sabato 8 ottobre 2011

Dare nomi, la grande consolazione


(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Mi capita anche di ripensare spesso a una bella frase di Elias Canetti:

Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani
 

Dare un nome: è questo il lavoro di chi lavora alla conoscenza del mondo. Lo fa il naturalista, come il geografo. Lo fa l’esploratore, magari immergendosi nei nomi degli altri, accettando il rischio della differenza e dell’equivoco. 

Cosa, quest'ultima, di cui Odoardo sarà sempre ben consapevole. Su di essa dirà anche cose importanti. Come quando un giorno veleggerà verso Papua, un viaggio terribile, sfibrante, con la febbre alta e la milza a fargli vedere le stelle. Riuscirà comunque ad accorgersi che le carte nautiche riportano due isole, Jackson e Pulo Snapam, che in realtà sono la stessa cosa. 


Viziaccio dei cartografi, questo, di voler ribattezzare i posti con i nomi di generali, santi e principesse, invece che accontentarsi dei nomi sotto i quali sono conosciuti dai nativi. È così che si finisce per prendere lucciole per lanterne. E non è solo accademia, perché ci sono anche sbagli che ti portano dritto su uno scoglio o un banco di sabbia.
 

Dare nomi: cioè scovarli, attribuirli, ripeterli, ascoltarli, lasciarli risuonare. A pensarci è proprio questo che ha fatto anche Emilio, nella sua vita di capitano ormeggiato in biblioteca. Il suo modo di organizzare la varietà e la complessità che c’è in terra.
 

Ha scritto una volta Pietro Citati:
 

Il dono maggiore di Salgari fu proprio quello di credere ciecamente e inconsciamente nella suggestione delle parole che aveva trovato nei vocabolari.

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