delle loro citazioni.
Bello, davvero bello: uno sguardo sbilenco e curioso, la capacità di cogliere il corpo vivo, pulsante, sotto il guscio della tartaruga, appunto.
E Agostino, allora. Agostino che ebbe un'anima turbata e una prosa incantata. Che da ragazzo si imbestialì in amori diversi e tenebrosi. Che divenne un grande enigma a se stesso e prese a domandare alla sua anima perché fosse così triste.
Agostino che capì che la tristezza si consuma perché perde ciò che desidera nel momento in cui lo possiede. E che il piacere, dunque, non potrà mai scindersi dal suo contrario, il dispiacere, come due lati della stessa medaglia.
E forse fu proprio per questo che Agostino divenne Agostino, colui che oggi conosciamo o diciamo di conoscere.
Al mistero Agostino diede del tu
Lo cita Silvia Ronchey, che io cito, nello stesso libro in cui ci racconta di Charles Baudelaire.
domenica 10 aprile 2011
Se l'odore sta nella cultura di chi annusa
Non ci avevo mai fatto troppo caso - e forse l'ho capito solo leggendo Negri froci giudei & Co. di Gian Antonio Stella - ma è così, l'avversario puzza sempre.
O almeno puzza la persona che classifichiamo irrimediabilmente altro da noi e inferiore. Puzza il nero, puzza il barbaro. E non si tratta solo del più grossolano dei pregiudizi, c'è qualcosa che va più a fondo, che viene prima: perché l'olfatto è il più primitivo dei sensi, quello che precede tutti gli altri anche nello sviluppo di un individuo (il neonato riconosce la madre dall'odore).
Che il razzismo sia prima di tutto una questione di odore? E perché no?
Ricorda l'antropologa francese Annick Le Guérer:
L'odore ha un ruolo fondamentale nelle relazioni umane e le decisioni che sono prese dall'olfatto sono prese al di fuori della sfera della coscienza, della morale e dell'estetica, ossia hanno un carattere radicale ed irrevocabile
E sarà proprio una questione di odore. Purché non dipenda solo dal naso.
Perché l'odore sta anche nella cultura di chi annusa.
O almeno puzza la persona che classifichiamo irrimediabilmente altro da noi e inferiore. Puzza il nero, puzza il barbaro. E non si tratta solo del più grossolano dei pregiudizi, c'è qualcosa che va più a fondo, che viene prima: perché l'olfatto è il più primitivo dei sensi, quello che precede tutti gli altri anche nello sviluppo di un individuo (il neonato riconosce la madre dall'odore).
Che il razzismo sia prima di tutto una questione di odore? E perché no?
Ricorda l'antropologa francese Annick Le Guérer:
L'odore ha un ruolo fondamentale nelle relazioni umane e le decisioni che sono prese dall'olfatto sono prese al di fuori della sfera della coscienza, della morale e dell'estetica, ossia hanno un carattere radicale ed irrevocabile
E sarà proprio una questione di odore. Purché non dipenda solo dal naso.
Perché l'odore sta anche nella cultura di chi annusa.
sabato 9 aprile 2011
Possibile che dietro Sandokan ci fosse Garibaldi?
I libri di Felice Pozzo sono sempre così, una miniera di intuizioni, curiosità, corrispondenze e fascinazioni, dieta abbondante e irrinunciabile per ogni appassionato di Emilio Salgari e dintorni. E con il libro che sto leggendo in questi giorni, Nella giungla di carta, mi è anche capitato di saltare sulla sedia.
Vi spiego: è che a un certo punto ho trovato citata anche Jessie White Mario, la mia Miss Uragano, la donna che spese la sua vita al fianco di Mazzini e Garibaldi.
