martedì 11 ottobre 2011

Ci sono ancora le antiche parole di Islanda

Mi hanno acceso qualcosa, le riflessioni che lo scrittore islandese Jon Kalman Stefansson dedica alla letteratura della sua terra, che tra l'altro è il paese ospite alla prossima Fiera del libro di Francoforte (bella occasione, tra l'altro, per prendere confidenza con alcuni di questi autori di Islanda dai nomi impossibili): Dice Stefansson:

Credo che ogni islandese porti le saghe nel sangue, anche se non ne ha mai letto nemmeno una parola, perché per secoli sono state lette a voce alta dai miei connazionali nelle loro case di torba, generazioni e generazioni le hanno assorbite: i personaggi, le battute, gli atteggiamenti. E questo ci ha formati. Quindi è probabile che le saghe siano una parte di me, che mi scorrano nel sangue, ma raramente si presta attenzione alla circolazione sanguigna; il sangue continua a scorrere e nel frattempo si va avanti a vivere...

Ragionamento che  sfonda una porta aperta con me, toscano che ha il cuore dalle parti della montagna dove per secoli e secoli gente analfabeta si alzava in piedi nelle lunghe veglie intorno al fuoco e improvvisava poesia (storia che ho provato a raccontare con Beatrice).

Però mi piace sentirmela dentro di nuovo, questa cosa. Sei islandese e magari non hai letto niente delle saghe che sono il fondamento della letteratura del tuo popolo. Eppure quelle parole antiche, quei versi che hanno risuonato nell'aria di chissà quali sere di inverno sono ancora con te. Come dentro di me abitano ancora le ombre di quei poeti che non sapevano né leggere né scrivere.

Potenza della parola che racconta e si fa poesia, capace di resistere anche se non diventa scrittura, o lettura.

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