giovedì 31 marzo 2011

Ma perché è tornato Superman?

C'è un piccolo Superman dentro ogni Everyman, un Superuomo dentro ogni Uomo Qualunque

Pare che siano ritornati di moda i Supereroi tipo Uomo Ragno e Capitan America, quelli che gente come me inseguiva sugli albi della Marvel, sempre incerto se sognare o tornare con i piedi per terra. Pare, e allora bisognerà chiedersi perché, bisognerà provare almeno a capire se anche questo è il segno dei tempi.

Vittorio Zucconi ci ha provato raccontando su Repubblica come è nato il primo Supereroe di una lunga serie, quello che in Italia importammo con il nome di Nembo Kid, ma che per il resto del mondo era Superman. E sapete come inizia il suo racconto?

Era l'inverno del grande gelo, quel 1932 nella Cleveland degli altoforni spenti in un'America del Midwest che si era scoperta fragile e vulnerabile, dopo la sbornia degli anni venti. Fu in quella città che rabbrividiva nelle file per la minestra sotto il vento plumbeo dei Grandi Laghi, che due ragazzi neppure ventenni immaginarono l'antidoto al veleno che stava fiaccando la terra dei loro sogni. Non un eroe, ma un supereroe....

Insomma, la Grande Depressione, l'America meno il sogno americano, due ragazzi - Joe Shuster e Jerry Siegel - che già nel nome portano il marchio di un'immigrazione non facile, in un paese che è ancora il paese degli Wasp, i bianchi anglosassoni protestanti. Ed è dalla loro fantasia, dalla loro voglia di sognare un'altra America, che nasce Superman, qualcosa vorrà dire.

Superman  è quanto di meno Wasp si possa immaginare. E' ogni Shlomo e ogni Salvatore, ogni Mickey e ogni Ahmed piovuto dalla Galassia sulla terra americana per renderla più forte, più sicura, più America

Sì, qualcosa vorrà dire, se è tornata voglia di Supereroi.


mercoledì 30 marzo 2011

Il mistero di Ipazia, la fatica dello storico

Chi era davvero Ipazia?

Chi era oltre le definizioni perfino troppo facili - la donna di scienza, la sacerdotessa, l'intellettuale pagana?

Chi era oltre quello che è il fatto nudo e crudo del suo assassinio - quel giorno del quinto secolo ad Alessandria di Egitto, quando un manipolo di monaci fanatici la aggredì e la fece a pezzi?

La sua storia ce la racconta Silvia Ronchey, in un bel libro, che però più che dare risposte, mette a nudo la fatica e i dubbi dello storico, per lo meno dello storico che non vuole vendere verità purché siano.


Ma dietro tante maschere o visioni che cosa si cela? si chiede Silvia Ronchey. E così il discorso si inoltra in sabbie mobili da far paura, perché si capisce che il fatto non è mai solo il fatto e non sono mai solo le incrostazioni delle versioni che di quel fatto sono state date, è che il fatto è già qualcos'altro appena viene ricordato, raccontato, commentato.

Chi era Ipazia, la donna che di volta in volta è stata rappresentata come simbolo di libertà, martire dei fanatismi, simbolo della condizione della donna nella storia?

Dice Silvia Ronchey che bisognerebbe procedere per sottrazione, più che per l'aggiunta di tratti: Siamo certi, o quasi, di ciò che quella donna non è stata.

E meno male che tra le cose quasi certe c'è questa: cercava la verità, amava il dubbio, detestava la manipolazione.

Può bastare, come no.




martedì 29 marzo 2011

Ma perché agli scrittori piace Facebook?

Facebook è la babysitter di noi scrittori persi nella rete, potenzialmente in grado di metterci nei guai

Interessante, davvero interesante, la riflessione che Elena Stancanelli fa sulle pagine di Repubblica (La nuova letteratura dei social network) nel tentativo di spiegare perché tanti scrittori si sono fatti catturare da Facebook, allo stesso tempo raccontando perché lei stessa si è costruita un profilo, l'ha cancellato (perseguitata dalla domanda: ma a che ti serve?) per poi aprirlo di nuovo.

E dunque, perché tanti scrittori dopo aver passato tanti ore a distillare parole per i loro libri poi non trovano niente di meglio che spendere altro tempo per macinare altre parole sul computer. Possibile sia solo per biechi motivi di autopromozione?

Dice la Stancanelli:

Invece ci colleghiamo a Facebook, scambiamo due frasi con qualcuno, sbirciamo le foto di un altro, scriviamo un mini pensiero nello spazio chiamato "cosa stai pensando". E' rilassante, e non incide sulla carta di credito. Ma a cosa serve? A niente

Forse è proprio questo niente una prima risposta. Questa possibilità di parola leggera, scorrevole, non impegnativa, non destinata a rimanere....

Chissà però che da questo niente non possa nascere qualcosa di incredibilmente importante. Non so niente dei romanzi che in America cominciano a essere scritti a forza di cinguettii di Twitter, non so se attraverso Facebook stanno nascendo la lingua e la capacità di racconto del domani, ma sono proprio contento di poter assistere a cosa sta succedendo. E cito ancora, sarà perché Internet è la grande macchina della citazione universale:


D'ora in poi quando i mormoni della letteratura mi chiederanno "sì, ma a che serve?", risponderò che i social network sono i libri del futuro. E potrei anche avere ragione.


lunedì 28 marzo 2011

Quando le biblioteche sono prese a cannonate

Lo spiega bene Gian Antonio Stella in Negri Froci Giudei & Co. L'eterna guerra contro l'altro:


Uccidere la memoria è essenziale, per chi vuole reinventarsi la "sua" storia

E poichè le biblioteche sono luoghi che custodiscono la memoria - e quindi le radici, l'identità, la profondità e le ragioni per il futuro di un paese - le biblioteche a volte fanno paura. Le biblioteche diventano obiettivo militare, problema da cancellare, fastidio da sopprimere.

Tra un po' saranno passati 20 anni dall'assedio di Sarajevo. E lì le milizie che volevano annientare la città della convivenza multiculturale e multireligiosa fecero di tutto per distruggere la sua grande biblioteca. Per giorni usarono bombe al fosforo, poi spararono sui vigili del fuoco che cercavano di intervenire.