Dice Felice Pozzo, a proposito di Emilio Salgari:
E' poi probabile che abbia letto, tra l'altro, "La vita di Garibaldi" (1882) di Jessie White Mario, rintracciandovi quegli episodi e quelle descrizioni che, con evdienza, sono poi confluite nella costruzione del personaggio Sandokan
Sapete, con i libri funziona così. Sembra che non ci sia alcun ordine nell'oceano dei titoli, delle edizioni, se non quello che, in modo comunque arbitrario, possono tentare i pedanti di turno. E invece un ordine c'è, nel disordine delle assonanze, dei rimandi, degli accostamenti. E' l'ordine che date voi con il vostro cuore, la vostra curiosità di lettori, marinai di carta che decidono la rotta.
E dunque, uno pensa al Risorgimento e trova la Malesia. Sogna Sandokan e trova Garibaldi.
Sentite ancora Felice Pozzo:
Che la Tigre della Malesia sia un po' Garibaldi, è nozione acquisita. Tanto acquisita che si è paragonato il suo compagno di avventure, Yanez, a Nino Bixio; sua moglie Marianna, la Perla di Labuan, ad Anita; la sua isola, Mompracem, a Caprera. E così via.
Accostamenti leciti, spiega il nostro, purché non si esageri a voler vedere anche quello che non c'è:
Non si tratta che di un richiamo ineffabile, allusivo, capace tuttavia di trasmettere sotterranee pulsioni
Che poi è quello che basta e avanza a uno come me, che leggendo di Garibaldi a volte si è confuso, e parecchio, smarrendosi tra la storia e l'avventura.
Vi spiego: è che a un certo punto ho trovato citata anche Jessie White Mario, la mia Miss Uragano, la donna che spese la sua vita al fianco di Mazzini e Garibaldi.
Dice Felice Pozzo, a proposito di Emilio Salgari:
E' poi probabile che abbia letto, tra l'altro, "La vita di Garibaldi" (1882) di Jessie White Mario, rintracciandovi quegli episodi e quelle descrizioni che, con evdienza, sono poi confluite nella costruzione del personaggio Sandokan
Sapete, con i libri funziona così. Sembra che non ci sia alcun ordine nell'oceano dei titoli, delle edizioni, se non quello che, in modo comunque arbitrario, possono tentare i pedanti di turno. E invece un ordine c'è, nel disordine delle assonanze, dei rimandi, degli accostamenti. E' l'ordine che date voi con il vostro cuore, la vostra curiosità di lettori, marinai di carta che decidono la rotta.
E dunque, uno pensa al Risorgimento e trova la Malesia. Sogna Sandokan e trova Garibaldi.
Sentite ancora Felice Pozzo:
Che la Tigre della Malesia sia un po' Garibaldi, è nozione acquisita. Tanto acquisita che si è paragonato il suo compagno di avventure, Yanez, a Nino Bixio; sua moglie Marianna, la Perla di Labuan, ad Anita; la sua isola, Mompracem, a Caprera. E così via.
Accostamenti leciti, spiega il nostro, purché non si esageri a voler vedere anche quello che non c'è:
Non si tratta che di un richiamo ineffabile, allusivo, capace tuttavia di trasmettere sotterranee pulsioni
Che poi è quello che basta e avanza a uno come me, che leggendo di Garibaldi a volte si è confuso, e parecchio, smarrendosi tra la storia e l'avventura.
venerdì 8 aprile 2011
Raymond Chandler e le tre regole dell'umiltà
Era un grande, un grandissimo, Raymond Chandler, il maestro del romanzo hard-boiled, il babbo di quel Philip Marlowe che ho imparato a sognare con le espressioni e i movimenti di Humphrey Bogart, ma che, a mio parere, è ancora più avvicente se lo lascio prendere vita dalla pagina.
E' un grande, ed è uno di quei grandi che viene voglia di conoscere anche per quello che è stato anche nella vita, senza paura di esserne deluso. Per questo mi aspetto molto da Parola di Chandler, libro magnificamente presentato qualche tempo fa da Giuseppe Culicchia su Tuttolibri (Caro Marlowe raccontaci un'altra storia).
Quando avrò voglia di alimentare il mio immaginario con l'America noir, ferocia delle metropoli e ambizioni di celluloide, giungle d'asfalto e bourbon scolati all'alba, improvvisazioni jazz e squarci di malinconia, ecco, quando avrò voglia questo sarà un libro che dovrò leggere.
