lunedì 28 febbraio 2011

Che vergogna il paese senza vergogna

E' un libro che restituisce precisione e pulizia alla nostra lingua, La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio, un libro dunque che ci aiuta a restituire ordine al nostro mondo.

Un libro, in particolare, che ci riporta al sentimento della vergogna. Che ce lo consegna come un dono e come una responsabilità: e ne abbiamo bisogno, in questo nostro tempo che della vergogna sembra possa e voglia fare a meno.

Per dirla con Marco Belpoliti, autore di Senza vergogna, appunto: la vergogna non c'è più. Al massimo ci si vergogna di vergognarci. Al massimo si insulta scaricando ad altri il peso della vergogna (il "si vergogni lei").

E ha ragione Carofiglio quando dice che provare vergogna è condizione indispensabile per praticare il suo contrario, l'arte del rispetto e della dignità.

Ha ragione quando spiega che la vergogna, al pari del dolore per la malattia, è un sintomo e un segnale necessario, che ci aiuta a capire la patologia.

Ha ragione quando, seguendo l'insegnamento di Primo Levi, rammenta a tutti quanti che la vergogna può prescindere anche dalla colpa individuale. Perché è motivo e conseguenza di una comune appartenenza.

Ovunque, dice Carofiglio, la vergogna permette di ricostruire, o almeno di migliorare se stessi.

Allora dove andremo a finire nel paese senza vergogna?


domenica 27 febbraio 2011

Derek Raymond e la danza del male e del bene

Il noir nasce quando il genere umano è spinto alla follia in un bar o nell'oscurità, descrive uomini e donne che la sorte ha spinto troppo in là, la cui vita si è contorta e deformata... Il noir esiste per far vedere agli uomini cos'è la vera disperazione: le piccole, buie stanze dell'esistenza dove ogni uscita è sbarrata

Ho consociuto Derek Raymond, diversi anni fa, sulle pagine di un libro - Aprile è il più crudele dei mesi - che avevo acquistato più che altro per il titolo, citazione di grande poesia piantata nel cuore di un noir.  E non so se sia giusto considerarlo una sorta di James Ellroy inglese, non so in effetti se sia accettabile per qualsiasi scrittore la sarabanda delle comparazioni e degli accostamenti.

Ma quello che mi importa è che Derek Raymond è solo e soltanto Derek Raymond. Con le sue storie spietate che non sono solo sangue e morti ammazzati, che sono anche lirica dolente, bellezza annidata nello sporco della vita. Con il suo sguardo capace di sgretolare ogni ipocrisia e di andare al cuore delle cose. Con le sue parole come la partitura musicale di un balletto dove male e bene danzano insieme, più che intrecciati, confusi l'uno nell'altro.

Meridiano Zero, la casa editrice che in Italia ha proposto quest'autore, pubblica adesso Stanze nascoste, l'autobiografia. Non l'ho ancora letta, ma so qualcosa della vita di Derek Raymond, uomo perennemente in fuga, uomo che decise di nascondersi a se stesso (Derek Raymond, tra l'altro, è uno pseudonimo) e al destino che gli era stato assegnato. Uomo che è perfino troppo facile reclutare nella folta schiera degli scrittori maledetti, lui che si sottrasse agli agi famigliari e agli studi di Eton per vivere tra i miserabili, accompagnarsi a trafficanti e assassini, innamorarsi di prostitute e alcolizzate.

Troppo facile, davvero, per quest'uomo che nei bordelli e nei ghetti dava nuovi significati all'amato Shakespeare.

Racconta Giancarlo De Cataldo:

Qualcuno dubitava persino che fosse davvero uno scrittore, e non, per dire, un amabile vagabondo capitato lì per caso. Un giorno, gentile e vagamente distaccato, offrì una rosa a tutte le donne, signore e signorine, che incontrava. Poi, all'improvviso, scomparve. Era andato a rintanarsi, e questa volta per sempre, nelle sue stanze nascoste. Se lo cercate, è ancora lì. Con tutta la forza magnetica della sua scrittura unica e la sensualità della sua vita ambigua e disperata

Non cercate la sua biografia, in Stanze segrete. Cercate la sua vita, complicata e sfuggente, bella come un lampo nella tempesta.

sabato 26 febbraio 2011

Se la scuola diventa inutile

Perché oggi tutti pensano che studiare sia inutile. E' questo il sottotitolo di uno degli articoli più belli che negli ultimi tempi ho letto di Piero Citati, pubblicato qualche giorno fa sul paginone centrale di Repubblica. Ed è scritto proprio così, senza nemmeno l'attenuante di un punto interrogativo.

Ed è così: oggi è sempre più diffusa l'idea che la scuola sia inutile. E che tra le materie più inutili di una scuola inutile ci siano magari la letteratura, o la storia, o la geografia.

Non si tratta del solito legittimo j'accuse contro la riforma Gelmini. Si tratta di qualcosa che sta succedendo anche altrove, e che da noi magari si fa in modo più ipocrita e cialtronesco. Ma che riguarda la Russia - dove forse non si studierà più nemmeno Tolstoi - come l'Inghilterra, dove il governo ha reso facoltativo lo studio delle lingue straniere, come se studiare il francese o il tedesco o l'arabo fosse solo questione di curriculum per un lavoro, e non un grande investimento in cultura, fantasia, intelligenza.

E dunque conclude Citati:


Non sappiamo più leggere, né scrivere, né conoscere le lingue straniere, né comporre un lavoro qualsiasi. Un tempo, l'Occidente era il luogo dell'esperienza e dell'avventura. Oggi siamo diventati quello del niente e del vuoto

Possibile? Anche nel cuore della cara vecchia Europa, con tutta la sua storia, la sua civiltà? Possibile? Attendo smentite. Ho bisogno di smentite.

venerdì 25 febbraio 2011

La bellezza necessaria di Albert Camus

La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei

Sono da scolpire nella vita di ognuno di noi, queste parole da L'uomo in rivolta di Albert Camus, scrittore di precipizi esistenziali e di farfalle di poesia. Sono da incidere a lettere di fuoco soprattutto nella vita di tutti gli uomini che nel nostro paese hanno una qualsiasi responsabilità pubblica.

Perché scriveva in altri tempi, Albert Camus, tempi di rivoluzioni imminenti e di politica onnivora, tempi in cui le analisi dell'economia e le strategie delle avanguardie sembravano dover prevalere su tutto. Però provate a sostituire la parola rivoluzione, pensate a degne alternative:

La bellezza, senza dubbio, non fa le repubbliche. Ma viene il giorno in cui le repubbliche hanno bisogno di lei.

La bellezza, senza dubbio, non fa le città. Ma viene il giorno in cui le città hanno bisogno di lei.

