lunedì 31 gennaio 2011

Puck il folletto e la macchina del tempo

Lasciate da parte Il libro della giungla, le lontananze esotiche, i tempi dell'impero inglese, té in veranda e battute di caccia alla tigre, partite di cricket sotto il sole tropicale e divinità dai nomi impronunciabili. Ruyard Kipling non è solo l'India, le colonie, un mondo inghiottito dalla storia.

Prendete per esempio Puck il folletto, un libro per tutte le età. Un libro con cui Kipling ritorna a casa, sempre che l'Inghilterra possa davvero essere la sua casa, e non piuttosto il più meraviglioso di tutti i paesi stranieri dove sia mai stato, come diceva.

Racconta Ottavio Fatica nella nota all'edizione Adelphi che per Kipling la macchina era una sorta di macchina del tempo. Sulla quattro ruote prendeva e partiva come gli altri, solo che riusciva a vedere ciò che gli altri non riescono a vedere, perché bene che vada è solo roba da ragazzi.


Andava scorrazzando per l'isola che non c'è, per quell'Inghilterra piena per lui di meraviglie e di misteri stupefacenti. Un giorno in macchina nella campagna inglese era un giorno in un museo fatato dove tutti i pezzi sono vividi e reali e, al tempo stesso, deliziosamente mescolati con i libri

Ed ecco dunque il Colle Fatato che non è solo un luogo di una mappa fantastica, è una torre di avvistamento per scrutare la storia e le storie, per far emergere dal buio dei tempi i personaggi, le leggende, ciò a cui è bello restituire la parola. Ecco Puck, fauno di shakespeariana memoria, che racconta ai bambini di cavalieri normanni, di pirati vichinghi e di centurioni romani del Vallo di Adriano.

Raccontando ai bambini, ma restituendo a tutti gli occhi con cui i bambini sanno ancora alimentare la meraviglia.

domenica 30 gennaio 2011

Se la storia ha a che vedere con il "giallo"

  E dunque, l'altro giorno mi è capitato di dover partecipare a un  incontro - nell'ambito del bel Festival del giallo di Pistoia - su un tema a cui avevo la terribile (e fondata) sensazione di essere decisamente impreparato: pensate, il giallo tra cronaca e storia. Tema ostico di per se stesso, mica solo un problema mio.

Ci ho pensato a lungo senza ricavarne molto. Per fortuna che le parole aiutano. Intendo le parole che arrivano da lontano. Le etimologie.

 La parola storia, per esempio:  deriva da una radice indoeuropea che sta per "vedere", "sapere". Nel greco antico ἱστορία indica la conoscenza raggiunta tramite la ricerca, tramite la fatica dell'indagine.  La parola ἵστωρ rimanda all'uomo saggio, al testimone, al giudice.

Storia, insomma, significa non solo ciò che è accaduto, ma anche l'indagine su ciò che è accaduto e il racconto di ciò che è accaduto.

Beh, messa così, tutto mi sembra più familiare. Il giallo sarà anche opera di fantasia, ma ha le sue sintonie con l'operare dello storico. Il crimine - del resto quasi tutta la storia è storia dei suoi crimini - e poi il ristabilimento dell'ordine spezzato dal crimine tramite la ricerca di verità, il racconto di verità.

Selezionare fatti importanti, scartare quelli irrilevanti. Individuare indizi e farli parlare. Dare un senso.

Ecco, ora mi torna un po' di più.


sabato 29 gennaio 2011

Meno male, questo è il Simenon che mi aspetto

Il Simenon che ormai uno si attende, perchè in questi anni ormai abbiamo imparato che Simenon è molto altro rispetto al commissario Maigret, magari con la pancia e i baffoni di Gino Cervi.

Già, uno se lo attende, ma poi ogni pagina è sorpresa, piacere, tensione che non è la suspense di genere, è piuttosto precipitarsi a capofitto nelle miserie dell'uomo, risacca delle passioni che consuma fino al punto di rottura le vite più ordinarie.

La camera azzurra (Adelphi), mi pare, è davvero tra i grandi libri di Simenon: fosse solo per l'inarrivabile descrizione di questo ambiente della provincia francese nel quale esplode un amore folle, uno scatenarsi di sentimenti che per forza di cose rammenta Madame Bovary, ma che traccia ben altra parabola; non fosse altro che per questo stile teso, essenziale, dove niente è superfluo per accompagnare una discesa agli inferi che pare scritta nel destino.