Intanto scopro che il grande Raymond era grande anche nell'umiltà. Sentite in che modo faceva entrare nel suo laboratorio di scrittura:
Come scrittore con vent'anni di esperienza professionale ho incontrato ogni genere di persona. Quelli che dicono di saperne di più sulla scrittura sono proprio quelli che meno sanno scrivere. Meno fai caso a loro e meglio è. Così ho inventato tre leggi per scrivere a mio proprio uso, che sono assolute: non seguire mai i consigli. Non mostrare mai il lavoro svolto né discuterne. Non rispondere mai a un critico
Tre regole che portano al silenzio. Alla solitudine figlia dell'umiltà, non di chi respira alto perché si è innalzato sul suo piedistallo. Tre regole che mi piacciono.
E' un grande, ed è uno di quei grandi che viene voglia di conoscere anche per quello che è stato anche nella vita, senza paura di esserne deluso. Per questo mi aspetto molto da Parola di Chandler, libro magnificamente presentato qualche tempo fa da Giuseppe Culicchia su Tuttolibri (Caro Marlowe raccontaci un'altra storia).
Quando avrò voglia di alimentare il mio immaginario con l'America noir, ferocia delle metropoli e ambizioni di celluloide, giungle d'asfalto e bourbon scolati all'alba, improvvisazioni jazz e squarci di malinconia, ecco, quando avrò voglia questo sarà un libro che dovrò leggere.
Intanto scopro che il grande Raymond era grande anche nell'umiltà. Sentite in che modo faceva entrare nel suo laboratorio di scrittura:
Come scrittore con vent'anni di esperienza professionale ho incontrato ogni genere di persona. Quelli che dicono di saperne di più sulla scrittura sono proprio quelli che meno sanno scrivere. Meno fai caso a loro e meglio è. Così ho inventato tre leggi per scrivere a mio proprio uso, che sono assolute: non seguire mai i consigli. Non mostrare mai il lavoro svolto né discuterne. Non rispondere mai a un critico
Tre regole che portano al silenzio. Alla solitudine figlia dell'umiltà, non di chi respira alto perché si è innalzato sul suo piedistallo. Tre regole che mi piacciono.
giovedì 7 aprile 2011
A coloro che hanno premuto il tasto sbagliato....
A tutti coloro che hanno sbagliato il tasto del computer.... A tutti coloro che si sono distratti e hanno premuto il cancel, o semplicemente non hanno salvato. A tutti coloro che mentre stavano volando via con i loro pensieri hanno perso una poesia, un racconto, una trama, comunque una possibilità....
Non so a quanti di voi è successo, ma nel caso ecco come ne venne fuori Charles Bukowski
Hemingway non l'ha mai fatto
ho letto che perse una valigia piena di manoscritti su un
treno e che non sono stati più ritrovati.
non posso competere con l'angoscia di una cosa del genere
ma l'altra notte ho scritto una poesia di tre pagine
su questo computer
e per colpa della mia mancanza di diligenza e di pratica
a forza di giocare con i comandi del menù
sono riuscito in qualche modo a cancellare quella poesia
per sempre.
credimi, una cosa così è difficile che succeda
anche a un novellino
ma io in qualche modo ci sono riuscito.
be', non credo che quelle tre pagine fossero immortali
ma c'erano alcuni versi veramente pazzeschi,
che sono andati per sempre.
e la cosa mi scoccia non poco, è come
rovesciare per terra una bottiglia di vino
pregiato.
e difficilmente scrivere di questo fatto può far uscir fuori
una poesia che valga.
ma comunque, ho pensato che in qualche modo potesse
interessarti.
altrimentri, avrai almeno letto fino a qui
e potrebbe esserci una poesia migliore
qualche pagina più in là.
speriamo, per il tuo bene
e per
il mio.