Dall'antica Cina all'Alessandria dei califfi le biblioteche hanno continuato a bruciare. Più o meno per le stesse ragioni con cui Hitler fece appiccare il fuoco ai libri raccolti sulla piazza di Berlino:

Siamo dei barbari, ed è ciò che desideriamo essere

Mi fa riflettere questo. Tranne pensare che poi ci sono diversi modi, per cancellare le biblioteche. Modi civili, anche. Non con le fiamme, ma semplicemente chiudendo il rubinetto. Strangolandole per mancanza di fondi. Risultati garantiti, comunque.


domenica 27 marzo 2011

Sandra Cervone e la splendida fatica della poesia





Lascerò accesa una sola lanterna.
Alla scia luminosa s’aggrappa l’amore
e vola. Da radici alle pendici. Del cuore



E' faticoso il mestiere della poesia, faticoso e ingrato, perchè si sa, eterna lamentela, la poesia non si vende, la poesia si legge poco, la poesia, soprattutto in questo nostro paese, deve accontentarsi di nicchie, alimentarsi del conforto dei pochi appassionati.

Ma la fatica non è solo del mestiere, è anche della parola poetica in quanto tale: parola che non scorre sulla superficie, come un sms o un messaggio di posta elettronica, parola che esige scavo, profondità, travaglio dei sentimenti, distacco dal superfluo. E proprio per questo parola necessaria, soprattutto in questo nostro paese, che prima ancora che alla cultura mi pare che abbia abdicato a ciò che è autentico, a ciò che dà spessore e senso.

A tutto questo ho pensato in questi giorni, leggendo e rileggendo I petali e la luna di Sandra Cervone, poetessa di  Gaeta che da molti anni oramai si cimenta con questa fatica. Con coraggio, con raffinata sensibilità, con matura consapevolezza di un lavoro poetico che cerca davvero la parola genuina, non manomessa, essenziale.

Parola mai fine a se stessa, mai isterilita in gioco formale fine a se stesso. Perché la poesia, per quanto mi riguarda, deve saper dire, deve saper strappare vita al non detto. Deve essere sangue, pulsazione, lampo di luce.

Tutto questo, ritrovo in quella bella raccolta, che arricchisce la la bella offerta di un editore bravo a scommettere sulle voci nuove come Perronelab.

Ho richiuso il libro, sprofondato nel mio divano in salotto. Ma a lungo mi sono sentito terra, terra e mare. Altri orizzonti e vento a spazzare via nubi. Come se l'aria e la luce di Gaeta, del Mediterraneo di Sandra Cervone, mi fossero entrati in casa portandomi in dono le parole della vita.






sabato 26 marzo 2011

Tutto il mondo in quel bistrot di Parigi

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

venerdì 25 marzo 2011

Se il viaggiatore è nell'occhio del ciclone

Se il viaggiatore è nell'occhio del ciclone, dunque nell'unico luogo dove ci si può aggrappare alla quiete  el cuore della tempesta. Se l'occhio del ciclone è uno sguardo sulle cose del mondo. Se in questo modo si riesce perfino a cogliere qualche brandello di saggezza. Mi piacciono queste parole di Cees Nooteboom:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell'occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l'occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell'occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco. Chi impara a guardare con quell'occhio impara forse anche a distinguere l'essenziale dal secondario, anche se si limita a capire in che cosa sono diverse le cose e le persone e in che cosa sono uguali

Non so ancora bene cosa sia un vero viaggiatore, non so quanti viaggi si debba fare per esserlo, e quanto lontano, non so nemmeno se ne valga la pena, ma percepisco che questa è la strada, anzi, che prima ancora di una strada è un modo di guardare. Ed è proprio questo sguardo.

giovedì 24 marzo 2011

In Birmania, senza essere Tiziano Terzani

Ci sono molti modi di viaggiare, molti modi di abbandonarsi col proprio sguardo al mondo. Molti modi di scrivere per raccontare quei viaggi.

E ci sono fin troppi libri, che raccolgono quei viaggi, quegli sguardi, quelle pagine.

Forse abbiamo bisogno anche di disintossicarsi, non della letteratura di viaggio, certo, ma di tante incrostazioni che su di essa si sono depositate. Troppa enfasi, troppa retorica del viaggiatore, troppa presunzione esibita da chi deve puntellare il senso di un'esperienza che si vuole unica e che deve trovare ragioni o pretesti.

C'è bisogno di voci sincere, oneste. C'è bisogno di nuovo sangue nell'esperienza del viaggio e del racconto di viaggio. E c'è bisogno delle parole misurate e sensate di chi sa che il primo viaggio è sempre nel mondo dei propri sentimenti e delle proprie convinzioni, anche se non siamo protagonisti di un'impresa e non ci troviamo al centro della Storia.

Come in Viaggio in Birmania (nemmeno il titolo ha effetti speciali), il cui autore non prova a spacciarsi come il Terzani o il Kapuscinski di turno. Michele Cucuzzella in Birmania - o se si preferisce in Myanmar - arriva come volontario, per fare una piccola grande cosa, insegnare inglese ai bambini.

Della Birmania e della sua cultura sa poco, mi pare. E proprio per questo le sue sono parole pulite, dirette, capaci di accompagnarci amichevolmente in questo paese magnifico e maledetto.

Dalla Off the road della Vallecchi un altro bel tassello che si aggiunge al mosaico delle ragioni per cui viaggiare forse non sarà indispensabile, però fa sempre bene.

mercoledì 23 marzo 2011

Quando il colpo di Stato è in diretta tv (forse)

Un libro intero per fermare un solo momento, quello dell'irruzione del militare golpista nell'aula del Parlamento, ma anche il momento in cui, tra tutti i deputati, i ministri, gli alti funzionari delle istituzioni, rimane in piedi un solo uomo, il capo del governo di un governo già morto, ucciso non da quel colpo di Stato ma dalle derive della Storia, dalle perfidie della politica.

Un solo momento che è come un fermo immagine alla televisione. Con tutto il prima che c'è prima, tutto il dopo che c'è dopo. Un momento che contiene infinite possibilità e da cui dipende un intero paese e con quel paese la vita di milioni e milioni di persone.

E' a questo momento che Javier Cercas, lo scrittore spagnolo già autore del bellissimo Soldati di Salamina, ha dedicato un intero libro, appassionato, meditabondo, minuzioso, perfino eccessivo nella cura dei dettagli. Un libro per raccontare il golpe del 23 febbraio 1981, quando il colonello Tejero entrò pistola in pugno nel parlamento di Madrid.