Solo per dire, naturalmente. Solo per dire e poi per tornare alle parole di Albert Camus:

Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera equivalga a servire il capitalismo. Io non sono un poeta, ma se fosse bella saprei godere di un'opera simile senza riserve. Si serve l'uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l'uomo ha bisogno di pane e di giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore

Cambiate i termini che volete, aggiornateli.Ma poi tenetevi stretto Albert Camus, in questi tempi di tagli, di cultura che è un optional, di bellezza che è solo cosa da veline.

giovedì 24 febbraio 2011

La solita burocrazia e l'antilingua di Italo Calvino

L'altro giorno ho letto che si sta pensando a un manuale di lingua italiana per gli amministratori pubblici. L'obiettivo? Fare in modo che leggi, delibere, ordinanze, sentenze siano un po' più comprensibili ai diretti interessati, ai cittadini.

Sarà sempre e comunque troppo tardi. Credo proprio che la nostra Repubblica non sia solo fondata sul lavoro - e magari lo fosse davvero - credo che sia nata e cresciuta anche sull'oscurità della lingua dei suoi politici, dei suoi funzionari. E scrivere in modo incomprensibile, per un'amministrazione pubblica, significa almeno una cosa, forse l'unica davvero evidente: che non si è al servizio dei cittadini, ma semplicemente al di sopra di essi.

Non disturbate il macchinista. Non provate a interloquire, a reclamare, a esigere, a dire comunque la vostra.

Ci sono molti modi di predicare bene e razzolare bene. Ci sono molti modi di svuotare la democrazia di cui tutti si proclamano fervidi sostenitori.

E uno dei più perfidi ed efficaci è proprio la lingua. Anzi quella che quasi mezzo secolo fa Italo Calvino bollava come antilingua. Fa bene andarselo a rileggere:

Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: "io parlo di queste cose per caso, ma la funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso". La motivazione psicologica dell'antilingua è la mancanza d'un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l'odio per se stessi. La lingua invece vive solo d'un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d'una pienezza esistenziale che diventa espressione

Ci vorrebbe ancora oggi, uno come Italo Calvino.



mercoledì 23 febbraio 2011

La libertà di Dante, la libertà di Enrica

Libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta

Non ci avevo mai pensato. Perché Dante mette Catone l'Uticense - uno dei più bei personaggi di tutta la Divina Commedia - a guardia del Purgatorio, sottraendolo alla condanna all'Inferno? Perchè non gli fa condividere la sorte degli altri suicidi?

Sono tornato a leggermi i primi versi del Purgatorio. L'alba luminosa sulla spiaggia, i primi passi di Dante e Virgilio appena usciti dal regno delle anime senza speranza. L'invocazione alle Muse, perché sostengano ancora il canto del poeta. E' mattino, a oriente splende ancora Venere e con Venere ci sono le quattro stelle che rappresentano prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - e Dante si lamenta che esse non siano viste dagli uomini come dovrebbero.

E poi l'apparizione di quel vecchio dall'aria severa, i lineamenti del volto scolpiti dalla luce.  Catone, il guardiano del Purgatorio. L'uomo che si è tolto la vita, nel 46 avanti Cristo, mentre l'esercito dei nemici, ormai completamente vittorioso, avanza verso la sua città.



In che cosa è stato diverso dagli altri suicidi? In questo: che non si è ucciso per sottrarsi alla vita, ma per non cedere alla sconfitta e alla schiavità. E' stata una scelta, quel gesto. Una scelta di libertà.

Non ci avevo mai pensato, e a dire il vero, è anche difficile pensare che un uomo del Medioevo, com'era comunque Dante, potesse coltivare un sentimento della libertà superiore alla consapevolezza del peccato.

Poi con il pensiero sono scivolato a una persona che mi è cara, alla professoressa Enrica Calabresi, la scienziata ebrea che si tolse la vita in carcere il giorno prima della partenza del treno per Auschwitz.

Ho scritto un libro su di lei, Un nome (edizioni Giuntina), senza aver mai il coraggio di entrare davvero dentro la sua scelta conclusiva, senza la presunzione di poterla comprendere e tanto meno giudicare.

Chissà se Enrica Calabresi - la scienziata che divorava i classici della letteratura - aveva mai incontrato Catone l'Uticense, ai piedi del Purgatorio. 



martedì 22 febbraio 2011

Fa bene stupirsi per il miracolo della lettura

Vorrei che vi stupiste non solo per le cose che leggete: è anche per il fatto miracoloso di poterle leggere

Parole da Fuoco pallido di Nabokov, una delle tante citazioni che si spalancano come una finestra in un prezioso libriccino - I fantasmi delle biblioteche di Jacques Bonnet - che è un atto di amore per le biblioteche, per i libri che si affollano sui loro scaffali, per tutte le storie che essi riescono a porgere, per il dono della lettura che poi è possibilità di consolazione e redenzione, speranza e piacere.

Pagine, trame, personaggi che non si dileguano una volta che un libro è stato messo via, rimangono, aleggiano come fantasmi di un incantesimo che è bello non spezzare. Croce e delizia non dei collezionisti di volumi, ma di chi semplicemente ama popolare il suo tempo con i mondi della lettura. Le biblioteche di cui non si parla non sono riservate alle edizioni rare, hanno piena cittadinanza solo i libri che è bello leggere.

Questo libriccino non si racconta. Mi limito a qualche spigolatura, in qua e là.

L'incontro dell'autore con Pontiggia, in una serata innaffiata dalla vodka e dalla bella idea di fondare un'associazione tra tutte le persone che possiedono più di 20 mila libri.

L'esame delle differenze che separano un collezionista da un lettore insaziabile.

L'immagine di quell'uomo condannato a morte durante il Terrore, che continuava a leggere un libro mentre lo portavano alla ghigliottina e che quando sale sul patibolo mette un segno sull'ultima pagina letta.

Una riflessione che condivido: L'importante non è leggere velocemente, ma leggere ogni cosa alla giusta velocità

Una cosa a cui non avevo mai pensato: La mia biblioteca è popolata da centinaia di migliaia di personaggi, alcuni reali e altri fittizi. Quelli reali sono i cosiddetti personaggi immaginari delle opere letterarie, quelli fittizi sono gli scrittori

Una domanda inquietante: Avrei raccolto la stessa biblioteca se fossi nato nella generazione di Internet?

E un'altra citazione di un accademico francese che perse tutti i suoi libri in un incendio: I libri mi sarebbero serviti a poco se non avessi imparato a farne a meno

Dopo ho richiuso questo libriccino, l'ho sistemato nello scaffale riservato alla Sellerio (a proposito, ci sono pagine interessanti sull'ordine che si tenta di attribuire ai nostri libri), e ho scoperto di amarli ancora di più, con tutti i personaggi immaginari, e per quanto mi riguarda, con tutti i viaggi immaginari che ognuno di essi rappresenta.

lunedì 21 febbraio 2011

Antonio Pennacchi e l'operaio che conosce Dante

Antonio Pennacchi è uno che ha lavorato per anni e anni da operaio, e non credo che ci siano altri che sono arrivati a vincere lo Strega dopo aver fatto i turni in fabbrica.