Da leggere, davvero.

venerdì 28 gennaio 2011

Jean-Claude Izzo, poesia e verità del giornalista

Scrivo della miseria che è davanti ai nostri occhi e che facciamo finta di non vedere. Scrivo perché il lettore si ribelli, e non c'è altro modo che emozionarlo, che farlo innamorare con la verità

Che belle queste parole di Jean-Claude Izzo, scrittore che abbiamo perso troppo presto, autore di grandissimi noir ma prima di tutto cantore di un'umanità dolente. Uomo che sapeva guardare e che non nascondeva il suo sguardo. Gran solitario che aveva un maledetto bisogno degli altri. Allergico a ogni liturgia mondana che si trovò a gestire un successo inaspettato. E anche legato in modo indissolubile a un solo posto, Marsiglia, ma a un posto che da sempre ha nel suo Dna le lontananze e le mescolanze, porto che è come dire tutto il Mediterraneo, traffici e meticciato, scontri e incontri.

E' un mondo che ho imparato a conoscere anche attraverso i suoi libri, a partire dalla trilogia di Fabio Montale. Calli alle mani e bistrot, zuppe di pesce e casse da scaricare ai moli, mazzi di carte e parole arabe mescolate al francese.

Non sapevo che Jean-Claude Izzo era stato anche un bravo giornalista. Uno di quei giornalisti che non finiscono in televisione a ogni momento o che non sgomitano con il titolo più gridato. Un giornalista che lavorava con pazienza alle sue inchieste e non scriveva delle celebrità della Costa Azzurra, ma di vita in fabbrica e di quartieri dormitorio. Consumava scarpe, Jean-Claude Izzo, perché un buon cronista fa così, prende e va a vedere. Un giornalista militante, si direbbe oggi, o meglio, si diceva allora.

Non so se ci vedete il nesso, ma per me tutto torna, gli articoli sul lavoro degli operai siderurgici e i personaggi come Lole la zingara. Verità e poesia. Poesia e verità.

giovedì 27 gennaio 2011

Con i versi del Canto del popolo ebraico massacrato


27 gennaio 2011 - Giornata della Memoria

Ahimè, non c'è più nessuno... c'era un popolo, e ora non c'è più....
c'era un popolo... e ora è scomparso!


Che storia. Cominciò nella Bibbia e durò fino a oggi... 
Una storia ben triste - chi dice che è bella?


Una storia che va da Amelek a uno peggiore di lui, al tedesco...
O lontano cielo, o vasta terra, o immensi mari, 


non complottate fra voi per annientare i malvagi della terra,
lasciate che si annientino da soli!
                                             
                                                   15-17 gennaio 1944

(Yitzhak  Katzenelson, Il canto del popolo ebraico massacrato, Giuntina)


mercoledì 26 gennaio 2011

Con Kevin, tenendosi la mano nel sonno

Come al solito Minimum Fax è una garanzia di qualità, quando vuoi posare gli occhi su qualcosa di nuovo, senza sapere bene cosa... soprattutto quando si punta sulla letteratura dall'altra parte dell'oceano.

Di Kevin Canty non avevo mai sentito nemmeno il nome, prima di acquistare questo libro per un impulso inspiegabile, o forse per la copertina che mi aveva colpito. E per questo titolo: Tenersi la mano nel sonno.

Ho scoperto un grande autore di racconti, dalla penna affilata, capace di scavare dietro le situazioni più ordinarie e a volte scontate, per riportare a galla emozioni, solitudini, angosce, speranze. Cittadino a pieno titolo del grande racconto americano di questi anni, che non è solo Raymond Carver. Con una diversa intensità e crudezza, probabilmente, ma con la stessa capacità di portarci dentro il momento, quel momento che è una sospensione, un indugio, un possibile punto di svolta prima di qualcosa che deve accadere.

Interessante anche l'ambientazione in un'America diversa da quella di tanta narrativa.

E tra tutti i racconti, un'emozione particolare per Flipper, per Il vestito rosso ma soprattutto, per quanto mi riguarda, per Carolina Beach, il toccante inizio di una storia tra una malata terminale e un uomo che pare non appartenere più a niente. Molto bello.

martedì 25 gennaio 2011

Con Sandokan non si diventa veline o cortigiani

Che belle le parole che Ernesto Ferrero dedica al mio Emilio Salgari sull'ultima Domenica di Repubblica, in vista del centenario dedicato a uno scrittore che, ignorato dalla scuola, trattato da tutti come un peccato di gioventù, in realtà ha lasciato a generazioni di italiani un imprinting indelebile. Che poi è quello che Ferrero definisce il big bang di un'emozione che verrà ricordata nell'età adulta con commossa gratitudine da scrittori come Pavese, Parise, Pontiggia, Citati, Eco, Magris....