Passerà alla storia come l'ultimo rigurgito della Spagna franchista, il tentativo estremo e folle di un manipolo di fanatici. In realtà era il golpe di cui tutti sapevano e di cui tutti fecero finta di non sapere, dopo.

Ma quel golpe è molte altre cose ancora. E molte altre cose ancora è questo libro, Anatomia di un istante. Per esempio un appassionante esercizio della memoria, con le sue trappole, le sue indeterminatezze.

E' stato l'unico golpe della storia ripreso dalle telecamere... almeno apparentemente trasmesso in diretta.


E alcuni antepongono quello che ricordano a ciò che avvenne, e così continuano a ricordare di aver visto il colpo di Stato in diretta

Quel colonnello con il tricorno in testa e la pistola brandita:

Pur sapendo che è un personaggio reale, resta un personaggio irreale; pur sapendo che è un'immagine reale, resta un'immagine irreale

E quel golpe:

Nella società dello spettacolo, in ogni caso, è stato uno spettacolo in più

martedì 22 marzo 2011

L'unico motivo che non vale per viaggiare

Ci sono molti buoni motivi per viaggiare, ma solo uno è meglio lasciarselo una volta per tutte alle spalle: l'irragionevole convinzione che cambiando luogo si possa cambiare se stessi, ritrovare se stessi, o peggio ancora fuggire da se stessi.

Non c'è altrove per chi prova ad alimentare questa speranza macinando chilometri. E valgano allora le parole di uno dei più grandi scrittori viaggiatori dei nostri tempi, Cees Nooteboom, un nome che sembra uno scherzo, ma un lampo di luce in ognuna delle pagine del suo Hotel Nomade (Feltrinelli Traveller)

Chi viaggia di continuo è sempre da qualche altra parte, e questo vale per te stesso, e quindi sempre assente, e questo vale per gli altri, gli amici; perché è vero che per te sei sempre "in qualche altro posto", il che vuol dire che in qualche posto non ci sei, però in un posto ci sei sempre e comunque, ossia con te stesso. E per quanto semplice possa sembrare, ci vuole molto tempo prima che te ne renda completamente conto. 


Non so quante volte ho già dovuto ascoltare il detto di Pascal: "La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr'ore nella stessa stanza", fin quando pian piano ho capito che io ero proprio quello che rimaneva a casa, vale a dire con se stesso.


Anche viaggiare è qualcosa che devi imparare, è una transazione continua con gli altri durante la quale nello stesso tempo sei solo.

lunedì 21 marzo 2011

Primavera, rinascita, risveglio


Primo giorno di primavera, e non importa se l'inverno allungherà ancora per un po' le sue dita intirizzite. Primavera, ciosè rinascita, cioé risveglio. Poesia che si schiude. Giorno da segnare sul calendario con una poesia. Come questa, di Giuseppe Ungaretti: La notte bella. Scritta un giorno del 1916, nel mezzo della guerra.

Quale canto s'è levato stanotte
che intesse 
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato 
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d'universo

domenica 20 marzo 2011

Il vento e l'augurio donato dall'Apache




Che una vita colma di bene
sia sempre nell'aria che respiri.
Che il bene che ti avvolge
cresca col vento del mattino


E' un augurio degli Apache, che questa mattina ho scovato, quasi per caso, da un libriccino di poesie degli Indiani di America. Sapete quando lo sguardo percorre gli scaffali e finisce per indugiare su una costola, su un titolo?

Questa mattina lo spicchio di cielo che vedo dalla mia finestra è azzurro, intenso, regala un sentimento di libertà che mi richiama le praterie di America. Almeno quello che nei miei sogni sono le praterie di America.

C'è un sole che sa di rinascita, e il libriccino, guarda un po', si chiama così: Il sole è il padre di mio padre.

C'è anche un leggero vento. Forse non è il vento delle praterie. Ma è un vento che sa di pulizia, che sgombra le nuvole, se non altro le nuvole del cuore.

Come per quell'Apache che forse una mattina uscì dalla sua tenda e gonfiò i suoi polmoni al vento, per regalare a tutti noi questo augurio.

sabato 19 marzo 2011

Emilio Salgari, il marinaio inchiodato alla scrivania

Emilio divora il tempo, solo che di tempo non ce n’è mai a sufficienza, per tutto quello che gli frulla per la testa e per le mani. Incredibile consumarsi di frenesia senza alzarsi mai dalla sedia. Eppure è così, più che scrivere corre dietro la sua penna. Come un maratoneta che non può voltarsi indietro, deve preoccuparsi solo della strada che ha davanti.

Galeotto della scrittura, Emilio. Forse nemmeno lui sa quante storie sono nate dal suo lavoro e dalla sua fantasia. Da sempre su questo ci si litiga, si discute senza aver messo mai un punto fermo, tra tutti gli pseudonimi che Emilio ha adoperato e tutti gli avvoltoi che invece si sono appropriati del suo nome.

Chi dice 82 romanzi e chi più di 100. E anche se ci teniamo stretti, in 27 anni di attività fanno circa tre romanzi all’anno. Più i circa 130 racconti e novelle, più gli articoli per i vari giornali.

Scrive e scrive, Emilio. Inchiodato per intere giornate a vergare fogli su fogli dalla mattina alla sera. La sera e quindi anche la notte, fin quando è possibile non cedere al sonno. Tengo gli occhi aperti a forza di caffè. Se lo beve a litri, il caffè.

La penna chiusa tra l’indice e il medio come un pugnale, gli occhi affaticati e arrossati. Una sigaretta accesa dopo l’altra, la cicca spenta in una vaschetta d’acqua. La luce di una lampada a petrolio a illuminare la scrivania, i fogli con gli appunti, i mucchi di atlanti e diari di viaggio.

Scrive di getto, Emilio, scrive rapidissimo, scrive senza rileggere perché non ha tempo. Allo stesso modo non ha tempo da perdere nemmeno per la corrispondenza: telegrammi, invierebbe, non lettere, se solo se li potesse permettere.

Gli editori non aspettano, ci sono scadenze da rispettare. I fogli si accumulano, uno sopra l’altro. Quasi un miracolo, quella calligrafia ordinata e senza correzioni e cancellature.