(da Charles Bukowski, Spegni la luce e aspetta, Miminum Fax)
Non so a quanti di voi è successo, ma nel caso ecco come ne venne fuori Charles Bukowski
Hemingway non l'ha mai fatto
ho letto che perse una valigia piena di manoscritti su un
treno e che non sono stati più ritrovati.
non posso competere con l'angoscia di una cosa del genere
ma l'altra notte ho scritto una poesia di tre pagine
su questo computer
e per colpa della mia mancanza di diligenza e di pratica
a forza di giocare con i comandi del menù
sono riuscito in qualche modo a cancellare quella poesia
per sempre.
credimi, una cosa così è difficile che succeda
anche a un novellino
ma io in qualche modo ci sono riuscito.
be', non credo che quelle tre pagine fossero immortali
ma c'erano alcuni versi veramente pazzeschi,
che sono andati per sempre.
e la cosa mi scoccia non poco, è come
rovesciare per terra una bottiglia di vino
pregiato.
e difficilmente scrivere di questo fatto può far uscir fuori
una poesia che valga.
ma comunque, ho pensato che in qualche modo potesse
interessarti.
altrimentri, avrai almeno letto fino a qui
e potrebbe esserci una poesia migliore
qualche pagina più in là.
speriamo, per il tuo bene
e per
il mio.
(da Charles Bukowski, Spegni la luce e aspetta, Miminum Fax)
mercoledì 6 aprile 2011
Quando la bugia è un atto di amore
Si può raccontare l'orrore della persecuzione razziale con la dolcezza di una favola, capace di schiuderti il mondo tenero e fragile dell'infanzia?
Sì, se sei una scrittrice come Irene Dische. Sì, se hai l'umiltà di non tentare il capolavoro, il libro definitivo, perché non è di questo che c'è bisogno, perché a volte è più importante essere esili, allusivi, muoversi leggeri come un pattinatore sulla superficie del ghiaccio.
Come nelle Lettere del sabato, come con questo padre che non si stanca di ripetere: Sono nato con la camicia, figurarsi, lui ebreo che negli anni Trenta si trasferisce dall'Ungheria a Berlino, staccando così il suo biglietto per l'inferno.
E c'è Peter, il figlio, che prima lo segue, rimanendo affascinato dalla grande città, dai suoi cinema e dalle sue feste, e che poi viene mandato via, e chissà perché, chissà perché deve ritornare con il nonno, accontentarsi di questa Ungheria che è sbadiglio, che è provincia, che è distacco.
Però ci sono le lettere del babbo, che dice che tutto va bene, che a Berlino la grande vita prosegue, che un giorno anche lui potrà tornare.
Quando le bugie servono. Quando le bugie sono un atto di amore.
Quando c'è solo il desiderio di proteggere i bambini, di allontanare il loro sguardo dalle brutture del mondo.
Nell'uomo c'è, ci può essere anche questo desiderio: ed è un modo per riscattarci.
Sì, se sei una scrittrice come Irene Dische. Sì, se hai l'umiltà di non tentare il capolavoro, il libro definitivo, perché non è di questo che c'è bisogno, perché a volte è più importante essere esili, allusivi, muoversi leggeri come un pattinatore sulla superficie del ghiaccio.
Come nelle Lettere del sabato, come con questo padre che non si stanca di ripetere: Sono nato con la camicia, figurarsi, lui ebreo che negli anni Trenta si trasferisce dall'Ungheria a Berlino, staccando così il suo biglietto per l'inferno.
E c'è Peter, il figlio, che prima lo segue, rimanendo affascinato dalla grande città, dai suoi cinema e dalle sue feste, e che poi viene mandato via, e chissà perché, chissà perché deve ritornare con il nonno, accontentarsi di questa Ungheria che è sbadiglio, che è provincia, che è distacco.
Però ci sono le lettere del babbo, che dice che tutto va bene, che a Berlino la grande vita prosegue, che un giorno anche lui potrà tornare.
Quando le bugie servono. Quando le bugie sono un atto di amore.
Quando c'è solo il desiderio di proteggere i bambini, di allontanare il loro sguardo dalle brutture del mondo.