Parole importanti soprattutto perché fanno emergere il profondo legame che unisce Sandokan alla nostra Italietta a cavallo tra Otto e Novecento (solo di quell'epoca?):

Un Paese povero, immobile, depresso e represso, che fatica a tirare avanti, con lui poteva liberare fantasie archetipiche in cui le gioie dell'esotismo si accompagnano al sogno di quello che ognuno vorrebbe essere. Il piccolo giornalista veronese, improvvisatosi narratore d'appendice per uscire da un destino mediocre, ha regalato ai lettori d'ogni età (donne incluse) il destino epico che avrebbe voluto per se stesso

Anch'io sono tra coloro che sulle pagine del grande Emilio ha accarezzato il sogno di quello che ognuno vorrebbe essere. Almeno, appartengo a una generazione che i sogni li cercava ancora tra quelle pagine.

Sono anche contento, di appartenere a quella generazione: che grazie a Sandokan e al Corsaro Nero imparò a non sognarsi velina o cortigiano.

lunedì 24 gennaio 2011

Disattenzione vietata con la grande Wislawa

Lo sapete, la sua poesia mi piace molto. Cito spesso Wislawa Szymborska, anche perchè con i suoi versi ci porge un grande dono, il senso dell'attenzione, la sua necessità. Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche. Credo che la poesia sia in primo luogo questo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via in quanto irrilevante. Come nell'inizio di questa poesia, vero e proprio manifesto contro la disattenzione (da La gioia di scrivere, Adelphi)

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.


Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.


Inspirazione, espirazione, un passo dopo l'altro, incombenze, 
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell'uscire di casa e del tornarmene a casa.


Il mondo avrebbe potuto esser preso per un mondo folle,
e io l'ho preso solo per uso ordinario.

domenica 23 gennaio 2011

Con Erri De Luca, il padre che non c'era

Eccomi sulla tua traccia, papà. Ho qualcosa da dirti. Di quello che hai fatto nella tua gioventù, delle lotte politiche, della prigione, non mi hai voluto parlare. L'ho saputo dagli altri, dalle cronache, chi era mio padre

Ci sono ferite aperte che tali rimangono, perchè il tempo non ha il potere di guarirle, magari solo di nasconderle. Ci sono cicatrici che misurano non quello che è stato, ma quello che non è potuto succedere, e quasi sempre sono le peggiori.

E' un gioiello, Tu non c'eri (edizioni Libreria Dante & Descartes) di Erri De Luca, una quarantina di pagine, una mezz'oretta per leggerlo, molto di più per metabolizzarlo. Uno di quei gioielli di cui si fa fatica a sostenere lo sguardo, per la storia che custodiscano.

Verrebbe da definirla una storia sul rapporto tra un padre e un figlio. Ma in realtà è una storia sull'assenza. Da una parte il padre che rincorrendo il sogno di cambiare il mondo (Noi non è stato un pronome personale, ma il più forte pronome politico), ha commesso tutti gli errori che poteva commettere, se ne è fatto carico e ha concluso la sua vita dalla "parte degli ammutoliti". Dall'altro un figlio che ancora non sa darsi ragione di quel crescere senza padre, di quella cornice vuota.

Però c'è quella scalata sulla cima di un monte, benché apparentemente fuori tempo massimo. C'è l'aria fresca, pura, che forse può essere davvero una medicina. C'è il silenzio, c'è quella vista che forse può ridare un senso a tutto...

Bello. E bello anche che libri così possano essere proposti da piccole case editrici e che stia ancora a noi scovarli o farseli portare in dono...

sabato 22 gennaio 2011

La seconda vita regalata dai romanzi

I romanzi sono una seconda vita che possiamo fare nostra?

Penso proprio di sì, anzi penso che quello che davvero conta, prima ancora che siano scritti bene, è che i romanzi ci vendano questa illusione (e per vendercela in realtà devono anche essere scritti bene). Di questo ha parlato qualche giorno fa Ohran Pamuk in una sua bella riflessione su Repubblica. Ecco come inizia.... parole che sottoscrivo, perché nessuno ci sciupi questa illusione, nessuno ci porti via almeno la seconda vita, quella della grande  letteratura.


I romanzi sono una seconda vita. 

Come i sogni di cui parla il poeta francese Gèrard de Nerval, i romanzi rivelano i colori e le complessità delle nostre esistenze e sono pieni di persone, facce e oggetti che sentiamo di riconoscere. Proprio come nei sogni, quando leggiamo i romanzi siamo a volte così fortemente colpiti dalla straordinaria natura delle cose che incontriamo da dimenticare dove siamo e da immaginarci in mezzo agli eventi fantastici e alle persone che vediamo.


In quei momenti, sentiamo che il mondo di finzione in cui ci imbattiamo e che ci fa divertire risulta più reale della realtà stessa.

Che queste seconde vite ci appaiano più vere delle realtà, spesso significa che scambiamo i romanzi per la vita, o almeno che li confondiamo con l'esistenza vera. Ma mai ci lamentiamo di questa illusione, di questa ingenuità.


Al contrario, proprio come in alcuni sogni, vogliamo che il romanzo che stiamo leggendo prosegua e speriamo che questa seconda vita continui a evocare in noi un costante senso di realtà di autenticità.