Giorno dopo giorno, un tran tran da impiegato nel sottoscala del ministero. Poche cose a interromperlo. Una passeggiatina in collina, un bicchierino al banco, in via del tutto eccezionale uno spettacolo teatrale.

Annoterà il figlio Omar:
Non ricordo un giorno senza aver visto mio padre scrivere, la mattina presto, prima di pranzo, il pomeriggio dalle 5 alle 8 e 30, seduto davanti al suo malfermo tavolino, riempiendo pagine con la sua calligrafia minuta

La vita del capitano di lungo corso mancato.

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

venerdì 18 marzo 2011

Quante donne che ci sono in Tina

Tina Modotti. Tina fotografa, Tina attrice, Tina rivoluzionaria, Tina amante appassionata, Tina che incrocia i luoghi e gli eventi della grande storia, Tina che dall'Italia degli emigranti arriva a Hollywood, Tina che incrocia la storia dell´Unione Sovietica, Tina semplicemente donna...

E quante donne che ci sono in Tina, quante storie, quanti sentimenti, quante possibilità di vita, quanti sogni e quante delusioni...

Ancora una volta c´e´ un libro che, raccontando la storia di questa vita mi permette di ritrovare qualcosa di Tina accanto a me. Lo ha scritto Pino Cacucci, si chiama semplicemente Tina, è bellissimo.

Una biografia che è più di una biografia e che infatti si legge come un romanzo. Perchè la vita di Tina Modotti è questa, una storia che non leggi e poi lasci lì, una storia che ti rimane dentro, a meditare cosa si vanifica e cosa può lasciare il segno in questa esplosione di creatività, di sensualità, di fame di riscatto sociale...

giovedì 17 marzo 2011

Se il nemico di turno non è l'Austria

Pasquale Villari, un conservatore illuminato che sapeva mettere il dito nella piaga, pochi anni dopo l'Unità di Italia (qualcosa devo dire anch'io, in questo giorno in cui si celebrano i 150 anni), diceva che c'era nel seno della nazione un nemico più potente dell'Austria, la nostra ignoranza.

Allora tre italiani su quattro erano analfabeti e bisognerà aspettare gli albori del Novecento per scendere sotto la soglia del 50 per cento (ricavo questi dati da un bell'articolo di Giovanni Solimine su Tuttolibri). Le biblioteche dell'intero Regno erano solo 250, per di più non certo pensati per diffondere la cultura, piuttosto per tenere sotto chiave volumi preziosi.

Se uno sta a questi numeri, le cose oggi sono cambiate, come no. Sulla carta le biblioteche sono circa 16 mila, eppure, eppure, quanto siamo lontani da tanti altri paesi della nostra Europa. Solo l'11 per cento frequenta una biblioteca e del resto solo il 46,8 per cento degli italiani ha letto almeno un libro: e che tristezza, in quell'almeno.

Uno potrebbe dire, almeno ci sono le biblioteche, questi presidi di civiltà, questi avamposti di una società davvero civile. Poi si legge che la Nazionale di Firenze, la più importante istituzione bibliotecaria di Italia, ha un bilancio di soli 2 milioni di euro, contro i 254, per dire, dell'analoga realtà di Parigi.

Credo che il confronto sia ugualmente impietoso, scendendo alle piccole biblioteche di paese o di quartiere.

E oggi? Oggi pare che il 70 per cento degli italiani non sappia comprendere un semplice testo o compilare un modulo (non dico capire una lettera della nostra burocrazia, che si sa, quella è l'antilingua di Italo Calvino).

E ci sarebbe bisogno di nuovi Pasquale Villari, a mettere il dito nella piaga, a proclamare che no, no davvero, il nemico non è l'Austria, né paese equipollente.

mercoledì 16 marzo 2011

Perché Jessie non è diventata un film?

Un trentina di anni fa, in occasione di una nuova edizione della Miseria in Napoli, Antonio Ghirelli tentò questa riflessione.

 È incredibile come la vita di Jessie White Mario non abbia offerto lo spunto agli scrittori e agli sceneggiatori cinematografici italiani del secolo Ventesimo per un romanzo o un film che avrebbero avuto, contemporaneamente, il pregio della popolarità e il valore di una buona azione politica.


Sono righe che possono richiamarne altre, per esempio quelle di uno scrittore come Luciano Bianciardi, uno che con tutti i suoi interessi e predilezioni aveva coltivato pure l’amore per Garibaldi e l’allergia per ogni storia del Risorgimento troppo ufficiale e troppo scolastica, in grado solo di imbalsamare i protagonisti e di renderceli mortalmente antipatici.

 A Bianciardi, che quella storia la intendeva invece come una cosa viva, il Risorgimento emozionava come un romanzo di avventure. Amava raccontarne le vicende al figlio di dieci anni, Marcellino, che una volta gli regalò questo complimento: Sei più bravo di Salgari.

Ecco, non fosse altro che la vita di Jessie è stata degna di un romanzo, ricca come è stata di battaglie e di avventure, di prigioni e di passioni, di amicizia e di solitudine, non fosse altro che per questo sembra impossibile che di lei ci si sia davvero dimenticati.

Tante volte, soprattutto sui banchi di scuola, ci hanno fatto ingoiare nozioni e nozioni  su questo o quel personaggio, su questa o quella guerra di indipendenza. Alla fine l’unica vera epopea italiana, l’equivalente nostrano della conquista del Far West o della Rivoluzione francese, con tutti i possibili distinguo, ce la siamo ammazzata con le nostre mani.

Per fortuna che ogni tanto può spuntare ancora una persona come Jessie White a regalarci il senso della complessità e della differenza, il gusto della profondità, la scoperta dell’umanità e della simpatia dove non ce la saremmo più aspettata.

Per fortuna che possiamo trattenere il ricordo di una come Miss Uragano e convincersi che la storia è fatta pure da persone che un giorno prendono e partono e combattono e non mollano.

(da Miss Uragano. La donna che fece l'Italia. Romano editore)




martedì 15 marzo 2011

L'arte perduta di dire no

E' un'arte difficile e perduta, quella di dire no

Così afferma Gianrico Carofiglio ne La manomissione delle parole, e alla prima ho avuto una reazione che giudicherei allergica. Perché da un pezzo sono stufo di coloro che dicono sempre no, perché a forza di no si va poco avanti, perché soprattutto a forza di no prima o poi si perde anche l'occasione giusta per dire sì....