Antonio Pennacchi è uno che per anni e anni ha fatto anche il sindacalista, senza vergognarsene, e ancora oggi a un giornalista - Matteo Nucci sul Venerdì di Repubblica - che lo intervista può dire cose così:

Io, operaio, mi difendo meglio se conosco Dante

Antonio Pennacchi è uno che si è iscritto all'università mentre lavorava in fabbrica e che usava i minuti liberi al lavoro per scrivere.

Antonio Pennacchi ci ha messo otto anni per pubblicare Mammut, il libro che oggi Mondadori riedita con tutti gli onori, e in quegli otto anni il manoscritto è stato rifiutato 55 volte da 33 editori diversi: cosa che può dare speranza anche a qualche altro scrittore che se lo merita.

Antonio Pennacchi è uno che gli si stringe il cuore a pensare che la sua fabbrica ha chiuso dopo tanti anni e che al giornalista dice anche questo:

Io ho voluto lavorare qui! La scrittura invece è stata un dovere

E non so vi piacciono o meno i libri di Antonio Pennacchi. Ma c'è vita vera, c'è dignità, nella sua vita.

domenica 20 febbraio 2011

Quando la parola è carta vetrata e carezza




Bello bello ascoltare e non capire
molto meglio continuare
così bla bla blaterare
non provare a farmi partecipare
entrare nel dentro del tutto dal niente
tanto tutto ciò non vuole significare
tanto per parlare mentalmente
uccidilo uccidilo con la carta
così il mio lieto momento
lontano dalla fallita quotidianità
dovresti esser contenta, e invece no
meglio non capire senza sapere

E dunque una cosa è saperlo, una cosa è sperimentarlo. Perché è chiaro, si sa che ci sono piccole grandi gemme di poesia nascoste tra i titoli di collane che certo non monopolizzano gli scaffali della grande distribuzione. Però poi è un'altra cosa avere la fortuna di capitare su uno di questi titoli, concedergli il tempo e l'attenzione giusta, e così assaporarne la freschezza, la forza, l'originalità.

Ecco, è questo che mi è capitato con Movimentacoli di Emanuela Cavallaro, pubblicata nella bella e coraggiosa collana La luna e gli specchi (PerroneLab) di Sandra Cervone.

Questo: la possibilità di scoprire una voce particolare, che si stacca da altre pagine. Di scoprire, in particolare, un lavoro sulla parola che sfugge alle trappole del detto e ridetto.

Niente parole consumate o peggio ancora manomesse, in questi versi. Semmai parole che diventano colpo di frusta e carezza, urlo esistenziale e gioco, ribellione contro il tempo e i tempi e però anche porto sicuro. Parole come carta vetrata ma anche come carezza. Soprattutto parole che accettano la sfida. E si lasciano plasmare come creta, si lasciano inventare. Disposte a nuovi sensi, a nuovi incastri. Aperte ai venti del rimando e della contaminazione. A volte anche "solo" suono, solo oggetto visivo.

Ci sono simpatie e suggestioni che vengono da lontano, in questa poesia, e potrei scommettere sulla lettura delle avanguardie di inizio Novecento - l'irriverenza del Dada, in primo luogo - ma anche su qualche suggestione italiana tipo Aldo Palazzeschi. E forse non è a caso che l'autrice, nata in una lontana periferia parigina, sia cresciuta tra artisti di strada e saltimbanchi europei per collaborare poi, anche in musica, con diversi artisti avanguardistici.

E insomma, c'è aria di libertà in queste parole. Aria di verità, proprio perchè non c'è verità con la maiuscola, perché c'è sangue, c'è cuore che batte.


sabato 19 febbraio 2011

Le due lingue del poeta del pogrom

Poiché Dio con mano benevola ti ha fatto due doni,
un massacro e una primavera:
il giardino fioriva, il sole splendeva
e il massacratore massacrava...
la lama riluceva, e dalla ferita
sgorgava sangue e oro...

E' come un pugno allo stomaco, Nella città del massacro di Chaim Nachman Bialik, poeta ebreo di Ucraina che nel 1903 fu spedito nella città di Kishinev per stilare un rapporto su un terribile pogrom. E' un pugno, ma un pugno che fa bene, perché toglie al mondo qualche alibi (non sono stati solo i nazisti...) e perché ci regala molto di più di una testimonianza di dolore, sbigottimento, indignazione.

E' grande poesia - quella che Bialik ci porta in dono e che la casa editrice Il Melangolo ci ripropone con la sua capacità di recuperare piccole grandi gemme da altre epoche; grande poesia che misura la ferocia di cui è capace l'uomo, così come la sua incredibile possibilità di sottomissione e rassegnazione.

Però c'è una cosa che mi ha particolarmente incuriosito, il fatto che Bialik, che è anche uno dei padri della poesia ebraica moderna, scriva questo canto in due lingue, l'ebraico e l'yiddish. Come se traducesse se stesso. Come se si mettesse in gioco in due lingue. E che non si tratti solo di passare da un vocabolario all'altro, è spiegato bene nell'introduzione.

All'ebraico, spiega infatti Rosa Alessandra Cimmino, mancava l'impatto rude col quotidiano, ancora non era mai sceso per strada per imprecare o inveire, i suoi toni erano biblici, gravi, eterni

L'yiddish invece era la lingua dei villaggi, della vita di tutti i giorni, la lingua dell'uomo di strada: cruda, violenta, immediata come le macchie di colore di un quadro espressionistico.

Due lingue, un solo canto. Non a caso di un poeta che visse anche di traduzioni (come quelle in ebraico di  classici europei come il Don Chisciotte e il Guglielmo Tell)

Due lingue - l'ebraico che ancora si deve affermare come lingua della vita quotidiana e l'yiddish che sta per essere spazzato via dall'orrore nazista - che è come si passassero il testimone, di fronte all'orrore.


venerdì 18 febbraio 2011

Gli scrittori e i cuochi della realtà

Eugenio Montale, che lo stipendio lo portava a casa lavorando al Corriere della Sera, non aveva dubbi:

Il giornalismo sta alla letteratura come la riproduzione all'amore

E se per il grandissimo poeta il giornalismo era il secondo mestiere, altri letterati che si sono cibati di giornalismo ci sono andati giù ancora più pesi. Per Gabriele D'Annunzio era la miserabile fatica quotidiana  (ma tanto miserabile non era, a giudicare dai suoi compensi), per Tommaso Landolfi (che con le collaborazioni ai giornali si pagava i debiti di gioco) si trattava di letteratura alimentare, mentre Ennio Flaiano non risparmiava la sua penna intinta al curaro:

I giornalisti? Chi ci salverà da questi cuochi della realtà?