A dispetto di quello che sappiamo della fiction, siamo irritati e infastiditi se un romanzo non riesce a sostenere l'illusione che si tratti di vita vera.

venerdì 21 gennaio 2011

Da quando i libri durano così poco

Da quando i libri durano così poco, è facile che si abbia una sola occasione per comprare un libro appena uscito da una piccola casa editrice, perchè la seconda volta sarà troppo tardi. Da quando i libri durano così poco, è facile trovare le pile dell'ultimo best seller di John Grisham o di Ken Follett, ma forse si rischia di dover ordinare - sempre che sia ancora in catalogo - uno dei titoli di Italo Calvino.

E' il mondo dell'editoria italiana di oggi, con i suoi quasi 60 mila libri che escono ogni anno e una distribuzione che ormai ha tempi di presenza negli scaffali e di resa che dire spietati è poco. Nei giorni scorsi ne ha parlato Loredana Lipperini, con una bella inchiesta su Repubblica:

Settecentoventi ore, trenta giorni. I più pessimisti dimezzano a quindici. In Italia, il ciclo vitale di un libro equivarrebbe a una meteora

Mettete sull'altro piatto tutto il tempo che è stato necessario per scriverlo, quel libro, per trovare un editore, per curarlo e accompagnarlo alla pubblicazione... Più o meno come bruciare quattro anni di preparazione nei dieci secondi di un'Olimpiade.

Per fortuna che in questa inchiesta, un po' deprimente, c'è spazio anche per le parole di un libraio come Romano Montroni, che è quasi un appello a tutti i suoi colleghi:


Vedo troppi librai che per affrontare un problema finanziario fanno clic sul computer, tirano fuori l'elenco dei libri che hanno venduto meno negli ultimi tre mesi e rendono a più non posso. Una buona libreria deve sempre avere tre tipi di libri: quelli che si vendono molto, quelli che si vendono meno e quelli che servono a far vendere gli altri

Che poi ha ragione anche in questo, i libri funzionano come le piante che hanno bisogno di essere innaffiate tutti i giorni, per vederle crescere. Non sono alberi di Natale che getti via dopo le feste.

giovedì 20 gennaio 2011

Gli imperdonabili che arrivano dalla Francia

Con la narrativa francese - così come con il cinema - di tanto in tanto mi capita. Grande attesa per il titolo consacrato dalla critica e magari anche dal pubblico - succede assai più spesso che da noi - il senso di un'opera che mette il coltello nella piaga, che regala uno sguardo diverso, che dovrà stupire per cinismo o per leggerezza, per intensità o per indifferenza, e poi, alla resa dei conti, eccoci alle prese con qualcosa che tutto sommato riesce più insipido di ogni aspettativa.

Con gli Imperdonabili di Philippe Djian mi è andata proprio così. Mi aspettavo di più. E non che la storia non sia intrigante, che i personaggi non incuriosiscano, che non siano importanti i temi che affronta - dal tradimento all'incapacità di perdonare e lasciarsi alle spalle il passato fino al difficile intreccio tra vita e scrittura - ma alla fine il gioco non funziona. Sarà che è tutto un po' risaputo...

Rimangono - mica è poco - le atmosfere di questa Francia atlantica. Rimangono pagine sull'impotenza della letteratura, sull'incapacità della letteratura di redimere la vita.... E anche questo non è poco..

mercoledì 19 gennaio 2011

Bandiera bianca con Stieg Larsson

E dunque, parto subito male e dico che, a malincuore, proprio con La regina dei castelli di carta di Stieg Larsson mi è toccato applicare a mio esclusivo beneficio il terzo e il quarto diritto che Daniel Pennac riconosce al lettore: prima saltare le pagine e poi non finire il libro, senza troppi rimorsi.

E' così: l'ho attaccato con grosse aspettative, ho perso colpi in una lettura distratta, ho stentato nel primo centinaio di pagine (troppi nomi, intreccio troppo complesso, troppa sensazione di sequel), ho tirato avanti grazie al ricordo assolutamente positivo (ma non entusiasta) dei primi due libri della trilogia, infine mi sono arenato.

Poi, è chiaro, qualche problema me lo pongo. Sarà questione di diffidenza che scivola in pregiudizio per i "clamorosi casi editoriali"? Sarà che Larsson è morto prima della pubblicazione di questo libro e che non avuto il tempo di lavorarci sopra fino in fondo?

O sarà che, semplicemente, con i libri è come con le persone, a volte funziona al primo sguardo e subito scatta qualcosa, altre volte per quanto te ne abbiano parlato bene, per quanto sai che "meriterebbe", non scatta niente?