Tutto molto sensato, è vero. Ma poi in questo nostro tempo conformista e telecomandato, in questo tempo di yes men che annichilano ogni merito, ogni facoltà dell'intelligenza, è proprio vero, bisogna rimpiangere l'arte di dire no. Ed è proprio un'arte, quell'arte, che richiede coraggio e fantasia, richiede quella creatività che non si accontenta del solco tracciato.

A volte si costruisce anche con il no, dice Carofiglio. Proprio con queste due lettere che, assieme al sì, appartengono al gruppo delle parole più corte, non necessariamente più banali e piatte.

E ha ragione Carofiglio, c'è anche il modo di dire no di Bartebly lo scrivano, il personaggio di  Herman Melville che alle richieste del suo datore di lavoro rispondeva Preferirei di no. Anzi, più bello in inglese: I would prefer not to.

Garbato rifiuto, affermazione di vita contro la stupidità della routine, della noia, di un lavoro che avrebbe potuto essere diverso.

lunedì 14 marzo 2011

Lo scrittore che beveva per ricordare l'Italia da fare

Luciano Bianciardi, quello scrittore insofferente e anarchico? Che cosa aveva a che fare lui con il Risorgimento?

Questa, in effetti, è la prima cosa che verrebbe da chiedersi, non fosse che poi si sa, si sa che Luciano Bianciardi ha scritto più di un libro dedicato a Giuseppe Garibaldi e agli altri che costruirono l'Italia. Solo che una cosa è ricordare date e titoli, un'altra cercare di capire perché.

Ci ha provato Marco Cicala, con un bellissimo articolo sul Venerdì di Repubblica, dove dice, tra l'altro, dell'autore della Vita agra:

Aveva compresso i chilotoni d'una toscanissima e libertaria incazzatura contro i 'mala tempora', nella condizione del provinciale inurbato, dell'intellettuale burocratizzato, proletarizzato dentro i dispositivi dell'industria culturale; oscuro traduttore a cottimo per Feltrinelli, in una macilenta bohème milanese che lo vide disadattato, guascone, ramengo, succube e fegatoso. Beveva moltissimo - ma per ricordare. Cosa? L'infanzia. Sua e del Paese. Un posto di cui amava le minoranze, gli emarginati storici, i rimossi culturali, i contadini, i minatori, i bambini e gli animali

C'è tutto Bianciardi in queste parole. Il Bianciardi rimasto fedele alle letture adolescenziali di Emilio Salgari, che in Garibaldi intravedeva una sorta di Sandokan nostrano. Il Bianciardi convinto che l'Italia andava amata per quello che avrebbe potuto essere, non fosse stata troppe volte tradita.

Il Bianciardi che magari si portava anche questo rimpianto, tra i molti altri, quello di non esser vissuto ai tempi dei Mille, così da vivere anche lui l'epopea di quell'esercito straccione, il più colto che la storia ricordi, con i suoi avvocati, medici, giornalisti, strampalati spacciatori di sogni.


domenica 13 marzo 2011

Il Giappone devastato e la spiaggia del poeta

Tempesta: tegole, tetti che si sollevano,
che spariscono in un attimo.


Rocce rotolano, montagne
inghiottono villaggi,
mentre insetti e uccelli cantano
presso il ponte crollato.


Gli uomini si lanciano nello spazio,
la razza umana è valida. Alla TV le nazioni
si criticano l'un l'altra, senza fine.
Perché questa confusione,
come riparare il corpo
straziato dal mondo?

(La spiaggia, di Shinkichi Takahashi, trovata su una vecchia raccolta di poesia giapponese della Newton Compton)

sabato 12 marzo 2011

La poesia restituisce vita alle parole manomesse

Il poeta greco Ghiannis Ritsos ha detto che le parole sono come "vecchie prostitute che tutti usano, spesso male": e al poeta tocca restituire loro la verginità.


E' necessario un lavoro da artigiani per restituire verginità, senso, dignità e vita alle parole.


E' necessario smontarle e controllare cosa non funziona, cosa si è rotto, cosa ha trasformato meccanismi delicati e vitali in materiali inerti. E dopo bisogna montarle di nuovo, per ripensarle, finalmente libere dalle convenzioni verbali e dai non significati

(Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli)

venerdì 11 marzo 2011

Raymond Chandler e il "noir" onesto

Quando lo onoriamo come maestro del noir, vogliamo dire che, anche grazie a lui, il noir è diventato un modo eccellente per raccontare il lato oscuro della società. Ma Chandler scriveva d'altro. Chandler, nella sua California grigia e senza tempo, fra gangster sanguinari, amici traditori e rosse incendiarie dal cuore di pietra, esplorava i territori impervi di quel mal di vivere che appartiene a ogni essere umano

Così Giancarlo De Cataldo scrive di Raymond Chandler, lo scrittore che ci ha regalato Philip Marlowe, e come dargli torto? E' proprio per questo che Raymond Chandler mi piace da matti.

Ma Chandler, scrittore di noir, è anche uomo che sul noir ha riflettuto, eleborando una serie di regole - dieci, che sembra il numero perfetto per le regole - che pubblicò giù nel 1949.

Tra tutte mi soffermo sull'ultima, la decima, che è anche quella su cui il nostro più si dilunga. Comincia così:

Il noir deve essere ragionevolmente onesto verso il lettore

Regola che implica molte cose. Per esempio questa:

Non si può pretendere che il lettore sia dotato di una rara erudizione né di una memoria abnorme per dettagli minimi. Perché se si richiedesse questo il lettore non avrebbe gli strumenti per capire la soluzione, semplicemente la riceverebbe impacchettata senza poterla aprire

E poi aggiunge molto altro, il vecchio Raymond, sul buon senso e sugli eccessi di enfasi. Sull'accettabilità della soluzione, sui trucchi offensivi, sui fatti irrilevanti che non vanno spacciati come eccezionali. Però già così va bene, è già molto non annegare gli indizi nelle pozzanghere di parole. Come diceva lui.


giovedì 10 marzo 2011

Ma a te che te ne frega dell'Eroe dei Due Mondi?

Ma a te che te ne frega dell'Eroe dei Due mondi?

Così Giovanni Arpino apostrofava Luciano Bianciardi, il mio Luciano Bianciardi, l'autore della Vita agra, l'uomo che già negli anni Sessanta aveva capito tutto dell'Italia che sarebbe stata, ma che non per questo aveva smesso di guardarsi indietro, all'Italia che avrebbe potuto essere con Giuseppe Garibaldi.