Traggo questi esempi dall'ultimo numero di Tuttolibri, che dedica la sua apertura, a firma di di Mirella Serri, proprio al rapporto tra letteratura e giornalismo. E tutto gira intorno a questa domanda:

Cosa li ha spinti a indossare l'elmetto e a scendere in campo per quel medium non sempre apprezzato?

Domanda legittima, a cui peraltro non mi sembra difficilissimo rispondere: i compensi delle collaborazioni più la circolazione della firma su testate autorevoli mi sembra possano essere motivo sufficiente.

Mi interessa più un'altra domanda: perché tanto sputare nel piatto in cui mangia?

E aggiungo: perché lo scrittore deve sentirsi degradato quando fa il giornalista (ovvero lo scribacchino fesso di Carlo Emilio Gadda)?

Mi sbaglierò, ma mi pare che questo tradisca un limite di tanti nostri intellettuali, ben disposti a trincerarsi negli orti chiusi delle belle lettere (torri d'avorio?) piuttosto che spendersi nelle libere praterie delle notizie, delle inchieste, dei dibattiti quotidiani.

Eh sì che il nostro giornalismo avrebbe bisogno di buoni scrittori. Non di esercizi di stile, intendiamoci. Ma di ciò che lo scrittore può davvero regalare: curiosità, sguardi diversi, nuove parole per la realtà. E per le tante realtà che hanno bisogno di essere raccontate.

giovedì 17 febbraio 2011

Quando la parola porta oltre il filo spinato

Così scrive Visar Zhiti, poeta albanese che ai tempi del regime fu condannato a 10 anni di carcere per aver inviato un manoscritto di poesie ermetiche e pessimiste a un editore (che poi ero lo stesso Stato, perchè allora non c'era niente che non fosse sotto lo Stato). Figlio di arte, peraltro, perchè prima di lui era stato il padre, attore e drammaturgo, a finire dentro:

Ecco infine un segreto: scrivevo in carcere, non solo perché volevo lasciare la mia testimonianza, il mio testamento di poeta.... ma, cosa più importante, volevo trovare, e ci riuscii, l'emozione viva, incredibile, bella, di chi crea, quella che fose mi fece sopravvivere nell'abisso, una sorta di miracolo, perché quando scrivevo mi sdoppiavo e il mio doppio come un fantasma varcava il filo spinato della recinzione e così restavo a lungo con tutti quelli che scrivevano nelle stesse mie condizioni, o che leggevano.... Così potevo emigrare nel destino, nel ruolo stabilito dalle divinità e non restare nella sventurata esistenza assegnatami dagli assassini

E' una grande lezione di libertà malgrado tutto, di libertà grazie alla forza della parola scritta. E' una lezione contenuta in un libro, Parole di libertà, che sono felice di poter presentare lunedì prossimo, 21 febbraio (sala Pistelli della Provincia, via Cavour, ore 16.30), in un'iniziativa promossa insieme da Associazione Stampa Toscana (il sindacato dei giornalisti) e Pen Club (l'associazione internazionale che difende il diritto all'espressione degli scrittori).

Una lezione che fa bene tenere stretta, sempre. Perché come dice Grigorij Pas'ko, un altro degli autori del libro:


Il lettore forse è stufo delle memorie di prigionia, ma l'argomento non si esaurisce

mercoledì 16 febbraio 2011

Quando il Molise è il viaggio felice

Ci sono molti modi di viaggiare, questo è sicuro, e non è certo tra i peggiori quello che non cerca le distanze, non macina chilometri, non pretende di regalarci a ogni costo il brivido dell'esotico o perfino dell'avventura.

Si può fare i turisti anche in Mongolia. E si può essere eccellenti viaggiatori nel parco pubblico dietro casa. Magari con meno stress e con la possibilità, invece, di cogliere quel senso della pausa che è uno dei segrei di un viaggio che fa bene.

Antonio Pascale ne è una bella dimostrazione in Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro, un altro libro indovinato della collana Contromano di Laterza (ormai li acquisto praticamente a scatola chiusa). Il sottotitolo già dice parecchio. Ma che dire, se attacchi la prima pagina e dopo qualche paragrafo ti accorgi di essere di fronte a una non-guida del Molise?

Molise: non propriamente la prima destinazione che ti viene in mente. Solo a nominarlo mi sa che rabbrividiscono ufficiali e soldati semplici dell'esercito dei viaggiatori professionisti. Ma questo libro - che raccontandoci un lembo di Italia ci porta lontano anche con le seduzioni dell'intelletto - è per l'appunto anche una serena vendetta.

Sentitelo Antonio Pascale:

Quindi, riepilogando, dormo così bene che quando ritorno dalle vacanze e incontro i miei amici viaggiatori professionisti che sono andati in un posto più bello, più vivo, migliore di quello dell'anno prima, e mi chiedono, ma solo alla fine del loro eccitante racconto di viaggio, tu cosa hai fatto, io rispondo: niente. E loro notano che questo niente mi ha reso davvero felice, meno nevrotico, meno ansioso di raccontare la mia parte d'accentura, meno partecipe del mondo, dei suoi problemi, dei suoi rituali

Prendete nota. Poi cercate nel vostro personale atlante il Molise che più vi si confa.

martedì 15 febbraio 2011

La Spoon River del ferroviere anarchico

E' un bel libro Una storia quasi soltanto mia, un libro genuino, pulito, capace di toni sommessi e di parole che fanno bene. Bello fin dal titolo, capace di indirizzare subito sulla strada giusta e di evitare il possibile equivoco con un lampo di poesia. Perché in queste pagine è raccolta la lunga intervista che qualche anno fa Piero Scaramucci - giornalista esperto e di impegno civile - ha fatto a Licia Pinelli, la vedova del ferroviere che dopo la strage di Piazza Fontana volò da una finestra del commissariato di polizia di Milano.

Non è un libro politico, questo, non è l'ennesima ricostruzione di una storia che ha segnato l'Italia. Al centro di queste pagine c'è proprio Licia, la vedova, la donna che quel giorno del 1969  ha dovuto voltare le spalle a una vita e cominciare a impararne un'altra. Donna schiva, refrattaria a ogni palcoscenico illuminato, ma inflessibile nella richiesta di giustizia. Donna che malgrado tutto ha saputo essere porto sicuro per le sue figlie. Donna che in questa intervista è come se ritrovasse la possibilità della parola e dello sguardo interiore.

Sapete, c'è una cosa che mi ha commosso particolarmente in questa storia, che è anche la storia di una famiglia e di una Milano popolare, quella delle case a ringhiera. E' l'amore tenace di Licia e di suo marito Pino per un libro, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Dice Licia:

Pensa, la prima volta me lo hanno regalato che avevo quindici anni, e man mano che me regalavano una copia io regalavo quella vecchia

Dice Licia di Pino:

Rileggeva qualche poesia e ci faceva i suoi commenti su dei bigliettini, ormai per ogni pagina c'erano bigliettini, segnetti... In definitiva anche se lo leggi tutto non è che lo esaurisci, c'è dentro la storia di un paese e ogni volta può rispondere a una tua domanda: un libro di poesie serve a questo

Licia conserva ancora la copia dell'Antologia di Pino. E c'è tutta una poesia di Spoon River, incisa nella lapide della sua tomba, al cimitero di Carrara.