E magari è un'occasione mancata. Chissà, in un altro tempo, in un altro contesto. Forse sarebbe bastato una sera tutta per me, un teino per accompagnare la lettura e un silenzio accogliente, la volta del primo capitolo.
Chissà.

Chissà se un giorno La regina dei castelli di carta scenderà dallo scaffale dove è finita, il più alto della libreria, per tornare a bussare nella mia vita.

martedì 18 gennaio 2011

Il turista nudo e il suo ovunque

E dunque, bisognerà arrivare fino in Papua Nuova Guinea per trovare un posto davvero lontano, che non abbiamo ancora reso uguale a tutto il resto e anche a noi? Bisognerà fare così per smettere i panni del turista universale - che è sempre lo stesso come sono sempre gli stessi gli hamburger di McDonald's - e sentirsi un po' più viaggiatore?

E comunque, quanto durerà anche in Papua Nuova Guinea?

Sono queste le domande che accompagnano Lawrence Osborne in Il turista nudo (Adelphi), storia di un viaggio che approda a un fazzoletto di giungla e di mondo primitivo al termine di una sorta di cammino di espiazione attraverso un Oriente che non è più Oriente, semmai simulacro di Oriente a uso e consumo dei tour-operator.

Ed ecco dunque Dubai che è un grande shopping-centre dove anche la sabbia sembra finta; ecco Calcutta giungla di asfalto e traffico; ecco Bangkok con il suo straripante mercato del sesso; ecco Bali che prima di tutto è invenzione riuscita di tanta buona cultura europea....

Può piacere o non piacere, ma niente sembra salvarsi. Un tempo c'erano i continenti, c'erano terre diverse ed estranee. Oggi c'è l'Ovunque. E in questo ovunque troviamo gli stessi resort, le stesse merci, le stesse attrazioni per orde di vacanzieri....

Oppure no... Chi può dire, in effetti? Questo è un gran bel libro, ma non sarà che c'è anche un po' di puzza sotto il naso?

Certo, si può perdonare tutto a uno come Lawrence Osborne, che se la prende con gli scrittori di viaggio ma poi è un grandissimo scrittore di viaggio... Uno straordinario scrittore che sa narrare alla grande il suo viaggo... e in questo modo smonta proprio la sua tesi.

Perché l'ovunque sarà ovunque, ma poi quello che conta è il nostro modo di guardare e raccontare i posti. Di viverseli.

E per questo nemmeno importa arrivare in Papua Nuova Guinea. Una valle dell'Abruzzo, un canale di Olanda, può essere già molto, molto lontano.

lunedì 17 gennaio 2011

Su una panchina, passeggiando da fermi

Poiché amo le panchine, poiché amo perdere, anzi, guadagnare il mio tempo sulle panchine, magari guardando la gente che passa, magari nascondendomi dietro la copertina di un libro (mi piace anche far prendere aria ai miei libri) a lungo mi sono fatto accompagnare da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste. Nelle cui pagine ho trovato oltre a uno straordinario catalogo delle panchine usate e amate - chissà se un giorno anch'io non tenti qualcosa del genere - anche una serie di definizione di panchina che mi piace riportare.

Una panchina perfetta è come una 'piega' del mondo, non un luohgo nascosto ma una zona franca, liberato o salvata, dove semplicemente sedersi è già in sé una meditazione


A definire le panchine, tuttavia, non è solo il sedersi, ma un certo tipo di sedersi, un certo uso, non solo e non tanto del proprio corpo quanto del proprio tempo, e della propria mente. Lasciare libera la mente di vagare, divagare. Passeggiare da fermi


La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata


Ovunque si trovi, la panchina è per chi si siede il centro dell'universo

domenica 16 gennaio 2011

La perla nascosta dell'umorismo ebraico

Sorpresa, sorpresa.

Un libro uscito tanti anni fa per Giuntina, forse oggi fuori catalogo, ripescato quasi per caso dalla libreria e attaccato senza un vero perchè, forse solo per puntiglio.

Titolo: Stern. Autore: Bruce Jay Friedman. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare.

E fin dalle prime pagine scopro l'autore che non mi aspettavo, trovo le radici di Mordecai Richler e, perché no, forse anche di Woody Allen, trovo gli accenti di Philip Roth, trovo l'umorismo intelligente e stringi stringi desolato che percorre una certa fetta della cultura ebraica americana, combattuta tra fedeltà e voglia di liberarsi del fardello...

Bello, soprattutto nella prima parte, e degno anche di diverse riflessioni: per esempio sulle traettorie che consegnano a un rapido oblio autori che meriterebbero ben altro...

sabato 15 gennaio 2011

Sognando con la sognatrice di Ostenda

Non sarà un capolavoro, però racconti come questi ti restituiscono davvero il piacere della lettura.