Luciano Biancardi, proprio lui, che sapeva che il Risorgimento poteva essere amato non solo per i suoi ideali, ma proprio per le sue storie, affascinanti come un romanzo di avventure, tanto che il suo bambino, che lo ascoltava, non sapeva mai se era Storia, quella con la esse maiuscola, o farina del suo sacco.

Luciano Bianciardi, che venerava Garibaldi, ma proprio per questo andava dicendo che Garibaldi lo avevano fregato facendone un monumento, a cavallo o senza non importa, il problema era che bisognava farne di nuovo persona viva, farlo scendere dal piedistallo per tornare ad abbracciarlo.

Ha scritto tanti libri sul Risorgimento, Luciano Bianciardi, libri che oggi ripropone la casa editrice Ex Cogita. In tempi non facili, per Giuseppe Garibaldi e quindi anche per Luciano Bianciardi - e chissà cosa direbbero i due se sapessero delle statue oltraggiate con i secchi dei rifiuti, dei fantocci bruciati in discoteca, dell'orgoglio padano che ben farebbe a indirizzarsi altrove, per esempio ai 178 bergamaschi che partirono con i Mille.

Però non erano tempi facili nemmeno ai tempi di Luciano, quando parlare di Italia pareva roba da reazionari, quando il Risorgimento era da scuola dei padroni, quando per pensare al Che Guevara si finiva per dimenticare Carlo Pisacane.

E io che sono tra coloro che sul Risorgimento hanno sbadigliato a lungo, chissà, forse solo in questi tempi scopro quanto sia piacevolmente anticonformista e squisitamente autentico ritornare a Garibaldi. E a tutti i suoi.

mercoledì 9 marzo 2011

Due vite e la grande Storia dietro

Perdersi nelle vicende di due vite comuni che intersecano gli eventi della storia più grande, sprofondare nelle minuzie e a volte chiedersi perchè, perchè infliggersi questo volumone apparentemente senza colpi di scena, senza sussulti...

Cosa posso c'entrare io con le Due vite narrate da Vikram Seth, un suo prozio e sua moglie? Cosa mi possono rappresentare?

Poi però, proprio quando stai per mollare, ecco arrivare puntuale la pagina che ti cattura, la visione finalmente più ampia, il fremito che vince lo sbadiglio.
Sarà che è proprio allora che percepisci tutta la fatica dell'autore, il compito immane che si è dato, la voglia di restituire vita alla vita che se n'è andata, l'emozione con cui ha salutato un fascio di lettere sepolte in un baule, la curiosità che lo ha spinto a porsi e porre infinite domande.

Sarà che tutto questo alla fine diventa uno straordinario affresco, che spazia dall'India di inizio Novecento, per arrivare a una Londra che appartiene a tutt'altro tempo. E capisci che anche raccontando due vite anonime, due vite tra le tante, si può regolare i conti con la grande Storia.

Sì, è un libro strano, che ti avviluppa in modo inspiegabile, ma alla fine arrivi in fondo e dici: ne valeva la pena.

E' da vite raccontate così che si può percepire cosa è stato.

martedì 8 marzo 2011

Se il giornalismo resiste oltre i giornali

Internet è l'onda del futuro. Solo, non cercate di trovarci un lavoro

Parole come queste di Floyd Norris, giornalista del New York Times, sembrano suonare come una campana a morte per molte cose. Per i vecchi giornali di carta che erano la preghiera laica del mattino, indispensabili come un buon caffé. Per il mestiere di giornalista, in un mondo in cui tutti sembrano ormai in grado di produrre, rielaborare, condividere notizie. Per la stessa possibilità di vivere facendo informazione: paradosso di una società dell'informazione, così si definisce, dove proprio il valore dell'informazione vira drammaticamente verso lo zero.

Però non è questo quanto ci vuole spiegare Enrico Pedemonte, firma storica dell'Espresso e della Repubblica, uomo che di giornalismo ha vissuto e intende ancora vivere. Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide, chi li salverà (Garzanti): già titolo e sottotitolo aiutano i più depressi e suggeriscono un futuro oltre disastro.

La crisi è anche possibilità. E c'è giornalismo perfino oltre i giornali. Certo non è che può arrivare come manna dal cielo. Ci vuole coraggio imprenditoriale, ci vuole innovazione, ci vuole una società consapevole che l'informazione è un bene quasi pubblico, su cui è importante investire.

E con le parole con cui Pedemonte conclude il libro:

La crisi dei giornali non è un dramma privato di editori e giornalisti, ma un problema della società civile. Che dovrebbe riappropriarsene

lunedì 7 marzo 2011

Kipling e i figli ammazzati nella Grande Guerra

Se qualcuno domanda perché siamo morti,
Ditegli perché i nostri padri hanno mentito


Non mi incanta il Rudyard Kipling poeta - assai meno in ogni caso del Kipling narratore del Libro della giungla, di Capitani coraggiosi o di Puck il folletto - non mi incanta anche se quei versi sono una finestra splalancata sulla sua vita e su un mondo, quello dell'Impero britannico della regina Vittoria, che di fascino ne ha da vendere.

E sia chiaro, non che fosse un mondo giusto. Però come non perdersi in quelle atmosfere di riti coloniali e di tinte esotiche? Piantagioni e fumerie d'oppio, ricevimenti dal governatore e infamie coloniali. La voglia di dominare il mondo e quella di nascondersi al mondo. Ecco, proprio questa è la poesia di Kipling, che di volta in volta si assume la missione dell'impero - il deprecabile fardello dell'uomo bianco - ma cerca anche una via di fuga; e si fa parola di soldato e fuga di sognatore.

Non mi incanta, la sua poesia. Ma quante suggestioni che riesce a evocare, quello che già ai tempi era catalogato come un buon cattivo poeta.

Ma c'è una parte dei suoi versi che non hanno niente a che vedere con l'India o altre terre dell'Estremo Oriente. Li ho scoperti solo ora, in un'antologia che gira intorno a If, la sua poesia più famosa - e che ancora una volta non mi incanta. Sono i versi che ha composto come lapidi immaginarie - ma poi non tanto - per i caduti della prima guerra mondiale. Una sorta di Spoon River europea, non per un cimitero di una piccola cittadina americana, ma per i morti ammazzati della grande ecatombe europea.