Non so spiegarlo, ma mi commuove. Come se la poesia fosse più tenace delle follie della storia.

lunedì 14 febbraio 2011

Quel libro di Verga scovato su una bancarella

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi....

Non mi fosse cascato l'occhio su una bancherella, tra le occasioni a due euro, sono sicuro che mai e poi mai avrei acquistato Storia di una capinera di Giovanni Verga. E' uno di quei libri che sai che sono usciti, che sono parte significativa del percorso di uno scrittore importante, ma che difficilmente ti viene da leggere. Se li hai scansati a scuola, è finita lì.

Invece l'ho preso, l'ho portato a casa, l'ho perfino letto. E diciamocelo, non è che mi abbia conquistato. Lo confesso, tra l'altro, come lettore che tiene come cosa cara sia i Malavoglia che tante Novelle del nostro. Però non è che sei innamorato di Tolstoi ti piace Tolstoi fino all'ultima pagina.

Ed è così, siamo in un altro mondo di stile e di emozioni. Anche se in questo mondo non è male avventurarsi, di tanto in tanto. Il mondo di un'epoca in cui lacrime si scriveva lagrime, in cui i romanzi epistolari di anime tormentate andavano per la maggiore, in cui il pathos aveva la meglio - anche con Verga - su ogni tentazione di letteratura verista.

Che successo che fu ai tempi Storia di una capinera. Un best seller assoluto, anzi, un long seller, che conquistò soprattutto il pubblico femminile, bagnando per interi lustri fazzoletti e diari. Ancora nel 1906 aveva venduto qualcosa come 20 mila copie, contro le 5 mila dei Malavoglia.

Ed è con la storia di questa povera ragazza costretta dalla famiglia a farsi monaca, e che solo per un lampo di vita conosce l'amore, proprio con questa, che Verga conquista la fama. Come cambiano le carte in tavola. Grandi successi, oblii definitivi.

domenica 13 febbraio 2011

Con Ungaretti in una domenica di nebbia

Domenica mattina, domenica di indolenza, domenica di nebbia che tutto scontorna e confonde. Non so perché, ma sembra che ciò che si dice, o si scrive, possa essere più vero, andare più lontano e toccare qualche altra vita. Un po' come lo sguardo, che cerca oltre ciò che non vede distintamente.

Mi viene in mente una poesia di Ungaretti, la trovo quasi subito. Si chiama Sereno,  è una manciata di parole ridotte all'osso. Eccola.

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

sabato 12 febbraio 2011

Siamo noi Omero, il poeta cieco

Lo diceva Victor Hugo:
Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora

Omero, dunque. O meglio, l’uomo che abbiamo imparato a chiamare Omero. L’antico greco che ci ha regalato i poemi con cui inizia la storia della nostra letteratura e forse della nostra bellezza. Il poeta cieco, che non aveva occhi per guardare, ma che proprio per questo sapeva guardare più lontano di chiunque altro e staccare dal suo silenzio parole che risuonavano a lungo nel cuore degli uomini.

Tutto questo è Omero: la grandezza dei versi dell’Iliade e dell’Odissea e, nel ricordo di molti di noi, il busto di un anziano dall’espressione saggia e solenne, e poi magari le traduzioni e gli studi dei tempi di scuola.

Penso spesso a lui, credo che si sia in diversi a farlo. Eppure, cosa si sa davvero di Omero?

Già nell’antichità si erano moltiplicate le biografie, le vite immaginarie, le leggende. E già allora non si contavano le città che si contendevano il vanto di avergli dato i natali, da Atene a Rodi, da Argo a Chio e Smirne. Città, per inciso, quasi tutte dell’Asia Minore, tanto per destarci il sospetto che la nostra poesia in effetti sia arrivata da lontano, dall’Oriente.

Qualcuno assicurava che Omero era nato pochi anni dopo la guerra di Troia, altri che era nato parecchio dopo. Anche sul significato del suo nome ci si accapigliava: discendeva da una parola con cui i greci si riferivano ai non vedenti o dalla parola che indicava, più misteriosamente, un ostaggio?

Ce n’è voluta per iniziare a convincersi che forse Omero non è mai esistito. Anzi, che non è mai esistito perché in realtà di Omero ce ne sono stati centinaia, migliaia.

Infiniti Omero prima di Omero che hanno raccontato di Achille e di Ettore, del re Agamennone e dell’astuto Ulisse. Infiniti poeti che hanno cantato nelle feste e nei banchetti, hanno improvvisato versi che poi sono passati di bocca in bocca, hanno tramandato la memoria delle gesta, delle imprese e delle miserie dei loro eroi.

Così la più grande poesia della nostra letteratura è nata dalla parola leggera, imprendibile, evanescente di tanti poeti senza volto e senza nome.

Ed è bello pensare a tutto questo e poi pensare ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, alla nostra Toscana contadina dove si passava le sera a veglia alzandosi in piedi per una rima, per un’ottava improvvisata da chi non sapeva né leggere né scrivere. Credo che sia per questo che qualche tempo fa mi è venuto di scrivere Beatrice: un modo per provare a saldare qualche debito di gratitudine.

È bello pensare a tutto questo, perché permette a ognuno di noi di ritrovare il dono della parola. Perché aiuta ognuno di noi a sentirsi un po’ Omero.

Pensate, ognuno di noi come il grande poeta cieco.

venerdì 11 febbraio 2011

Il sangue del Sud, spigolature da un libro

Una delle tante disposizioni dell'esercito piemontese impegnato a soffocare il brigantaggio:

Chiunque verrà incontrato per le vie interne o per le campagne con provvigioni alimentari superiori ai propri bisogni, o con munizioni da fuoco per ingiustificato uso, sarà fucilato

Le parole di Carmine Crocco, uno dei più potenti briganti:

Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana e astratta

La frase di Tancredi nel Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa:


Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!

E quella del carbonaio di Giovanni Verga, nella novella La libertà:

O perché? Non mi è toccato nemmeno un palmo di terra. Se avevano detto che c'era la libertà

Giuseppe Garibaldi che ritorna a Roma deputato e si affaccia al balcone per salutare la folla col più breve dei discorsi:

Romani, siate seri!

Ancora lui, due anni prima di morire:


Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all'interno e umiliata all'estero e in preda alla parte peggiore della nazione

Spigolature da Il sangue del Sud, bellissimo libro di Giordano Bruno Guerri, consigliatissimo per una celebrazione senza retorica dei nostri 150 anni. A lui anche le ultime parole per oggi:

Un battesimo diverso avrebbe fatto crescere meglio un'Italia che, dopo un secolo e mezzo, continua a portarsi dietro i malanni della sua infanzia



giovedì 10 febbraio 2011

Con Amos il compromesso è sinomimo di vita

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c'è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

Lo sapete, ho un debole per Amos Oz e quindi mi è fin troppo facile far scialo di aggettivi, ma vi assicuro, Contro il fanatismo, è un piccolo grande libro, poche decine di pagine (da leggere di un fiato) che rimangono a lungo.