Nell'uomo c'è, ci può essere anche questo desiderio: ed è un modo per riscattarci.
martedì 5 aprile 2011
Ci vogliono uomini buoni per il buon giornalismo
(Dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)
Africa, Africa. L’Africa del buon giornalismo. Lo avevo già letto e amato, ma l’altro giorno rincorrendo Emilio redattore della Nuova Arena lo sguardo mi è scivolato sullo scaffale dove tengo tutti i libri del grande Riszard Kapuscinski. Mi sono fermato sulla costola di Ebano, è stato un attimo prenderlo, sfogliarlo, lasciarmi catturare dalle sue pagine ancora una volta.
Per me è il più bel libro di questo straordinario giornalista viaggiatore, di questo uomo che i luoghi della terra non si limitò ad attraversarli e a raccontarli, ma prima li volle abitare, con il corpo, con il cuore, con l’anima.
Inviato speciale, ma inviato che non frequenta gli alberghi di lusso, le cittadelle del privilegio, gli appuntamenti mondani dove è facile scroccare oppure mettere tutto in nota spese.
Inviato come uomo che vivrà la stessa vita di chi intende poi scrivere.
Kapuscinski mi ha insegnato davvero il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si smarriscono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.
E in Ebano c’è tutta l’Africa, c’è tutto questo immenso continente bellissimo e dolente. Sembra avvertirne il canto, sembra cogliere il sangue che pulsa nelle sue vene.
E da qui mi riesce facile tornare a Emilio, alla sua Africa raccontata dalla redazione, confondendo le acque dell’Adige con quelle del Nilo e del Congo.
È evidente che non è la stessa cosa. Però mi sa che in un posto si può entrare in molti modi e che preparazione e onestà sono un buon punto di partenza.
Bisogna tenersi stretto quello che una volta affermò Kapuscinski:
Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo momento, una parte del loro destino.
Ecco, queste non sono solo parole. Bisogna essere uomini buoni per essere buoni giornalisti.
Africa, Africa. L’Africa del buon giornalismo. Lo avevo già letto e amato, ma l’altro giorno rincorrendo Emilio redattore della Nuova Arena lo sguardo mi è scivolato sullo scaffale dove tengo tutti i libri del grande Riszard Kapuscinski. Mi sono fermato sulla costola di Ebano, è stato un attimo prenderlo, sfogliarlo, lasciarmi catturare dalle sue pagine ancora una volta.
Per me è il più bel libro di questo straordinario giornalista viaggiatore, di questo uomo che i luoghi della terra non si limitò ad attraversarli e a raccontarli, ma prima li volle abitare, con il corpo, con il cuore, con l’anima.
Inviato speciale, ma inviato che non frequenta gli alberghi di lusso, le cittadelle del privilegio, gli appuntamenti mondani dove è facile scroccare oppure mettere tutto in nota spese.
Inviato come uomo che vivrà la stessa vita di chi intende poi scrivere.
Kapuscinski mi ha insegnato davvero il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si smarriscono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.
E in Ebano c’è tutta l’Africa, c’è tutto questo immenso continente bellissimo e dolente. Sembra avvertirne il canto, sembra cogliere il sangue che pulsa nelle sue vene.
E da qui mi riesce facile tornare a Emilio, alla sua Africa raccontata dalla redazione, confondendo le acque dell’Adige con quelle del Nilo e del Congo.
È evidente che non è la stessa cosa. Però mi sa che in un posto si può entrare in molti modi e che preparazione e onestà sono un buon punto di partenza.
Bisogna tenersi stretto quello che una volta affermò Kapuscinski:
Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo momento, una parte del loro destino.
Ecco, queste non sono solo parole. Bisogna essere uomini buoni per essere buoni giornalisti.
lunedì 4 aprile 2011
Consolazione per lo scrittore mancato
Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.
Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall'esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
(Italo Calvino, dalla prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno)
domenica 3 aprile 2011
Perché si bruciano le biblioteche
Siamo dei barbari ed è ciò che desideriamo essere
Lo diceva Adolf Hitler, nel maggio 1933, diversi anni prima che la sua Germania si mobilitasse per la soluzione finale. Stava commentando il rogo di libri a Berlino. Forse prima di arrivare ai forni per gli ebrei bruciare libri era stato un passaggio necessario, quasi una condicio sine qua non.
Attenzione a chi disprezza i libri. A chi vuol eliminarli. Prima o poi verrà fuori anche la sua voglia di fare male, molto male, a qualche malcapitato.
La storia insegna, ne abbiamo avuti troppi di campioni di verità e giustizia che la pensavano più o meno come l'emiro che incendiò la biblioteca di Alessandria con queste parole:
Se il contenuto dei libri si accorda col libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c'è alcun bisogno di conservarli
La storia insegna, e questo a volte è proprio il problema. Per questo nell'estate del 1992 i cannoni dell'assedio di Sarajevo presero di mira proprio la biblioteca. Bruciò per tre giorni, mentre qualcuno faceva festa, sulle colline intorno.
Bruciare libri cancella la memoria, permette di riscrivere la storia secondo volontà, di spacciare il falso per il vero, il vero per il falso, e soprattutto accreditarsi come gli unici depositari del vero.
Attenzione ai roghi del libro. Sono sempre attuali: e non c'è bisogno di piazze dove appiccare le fiamme, stringi stringi non c'è bisogno nemmeno di fiamme.
Lo diceva Adolf Hitler, nel maggio 1933, diversi anni prima che la sua Germania si mobilitasse per la soluzione finale. Stava commentando il rogo di libri a Berlino. Forse prima di arrivare ai forni per gli ebrei bruciare libri era stato un passaggio necessario, quasi una condicio sine qua non.
Attenzione a chi disprezza i libri. A chi vuol eliminarli. Prima o poi verrà fuori anche la sua voglia di fare male, molto male, a qualche malcapitato.
La storia insegna, ne abbiamo avuti troppi di campioni di verità e giustizia che la pensavano più o meno come l'emiro che incendiò la biblioteca di Alessandria con queste parole:
Se il contenuto dei libri si accorda col libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c'è alcun bisogno di conservarli
La storia insegna, e questo a volte è proprio il problema. Per questo nell'estate del 1992 i cannoni dell'assedio di Sarajevo presero di mira proprio la biblioteca. Bruciò per tre giorni, mentre qualcuno faceva festa, sulle colline intorno.
Bruciare libri cancella la memoria, permette di riscrivere la storia secondo volontà, di spacciare il falso per il vero, il vero per il falso, e soprattutto accreditarsi come gli unici depositari del vero.
Attenzione ai roghi del libro. Sono sempre attuali: e non c'è bisogno di piazze dove appiccare le fiamme, stringi stringi non c'è bisogno nemmeno di fiamme.
sabato 2 aprile 2011
Se in guerra diventa un piacere uccidere
Allora l'immagine dell'austriaco che avevo ucciso mi ritornava in mente. Aveva cercato di arrendersi, aveva detto di no, col viso, con gli occhi, con quella mano alzata, con l'altra mano che si premeva contro il ventre ferito, ma io avevo sparato, e nel farlo avevo anche provato piacere
E' molte cose insieme, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), primo romanzo di Andrea Molesini, quello che un tempo si sarebbe detto un felice esordio narrativo.
Molte cose, davvero.
E' uno spaccato di vita della campagna veneta - il piccolo mondo antico dei signori e dei contadini - che cerca di salvare qualcosa di sè nella tempesta della Storia.
E' un'affascinante ricostruzione di eventi che non conosciamo poi molto, malgrado tutte le commemorazioni ufficiali e le lapidi dei caduti e le vie intitolate ai soldati e alle battaglie.
E' uno sguardo diverso sulla Prima Guerra Mondiale, tra la rotta di Caporetto e la conclusione delle ostilità, colta non dalla vita (e dalla morte) in trincea, ma dalle immediate retrovie, dalle terre sulla riva sinistra del Piave occupate dagli austriaci.