Niente retorica, niente fascino esotico. Ma forse le parole di un padre che in guerra ha perso suo figlio. E che da allora lavorò constantemente non per inventarsi altri capolavori, ma per alimentare la memoria. Dei tanti, degli innumerevoli come suo figlio.


domenica 6 marzo 2011

Miss Uragano e la rivoluzione che non tradisce

 Finite le imprese del Risorgimento, che rimase di quelle imprese? E qual era lo sguardo di chi aveva fatto l'Italia e ora si guardava indietro? Quanta delusione, quanta nostalgia? Ho provato a raccontarlo in questa pagina, facendo mio lo sguardo di Jessie White, "donna che fece l'Italia" (da Miss Uragano, Romano editore).


Conserva sempre gelosamente una copia del Times del 1859, sulla quale, con grande risalto, ci si beffava degli italiani e della loro propensione a reclamare l’aiuto altrui piuttosto che a darsi da fare in prima persona.

Questi valorosi modestamente ci chiedono di batterci per loro, ma non ci danno la minima ragione per supporre ch’essi intendono di battersi… Noi non abbiamo ragione di pensare ch’essi abbiano il coraggio di una lotta più seria.

Da allora ne sono passati, di anni. Si sono combattute guerre e firmati accordi. Ora c’è l’Italia, e molti fatti, molte persone hanno smentito la malignità del più autorevole quotidiano anglosassone. Ogni tanto lei se lo rammenta: e ci sorride ancora.

Che si tratti di un dono o di un castigo ha avuto in sorte una vita lunga, più lunga di molti altri con cui ha condiviso un pezzo di strada.

Ora ha scavalcato anche il vecchio secolo e si è affacciata nel nuovo. Quante cose sono cambiate e quant’altre cambieranno ancora. Alla fine è sopravvissuta pure a Crispi, Don Ciccio come lo chiamava con ironia, l’amico di quasi mezzo secolo al quale non ne ha mai risparmiata.

Questa volta non ha avuto nemmeno la forza di disperarsi. Parlando della sua morte ha usato un rassegnato pluralis majestatis che non ha ingannato nessuno.

L’Italia ci sembra un cimitero

Però dal fondo della sua disperazione, della sua solitudine, ha riscoperto le ragioni che, poco più che adolescente, l’avevano conquistata.

Le sarebbero piaciute le parole di uno scrittore sudamericano arrivato molto dopo di lei, Manuel Scorsa: no, le rivoluzioni non tradiscono. I rivoluzionari, forse;  le rivoluzioni mai.

sabato 5 marzo 2011

Se la poesia fa paura anche quando parla di rose

E' molte cose insieme, Parole in libertà, antologia di scrittori che per le loro parole hanno perso la libertà. Molto più di un rapporto di Amnesty International, anche se questo libro nasce dall'impegno di un'associazione, il Pen Club, che combatte a livello mondiale per la libertà di espressione. Molto di più di un documento che mette in fila alcuni casi eclatanti o meritevoli di indignazione.

Prima di tutto è un libro di scrittori, un libro dove ci sono pagine di bella letteratura. Ed è un libro sulla parola, sulla parola che resiste, sulla parola che viene imprigionata, sulla parola che ritrova sempre la sua voce, malgrado tutto. E' un libro sulla parola e il suo difficile rapporto con il potere. Sempre e comunque.

Perché come dice Umberto Eco nell'introduzione: La poesia fa paura, anche se parla di rose.

Pensiamo al linguaggio dei regimi. Ci sono studi sull'impoverimento della lingua sotto il nazismo e tutto questo non è l'incubo fantascientifico di Fahrenheit 451. Ricordate? Il capolavoro di Ray Bradbury su un ipotetico futuro in cui leggere i libri è considerato un reato, mentre la televisione viene usata dal governo per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato....

La parola libera, ma prima ancora la parola esatta, la parola vera fa paura al potere e fa paura alle burocrazie.

E allora bisogna provare a tenerle strette, convinzioni come queste.

Le parole sono coraggio.

Le parole sono memoria.

Le parole sono speranza.

Le parole sono medicina per la vita, rimedio che allieva la sofferenza, incantesimo che allarga perfino le porte di una prigione.

E per tutto questo  le parole sono fatti. E proprio per questo fanno paura ma sono anche indispensabili.




venerdì 4 marzo 2011

Se James Joyce vince la palma dell'illeggibile

Beh, non tutti hanno letto Proust, ma oggi non esiste lettore acculturato che non abbia perlomeno gli strumenti onde fingere convicentemente di averlo fatto

Così assicura Masolino D'Amico in una bella pagina di Tuttolibri dal titolo eloquente, E' formidabile! Ma chi lo legge?

E come dargli torto? Ha ragione lui. Ci sono grandi libri non molto letti, ci sono grandi libri illeggibili, ci sono grandi libri che la gente fa finta di avere letto. Concettualmente sono tre categorie diverse, anche se quasi sempre i libri coincidono.


Alla ricerca del tempo perduto è sicuramente uno di essi: non illeggibile, ma sicuramente poco letto. Ed è anche uno di quei libri che spesso e volentieri si dice di avere letto, perché non sta bene non averlo letto. O che si ammette solo a malincuore, diciamo per dovuta e rassegnata sincerità, di non avere letto.

Ma c'è un'opera che per Masolino D'Amico ha la palma incontestata del libro grande e illeggibile allo stesso tempo. Il Finnegans Wake di James Joyce.

Chi ci ha provato? Chi ci è riuscito?

 Figurarsi che in diversi hanno alzato bandiera bianca anche per l'Ulisse (e male hanno fatto, perché io alla seconda o alla terza in fondo ci sono arrivato: ed è una lettura di straordinaria bellezza). Si dice che lo stesso Hemingway, che pure fu un grande divulgatore di questa opera, in realtà abbia lasciato intonsa la sua copia.

Ma il Finnegans, come si fa? Come sostenere quell'invenzione linguistica che occupò sedici anni vita di James Joyce, sfida estrema, avventura insensata nei territori più inesplorati della parola?

Leggo ancora da Tuttolibri:

Anche nella sua operazione matta e disperatissima Joyce vuole che il lettore capisca; ma a costo di risalire all'origine di tutte le sue invenzioni, parola per parola

Io forse non capisco bene nemmeno questo. So che intanto dell'opera tra tutte una volta considerata la più intraducibile è uscito in italiano il libro secondo. Oltre cinquecento pagine di fatica.