Tra ricordi di vita e digressioni letterarie, questa è una straordinaria riflessione sul fanatismo, inteso, nella sua essenza, come smania di voler cambiare l'altro, cioé in effetti di annullare l'altro.

Con in più il suggerimento di alcune buone "medicine" utili a debellare un virus che è dentro ognuno di noi: e allora aiutiamoci con la capacità di guardarci con gli occhi degli altri - sarei potuto essere uno dei miei nemici - aiutiamoci con i buoni libri e l'umorismo - in vita mia non ho ancora visto un fanatico dotato di senso dell'umorismo - aiutiamoci con l'arte del compromesso, che non è detto sia necessariamente un'operazione di bassa lega: perché la pace non è un'altisonante dichiarazione di amore, la pace può essere incontrarsi con l'altro a metà strada.

E anche di questo sono sicuro: così come non riesco a immaginarmi un fanatico dotato di umorismo (ci può essere un fanatico che ride, ma di una risata che mette i brividi), provo una sana paura per il duro e puro incapace di compromesso.

Il brigantaggio e il difetto di fabbrica dell'Italia

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: 'Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...
(da La libertà di Giovanni Verga)

Ecco, forse la verità del nostro Sud, di quella che è stata l'unificazione di Italia, o per dirla in altro modo, l'annessione del Meridione al Regno di Italia, finora si è intesa meglio con le parole della letteratura che con le analisi della storia.

Soprattutto quello che successe subito dopo, quando Giuseppe Garibaldi si era dovuto ritirare in buon ordine, perché lui e i suoi uomini erano diventati un impiccio per il nuovo Regno.

In genere sui libri del liceo la questione si liquida in poche righe: il brigantaggio che mise a dura prova l'esercito regio per qualche anno. Un problema di ordine pubblico, al massimo di criminalità organizzata, un po' come in altri anni la mafia.

E invece fu vera guerra, guerra civile, guerra sociale. Costata un'enorme quantità di morti, chi dice addirittura centomila. Massacri, terrore, le solite vittime di ogni guerra sporca. Trame, cospirazioni, tradimenti. Paesi spazzati via, vite cancellate.

Ci voleva un libro come Il sangue del Sud di Giordano Bruno Guerri, per gettare luce su tutto questo e raccontarlo con coraggio, ma anche con equilibrio, senza idealizzare nessuno e senza alimentare strane nostalgie. Senza nemmeno la tentazione di idealizzare come una sorta di Che Guevara nostrano un brigante tipo Carmine Crocco, che pure diceva cose sacrosante:


Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana e astratta


Rimane l'orrore per tutto quello che fu fatto, per come fu piegato il brigantaggio: rastrellamenti, fucilazioni di massa, rappresaglie che noi siamo abituati a collocare in altri periodi della nostra storia e ad attribuire in esclusiva a altri eserciti.

Ma questa è anche la storia di come la verità fu cancellata, rimossa, nascosta. Commissioni di inchiesta e depistaggi. Armadi della vergogna, anche per il nostro Sud. All'inizio della storia di Italia. Come un marchio di fabbrica, un difetto di costruzione, un peccato originale.

mercoledì 9 febbraio 2011

Il tutto è un brandello di bufera

Ancora un regalo in versi della grande Wislawa Szimborska - non la mollo più la sua poesia. Sette versi scarni per riflettere sul tutto e sul niente. Sulla nostra vita.

Tutto -
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta tra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(da La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Adelphi)


martedì 8 febbraio 2011

Il paese che vorrebbe liquidare Tolstoi e Cechov

E dunque, dalla Russia di Putin arrivano notizie così.

Pare che anche da quelle parti si stia preparando una bella riforma della scuola. Il governo avrebbe già idee piuttosto chiare.

Delle svariate materie che un tempo erano croce e delizia degli studenti di Mosca o Vladivostock non ce n'è più nemmeno una obbligatoria. Solo a tre - nuove e, diciamocelo, francamente curiose - non si potrà assolutamente rinunciare: l'educazione fisica, la "sicurezza nella vita pratica" e la "Russia nel mondo".

Non chiedetemi dettagli - ho appreso tutto questo da un illuminante articolo di Nicola Lombardozzi sul Venerdì. Ma la cosa che più salta agli occhi è che la letteratura diventa in toto materia opzionale. Capite? Il paese di Tolstoi, Cechov, Gogol....

Pare insomma che su quei banchi di scuola sarà più facile apprendere nozioni sulla cura del corpo, sulle norme antiterrorismo o sulle operazioni di Borsa che annusare qualcosa di Guerra e Pace o dei Fratelli Karamazov.

E sapete? Non è sempre vero che l'erba del vicino è sempre più verde. Questa volta l'italica scuola, per quanto maltrattata, riesce a farci un figurone.

Questo mi sono detto. Prima di pensare che uno come Putin non manca di amici anche in Italia....

lunedì 7 febbraio 2011

La volta che Jack Kerouac non voltò pagina

Mi procurerò un rotolo di carta da infilare nella macchina da scrivere e scriverò le cose il più veloce possibile, esattamente come sono successe

L'avete riconosciuta? Questa è una delle storie più belle e incredibili tra tutte le storie che si potrebbe raccontare su libri tenuti in un cassetto o pubblicati, dimenticati o destinati a lasciare un segno. In questo caso, un'opera che ha rappresentato e rappresenta assai di più di un bel romanzo: Sulla strada di Jack Kerouac.

Ancora oggi se mi imbatto in questo titolo il cuore mi balza in gola e poi la mano del rimpianto lo strizza ben bene. Rimpianto di che non lo so poi. Di un'America che non ho mai attraversato se non nella fantasia? Di una generazione che non era la mia?

Non lo so, ma ci sono stati anni in cui Sulla strada - io preferivo chiamarlo On the road - era un libro da portarsi dietro immaginando strisce di asfalto che tagliavano interi continenti e notti insonni illuminate dal jazz e dalle più strampalate chiacchiere.

Al mio affetto per Jack Kerouac il tempo ha fatto meno male che ad altre passioni, per non dire di tante convinzioni. Ma insomma, la storia più bella forse è proprio questa.

Jack Kerouac che questo libro lo vuole scrivere tutto di getto, senza interrompersi, nemmeno per cambiare foglio. Che per questo si procura i rotoli di una telescrivente e li unisce col nastro adesivo. E che poi si rintana nella sua casa di New York, aziona il cronometro (questo lo dico io) e parte.

