lunedì 24 ottobre 2011

La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere

Era un personaggio, Grace Paley, scrittrice e poetessa americana, anzi newyorkese, squisitamente newyorkese, una di quelle scrittrici che c'è il rischio di catalogare come minore e di dimenticare a qualche anno dalla morte - lei che è scomparsa nel 2007 - solo che sarebbe un maledetto peccato.

Era un personaggio, lei che era figlia di immigrati, famiglia di ebrei ucraini tra le cui fila non si contavano rivoluzioni, dissidenti e sognatori. Lei che non scriveva per vivere e non viveva per scrivere, tanto che per 15 anni non scrisse poprio nulla, a dispetto dei suoi successi, perché voleva semplicemente vivere, perché aveva da pensare alla famiglia, alle amiche, a un mondo da cambiare. Lei che poi alla fine ci ha lasciato solo tre raccolte di racconti e una manciata di poesie.

Fedeltà, pubblicata da Minimum Fax, ci offre i versi di Grace nell'ultima stagione della vita, donna ormai di 80 anni, piegata forse nel fisico, ma certamente non nel carattere. E nel titolo di questa raccolta, c'è già tutta questa donna: capace di essere fedele a se stessa, alle persone care, all'idea di un mondo più decente e dignitoso per tutti.

Diceva, Grace:


Credo nella fedeltà alle mie idde originali, è il modo che ho per oppormi alle mode imperanti

E non so se la fedeltà sia davvero una virtù degli anziani, come si dice. Però mi sembra ancora di vedermela la cara vecchia Grace, la vecchietta ebrea di New York che, scarpe da ginnastica e gomma da masticare in bocca, non si stancava di distribuire i suoi volantini di protesta, all'angolo di quella Sesta Avenue che ispirava anche le sue poesie.


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