Di Eric-Emmanuel Schmitt ho preferito altri libri - in particolare La parte dell'altro - però anche ne La sognatrice di Ostenda (che bello, il titolo di questo libro, pubblicato da E/O) ho ritrovato incanto e leggerezza, immaginazione e sentimenti senza effetti speciali.

A colpirmi, più ancora del racconto che dà il titolo alla raccolta, sono state soprattutto le pagine sul professore conquistato per la prima volta alla narrativa (e per di più alla narrativa di genere, quella che si legge divorando le pagine, con la voglia di sapere come andrà a finire, emozioni a briglia sciolta e senza sensi di colpa), eppure in tutti ho ritrovato la visione del mondo - o almeno della scrittura - di Schmitt.

Una visione dove la forza del sogno, dell'immaginare altro rispetto al qui e all'ora, trova molto spazio. E questo mi piace, e molto, come no.

venerdì 14 gennaio 2011

Dal suono della campana ai tre pescatori

Vi ricordate Per chi suona la campana? - non il libro di Ernest Hemingway e relativo film -  ma la poesia inglese di John Donne, grande poeta del Seicento inglese, che a quel libro e a quel film dà il titolo. La straordinaria poesia che comincia con Nessun uomo è un'isola per finire con uno dei più grandi richiami alla responsabilità? E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. Ecco, oggi questo stesso straordinario richiamo lo ho ritrovato in una pagina della poetessa polacca Wislawa Szzymborska. Dall'Inghilterra alla Polonia, tre secoli più tardi. Lo stesso rigore, lo stesso senso di appartenenza a tutti, la stessa impossibilità della solitudine.

Dei pescatori tirarono fuori dagli abissi una bottiglia.
Dentro c'era un pezzo di carta, con scritte queste parole: "Aiutatemi! sono qui. L'oceano mi ha gettato su un'isola deserta. Sto sulla sponda e aspetto aiuto. Fate presto. Sono qui!".
"Non c'è data. Sicuramente ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver galleggiato in mare per molto tempo" disse il primo pescatore.
"E non c'è indicazione del luogo. Non si sa neanche quale oceano sia" disse il secondo pescatore.
"Non è né troppo tardi né troppo lontano. L'isola  Qui è ovunque" disse il terzo pescatore.
Seguì una sensazione di disagio, calò il silenzio. E' quel che accade con le verità universali.

giovedì 13 gennaio 2011

La parola di Lella Costa che fanno bene al cuore

E' un libro che è un piacere possedere e leggere Amleto, Alice e la Traviata, con cui la Feltrinelli ha raccolto tre testi teatrali di Lella Costa.

Tre testi che ci ripropongono altrettante figure che da tempo sono balzate fuori dalle pagine dei libri per mettere radici profonde anche nel nostro immaginario: miti che ci accompagnano e che a volte ci parlano anche, quasi a tu per tu.

Tre testi e tre storie universali, in cui più o meno ci siamo tutti noi, in questo nostro mondo di luci e ombre, di crude realtà e di implacabili fantasie, di sogni e di risvegli.

Senza imbarazzo, senza timori reverenziali, Lella Costa si carica sulle spalle questi classici che per strada diventano un bagaglio leggero di parole condivise.

E lei vai avanti e poi ritorna, divaga e coglie il punto, suona l'intera tastiera delle emozioni e ci ingarbuglia.

Poi il monologo finisce, le luci si spengono, il sipario, quando c'è, cala. Ed è allora che scopriamo che con tutto questo Lella ci ha regalato la magia della parola di teatro.

 La parola che vola via verso l'ennesima replica e intanto si incide nei cuori.

mercoledì 12 gennaio 2011

Con Emilio Salgari, la fantasia che non mente

 Si diceva capitano di lungo corso e non aveva mai viaggiato. Mentiva Emilio Salgari? O semplicemente volava con le sue parole? E quelle parole in libertà alla fine sono diventate una prigione? In I due viaggiatori provo a rispondere così.

Proprio così. Di questo sono convinto. Emilio non mente, Emilio lascia la parola alla sua fantasia.
Il problema è che la fantasia agisce come una droga, che regala un senso di onnipotenza e poi svuota di tutto. Fa toccare il cielo con un dito ma nel frattempo taglia la luce.
Fosse solo difendere con la sciabola l’onore. È che obbliga i familiari, e persino la donna di servizio, a tirare di scherma; è che si adagia sul letto dopo aver cosparso profumi sulle lenzuola per farle odorare di tropici; è che si firma Selvaggio Malese nelle lettere indirizzate alla fidanzata Ida, da lui ribattezzata Aida, come la verdiana figlia del re etiope.
Papà vive sempre con i marajà, diranno i suoi bambini.
Sul retro di un foglietto dove ci sono disegni e appunti per la trama delle Tigri di Mompracem, ha scritto: Avevo 23 anni quando caddi prigioniero del pirata Sandokan. E ancora: Io sono schiavo e compagno di Sandokan.
Si è inventato come personaggio dei suoi stessi romanzi. Lo scorridore, l’avventuriero, il pioniere, il condottiero. Il gioco può anche valere la candela.
Dice ancora Silvino Gonzato: Non è che sia un bugiardo, sembra di un altro mondo.
Sottoscrivo. E sì, il gioco può valere, finché il mondo non presenta il conto. Finché le parole sono passaporto e non prigione.