Tre settimane per scrivere il romanzo che saluta e incarna una nuova epoca. Cento parole al minuto per riempire 36 metri di carta, un papiro dei tempi moderni.

Poi ci vollero sei anni per arrivare alla pubblicazione e il testo originale - che ora viene ripubblicato dalla Mondadori - dovette sopportare diverse modifiche. Pare che all'inizio il libro fosse un unico fluviale paragrafo e che diversi punti, diverse virgole siano state aggiunte solo in seguito (tutto questo viene ben spiegato da Tommaso Pincio in un recente articolo).

Ma questo è secondario. In tempi di scuole di scrittura, di libri costruiti come prodotti di laboratorio, è bello ritornare a quella pazzesca esplosione creativa.

Ps: non c'entra, ma ho letto che On the road è il titolo più rubato nelle librerie americane. Ancora oggi. E non so se stupirmi dell'esistenza di classifiche come questa. O se piuttosto non interrogarmi sulle eventuali connessioni tra la natura dell'opera e la sua propensione a farsi portare via senza passare dalla cassa

domenica 6 febbraio 2011

Con Seneca, diventare signore di se stesso

E' inutile girarci intorno, alla fine quello che conta davvero è come si impiega il tempo. Lo sciupa sicuramente chi è convinto che il tempo sia denaro. Lo investe bene chi a un certo punto tira il freno e prova a chiedersi: ma perché lo faccio? E per tutti valgono parole antiche, parole come quelle che il grande Seneca indirizza a Lucilio:

Fa'  come ti dico, mio Lucillo, diventa signore di te stesso, e riserva a te stesso il tempo che finora ti veniva sottratto, o andava perduto. Convinciti della verità di ciò che ti dico: le nostre ore ci vengono rubate talvolta con la forza, talvolta con l'astuzia, per non dire di quante scorrono via senza che nemmeno ce ne accorgiamo.


Sicuramente la perdita di tempo di cui dobbiamo vergognarci maggiormente è quella imputabile alla nostra negligenza. Se rifletti bene, devi ammettere che la maggior parte della vita si consuma e fugge via nel compiere azioni non buone, gran parte nel non fare nulla, e tutta quanta nel fare altro rispetto a quello che dovremmo fare

sabato 5 febbraio 2011

Cercare la verità, come una salamandra in un prato

Cercare la verità che c'è in tutto quanto ci circonda, inseguendola in ogni cosa, anche la più effimera e trascurabile. Forse è questo il dono di tutta la grande poesia.

Di questo dono, però, Piero Citati ci ha parlato nei giorni scorsi su Repubblica, a proposito di un grande poeta. Anzi, di un poeta grandissimo, benché, a dispetto del premio Nobel, da noi non sia conosciutissimo:  e sarà il destino degli autori che arrivano dal mondo slavo, e anche di certi nomi.

Di Czeslaw Milosz  la casa editrice Adelphi ha pubblicato recentemente altri due titoli, raccolte di pensieri, ricordi, aforismi, lampi di poesia anche, scritti tutti in tarda età, tra gli ottanta e gli ottantasette anni. E sono pagine, ci spiega Citati, che davvero sono un omaggio alla bellezza della vita.

Milosz viene attratto dai poli opposti dell'universo. Da un lato, ricerca "un'unica verità sulle cose che sia comune a noi tutti": una specie di formula magica che racchiuda ogni senso dell'esistenza. La insegue dovunque, in tutti gli eventi, in tutti i libri, nella mente dei suoi contemporanei o di chi visse duemila o ottomila anni fa o vivrà nel futuro. D'altro lato vuole conoscere, una per una, le verità singole: come una farfalla guarda un fiore di nasturzo, come una salamandra osserva un prato. Questo sguardo molteplice risveglia in lui sia l'angoscia sia il piacere ironico e camaleontico di sottomettersi a qualsiasi aspetto e voce del mondo

E più ci penso, più mi viene da dire che proprio questa sia la poesia.

Salinger, il fantasma che andava al Burger King

J. D. Salinger? Non era lo scrittore svanito nel nulla, l'uomo che si sottrasse a tutto e tutti per un'intera vita? Quasi che quella vita di assenza e mistero fosse il sequel de Il giovane Holden, disagio esistenziale e maledizione dell'altro...

Così si diceva, come no. Sono cresciuto con questa idea per la testa. Lo scrittore fantasma di cui non circolavano nemmeno fotografie, malgrado la sua notorietà planetaria.

E poi ecco che a distanza di qualche mese dalla sua morte saltano fuori alcune lettere inviate a un amico. Che poi non era nemmeno un attore della scena off o un collega in odore di Pulitzer, ma un semplice commerciante di alimentari.

Ed eccolo J.D. Salinger. L'uomo che scrive all'amico per suggerirgli una pinta di birra in un pub di Londra, che ha un debole per le visite agli zoo, che ama il tennis e tifa per quell'irresistitibile antipatico che era John McEnroe. Che non disdegna perfino qualche capatina al Burger King, il non plus ultra dell'American way of life ad altissimo colesterolo, perché gli hamburger, vedete, al Burger King sono davvero cotti alla fiamma....

Questo era J. D. Salinger? 

E a prescindere che, sceso dal suo piedistallo, lui mi piace un bel po' di più, la domanda é: siamo noi che per forza dobbiamo costruirci miti? O è qualche astuta strategia di mercato, alla quale ci è fin troppo facile arrenderci, tanto così c'è perfino più gusto?

venerdì 4 febbraio 2011

Sorpresa, c'era l'amore nel ghetto di varsavia

Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. Per senso del dovere o per amore dei bambini? All'epoca era la stessa cosa

Il ricordo di Marek Edelman è un fascio di luce rapido, nervoso, incostante. Indugia per un attimo, poi si sposta per frugare altrove, perché non c'è tempo per tutti i volti, le storie, i dolori, le vite inghiottite. Si sposta e quanto c'è dietro ritorna nell'oscurità, per rimanerci fino a che qualcuno non arriverà su quella pagina, non si soffermerà su quel nome.


Marek Edelman non è uno scrittore, non lo hai mai voluto essere. Marek Edelman è stato uno dei comandanti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, orgoglio estremo e disperato degli ebrei che presero alla sprovvista la più micidiale delle macchine di sterminio.

Marek Edelman è uno che ha visto andare alla morte qualcosa come 500 mila uomini e donne e bambini, e che poi, dopo che tutto questo era finito, non se n'è più voluto andare dalla Polonia svuotata della sua civiltà ebraica (e ancora contaminata dall'antisemitismo), perchè ne doveva presidiare le tombe abbandonate.

Era anche un uomo che per tutta la lunga vita che gli è rimasta ha saputo coltivare la memoria senza pretendere di parlare a nome delle vittime:

Non ho diritto di parlare a nome loro, perché non so se morivano nell'odio oppure perdonando i loro carnefici. E nessuno ormai lo potrà sapere. Ma ho il dovere di vegliare affinché il ricordo di loro non scompaia.