E tanto di cappallo a Luigi Schenoni, eroe solitario di tanta impresa. La traduzione è opera sua. Apprendo ora che è morto prima di terminarla.



giovedì 3 marzo 2011

Agatha Christie, che nel caos dava il meglio di sè

I numeri dovrebbero essere questi: quattro miliardi di copie vendute e 6.500 traduzioni in 100 lingue. Cifre da capogiro, che permettono di misurare l'entità del sucesso planetario di Agatha Christie, ma non di spiegarne le ragioni. Su cui in diversi si sono interrogati, e non da ora.

E dunque, c'è chi lo spiega con il vocabolario usato dalla signora del giallo, un vocabolario limitato e garbato, senza alcuna asperità: leggere Agatha Christie, insomma, è come pedalare lungo una bella ciclabile tutta in piano.

E c'è chi la spiega con la forza della trama, tutta colpi di scena, ritmo, tempi azzeccati: leggere Agatha Christie, allora, è come avventurarsi in una giungla di emozioni.

Comunque la si voglia vedere, se ci portiamo dietro personaggi come Hercule Poirot e  Miss Marple, o storie come quella di Dieci piccoli indiani o Assassinio sull'Orient-express è perché tutto pare ben congegnato, attentamente studiato e disposto sulla pagina.

E allora mi ha sorpreso la notizia del ritrovamento dei settanta quaderni in cui Agatha Christie fissò trame e abbozzi di romanzo. In realtà, una montagna di carta dove il disordine regna sovrano, la calligrafia è illeggibile, ogni spunto si perde tra un'infinità di altre cose,  l'idea per un libro si mescola al conto della spesa, all'appuntamento deal parrucchiere, al compleanno da festeggiare.

Non sembra possibile, ma John Curran, lo studioso che ha scovato questo "retrobottega", la spiega così:

La sua mente dava il meglio di sé nel caos, che la stimolava più dell'ordine

Mi piace che proprio dal quel caos siano venuti fuori libri come meccanismi a orologeria.

mercoledì 2 marzo 2011

Pensieri e pause di un viaggiatore pigro

Col tempo ho sviluppato una vera e propria antipatia verso i viaggiatori professionisti. Quelli che a intervalli regolari prendono e partono. Perchè, dicono, devono staccare la spina, cambiare aria, vedere posti nuovi, magari più belli, più strani, più vivi di quelli visti l'anno prima.


Non è che io sia contrario al viaggio su tutta la linea. Viaggiare in fondo è un accidente che può capitare a tutti....

Ne dice di cose intriganti Antonio Pascale, nel suo Non è per cattiveria, piccolo libro uscito per la collana Contromano di Laterza che è insieme una non-guida del Molise e lo sfogo di un viaggiatore pigro.

Per esempio mi fa riflettere la sua allergia per le guide:


La sola idea di dover vivere un'emozione da altri già rigidamente codificata mi getta nello socnforto. Quando qualcuno viaggia traccia una strada personale. Direi molto personale, quasi pudica.... Per quale motivo dovrei, a priori, segnare il mio percorso con paletti piantati da altri?

E sulla frenesia di arrivare in tutti i modi:


Se posso usare una metafora ardita, il viaggio per me è il contrario del monumento. Il monumento è il traguardo da raggiungere, la cima da conquistare. Io non entro mai per principio in un monumento

E che dire del viaggio come sottrazione di movimento?

Il viaggio, per me, significa muoversi il meno possibile, proprio per permettere agli umnori, nelle pause accidiose, di manifestarsi senza ulteriore pena

A pelle simpatizzo per i viaggiatori pigri. Ci voglio pensare su.



 

martedì 1 marzo 2011

Il poeta che cantò in diretta la morte del suo popolo



Perché? Nessuno sulla terra se lo chiede, eppure tutto domanda perché. Ascoltate, ascoltate!
Ogni casa deserta, ogni muro in mille città e villaggi chiede:
perché? Ascoltate, ascoltate, poiché quelle case non resteranno a lungo deserte -
un altro popolo, altra gente le occuperà, un'altra lingua, altre notti e altri giorni

E' un libro crudele, Il canto del popolo ebraico massacrato di Yitzak Katzenelson, un libro che è come una ferita aperta e per questo anche un libro necessario. Perché è poesia che si fa canto di sofferenza, orazione funebre, domanda scagliata verso Dio, urlo incredulo, invettiva. Perché è poesia che vale come testimonianza, strappata alla propria anima nei giorni stessi in cui la macchina dello sterminio spinge al massimo. Perché è poesia che rinnova lo voce dei profeti biblici per scagliarsi contro il crimine dei crimini.

La Giuntina - straordinaria casa editrice della memoria - lo ha pubblicato qualche anno fa, io l'ho letto solo qualche settimana fa. In ritardo, ma facendo sì che questo canto mi arrivasse dentro, mi risuonasse come un grido in una grotta.

Di esso diceva Primo Levi:

Qui è Giobbe che parla, un Giobbe moderno più vero e compiuto dell'antico, ferito a morte nelle sue cose più care

E dice anche:

Davanti al "cantare" di Yitzkah Katzenelson ogni lettore non può che arrestarsi turbato e reverente. Non è paragonabile ad alcun'altra opera nella storia di tutte le letterature: è la voce di un morituro, uno fra centinaia di migliaia di morituri, atrocemente consapevole del suo destino singolo e del destino del suo popolo. Non del destino lontano, ma di quello imminente

Gli hanno già portato via la moglie e i suoi due figli più piccoli. Sa che presto toccherà anche a lui. In questa attesa scrive, perché scrivere è l'unico modo per non uscire pazzo. Scrive anche il suo ultimo dramma, rimasto incompiuto, che parla di Annibale e della distruzione di Cartagine

Scrive prima di sparire nel campo di sterminio. Scrive perché come il poeta con cui inizia il canto bisogna prendere l'arpa e cantare l'ultimo canto degli ultimi ebrei in terra d'Europa.

E' rimasto lui per cantare quel mondo che non c'è più, quel mondo dei villaggi dell'Europa orientale, quel mondo dove c'era sempre un rabbino e dove al mercato si parlava in yiddish.

Lui con le sue parole. E noi con il nostro dovere di leggerle e di farne tesoro.