martedì 11 gennaio 2011

Quella lezione di nuoto in Bretagna

Colette e un'estate in Bretagna, dalle parti di Saint-Malo. Colette e la sua cerchia di amici scrittori e intelletuali per una volta lontani dai caffè e dai teatri di Parigi. Colette e la sua casa affacciata sul mare dove un giorno arriva anche Bertrand, il figlio sedicenne del suo secondo marito, un ragazzo cui darà lezioni di nuoto ma che avvierà anche ai segreti del sesso.

Sono tanti gli ingredienti affascinanti di Lezione di nuoto di Valentina Fortichiari (Marsilio), un libro che ci accompagna in un'estate di 90 anni fa e ci permette di tuffarci in un bel pezzo di cultura francese.

Un libro per di più scritto bene, in modo elegante e direi addirittura classico (fin troppo), capace di mescolare riferimenti biografici e fantasia (non so in quale proporzione).

Eppure anche un libro che non mi ha appassionato, sarà che alla fine l'ho avvertito come sabbia che ti scivola tra le mani, di una leggerezza che ha più a che vedere con la mancanza di un vero centro di interesse che con il piacere di una lettura che niente pretende tranne il suo piacere.

Sarà che alla fine uno vorrebbe di più, e non sa bene cosa vuole, se più intensità e trasgressione o più sguardi indiscreti nel bel mondo intellettuale della Francia anni Venti. E tuttavia quante pagine che valgono davvero...

lunedì 10 gennaio 2011

Cercare Shangi-Là e trovare noi stessi

Da Atlantide a Shangri-Là, cosa vorrà dire questa costante ricerca di un luogo dell'utopia, di una valle incantata, di un'isola fuori dal tempo e dalla storia?

Non è che finora ci abbia pensato molto, però l'altro giorno mi sono imbattuto in una frase de Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), che è stata come un raggio di luce:

Per secoli, occidentali e affini hanno cercato valli nascoste, regni perduti e isole scomparse: e civiltà estinte. Non so se indiani e giapponesi soffrano delle stesse ossessioni, e se per esorcizzarle viaggino. Ma se così non è, se questa patologia si deve considerare unica, allora ritengo dica qualcosa su di noi che ne siamo affetti

E non so se è vero, come lui sostiene, che tutto questo riguarda noi europei, noi occidentali, quasi in esclusiva - Comunque, la smania di vedere coi propri occhi un frutto dell'immaginazione credo sia una forma di pazza tipicamente occidentale. O no? - ma so che dietro questa smania, che è insieme voglia di redenzione e di fuga, c'è  qualcosa che aiuta a capire meglio noi stessi. E non è poco.

domenica 9 gennaio 2011

Quando un musicista è alle prese con l'ungherese

Sfuggente, spiazzante, allergico a ogni classificazione, perchè come fai a classificarlo un libro così?

Dentro Budapest di Chico Buarque ci sono molte cose, tutte piuttosto inconsuete, perchè la storia raccontata non è solo la storia di una crisi di identità che si consuma in un'altalena esistenziale tra due mondi completamente diversi perfino nei nostri tempi globalizzati, Rio de Janeiro e Budapest. O perché, se volete, la crisi di identità non gira intorno alla metafisica dell'esistenza, come di solito accade, ma si interroga sulla lingua, anzi, sulle lingue, sulle lingue che ci affidano e a volte ci sottraggono anche la nostra identità.

E allora qui c'è la storia di un'ossessione linguistica - per una delle lingue più impossibili, poi, il magiaro - e c'è anche la storia di un ghost writer - cioè di uno che presta la sua parola e la sua creatività - e la storia del suo rapporto con i libri e con i loro sedicenti autori...

Forse con qualche caduta nel ritmo della narrazione, ma originale e affascinante come ci si può aspettare da un grande della musica brasiliana come Chico Buarque.

sabato 8 gennaio 2011

Quell'eterna sconfitta della memoria

In che misura si può conoscere il passato di coloro che sono scomparsi nel nulla? Si possono leggere libri, parlare con chi c'era, studiare le fotografie, recarsi nei posti dove quelle persone vissero, i luoghi degli avvenimenti. Qualcuno può rivelare: avvenne quel tal giorno, mi sembra si sia incontrata con delle amiche, era bionda.
Ma inevitabilmente sono solo approssimazioni

Quanto mi ha colpito e coinvolto la lettura de Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn ve l'ho già detto. Si tratta di uno dei libri più intensi e appassionanti che abbia mai letto sulla memoria dello sterminio del popolo ebraico. Eppure è un libro che va oltre, immensamente oltre, l'orrore della Shoah, per diventare riflessione alta sul bene e sul male, sulla responsabilità, sulle possibilità stesse della memoria.