Ed era anche un uomo che si voltava indietro per guardare meglio anche al presente, ad altre guerre, ad altri crimini dell'umanità, ad altre ingiustizie.

In tutto questo a me piace ricordare anche Marek Edelman uomo schivo che ha saputo comunque donarci parole preziose. Come queste, racchiuse in C'era l'amore nel ghetto (Sellerio), un libretto che non so bene come definire, tutto fuorché una cronaca, un diario, un romanzo.

Se proprio proprio direi che anche questa è in qualche modo letteratura di viaggio, perché anche la memoria può rappresentare un viaggio. Un viaggio nell'inferno del ghetto. Ma non solo nell'inferno, perché come il viaggiatore è tale se è capace di guardare l'umanità che abita (e abitare è verbo diverso da popolare) le terre che attraversa, così lo sguardo di Marek Edelman ci porta testimonianza di umanità, prima ancora che di crudeltà.

Grazie a lui ho capito che è si fa un torto a semplificare, generalizzare, ridurre. Che non ci si può accontentare solo del termine di vittime per le vite che fiorivano nel ghetto.

C'era l'amore nel ghetto, appunto. Anche nel ghetto si sognava, si sperava, si faceva politica, si scriveva, ci si innamorava. Ed è proprio per tutto questo che l'orrore dello sterminio fa ancora più orrore.

giovedì 3 febbraio 2011

Quel pezzo di Italia che emigrò in Palestina

Qui scrivo il mio nome da destra a sinistra, mentre in Italia ero Edoardo, scritto da sinistra a destra. Sono nato a Livorno...

Ecco, comincia così una delle tante testimonianze raccolte in Quest'anno a Gerusalemme (a cura di Angelo Pezzana, con un saggio di Vittorio Dan Segre, Giuntina editore), un libro che attraverso le storie personali fa emergere un pezzo di Storia con la esse maiuscola, poco noto e poco riconosciuto, almeno in Italia, eppure straordinariamente affascinante. Quello dei tanti ebrei italiani che nel Novecento abbandonarono il paese dove erano nati e dove erano nati i loro genitori e i genitori dei loro genitori per cominciare una nuova vita in Israele.

Furono diverse migliaia, soprattutto dopo le leggi razziali del fascismo e dopo i terribili anni della Shoah. Ci fu chi lasciò l'Italia per scelta e chi per necessità. Chi si sentiva tradito e chi non aveva più la forza di guardarsi indietro. Chi non aveva più niente con sè e chi soprattutto aveva voglia di ricominciare.

Tante storie confluite in un altro paese. Popolo migrante anche questo, che forse ha reso più povera l'Italia, privata di tante energie, di tante intelligenze, tante speranze. E che pure ha portato qualcosa dell'Italia in un nuovo paese, tutto da inventare e costruire, nelle sue immense difficoltà e talvolta nelle sue contraddizioni.

Questo libro racconta tutto questo e racconta anche il senso di un legame tra il prima e il dopo, tra il paese abbandonato e quello trovato, che le storie personali non hanno potuto recidere.

E questo si capisce ancora di più che in un saggio, semplicemente dando la parola al ricordo.

Uomini e donne che donano il senso di una vita intera. In case dove magari non si parla più italiano eppure si mangiano ancora lasagne e spaghetti e per i bambini c'è sempre una ninna nanna in una lingua sconosciuta. La lingua che era dei nonni.

mercoledì 2 febbraio 2011

Ma cosa c'entra il dollaro con il Tirolo?

Dite dollaro e magari pensate che non c'è parola che evochi con più forza l'America e la sua potenza. George Washington e il Far West, insomma. Però pensate, dollaro viene da tallero e il tallero ci porta dalle parti della Boemia e addirittura del Tirolo, perchè era da quelle parti che un tempo si estraeva l'argento: tallero, da tal, valle, mica in inglese, ma in tedesco.

Come viaggiano le parole, come raccontano il mondo e la sua storia, le parole. Carlo Cipolla, che era un uomo capace di raccontare le grandi dinamiche dell'economia e della società con il passo leggero del curioso, qui ce ne regala diverse. E alla fine di Piccole Cronache (Il Mulino), di questo libriccino insomma che raccoglie una serie di articoli pubblicati sul Sole 24 Ore e sul Corriere della Sera, ci sembra di saperne di più sull'uomo, sui suoi affari, sui suoi guai.

Piccole cronache, appunto. Lampi di luce sulla storia degli orologi o delle epidemie, della pirateria o dei commerci illegali, delle monete e delle mercanzie che ci confermano quello che dovremmo sempre tenere a mente.

Che la storia non è cosa lontana, da addetti ai lavori. Che la storia ci appartiene. Che la storia è già la nostra vita quotidiana.

martedì 1 febbraio 2011

Jessie, la garibaldina innamorata di Shakespeare


Ho scritto un libro intero su Jessie White, la ragazza inglese che attraversò tutte le vicende del Risorgimento italiano, la donna che divenne la più stretta collaboratrice di Mazzini e Garibaldi, la persona che assicurò la cura dei feriti in battaglia, la prima corrispondente di guerra, la più brava giornalista del nostro Ottocento.... eppure la storia che di lei più mi piace e mi commuove si nasconde negli ultimi anni della sua vita.... 

Jessie ormai vive da sola a Firenze, vedova, povera, guadagnando quel poco che si può guadagnare con qualche collaborazione giornalistica e con le lezioni di inglese. L'Italia fatta l'ha delusa. Spesso si volta indietro, e come sono lontane le speranze di un tempo. 

Molti compagni di una volta sono scomparsi, molti sono cambiati, ora magari siedono sulla poltrona di un ministero. Un giorno bussano alla porta due funzionari spediti da Francesco Crispi, amico di una volta, diventato presidente del consiglio. Le propongono un vitalizio. Lei quasi li prende a calci. Gli ideali non devono procurare la pensione.

Legge ancora molto. I libri li prende a prestito. Al Gabinetto Vieusseux. Non può permettersi di acquistarli. E tra tutte le pagine le più care sono quelle dei sonetti di Shakespare. E tra tutti i sonetti c'è questo. Il senso di una vita che in ogni caso non ha rimpianti.


Quando all’appello del silente pensiero
io cito il ricordo dei giorni passati,
sospiro l’assenza di molte cose bramate
e a vecchie pene lamento lo spreco della mia vita:
allora, pur non avvezzi, sento inondarsi gli occhi
per gli amici sepolti nella notte eterna della morte,
e piango di nuovo pene d’amor perdute,
e soffro lo stacco di tante immagini scomparse:
allora mi affliggo per sventure ormai trascorse,
e, di dolore in dolore, tristemente ripasso
l’infelice conto delle sofferenze già sofferte
che ancora pago come non avessi mai pagato.
Ma se in quel momento io penso a te, amico caro,
ogni perdita è compensata e ogni dolor ha fine.