E' un bel racconto in prima persona - un ragazzo, Paolo, è l'io narrante - che sa essere tenero e spietato, attento ai particolari e avvincente.
Ma è soprattutto la guerra. La guerra che non si limita a uccidere. Che scava dentro e saccheggia. La guerra come un tombarolo dell'anima, che porta via ogni cosa preziosa. Che lascia persone vuote come stanze nude, private di valori e di sentimenti.
Perché la guerra è anche questa, un ragazzo come Paolo, un'adolescenza come un'ombra alle spalle, che si scopre a uccidere.
E che non si ferma, forse anche quando potrebbe. Non si ferma, perché prova perfino piacere.
E' molte cose insieme, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), primo romanzo di Andrea Molesini, quello che un tempo si sarebbe detto un felice esordio narrativo.
Molte cose, davvero.
E' uno spaccato di vita della campagna veneta - il piccolo mondo antico dei signori e dei contadini - che cerca di salvare qualcosa di sè nella tempesta della Storia.
E' un'affascinante ricostruzione di eventi che non conosciamo poi molto, malgrado tutte le commemorazioni ufficiali e le lapidi dei caduti e le vie intitolate ai soldati e alle battaglie.
E' uno sguardo diverso sulla Prima Guerra Mondiale, tra la rotta di Caporetto e la conclusione delle ostilità, colta non dalla vita (e dalla morte) in trincea, ma dalle immediate retrovie, dalle terre sulla riva sinistra del Piave occupate dagli austriaci.
E' un bel racconto in prima persona - un ragazzo, Paolo, è l'io narrante - che sa essere tenero e spietato, attento ai particolari e avvincente.
Ma è soprattutto la guerra. La guerra che non si limita a uccidere. Che scava dentro e saccheggia. La guerra come un tombarolo dell'anima, che porta via ogni cosa preziosa. Che lascia persone vuote come stanze nude, private di valori e di sentimenti.
Perché la guerra è anche questa, un ragazzo come Paolo, un'adolescenza come un'ombra alle spalle, che si scopre a uccidere.
E che non si ferma, forse anche quando potrebbe. Non si ferma, perché prova perfino piacere.
venerdì 1 aprile 2011
Inviato speciale in compagnia di Erodoto
Ryszard Kapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.
La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.
Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.
Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.
Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.
Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.
Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".
La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.
Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.
Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.
Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.
Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.
Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".
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C'è il mondo prima che il mondo cambiasse, in questo libro. C'è tutta la vita che era così perchè arrivava da lontano passo dopo passo, senza che si potesse immaginare che tutto sarebbe stato cancellato come un segno sulla lavagna.
Via Nowolipie di Jòsef Hen, un titolo davvero scoperto per caso, se ben ricordo navigando senza meta sull'infinito mare di Internet. Ordinato senza nessuna aspettativa, e sì che la Giuntina è una di quelle case editrici da cui è sempre lecito aspettarsi belle sorprese.
Via Nowolipie, cioé gli ebrei dell'Europa orientale prima di Hitler e dello sterminio, prima dello tsunami che avrebbe spazzato via una storia di secoli e secoli. Un libro di vita vera, un mondo popolato di voci e mestieri. Storie, feste e funerali, piatti serviti a tavola, giorni segnati sul calendario.
Solo che non è l'ennesimo libro dedicato allo shetl, al piccolo villaggio ebraico piantato nelle grandi distese rurali dell'Europa che bussa alle porte dell'Asia. Qui siamo a Varsavia, nella grande città, nella capitale di una Polonia ancora non dilaniata dagli appetiti di russi e tedeschi.
Ed è un mondo raccontato con gli occhi di un bambino. Una via, un quartiere, la scuola. Ricordi in prima persona, in un impasto di emozioni a mezza strada, più o meno, tra I ragazzi della Via Pal e Il Giardino dei Finzi Contini - fosse solo per quelle ultime partite a tennis prima della guerra e di ogni altra cosa.