Eh sì, forse è proprio questo il punto centrale. La necessità di ricordare ogni singola vita - restituendo a essa qualsiasi ricordo di cui è legittima proprietaria - e in effetti anche l'impossibilità di ricordare effettivamente.
Voler restituire vita e nello stesso tempo esserne incapaci.

E mi sa che è proprio questa la memoria, nient'altro che questa tensione costante, ineludibile, necessaria tra il dovere e il potere. Questa responsabilità nei confronti di ogni vita - perché se non sono io a ricordarla, chi potrà farlo al mio posto? - e questa eterna sconfitta che andrò ogni volta a ricercare.

giovedì 6 gennaio 2011

Quando anche le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

mercoledì 5 gennaio 2011

La regina Zabo e gli scrittori inventati

I corridoi delle Edizioni del Taglione pullulano di prime persone singolari che scrivono soltanto per diventare terze persone pubbliche

Eccola qui, una delle pagine più crudeli nei confronti dell'editoria dei nostri tempi, condanna senza scampo sia per le logiche di mercato che per le presunzioni autoriali dei tanti.

Ricordate? E' La prosivendola di Daniel Pennac, con la figura dell'editrice senza scrupoli - la regina Zabo - che vuol fare del povero Benjamin Malaussène, già capro espiatorio riconosciuto per tutto e per tutti, l'immagine pubblica di un autore di best-sellers che vuole restare ignoto.

E' un libro che è un gran piacere leggere e ve lo consiglio. Ma al di là della storia, su quante cose sarebbe bene riflettere. Che ne dite di una frase come questa?

Non scrivono per scivere, ma per "aver scritto" - e che si sappia in giro

martedì 4 gennaio 2011

Tra il fuoco e il ghiaccio, le saghe di Islanda

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

lunedì 3 gennaio 2011

L'inviato speciale fatto fuori dalla velocità

Oltre al mito del giornalista vaggiatore si è (quasi) volatilizzata anche la figura del reporter che si immerge nella realtà in cui è stato catapultato.
Una volta ne aveva il tempo. Restava settimane o mesi sul posto. Oggi la velocità implica anche la fretta

E' dedicato alla "professione reporter", l'ultimo numero del Venerdì di Repubblica. E sono in particolare riflessioni come queste di Bernardo Valli che suonano come una sorta di campana a morto per l'inviato speciale, per il corrispondente di guerra, per il giornalista che, in ogni caso, partiva e arrivava lontano, per raccontarci luoghi ed eventi del mondo, professionista che ci metteva a disposizione il suo sguardo, la sua parola, la sua curiosità, la sua voglia di capire.

Che ne rimane, ora, nel mondo della fretta, dei bilanci in rosso dei giornali, delle nuove tecnologie?

Un tempo il reporter doveva trovare la notizia, oggi la notizia viaggia con lui, ricorda Valli. Se va bene, viaggia con lui.

E quante cose che sono cambiate, in questo senso, anche per chi ama i libri di viaggio, perchè è indubbio che una bella fetta di libri di viaggio sono opera proprio di giornalisti, grandi giornalisti che si trovavano più a suo agio in una capitale straniera o su una linea del fronte che sulla sedia di una redazione. Da Indro Montanelli a Tiziano Terzani, da Luigi Barzini a Oriana Fallaci. Ve li immaginate ancora nell'epoca del turismo di massa?

Però... però... anche Bernardo Valli alla fine apre più di uno spiraglio sul futuro del caro vecchio reporter:


Ha perduto da tempo il talismano della notizia, ma ha conservato quello più sofisticato, più prezioso, dell'analisi della notizia. 

E quello del racconto. Gli è riservato un compito meno popolare, ma più essenziale. Che non richiede tanto l'educazione delle scuole di giornalismo, quanto un'esperienza che non dipenda dal teleschermo e dalla memoria informatica. Ma di qualcosa di più vivo. Di più autentico

domenica 2 gennaio 2011

Nuovo anno, con Seneca per vivere il tempo

Iniziamo bene l'anno, iniziamolo con la consapevolezza del tempo. Che  non è poco, se non è scialato. Che ci sembra meno di quello che in effetti è. Questione di priorità, come ci dice Seneca nello straordinario De brevitate vitae. Leggerlo, soprattutto ora che stiamo per ripartire, ci fa bene.

La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d'animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l'arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell'esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all'uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell'indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall'estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l'abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l'investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.